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Monicelli: fonda una propria casa di produzione per realizzare le sue commedie nella più

completa libertà.

-Già con La Grande Guerra, ma anche con I compagni, 1963, porta il genere a contatto con la

storia collettiva.

-L’armata Brancaleone, 1963, segue le avventure picaresche dell’esercito comandato da

Brancaleone alla conquista della Terrasanta; in questo film, del quale realizzerà un seguito, mostra

la sua grande capacità di osservazione in particolare di quel tipo umano di “perdenti nati”, che

nonostante tutto riescono a cavarsela.

-La ragazza con la pistola, 1968, si concentra maggiormente sull’attualità e segue il difficile

cammino di una ragazza siciliana che passa dai costumi della sua terra natale alla libertà

anglosassone.

-Tra i registi di commedie è quello che ha maggiormente contribuito a nobilitare il genere; dal 1975

a oggi ricordiamo Amici miei, 1975, Un borghese piccolo piccolo, 1976, ecc.

Comencini si affianca a Monicelli come uno dei più importanti registi di commedie, da Tutti a casa,

1960, in cui vi è la memorabile interpretazione di Sordi nel ruolo di un sottotenente che guida un

gruppo di soldati sbandati di ritorno, all’indomani dell’8 settembre 1943.

-Comencini presto ottiene importanti riconoscimenti sul piano internazionale e riuscirà a

concentrarsi maggiormente su temi più vicini alla sua sensibilità e poetica, come il mondo dei

bambini.

Simile a Monicelli e Comencini ma meno interessato a costruire una morale all’interno delle sue

storie, Risi registra con sguardo disincantato i fenomeni che stanno trasformando Italia e italiani.

-Una vita difficile, per esempio, è l’esemplare storia di un italiano dalla liberazione al boom

economico.

-Il regista sembra a suo agio con il racconto breve, in cui l’osservazione fulminea capta insieme

una situazione sentimentale, psicologica, sociale. L’attore che meglio esalterà le caratteristiche del

suo cinema sarà Gassman, con cui si creerà un sodalizio.

-Nei film ambientati nel presente imprime un nuovo ritmo di montaggio dei suoi film, adattandoli

alla musica che qui guida il racconto e la sintassi visiva.

-Nei primi anni settanta si registra una svolta importante nella sua filmografia: in Profumo di donna,

1974, c’è un’indagine più profonda del fragile universo emotivo e psicologico del personaggio; lo

sguardo del regista inizia a tradire un senso di comprensione e affetto per i drammi dei personaggi

che descrive.

-Con I nuovi mostri Risi si concentra sulla descrizione di alcuni nuovi personaggi emersi dal boom

economico: repellenti sia in senso fisico che morale, li ritrae inorridito.

-L’ultima fase registica perde di leggerezza e simpatia, si sente, come per gli altri registi, la perdita

di qualsiasi fiducia nel presente determinata dagli anni di piombo.

Più giovane di una generazione, Ettore Scola compie un lungo apprendistato scrivendo barzellette

per giornali umoristici, scrivendo soggetti e sceneggiature ecc.

-Nel 1964 esordisce con Se permettete parliamo di donne, in cui delinea nove ritratti femminili. Altri

film sono La congiuntura, 1964, ecc.

-Nei primi anni settanta gira a Torni un film quasi sperimentale, sulla difficoltà di integrazione di un

ragazzo meridionale nella grande città industriale: Trevico-Torino (Viaggio nel Fiat-Nam).

-A segnare una vera svolta nel suo cinema e dimostrare la sua piena maturità registica è

C’eravamo tanto amati, 1974, in cui segue la storia di 4 amici dalla lotta nella Resistenza al

presente, indagando insieme storia e sentimenti privati. Lo stesso fa in Una giornata particolare,

1977: nel giorno in cui Hitler visita l’Italia, due alienati dalla società, una casalinga e un

omosessuale, rimasti a casa, si incontrano e entrano in intimità l’uno con l’altro.

Da questo momento il suo cinema cerca il contatto con la storia, la quale dà unità strutturale al suo

racconto, permettendogli di osservare i suoi segni sugli individui in maniera originale.

-Negli anni ottanta e novanta, sceglie la strada del racconto minimalista, ossia dell’osservazione di

una cellula molto rappresentativa, come in Che ora è, 1989.

Nanni Loy è tra tutti il regista che si situa in una linea di confine tra commedia e più ambiziose

intenzioni drammatiche. Aiuto di Zampa, dopo alcune coregie con Puccini ricordiamo due film di

ricostruzione storica con intenzioni spettacolari ed epicizzanti: Una giornata da leoni e Le quattro

giornate di Napoli.

-Nel 1967 invece inizia a lavorare sulle dimensioni più intimistiche della commedia con Il padre di

famiglia.

-L’umorismo di Loy è forse quello più venato dallo spirito anglosassone, ossia meno interessato ai

caratteri più esteriori e superficiali del riso della commedia e più sull’ironia amara, lo scetticismo, la

riflessione sulle difficoltà della vita.

Altri da inserire nel gruppo degli autori della commedia sono: Luigi Magni per il gusto della

ricostruzione storica e la carica sanguigna e popolaresca; Campanile, tra i più prolifici, percorre la

strada della commedia soft-erotica e osserva la trasformazione dei costumi sessuali degli italiani;

Salce, lo ricordiamo per aver diretto i primi film della saga Fantozzi, con un umorismo intelligente e

sofisticato ma allo stesso tempo non sdegnoso delle forme più facili de varietà e

dell’intrattenimento popolare.

VI. Dalle stelle alle lucciole

-Negli anni sessanta dal divismo delle maggiorate si assiste ad un passaggio di poteri al sesso

maschile. Tuttavia il fenomeno divistico non ha più la portata di quello in passato, anche per la

concorrenza di nuovi mezzi, come la televisione, che promuovono nuove divi, come presentatrici e

conduttori, o cantanti.

