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Il romanzo italiano del tardo Seicento (1670-1700)

Il romanzo tardo-secentesco

Gli studiosi ritengono che il romanzo seicentesco si inabissa dopo il 1660 per poi riapparire, ormai depurato dalle bizzarrie barocche, intorno al 1750, quando Pietro Chiari inonderà il mercato editoriale con le sue storie “vere” e “verissime”, animate da eroine volte all’educazione dei lettori attraverso la narrazione delle proprie disavventure.

Gli studiosi hanno altresì individuato l’esistenza di 63 romanzi, alcuni di essi sinora sconosciuti, pubblicati tra il 1670 ed i primi anni del XVIII secolo. È stata individuata una forte omogeneità testuale e strutturale nella produzione tardo-secentesca, rappresentata da una evidente propensione ad utilizzare l’elemento storico.

Il profilo professionale degli scrittori tardo-secenteschi ha lasciato intravedere qualche mutamento rispetto alla prima metà del secolo: la maggior parte di costoro non esercita più, infatti, l’attività letteraria a tempo pieno. La scrittura romanzesca rappresenta inoltre per i più un episodio isolato all’interno di un panorama teso a privilegiare altri generi.

Il romanzo del Seicento aveva manifestato sin dai suoi esordi una forte propensione alla “comprensione” della storia. Inoltre, il persistere del tema dello smascheramento del potere e dei suoi meccanismi, continua ad animare la produzione tardo-secentesca. Il romanziere di fine Seicento smette di interpretare storia e politica come sfere che lo riguardano in prima persona, e sviluppa invece un interesse cronachistico verso gli avvenimenti narrati.

La poetica romanzesca nelle prefazioni

È possibile ricostruire la poetica del romanzo del Seicento prendendo in esame le dichiarazioni degli autori stessi diffuse nelle prefazioni dei romanzi. In alcune ristampe, tuttavia, accade che si sostituisca all’introduzione originale una breve presentazione dello stampatore, soprattutto perché, variando le coordinate socio-culturali in cui i romanzi di primo e metà Seicento si collocano a fine secolo, lo stampatore della nuova edizione avverte forse l’attuale inadeguatezza del messaggio del romanziere.

Vi sono spesso, inoltre, numerose pagine con cui il romanzo viene presentato e dedicato a nobili ed esponenti della cultura letteraria. Nelle dediche di queste opere si assiste a una sfilata di personaggi-chiave della politica e della cultura italiana ed europea.

Per Albert Mancini sono due le principali preoccupazioni dei romanzieri nelle loro prefazioni:

  • Individuare le finalità del genere;
  • Chiarirne i rapporti con l’epica e la storia.

Va rilevata, nelle poetiche secentesche, una forte tendenza all’esaltazione del nuovo e del moderno rispetto a una tradizione ormai in crisi. Inoltre l’imitazione di un modello letterario doveva risultare ancora più problematica nel caso del romanzo, genere ibrido, quindi privo di un’univoca tradizione. Il romanzo, quindi, rispecchia un modo di comporre moderno. Però, alla rivendicazione di modernità fa da contrappeso la scarsa utilizzazione, da parte degli scrittori, del termine “romanzo”. Molti, genericamente, preferiscono parlare di “opera”, “volumetto” o di “istoria”, mentre altri escludono categoricamente la possibilità di aver composto un romanzo.

Soltanto Versari, nella prefazione al suo Cavaliere d’honore, parla esplicitamente di “romanzo”. Gli autori hanno la coscienza di muoversi in un ambito non ancora codificato, verso il quale moralisti e teorici oppongono un atteggiamento ostile; per questo motivo essi sono spesso spinti ad una sorta di autocensura, negando addirittura la natura dell’opera composta e sminuendone la portata.

L’aspetto più originale delle prefazioni risiede però nella presenza e rilevanza che assume, al loro interno, il tentativo di delineare un profilo teorico del genere romanzesco, sottolineando l’impossibilità di individuarne un archetipo. Infatti la forma romanzesca in Italia era scarsamente praticata e, oltretutto, mal tollerata. Mancini sostiene che il fenomeno romanzesco sia da collocarsi su un piano più modesto, più rispondente al gusto contemporaneo. In questi anni, inoltre, si ha la nascita di nozioni quali gusto, costume, moda e opinione pubblica.

Gli scrittori di primo e medio Seicento si erano soffermati su ciò che accomunava il romanzo al poema epico, in termini soprattutto di stile. I nuovi componimenti erano una sorta di epopea in prosa, pur non avendo nulla a che vedere con la produzione cinquecentesca. Anche in Italia, dunque, si tendeva a considerare il romanzo come “un parente povero del poema epico”. Negli ultimi quarant’anni del secolo si rileva, invece, un progressivo avvicinamento tra il genere romanzesco e quello storico.

Per quanto riguarda lo stile, quel barocchismo mediocre adottato, anziché preludere ad una narrazione di livello popolare, aveva assunto una funzionalità peculiarmente artistico-letteraria. Il declino, dopo gli anni ’40, della moda concettista contribuisce a diffondere atteggiamenti di moderatismo. Aumentano, ad esempio, le affermazioni riguardanti la modestia e, addirittura, la rozzezza dello stile. Gli ultimi decenni del secolo sono insomma disseminati di “proteste” per la modestia o la medietà dello stile. Ma la maggior parte dei narratori di fine secolo non va oltre la delineazione del romanzo moderno (commisto alla storia) come di un genere cui si addice uno stile basso, medio, sicuramente non elevato.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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