Estratto del documento

Il romanzo dell’Ottocento

Michele Colombo

Crepuscolo e alba del romanzo italiano

Il XVIII secolo assiste al nascere e all’affermarsi del romanzo moderno in Inghilterra, e alla sua diffusione europea: il progresso del genere è segnato da titoli come Robinson Crusoe di Defoe, Pamela o la virtù premiata di Richardson, Tom Jones di Fielding, Giulia o la nuova Eloisa di Rousseau o I dolori del giovane Werther di Goethe. A fronte di una simile fioritura la situazione in Italia appare attardata per molti motivi: tra essi si può senz’altro annoverare l’inadeguatezza della lingua letteraria rispetto alle esigenze di un genere che richiedeva uno strumento espressivo colloquiale.

Com’era normale all’epoca, vista la scarsa conoscenza della lingua inglese al di qua delle Alpi, la traduzione italiana deriva da una francese. Le traduzioni si presentavano spesso come manipolazioni, in cui si smussavano o omettevano passi o espressioni giudicati inadatti al pubblico della Penisola, come le scene troppo scabrose. Non è un caso che caratteri aulici si rinvengano anche nei due più prolifici scrittori italiani di romanzi di consumo, il bresciano Pietro Chiari e il veneziano Antonio Piazza. Il forte influsso della lingua transalpina sull’italiano del Settecento motiva poi la presenza significativa di francesismi. Non molti, nel complesso, sono i dialettismi, mentre importa assai più la presenza di parole colloquiali. Il tentativo si realizza attingendo largamente al lessico della tradizione toscana di registro comico, a volte coincidente con l’italiano regionale settentrionale. Il metodo assomiglia a quello che sarà impiegato in seguito da Manzoni.

Un periodare agile e spigliato si introduce, poi, anche nella narrativa colta, i cui migliori rappresentanti si situano allo scadere del secolo: si tratta del racconto filosofico di Pindemonte Abaritte. Storia verissima e dei due romanzi di gusto neoclassico di Verri, Le avventure di Saffo e Le notti romane. Si tratta, soprattutto in Verri, di una ricerca consapevole di arcaismo e nobiltà. Il panorama del romanzo italiano del Settecento non offriva dunque modelli, innanzitutto dal punto di vista linguistico e stilistico. Proprio per questo Ugo Foscolo, nella stesura delle Ultime lettere di Jacopo Ortis, dovette rivolgere altrove il suo sguardo. Nel 1798 l’editore Marsigli di Bologna avviò la pubblicazione dell’opera; ma Foscolo dovette lasciare improvvisamente la città a causa dell’entrata delle truppe austro-russe. Marsigli affidò allora ad Angelo Sassoli il compito di completare l’opera e di attenuarne gli scomodi riferimenti alla politica e al tema del suicidio, giungendo a stamparla nel 1799 col titolo Vera storia di due amanti infelici ossia Ultime lettere di Jacopo Ortis. Quando Foscolo venne a conoscenza della stampa, la sconfessò pubblicamente.

Nel 1801 riprese in mano il romanzo: la prima edizione completa vide la luce nel 1802 con il titolo originale di Ultime lettere di Jacopo Ortis, testo che continuò ad essere ristampato per tutto il secolo. Il metodo, ancora immaturo nel primo Ortis, dove spesso la prosa è inframmezzata da versi veri e propri, si mostra ormai sicuro nel 1802, e conferisce alla scrittura un carattere di spiccato lirismo. Le fonti da cui l’Ortis trae la propria linfa sono: innanzitutto una serie di romanzi stranieri, tra cui spiccano I dolori del giovane Werther di Goethe, La nuova Eloisa di Rousseau e il Viaggio sentimentale di Sterne. È inoltre centrale il ruolo del modello biblico nel plasmare un linguaggio profetico e visionario, ricco di metafore e similitudini inconsuete. Gli apporti di fonti così disparate non possono che determinare una marcata eterogeneità stilistica nella prosa del romanzo. L’unità tra gli sbalzi di tono è data dal fatto che la lingua del romanzo è la lingua di Jacopo Ortis. Ricorre l’uso frequente delle terne e, più in generale, di varie forme di parallelismo. Insistito anche il ricorso a riflessione sentenziose. Il periodare è frequentemente rotto con puntini di sospensione e non è raro trovare frasi che inizino con e o ma. Per il lessico si nota una certa inclinazione all’impiego di alterati. Si possono menzionare gli attacchi in medias res e gli improvvisi mutamenti di tema. Ma la vera novità dello stile è da ricercare in quel registro teso e drammatico che riproduce il traboccare del sentimento. Paratassi e asindeto conferiscono un ritmo sostenuto e vi è il ruolo dominante di esclamazioni e frasi esclamative e interrogative.

