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Prima di Manzoni – autore e lettore nel romanzo del Settecento

Il romanzo inverisimile

A comprimere lo spazio della riflessione sul romanzo in Italia contribuirono senza dubbio la quantità e la qualità degli stimoli provenienti dall’estero. Il confronto con questa realtà è essenziale per capire con quali modelli abbiano dialogato le categorie interpretative italiane e per comprendere quale sia la genesi e l’articolazione di determinati giudizi all’interno del dibattito sul romanzo. È noto quanto solo piuttosto tardi, rispetto a ciò che accade in altre nazioni, si giunge nel Settecento italiano a parlare del romanzo attraverso la forma del trattato teorico o dello scritto ufficiale. I due trattati di Roberti e Galanti appariranno solo nella seconda metà del secolo con grande stacco non solo rispetto al Traité de l’origine des romans di Monsignor Huet o alle teorizzazioni inglesi, ma anche rispetto a ciò che aveva prodotto il mondo tedesco. In Italia sono di norma le lettere o gli scritti d’occasione a ospitare i primi pareri di letterati e studiosi. Poco accettato come genere, il romanzo a lungo non compare come oggetto di trattati.

Proprio in questi anni le teorizzazioni di Huet vengono criticate da Quadrio e Patriarchi, per i quali Huet non avrebbe considerato la tradizione in versi italiana. In realtà gli attacchi all’Italia contenuti nel testo del francese contribuiscono a bloccare la questione del nuovo romanzo su rovello prosa/verso. Poco prima di questi interventi, nel 1745 era apparsa la prima testimonianza del dibattito sul romanzo. L’avvocato Giuseppe Antonio Costantini, autore delle Lettere critiche, giocose, morali, scientifiche, ed erudite, metteva sullo stesso piano romanzi in versi e in prosa, esaltando addirittura i benefici e i vantaggi del Romanzo (utile al privato) rispetto alla Storia. Costantini immette nella discussione due parametri centrali della questione: il rapporto storia-romanzo e la categoria del privato. Quest’ultima verrà messa a margine nella discussione italiana, per tornare solo verso la fine del secolo e poi sparire di nuovo. Costantini non solo cita e accetta Huet, ma osserva quanto il romanzo in prosa debba essere considerato pienamente una valida narrazione alla stregua di quelli in versi, richiamandosi alla categoria del privato.

Il successivo intervento in Italia è quello del maggiore romanziere settecentesco italiano, l’abate Pietro Chiari, il quale nell’opera Difesa della Storia contro i Romanzi, ribalta le asserzioni di Costantini e sostiene la storia. In Francia la disputa che vedeva opporre la storia al romanzo termina attorno agli anni Sessanta del Settecento con la chiara vittoria della liceità della finzione romanzesca. In Italia l’oscillazione comparirà ancora negli anni ’70. La cultura inglese aveva iniziato fin dal primo Settecento a discutere ampiamente le questioni metanarrative nei romanzi già con le prefazioni di Daniel Defoe. Solo a partire dalla fine degli anni Quaranta del Settecento in Italia si rileva una ripresa del romanzo.

Quando dunque gli italiani iniziano a “reagire” con una produzione propria all’arrivo del nuovo modello di romanzo estero, ecco comparire una differente modalità di approccio al romanzo. A partire dalla fine degli anni Cinquanta si presentano anche in Italia alcune opere narrative all’interno delle quali si tenta di discutere del romanzo. Esse sono: La francese in Italia di Pietro Chiari, Il mondo morale di Gasparo Gozzi, Il Congresso di Citera di Francesco Algarotti, La mia istoria di Francesco Gritti. Contemporaneamente, attorno agli anni ’60, alle contese sulla liceità morale del romanzo iniziano cioè ad affiancarsi in misura crescente considerazioni diverse, che sovente coinvolgono gli aspetti della prassi editoriale.