-In questo panorama tuttavia un gruppo di attori, grazie alle proprie capacità attoriali, riuscirà a

monopolizzare la scena per almeno un quindicennio: Marcello Mastroianni, che incarna l’icona

divistica del latin lover e recita nei film dei maggiori registi italiani; egli è estremamente versatile, si

cala con naturalezza nei suoi personaggi.

-Accanto a Mastroianni abbiamo i quattro “mostri” della commedia: Tognazzi, Gassman, Sordi e

Manfredi; -Dei quattro tuttavia spetta ad Alberto Sordi il primato di ruoli rivestiti, di varietà e

rappresentatività delle figure interpretate.

Egli ha saputo raccontare, interpretando ruoli o girando film, i mutamenti e le persistenze degli

italiani, i loro comportamenti sociali, la mentalità, i costumi sessuali, l’ideologia politica, attraverso

personaggi ora protagonisti, ora carnefici, ora vittime, ora vili, ora altruisti e generosi, ma sempre

capaci di strappare una risata o un sorriso.

Vittorio Gassman, dopo una decina d’anni di interpretazione in Italia e a Hollywood, irrompe nella

commedia interpretando Peppe in Soliti ignoti e Busacca ne La grande guerra.

Ugo Tognazzi si lancia nella commedia con il ruolo di protagonista ne Il federale di Salce, dopo

una lunga gavetta nella rivista, nell’avanspettacolo e nella televisione. Reciterà poi a fianco di

Gassman in La marcia su Roma e I mostri. Il suo percorso è inverso a quello di Gassman, e dai

ruoli comici cerca interpretazioni sempre più impegnative e drammatiche, o anche personaggi

ripugnanti sotto ogni punto di vista, in cui manca il senso di assoluzione finale che invece lega per

esempio sordi ai suoi ruoli.

Nino Manfredi ha una recitazione straniata che lo rende il più brechtiano tra gli attori italiani del

dopoguerra. Dei quattro è quello più capace di rappresentare la debolezza e la fragilità in ogni suo

aspetto, la sua recitazione usa più i silenzi, l’accettazione passiva degli eventi ecc.

Al gruppo dei comici viene associata anche Monica Vitti, dopo essere stata per alcuni anni la

musa di Antonioni, e libera una serie di energie fino ad allora tenute a freno: mimesi linguistica, doti

mimiche che le consentono di giocare con il proprio corpo. Tra i ruoli ricordiamo quello ne La

ragazza con la pistola.

L’Oscar per l’interpretazione della Ciociara vale a Sophia Loren la definitiva affermazione come

ultima vera diva del cinema italiano, sia per doti fisiche che attoriali.

Altre dive sono Silvana Mangano, che mantiene il suo fascino negli anni sessanta, e poi quelle che

fanno la loro prima apparizione come Claudia Cardinale e Stefania Sandrelli.

Altri interpreti da ricordare sono Gian Maria Volontè e Gianfranco Giannini, entrambi costruiscono

una recitazione fatta per aggiunta di elementi, deformazione o tentativi di riproduzione assoluta e

attenta preparazione ai ruoli da interpretare.

Fenomeno divistico a parte è costituito da Bud Spencer e Terence Hill che grazie ai western

danno vita ad una coppia comica che fa rivivere le gesta di Laurel e Hardy.

Oggi, se si eccettua il caso di Benigni, la Bellucci, la Golino, si ha l’impressione che il divismo

cinematografico si sia ormai spento, soprattutto perchè i fenomeni divistici si sono estesi ad altri

campi, come quello televisivo, musicale, calcistico ecc.

-Nei primi anni ottanta esordiscono comunque personalità che, sebbene non assimilabili al

divismo, sono comunque enormemente note: Abatantuono, o personalità che hanno esordito in

televisione come Adriano Celentano, Verdone, Massimo Troisi, Massimo Boldi, Teo Teocoli,

Christian De Sica.

Tuttavia, il confronto con i divi del passato non è proponibile: il divismo di un tempo si è

monumentalizzato, mentre quello attuale si è mcdonaldizzato. C’è posto per tutti sotto i riflettori al

giorno d’oggi, e anche figure la cui popolarità si basa sulla loro incompetenza, come veline e

letterine, sono conosciute.

VII. Horror, western, film politico, eros… le grandi stagioni dei generi.

1)HORROR

-Nel cinema italiano non c’è mai stata una vera e propria cultura del fantastico, come avviene

invece per i paesi anglosassoni.

-Dalla fine degli anni sessanta l’horror si colora di venature ideologiche non politicizzate ma legate

alla contestazione giovanile nei confronti del potere; maestri italiani internazionalmente riconosciuti

saranno Freda, Margheriti, Bava. Essi cercano di competere con le case anglosassoni, e tra i

caratteri evidenti vi sono la cura nella costruzione visiva e musicale, e la rappresentazione di un

erotismo perverso, deviato, patologico che verrà ulteriormente sviluppato nel decennio successivo

con Argento, Fulci, De Martino, Cozzi e Joe D’Amato.

-Il genere si divide presto in due filoni: quello classico da un lato, con immagini accurate e

atmosfere e paesaggi nebbiosi, gotici; dall’altro ci si sposta invece verso la realtà italiana e si

cercano atmosfere morbose, in cui l’interesse è soprattutto sulle psicopatologie del presente.

-L’horror si rivela un genere in cui tutti i mestieri del cinema sono valorizzati: truccatori e costumisti,

la fotografia, la musica, la sceneggiatura e la scenografia, anche se i primi film dell’orrore peccano

per lo più per le sceneggiature approssimative e i trucchi e costumi realizzati con mezzi poveri.

Il primo film gotico italiano si considera I vampiri, Freda, 1957: una vecchia donna ha scoperto

l’elisir della giovinezza nel sangue di ragazze che rapisce e poi sgozza.