Alessandro Manzoni

Accingendosi alla stesura di un romanzo storico dopo esserci cimentato con la lirica e la tragedia, Manzoni si addentrava in un terreno vergine. Il genere presentava infatti problemi linguistici e stilistici per cui non poteva valere la soluzione dell’Ortis: da un lato, la voce del narratore onnisciente abbisognava di un tono esente da sbalzi vistosi; dall’altro, era necessaria una rappresentazione realistica dei personaggi secondo la loro dimensione sociale, tanto più considerando l’umile condizione dei protagonisti della storia.

Per convenzione, si dà il titolo di Fermo e Lucia alla prima minuta del romanzo, iniziata il 24 aprile 1821 e conclusa il 17 settembre 1823, che si articola in 37 capitoli suddivisi in quattro tomi. Per molti versi il Fermo e Lucia va inteso, rispetto ai Promessi sposi, come una realtà a sé. L’autografo è fitto di correzioni che documentano l’elaborazione travagliata e stratificata. Aiutano a ripercorrere tale elaborazione le due stesure dell’Introduzione: la prima della primavera del 1821, la seconda “rifatta da ultimo”, terminata la minuta (1823).

Nella prima Introduzione il problema linguistico passa in gran parte sotto silenzio: in primo piano si stagliano piuttosto la difesa del genere romanzesco contro i pregiudizi classicisti, quella della verosimiglianza storica della narrazione e quella della sua utilità morale. Per trovare le prime tracce del problema linguistico è necessario rifarsi alla lettera all’amico Claude Fauriel del 3 novembre 1821. Mentre un autore francese può riferirsi all’uso comune linguistico, orale e scritto, un italiano scrive, se non è toscano, in un idioma che non ha quasi mai parlato, e in ogni caso ha a disposizione una lingua adoperata da pochi e non avvezza a trattare materie e idee moderne. Dalla lettera a Fauriel si ricava che Manzoni dimostra una concezione innovativa della scrittura prosastica, che si spinge al di là dell’idioma letterario, alla ricerca di una lingua corrente e condivisa, che guarda all’Europa prendendo a modello il francese. Una simile lingua, comune e comunemente usata, mancava tuttavia nell’Italia dell’epoca. Posto di fronte ad una simile difficoltà, Manzoni prospetta una soluzione incentrata sulla capacità dello scrittore di forgiare uno strumento espressivo adatto, amalgamando elementi eterogenei.

All’altezza della seconda Introduzione, però, dopo aver terminato la stesura del Fermo e Lucia, Manzoni è costretto a constatare il proprio fallimento (“Scrivo male”). Il romanzo si presenta infatti al suo giudizio come “un composto indigesto di frasi un po’ lombarde, un po’ toscane, un po’ francesi, un po’ anche latine”. Il Fermo e Lucia dispiega appunto una lingua eclettica e artificiale, composta di arcaismi e cultismi, francesismi, milanesismi e colloquialismi. Bisogna anzi segnalare la presenza, seppur ancora timida, di tratti sintattici che mirano a un avvicinamento alla colloquialità. Va segnalata, inoltre, la presenza di parole e locuzioni toscane popolareggianti.