Nel 1761 un nuovo intervento di Pietro Chiari si leva a difendere le ragioni, la lingua e lo stile di un inedito fare letterario. Egli tenta infatti di legittimare stili e forme non ammessi dalla tradizione. L’intervento provoca la risposta di Carlo Gozzi, che lo stesso anno attacca direttamente l’operato e l’atteggiamento editoriale di Chiari, deride in una missiva in endecasillabi le nuove prassi editoriali e denuncia l’immoralità dei romanzi e dei personaggi chiariani. Gli argomenti della discussione si mostrano orientati verso una sempre minore attenzione alla teoria, decisamente sbilanciati verso questioni relative all’editoria. Poco dopo, il 1º agosto 1764, Baretti getta altri strali verso i romanzi e le “caccabaldole” (romanzi) dell’abate. A oltre la metà del secolo, quindi, la foga polemica motivata da attacchi personali prende il sopravvento sulle ragioni letterarie.

Il sistema letterario nella sua globalità continuava a essere chiuso all’acquisizione nel dibattito delle nuove occasioni di riflessione provenienti dall’Inghilterra. La porzione di quotidianità che era lecito si affacciasse nelle pagine dei romanzi italiani era sensibilmente scarsa rispetto alle analoghe prove narrative francesi e inglesi. La linea del genere che alla critica sembrava plausibile era quella lontana dal reale. Dunque all’ampliarsi del pubblico e della produzione romanzesca italiana corrisponde un assestarsi del silenzio della riflessione teorica e del dibattito critico.

La critica per oltre due secoli ha sostenuto che la produzione romanzesca italiana sarebbe stata insignificante; “inverisimile” il romanzo, di infimo livello. Eppure tale produzione già dalla metà degli anni Cinquanta cresce sia in tipologie, sia in numero di edizioni, sia nel numero di fruitori. Il fenomeno della lettura di romanzi non era tuttavia “nient’affatto limitato al volgo e alle sole donne. Si tratta di un pubblico eterogeneo che dagli strati popolari si estende a sfiorare le aristocrazie”.

Tutta la produzione centrale nel secolo, quella più slegata da regole, sarà tuttavia sottoposta per secoli alla damnatio memoriae. E invece sopravviverà, nella memoria e considerazione critica, un gruppo di romanzi di fine secolo di compatta lontananza dalla realtà. Si tratta di quella linea erudita che avrà l’Alessandro Verri delle Notti romane e delle Avventure di Saffo come vetta finale. È insomma un dato singolare che nella storia settecentesca del romanzo si siano salvati con maggior prestigio critico romanzi non solo per nulla domestici, ma nemmeno realistici, mentre al contrario le avventure delle eroine di Pietro Chiari e Antonio Piazza siano state per più di duecento anni accusate di eccessiva leggerezza e, soprattutto, di inverosimiglianza.

In realtà l’inverosimiglianza dei romanzi di Chiari e Piazza non era certo superiore a quella che muoveva gli intrecci dei personaggi del Tom Jones o di Moll Flanders. E gli studi recenti mostrano ancora più saldamente quanto le accuse di inverosimiglianza fossero del tutto teoriche. Davanti alla nuova verosimiglianza delle storie di eroine assai più vicine al quotidiano si attua il passaggio da uno statuto narrativo che discuteva il possibile a uno che aveva a che fare con il probabile. Lo stesso Chiari risponderà con l’operato alla critica che egli stesso pone al romanzo iniziando a scrivere di casi assai più vicini alla realtà di quanto non si fosse fatto fino ad allora.

Il termine romanzo viene maneggiato con molta cautela nei testi narrativi e nei rispettivi paratesti. Gli intellettuali e i letterati usano il termine con molta parsimonia, anche negli scritti privati (“operetta”, “romanzetto”). Sono invece i romanzieri più popolari a ricorrere al termine con maggior disinvoltura. Chiari e Piazza, infatti, sono soliti chiamare romanzi le proprie opere. Antonio Piazza, erede narrativo di Chiari, prende dal predecessore la naturalezza con cui ci si riferisce al genere. Portatore di una identità neutra, il termine storia vive nel Settecento italiano oscillazioni, mutamenti, ampliamenti di senso.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Testi e questioni di letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Storini Monica Cristina.
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