Freda cerca il terrore nella dimensione quotidiana più che in un altrove fatto di costumi e

cartapesta; nei successivi mostra il desiderio di spingere le rappresentazioni della mostruosità,

della violenza e dell’odio fino a punti quasi insostenibili.

Rispetto a Freda, Bava è più interessato al fantastico e cerca anche di spruzzare un po’ di ironia

ai suoi film, espediente che tempera le atmosfere di paura.

Ricordiamo I tre volti della paura, del 1963, e La ragazza che sapeva troppo, film dirato a Roma

nel 1962 che apre senza saperlo la strada al successivo Dario Argento.

Bava ha la capacità di eseguire con la macchina da presa movimenti complessi, costruendo piani

sequenza che aumentano il coinvolgimento dello spettatore nel fantastico.

Nel 1963 esordisce il terzo padre dell’horror italiano, Margheriti, con Danza macabra. Il film,

tagliato dalla censura (in particolare per le scene di lesbismo, un primum assoluto per il cinema

italiano), mantiene un’atmosfera malsana e morbosa dalla prima all’ultima sequenza, con lo

spettatore invitato a identificarsi nel protagonista, il quale assiste ad una serie di delitti spaventosi.

-Ne La vergine di Norimberga, Margheriti collega l’horror alla storia più recente, in questo caso il

nazismo.

Nel 1970 esordisce invece Dario Argento con L’uccello dalle piume di cristallo; il film non riscuote

particolare interesse da parte della critica.

-La donna sarà per lui l’oggetto del desiderio, la protagonista e la vittima per eccellenza.

-I suoi film sono concepiti come macchine narrative capaci di mantenere lo spettatore in tensione

dalla prima all’ultima scena, chiamando il suo sguardo ad identificarsi ora con l’assassino, ora con

la vittima, attraverso l’uso della macchina da presa, del sonoro e della musica.

-Per la quantità di sangue e la brutalità dei delitti, Argento anticipa lo splatter cinematografico.

-Film da Quattro mosche di velluto grigio, 1971, a Profondo rosso, 1975, anticipano quel cinema

d’azione americano che vedrà come registi David Lynch, Dvid Cronenberg, Brian De Palma.

-Nei film successivi indagherà i mondi della magia nera, della parapsicologia, i fenomeni

extrasensoriali.

-Dagli anni novanta invece sembra tornare a racconti più classici, come ne Il fantasma dell’opera,

1999.

-Grazie a lui il genere sembra avviarsi poco a poco ad un uso sempre più spregiudicato di

immagini violente e crude, orrore, paure, e sangue, e nulla sembra più essere un tabù, ninfomania,

pedofilia, zoofilia, stupri.

-Parallelamente si moltiplicano e perfezionano i trucchi, gli effetti speciali, ma poco a poco dopo gli

anni settanta avviene come un travaso di energie dal cinema italiano a quello americano: Brian De

Palma e Quentin Tarantino non mancheranno di lodare questo cinema italiano e dichiareranno di

esserne stati ispirati.

2)WESTERN

- Vampira indiana di Roberto Roberti, del 1913, è indicato in un saggio di Codelli come il proto-

spaghetti Western.

-Capofila del genere in Italia è Segio Leone, al quale associamo anche Duccio Tessari e Sergio

Corbucci, che declinano il genere sul versante ironico o della violenza esasperata.

-In Europa, nella seconda metà degli anni ’50, si tenteranno in Germania e Spagna delle

produzioni Western da affiancare a quelle americane; proprio alcune coproduzioni tra Italia e

Spagna avvieranno la produzione western nazionale.

Uno dei primi film western che farà da traino a tutti gli altri sarà Per un pugno di dollari, 1964,

firmato da Sergio Leone con uno pseudonimo, film a basso costo, interpretato da un attore di serial

televisivi dalla maschera facciale neutra che sembrava aver raggiunto la fine della sua carriera,

Clint Eastwood.

Il film seppur accusato di plagio sarà uno dei maggiori successi internazionali del cinema italiano di

tutti i tempi.

-Leone è interessato alle forme e alla potenza dei miti e alla loro perfetta permeabilità in qualsiasi

tipo di racconto. Film dopo film andrà sempre più alla ricerca delle motivazioni profonde dei suoi

protagonisti, dai loro ideali e valori.

-Egli inoltre nutre un certo interesse nello smontare e rimontare il meccanismo narrativo che è

adottato dal western classico americano, ma anche la moralità di fondo.

1)Innanzitutto nei film di Leone convivono più dimensioni temporali: il ritmo è rallentato o

accelerato in base alle scene.

2)L’eroe dei primi western parla a monosillabi, comunica soprattutto con la pistola e non è spinto

da apparenti motivazioni ideali; agisce per ristabilire equilibrio in una situazione dominata dalla

violenza e dalla legge del più forte.

3)Anche a livello di rappresentazione della violenza, c’è uno spargimento di sangue che il western

classico preferiva lasciare fuori scena, in omaggio ai canoni della tragedia.

4)Se nel western classico i protagonisti si muovono per andare a sfidare la morte come prova

ultima del loro percorso, ma la morte li accompagna, piuttosto, in ogni momento.

-Dopo Il buono, il brutto, il cattivo, Sergio Leone decide di sfidare il cinema americano sul suo

stesso terreno, e gira film come C’era una volta il West e C’era una volta in America.

-Il fatto che attori come Henry Forda e altre icone divistiche americane lavorino per lui rende il suo

cinema una delle più importanti avventure di coproduzioni italo-americane.

-In C’era una volta in America, ultimo suo film, si ha una sorta di summa delle sue concezioni, dei

suoi idoli cinematografici (Griffith, Hawks, Coppola), e della sua visione della vita permeata dalla

dimensione mitologica.