Il versante stilistico presenta il frequente ricorso a terne o a metafore e similitudini, soluzioni sfrondate nel passaggio ai Promessi sposi. Le dittologie, inoltre, costituiranno sempre una qualità peculiare dell’autore. Nella sintassi, poi, è ben presente il modello francese; assai più esteso è invece l’influsso del milanese, presente a livello fonetico, morfologico e sintattico. Fondamentale, naturalmente, la presenza di milanesismi nel lessico. In alcuni casi, le parole dialettali sono semplicemente adattate alla fonetica toscana. Altre volte si verifica una coincidenza tra il milanese e il toscano letterario.

Profondamente insoddisfatto del Fermo e Lucia, Manzoni si dedicò, tra la fine del 1823 e gli inizi del 1824, alla stesura di “un volume sopra la lingua italiana”. Del libro, poi bruciato nel 1836-37, sopravvive solo qualche frammento. Nel marzo del 1824 prese avvio la revisione integrale dell’opera, dal punto di vista narrativo, linguistico e stilistico. Infine, tra il 1825 e il 1827, il romanzo vide la luce in tre tomi, per un totale di 38 capitoli, pubblicato dall’editore milanese Vincenzo Ferrario (edizione Ventisettana): i tempi dilatati della pubblicazione si spiegano per i continui interventi dello scrittore sulle bozze di stampa, in un costante lavoro di limatura del testo.

Nei Promessi sposi si riduce il peso della soggettività del narratore, in favore dell’“instaurazione di una nuova natura, che è oggettiva dal punto di vista della Provvidenza”. La tensione a una rappresentazione obiettiva si esplica per esempio nell’eliminazione dei passi che più marcatamente rispecchiavano le riflessioni e gli interessi personali dell’autore, come la descrizione della flora del Lecchese e la rievocazione degli anni giovanili nel primo capitolo, l’affondo sul tema dell’amore nei romanzi contemporanei che precede la digressione sulla monaca di Monza. Sono poi tagliati passi in cui la mano dello scrittore s’era fatta prendere da toni truci e sovraccarichi, o da eccessi di analisi psicologica, come l’ultima comparsa di don Rodrigo sfigurato e impazzito o la descrizione dei sentimenti del padre guardiano nel rimprovero a padre Cristoforo.

Il caso più famoso è la soppressione di buona parte delle “turpi ed atroci avventure” della monaca di Monza, da cui sono espunti per esempio l’evolversi del rapporto con il seduttore Egidio e lo svolgimento dell’omicidio. Il punto di svolta è costituito dall’irrompere sulla scena di un’ironia che, “così com’è applicata nei Promessi sposi, manca nelle altre prose di Manzoni”, conservandosi sempre garbata. La figura dell’ironia si rivela lo strumento che permette all’autore di calare il proprio giudizio sui fatti narrati in una scrittura di tono medio e spigliato. Con i Promessi sposi, Manzoni abbracciò la necessità di identificare un idioma storicamente determinato, che fu il toscano. La scrittura della Ventisettana mira a raggiungere una lingua viva, adatta alla conversazione civile e alla comunicazione scritta di stampo non letterario, che poteva darsi in Toscana e, in parte, altrove in Italia.

Anteprima
Vedrai una selezione di 3 pagine su 9
Riassunto esame Testi e questioni di letteratura italiana, prof. Storini, libro consigliato Il romanzo dell'Ottocento, Michele Colombo Pag. 1 Riassunto esame Testi e questioni di letteratura italiana, prof. Storini, libro consigliato Il romanzo dell'Ottocento, Michele Colombo Pag. 2
Anteprima di 3 pagg. su 9.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Testi e questioni di letteratura italiana, prof. Storini, libro consigliato Il romanzo dell'Ottocento, Michele Colombo Pag. 6
1 su 9
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Testi e questioni di letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Storini Monica Cristina.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community