-Il successo immediato di Per un pugno di dollari produce un effetto immediato di passaggio in

massa di produttori e registi dai peplum ai western: Caiano, Bava, Lupo, Corbucci, Pontecorvo,

Fulci. Essi si accostano al genere e cercano di utilizzarlo anche in senso simbolico, metaforico, o

facendovi confluire umori dell’epoca, quasi come nel film politico, con il quale per qualche tempo il

western condivide le motivazioni per la guerriglia o le proteste studentesche; inoltre, scene di

tortura, massacri, spirito di rivolta, accende nel presente memorie che non vanno dimenticate,

come le pratiche del nazismo durante la seconda guerra mondiale.

Si crede in pratica nella capacità di questo genere di raccontare simbolicamente il presente.

-Per Sergio Leone la musica è fondamentale, è in primo piano rispetto al dialogo, diventa essa

stessa linguaggio. Egli stringe un sodalizio con il musicista Morricone.

-I suoni poi, diventano sostitutivi delle parole e veri e propri motivi guida del genere: il fischio, la

frusta, il nitrito d’un cavallo.

Anche il western si sviluppa presto in due filoni: da una parte si procede verso un’accentuazioni

delle stragi, delle carneficine, delle morti; dall’altra invece si scelgono strade incruente e più

comiche, come in Lo chiamavano Trinità, in cui trionferà la coppia Bud Spencer e Terence Hill e i

protagonisti si fanno giustizia a suon di sberle e pugni.

FILM POLITICO

-In questi anni nasce un altro genere di film, che racconta la realtà urbana degenerata, trattando

temi come criminalità, droga, violenza, insicurezza in famiglia, spesso prendendo spunto da

episodi di cronaca, mettendo in luce come nessuna legge statale sia più efficace.

E’ il tipo di film che nasce negli anni in cui i registi di film politici hanno perso la speranza di poter

cambiare la realtà di fronte a terrorismo, attentati, omicidi delle Brigate Rosse contro giudici e

rappresentanti di istituzioni.

-Tra i registi che entrano nel genere ricordiamo Lizzani, Fernando di Leo, Massi, Caiano, Lenzi.

EROTICO

-I filoni erotico prima e pornografico poi rappresentano l’ultima frontiera prima della chiusura

definitiva di molte attività, in quanto garantiscono sicuri profitti e minimi rischi di censura.

-Il genere è inaugurato da Blasetti, e i film spesso assumono finti intenti didattici o pseudo-caratteri

documentari, cercando di spostare sempre più il comune senso del pudore.

-Il successo del Decameron di Pasolini segna una fase in cui il genere erotico cerca delle forme di

nobilitazione culturale, attraverso una ricca esibizione di costumi o riferimenti letterari prestigiosi.

-Samperi creerà poi il prototipo dei film soft-erotici che esplorano i vizi di famiglia e il problema

dell’iniziazione sessuale degli adolescenti.

VIII. Padri, figli, nipoti

Dagli anni sessanta alla metà dei settanta: VISCONTI

-Rocco e i suoi fratelli, 1960, è l’ultimo film che conduce Visconti a contatto con il mondo popolare;

successivamente, si ricongiungerà al romanzo ottocentesco e il mondo nobiliare a cui appartiene.

Il film è incentrato sul fenomeno dell’emigrazione interna dal Sud al Nord e i problemi ad essa

collegati.

E’ un film melodrammatico, diviso in cinque atti, contraddittorio perché attraverso una forma di

racconto classica sceglie di rappresentare un fenomeno così moderno.

-Nel 1963 Visconti realizza Il gattopardo, un film di spettacolare stile e capacità narrativa, che si

staglia nella storia del cinema italiano. Il personaggio del principe Salina è forse tra tutti i

personaggi il più vicino all’autore, ma è il romanzo stesso che lo stimola; per Visconti certi testi

letterari sono mondi perfetti che la versione cinematografica potrà concretizzare in suoni, immagini,

emozioni.

E’ un film che racconta la fine di un mondo e l’inizio di uno nuovo, impersonato dall’amore di

Angelina e Tancredi.

-Altri film che realizza sono tutti basati su testi letterari più o meno importanti: Lo straniero, 1967;

La caduta degli dei, 1969; Morte a Venezia, 1971.

-In alcuni film, come Morte a Venezia, egli dispiega esplicitamente anche punti di riferimento

cinematografico, maestri che tuttavia non sono mai a lui contemporanei; egli dichiarerà di

disprezzare molti registi lui contemporanei e sembra percorrere un cammino in solitudine, sulla

scia del cinema classico.

 Anche in Francesco Rosi la storia del cinema è conosciuta, citata e assimilata nei film; egli ha

assimilato molto dal cinema di Visconti, ma prendendo spunto dai generi americani e dal cinema

popolare trova una sua strada personale.

-Il suo primo film è La sfida, 1958, è già da qui dichiara di voler indagare la realtà napoletana nel

profondo; troviamo valore simbolico, significato e mito nei gesti quotidiani, negli sguardi, nei silenzi,

nei rapporti tra individuo e paesaggio.

-Da Salvatore Giuliano a Lucky Luciano, da Il caso Mattei a Tre fratelli, si assiste invece alla

ramificazione e all’ascesa al potere della mafia.

Erede della lezione di Visconti, anche Franco Zeffirelli sviluppa una doppia carriera di regista lirico

e cinematografico di successo, cercando di portare sullo schermo classici del teatro

shakespeariano o melodrammi, o trascrizioni di opere letterarie con messe in scene sontuose e

interpretazioni d’alto livello, che consacrano la sua fama a livello internazionale.

Anche Bolognini sarà erede della lezione viscontiana: anche i suoi film si fanno ammirare per la

qualità, le soluzioni figurative e scenografiche, la capacità di dominare tutti i mezzi del cinema. Egli

si pone umilmente a servizio dei testi letterari, e la differenza rispetto a Visconti è che egli sposta lo

sguardo dalle classi dominanti a quelle emergenti o alle donne, che iniziavano con coraggio la loro

ascesa sociale.

-Bolognini va considerato come l’autore che in modo più sistematico e coerente ha cercato di unire

cinema, storia e letteratura italiana otto-novecentesca all’interno di un unico disegno.

Anche Vittorio De Sica, uno dei padri della commedia che ancora durante gli anni sessanta

produce film di successo come La ciociara, 1960, e una serie di film fatti su misura per Sophia

Loren. Dopo questa fase creativa tuttavia, entra in una situazione di stallo, lasciando tuttavia sulla

scena italiana moltissimi eredi nell’ambito della commedia.

Tra i registi che hanno esordito negli anni quaranta o poco dopo sono gli allievi di Blasetti, della

generazione del Centro sperimentale, come De Santis, Puccini, Pietrangeli, Lizzani, a produrre film

dignitosi.

Grazie a De Sica esordisce nel 1960 Squitieri, che come Rosa si concentrerà sulla realtà che

conosce, quella meridionale, per denunciare la degenerazione del tessuto sociale e politico, come

in Camorra, 1972.

Egli idea un tipo di spettacolo rivolto soprattutto al pubblico popolare, capace di affrontare temi

difficili e forti.

Luigi Zampa, che ha iniziato a lavorare con la commedia negli anni cinquanta, ancora realizza

opere di successo popolare; tuttavia negli anni sessanta c’è un senso di declino della sua parabola

creativa; l’inverso sembra succedere a Germi, che negli stessi anni entra nel pieno della sua fase

creativa, realizzando film che indagano il sottosviluppo del sud e del profondo nord, gli stereotipi

regionali, il fenomeno di laicizzazione del sacro del dopoguerra ecc.

Un regista sottovalutato in questi anni è Pietrangeli; negli anni sessanta egli realizza una serie di

film in cui mette a fuoco temi legati all’emancipazione sociale della donna. Di tutti i suoi personaggi

femminili ricordiamo Adriana, interpretata da Stefania Sandrelli, in Io la conoscevo bene, 1965.

Anche Alberto Lattuada continua a produrre negli anni sessanta. Il suo è un cinema che da un lato

mantiene un carattere colto e i legami con la letteratura europea e italiana, o con la storia, ma

dall’altro indaga anche i mutamenti di costume e i turbamenti sessuali dell’adolescenza.

Castellani invece passa negli anni sessanta al mezzo televisivo, con due biografie notevoli

perché, più che interesse pedagogico, manifestano il desiderio di creare spettacolo e rivolgersi al

pubblico televisivo.

IX. La famiglia rosselliniana

Tra tutti i registi italiani Rossellini rimane il più inquieto e desideroso di esplorare realtà narrative e

comunicative sempre nuove. Poco a poco, a partire dagli anni sessanta, si dedica completamente

alla storia, principalmente per il mezzo televisivo, per ritrovare in essa quotidianità, memoria e

possibilità di comprensione della realtà presente.

-Tra i tanti ricordiamo film come Viva l’Italia, 1961; Anno Uno, 1974.

Alla famiglia rosselliniana possono essere assimilati innanzitutto Ermanno Olmi.

-Esordisce con Il tempo si è fermato, 1960, dopo un decennio di attività documentaristica. I primi

film si concentrano con partecipazione emotiva al processo e agli effetti della trasformazione

dell’Italia nel boom economico.

-L’opera senz’altro più celebre è L’albero degli zoccolo, 1978, con il quale vince la Palma d’oro al

Festival di Cannes e ottiene successo internazionale. L’opera è tuttavia anche fortemente

discussa, soprattutto da una critica di sinistra che non accetta la morale sottomessa e passiva del

proprio destino che emerge nel racconto.

Anche Vittorio De Seta esordisce dopo un’attività di documentarista con Banditi a Orgosolo, 1961.

I fratelli Taviani portano avanti un cinema caratterizzato da una pluralità di stili, in cui si innestano

cultura letteraria e artistica, dall’esistenzialismo alla psicanalisi all’astrattismo, modelli

cinematografici basati sullo straniamento di Brecht, su Rossellini, la lezione di Chaplin e Bresson,

ma anche sul montaggio intellettuale di Ejzenstejn. Emerge inoltre una fiducia nell’ideologia

concepita come passione totalizzante e scelta di vita. Ricordiamo Padre padrone, 1977, che vince

a Cannes, o Sotto il segno dello scorpione, 1969, film polifonico in cui la massa è protagonista.

-Negli anni novanta realizzano i loro capolavori, fino alla trascrizione televisiva di Anna Karenina

nel 2000.

In questi film, rispetto al decennio precedente, si incontra un rafforzamento della componente

lirica, narrativa ed epica a discapito di quella ideologica.

Valentino Orsini codirige i primi film dei Taviani, ma rispetto ad essi non è un regista rosselliniano:

egli crede ancora che il cinema possa modificare la realtà ed è più interessato al problema di

costruire un messaggio che allo stile.

Montaldo, Rosi, Petri e Damiani sono registi sempre in lotta con una critica che cerca di collocarsi

sempre più a sinistra della sinistra.

Ferrara, anche lui dopo aver lavorato come documentarista, esordisce nel 1970 con Il sasso in

bocca e si muove con coerenza lungo la storia italiana del dopoguerra, soffermandosi su una serie

di misteri irrisolti (Giovanni Falcone, Il caso Moro, Il caso Calvi).

Liliana Cavani, diplomata al Centro Sperimentale, è uno degli autori più inquieti dal punto di vista

tematico e stilistico e più colti della sua generazione. Realizza biografie di personaggi storici, storie

in cui la follia è protagonista, e poi Il portiere di notte, film più influenzato dalla lezione viscontiana,

in cui la memoria del nazismo viene raccontata in una storia di violenza sadomasochista.

Meno ambizioni culturali ma più interesse per lo spettacolo energico e passionale è Lina

Wertmuller, le cui opere sono caratterizzata da una carica creativa sempre forte. Ricordiamo Io

speriamo che me la cavo, 1992, per l’interpretazione di Paolo Villaggio.

Damiano Damiani è invece un esempio di regista medio, che produce opere di successo e attento

al pubblico a cui rivolgersi; si può situare tra Rosi, dal quale prende l’interesse, negli anni

sessanta, per le storie di mafia e corruzione, e Lizzani, dal quale invece deriva l’interesse per la

spettacolarizzazione della cronaca. Ha un linguaggio asciutto, sembra privilegiare la denuncia

della corruzione e del male, ma ama anche esplorare nuove possibilità all’interno di generi

collaudati, nei quali si impegna in modo versatile e vario.

Di Franco Brusati ricordiamo Pane e cioccolata, che avrà fortuna in Italia e in tutto il mondo.

Tinto Brass diventa invece dagli anni settanta il più colto rappresentante del cinema erotico

italiano, e partire da La chiave (1982), inaugura una stagione di film al confine con la pornografia e

che al tempo stesso celebrano la bellezze del corpo femminile.

-La sua concezione del sesso, seppur maschilista, è comunque una delle più laiche e gioiose di

quegli anni.

-A partire da Senso, 2001, vanno osservate tuttavia il ritorno di ambizioni registiche.

Per Fellini gli anni sessanta rappresentano la stagione di massima espansione creativa.

-In Otto e ½ (1963), egli cerca di registrare la complessità, la crisi, l’impotenza e la potenza del fare

artistico. Il soggetto della narrazione diventa soggetto dell’azione: tutto si svolge in prima persona

e Fellini entra personalmente nelle sue opere. Egli ama trarre immagini dall’inconscio,

l’immaginazione, i ricordi, sogni, e andare oltre i modelli di coerenza e costruzione narrativa

ordinata, rifiutando qualsiasi facile decodificazione, eliminando il racconto e sostituendolo con un

flusso tumultuoso e ambiguo di tali immagini.

Con questo film, che sbalordisce la critica perché non possiede gli strumenti per decodificarlo, egli

varca per sempre l’orizzonte del reale, e tutto è messo in scena con immaginazione per creare un

affresco grandioso.

-Anche ne La dolce vita emerge questo primato assoluto dell’immagine e una parola come

elemento aggiunto, il cui significato va lasciato all’interpretazione libera dello spettatore.

-La critica, se da un lato saluta le sue opere come prodotti innovatori e ne apprezza la ricchezza

scenografica, la cura della fotografia e delle musiche, dall’altro lo accusa di un immaginario

vincolato al mondo piccolo-borghese, di una poetica limitata, circoscritta ai suoi ricordi e fantasmi.

-Con Amarcord (1973), Fellini esplora anche la storia collettiva nazionale senza timore.

-Brunetta lo considera la personalità più rilevante nella creazione di Opere Mondo.

-A partire dalla metà degli anni sessanta, la critica italiana del tempo lo vede come giunto ad un

punto morto di pura ripetitività, e lui stesso ne è consapevole. A partire da Prova d’orchestra

(1979), si ha l’impressione che l’ultimo Fellini, senza perdere la sua creatività, si concentri su

orizzonti sempre più apocalittici, quasi immaginando i futuri film di fantascienza dominati da un

senso di distruzione minacciosa e irreversibile.

Antonioni, regista del gruppo neorealista che più ha cercato di esplorare nuove dimensioni

narrative e rappresentative, dall’Avventura in poi si concentra sui drammi interiori dei suoi

personaggi, utilizzando immagini che si collocano sulla frontiera più avanzata della ricerca visiva

cinematografica del dopoguerra, e regolando i rapporti umani secondo la poetica

dell’incomunicabilità e della perdita di valore dei sentimenti.

-In La Avventura e nei successivi La notte, 1961, L’eclisse, 1962, Deserto rosso, 1964, lo spazio è

ridotto alle sue strutture elementari, come nei quadri di Mondrian, per poi raggiungere dimensioni

quasi metafisiche in Blow up, 1966.

-Il cinema per Antonioni è sempre apparso un modo per riformulare e sintetizzare poetiche e

procedimenti della pittura, della musica, dell’estetica contemporanea, e in Blow up in particolare

questi elementi vengono messi al centro della storia.

Antonioniano viene definito il film d’esordio di Petri, L’assassino, 1961, film poliziesco con una

struttura a frequenti flash-back e un lavoro sull’immagine come mezzo per accostare le psicologie;

il cast di collaboratori è di altissimo livello: attore Mastroianni, aiuto regia Montaldo ecc.

-La collaborazione con Ugo Pirro lo porterà a realizzare la trilogia più significativa della sua

carriera, alla quale appartiene La classe operaia va in Paradiso, 1971. Questo film verrà attaccato

dalla critica, che come abbiamo detto vuole sempre porsi più a sinistra della sinistra e ritiene i film

politici ancora troppo riformisti e di compromesso con il potere.

Vancini è un altro regista che si concentra su eventi della storia recente, in particolare nell’epoca

del fascismo.

Mingozzi è influenzato da Fellini e Antonioni, mescola vari livelli stilistici, in particolare quello

documentario, per cui lavoro prima di esordire nel cinema, e anch’egli si concentra su episodi della

storia nazionale, dal fascismo al terrorismo, senza rinunciare a far sentire la propria presenza

autoriale, la propria carica affettiva e moralità civile.

Del documentarista Ansano Giannarelli ricordiamo il lungometraggio Sierra Maestra, 1968-69, con

cui cerca di richiamare le somiglianze tra l’America Latina e alcune regioni sottosviluppate

dell’Italia, Sardegna in primis.

-Zurlini, come coglie con acutezza Jean Gili, è uno dei più significativi registi di paesaggi: paesaggi

italiani e paesaggi d’anime. Dei suoi lungometraggi ricordiamo il capolavoro tratto da Buzzati, Il

deserto dei tartari, che evidenzia il suo senso di narrazione per riduzione, atmosfere soffuse, vuoti

più che pieni.

Su tutta la generazione degli anni sessanta svetta però la figura di Pier Paolo Pasolini, figura

poliedrica nel campo dell’arte, passa dal giornalismo alla poesia alla pittura al cinema.

-Con Accattone, 1961, si accosta al cinema, e sia in questo film che in Mamma Roma, 1962,

Pasolini cerca di creare tra le immagini dei percorsi figurativi capaci di creare collegamenti con la

pittura italiana rinascimentale, Piero della Francesca, Masaccio e Masolino. In questo grande

importanza avranno le lezioni di storia dell’arte di Roberto Longhi.

-Il cinema gli consente di realizzare la sua naturale vocazione alla contaminazione delle forme e

degli stili: quando si pone dietro la macchina da presa, di cinematografia non sa nulla, eppure ha

una cultura figurativa alle spalle talmente ampia che ne reinventa le stesse regole di base, i

simboli, lo spazio.

-La ricotta, 1963, nei suoi toni dissacranti e di citazione cinematografica e pittorica, segna una

svolta, perché egli si rende conto che il suo cammino di intellettuale gli impedisce di assimilarsi al

mondo sottoproletario che per anni ha tentato di rappresentare e far parlare, cercando di assumere

il suo stesso punto di vista. Ne La ricotta, lui non si identifica nella figura di Stracci, ma in quella di

Orson Welles. Non è più assimilabile ai suoi personaggi popolari.

Da qui in poi si apre una produzione nel segno dei classici, Dante, i Vangeli: letteratura e pittura

sono per lui territori di una ricerca ossessiva, filtri da cui guardare presente e futuro.

-Nell’ultima fase della vita entra in prima persona nel mito, interpretando il presente in chiave

allegorica e figurale, con Edipo re, 1967; Teorema, 1968; Medea, 1969; Decameron, 1970 e altri.

-Il suo nomadismo culturale, la sua capacità di ibridare tutti i linguaggi, fanno si che le sue opere

continuino a parlarci.

Sergio Citti, che ha lavorato con Pasolini, tenterà la strada registica con Ostia, 1970; da citare è I

magi randagi, 1986, per la felice interpretazione di Benigni.

Aiuto regista di Pasolini, Bernardo Bertolucci esordisce a vent’anni con un film pasoliniano, La

commare secca, 1962. Il suo primo vero film è Prima della rivoluzione, 1964, prima di una serie di

opere incentrate sul tema della ricerca del sé e del padre.

-Il suo è un cinema colto, ricco di suggestioni musicali, letterarie e cinematografiche.

-Con Bertolucci si ha inoltre il primo vero laboratorio di studio della luce e del suo ruolo all’interno

del racconto.

-Ultimo tango a Pargi, 1972, è un film che attira subito la censura per il carattere troppo esplicito

delle scene di sesso. La nudità dovrebbe servire per guardare più in profondità l’anima dei

protagonisti, ma è accolta dal pubblico in modo più superficiale e desta scandalo.

-Con Novecento, 1976, affronta invece la grande storia. Grazie a questo film di ampio respiro

epico, Bertlucci è consacrato tra i massimi maestri del cinema internazionale.

Regista lento e poco prolifico, Pontecorvo in La battaglia di Algeri, 1966, racconta le tappe della

lotta di Liberazione che ha portato il popolo algerino all’indipendenza. Lo fa servendosi di una

documentazione rigorosa e spettacolarizzazione degli attentati.

-Egli è attratto dalle figure romantiche dei rivoluzionari e immette nei suoi film una carica emotiva e

ideologica molto forte.

Marco Ferreri si chiude sempre più a imbuto, scegliendo scenari sempre più poveri di energia

vitale; è il regista che più di tutti si interroga sul senso della presenza umana sulla terra; in lui c’è

un senso di autodistruttività e mancanza progressiva delle ragioni del vivere. Nei film italiani, da

L’ape regina a La donna scimmia a L’uomo dei cinque palloni (1965), viene raccontata quasi una

lotta per la sopravvivenza della specie.

-Con Il seme dell’uomo, 1969, si spinge fino alle soglie della catastrofe.

-La carne, Diario di un vizio (1993) e Nitrato d’argento, 1995, chiudono con toni malinconici e

intimisti la sua carriera.

-E’ inoltre uno dei registi più attenti all’interferenza e mescolanza dei linguaggi.

Marco Bellocchio esordisce nel 1965 con I pugni in tasca e viene accolto con entusiasmo, e

influenze da Bunuel. Il film presagisce il clima delle proteste giovanili che verranno di lì a poco, e

l’apertura di una nuova fase storica della società italiana in cui si perde l’orientamento della

politica.

-Con La Cina è vicina, film molto politicizzato, vuole anche dichiarare in modo esplicito la sua

cultura cinematografica.

-Negli anni settanta continua a sviluppare i suoi temi antistituzionali sia con documentarie che con

film di finzione.

-A partire dalla trascrizione televisiva de Il gabbiano di Cechov però, si apre una nuova fase di

rapporto più articolato con la realtà, la storia, il mondo interiore dei suoi personaggi. Al cinema

“gridato” e arrabbiato degli inizi subentra un cinema più intimo e di indagine psicologica del male

quotidiano, dell’ambiente familiare ecc.

X. La perdita del presente

-Crisi del ’68, gli anni di piombo, la critica che gioca allo scavalcamento della sinistra, sono solo

alcune delle cause di una dispersione progressiva di quelle forze ed energie creative che avevano

caratterizzato gli anni sessanta.

-Il cinema italiano degli anni settanta sembra voler abbandonare sempre più il presente per

muoversi alla scoperta della storia nazionale degli ultimi cent’anni. Nel passato, i registi sembrano

quasi voler trovare la chiave di interpretazione e accesso ad un presente caotico e poco

decifrabile.

CAPITOLO V

Dagli anni settanta a oggi

I. Metamorfosi del paesaggio

-Concorrenza del cinema americano e problemi finanziari dovuti ad un calo a picco di spettatori

nelle sale italiane, determina una crisi cinematografica in Italia dagli anni settanta in poi:

innanzitutto nei primi anni settanta molti film non riescono a coprire le spese di produzione, migliaia

di case di produzione chiudono e il filone erotico e western trascinano l’industria con titoli realizzati

in fretta e di bassa qualità.

-Dal punto di vista del mercato, poi, la storia del cinema italiano nell’ultimo quarto di millennio è

una storia di progressiva marginalizzazione e perdita di visibilità. L’amore per il cinema italiano

rimarrà sempre vivo all’estero, ma soprattutto indirizzato ancora verso il passato.

-Nel corso degli anni settanta aumenta in modo massiccio il consumo di cinema, ma si distribuisce

diversamente, a causa della diffusione della televisione, videocassette e videoregistratori.

Parallelamente diminuisce il suo ruolo per l’immaginario collettivo italiano. Piano piano, il mercato

italiano si riduce al ruolo di semplice consumatore di prodotti americani, e si assiste ad un

processo di disaffezione collettiva da parte delle nuove generazioni nei confronti dei prodotti

nazionali.

-I grandi produttori di questo periodo sono quelli legati alla televisione: Rai e Fininvest, con il suo

ramo Reteitalia. Molti registi iniziano a girare per la televisione senza per questo rinunciare al

linguaggio cinematografico, ma piano piano in generale l’appoggio di queste case produttrici avrà

come effetto un indebolimento dei fattori creativi e aprirà la strada alla trasformazione del prodotto

cinematografico in un prodotto con spiccate caratteristiche televisive, perché inconsapevolmente i

registi inizieranno a pensare a produrre per un pubblico televisivo, e non più cinematografico.

Parallelamente nascono anche numerose fiction televisive di successo.

-Agli altri produttori invece viene a poco a poco a mancare la fiducia nella redditività del cinema, e

dunque anche la disposizione a finanziare progetti.

-Le televisioni pubbliche e private cominciano a rendersi conto che è sempre più redditizio

acquistare programmi e filmati prodotti all’estero, piuttosto che produrne con rischio di insuccesso;

solo ala fine degli anni novanta la legge 122 invertirà questa tendenza.

L’abbandono da parte degli spettatori delle sale cinematografiche è dovuta dunque principalmente

all’uso sempre più massiccio del mezzo televisivo e alla concorrenza della sempre più potente

industria americana.

Per quanto riguarda il Luce, nel 1962 diventa una società per azioni e avvia la produzione di

lungometraggi e film d’autore, di registi consacrati ma anche di esordienti e giovani, diventando

punto di riferimento fondamentale per la sperimentazione.

-Dal 1982, all’attività di produzione affianca anche quella di distribuzione ed esercizio.

Pochi film in questo ventennio raggiungono le sale o la considerazione della critica, si potrebbe

parlare quasi di un cinema italiano “invisibile”, nel senso che ogni anno esordiscono almeno una

ventina di nuovi autori, molti dei quali in qualità sia di registi che di produttori dei loro stessi film,

che tuttavia passano inosservati perché privi di qualsiasi sostegno statale e attenzione da parte del

pubblico, il quale a sua volta si fa sempre più ristretto.

-Il numero di case di produzione si fa sempre più alto, negli anni novanta quasi arriva a coincidere

con il numero di film prodotti.

Nel cercare di prevedere il possibile ruolo del cinema italiano nel mercato internazionale, certo il

ritardo tecnologico e la disparità di risorse finanziarie rispetto agli Stati Uniti non promettono un

futuro florido; tuttavia si dovrebbe continuare a credere e investire nella creatività e idee che hanno

da sempre costituito il punto forte del cinema italiano, riprendere le collaborazioni internazionali,

pensare in grande e uscire da un’ottica chiusa entro i confini nazionali.

II. Sotto i segni della perdita e della speranza

-Anche uno sguardo sul cinema italiano dell’ultimo trentennio sembra raccontare un generale

arretramento di tutte le posizioni conquistate nei decenni precedenti, non dobbiamo comunque

ignorare gli sforzi, i tentativi e i risultati che comunque sono stati raggiunti.

Tra il 1975 e il 1985:

1) Calo di spettatori

2) Calo di produzione

3) Ricambio generazionale che non fa emergere personalità in grado di reggere il confronto

con i registi del passato.

La personalità di Nanni Moretti, regista che esordisce nel 1976 con Io non sono un autarchico, si

colloca come una delle poche il cui carisma influenzerà il venticinquennio successivo. Egli sembra

portare avanti una rivolta contro i padri del cinema, una rivolta simbolica e non programmatica ma

che di fatto sembra liberarsi in un colpo delle lezioni dei maestri delle generazioni precedenti. Egli

non spara intenzionalmente contro il “cinema di papà”, come faranno i futuri registi della Nouvelle

Vague parigina, ma di fatto possiede una carica così personale da dare l’impressione di voler

rifondare le regole del fare registico.

La sua insofferenza per ogni idea ricevuta o luogo comune ideologico e il suo forte individualismo

costituiranno per molti un punto di riferimento indispensabile per rafforzare la convinzione di poter

affermare, anche in condizioni così difficili, la propria poetica, e per attivare nuove forze.

III. Due pontefici: Fellini e Bertolucci

Fellini e Bertolucci sono le due personalità che continuano ad essere punti di riferimento

indispensabili, il ponte tra il cinema italiano del passato e i pubblici di tutto il mondo.

-Come già notato, Fellini procede di film in film verso la presa di coscienza di questo vuoto, questo

senso di dispersione che cerca di riempire con maschere di finta gioia e spettacolo. Da Prova

d’orchestra in poi, La nave va (1983) e La voce della luna (1990), le atmosfere si fanno sempre più

apocalittiche, presagiscono catastrofi: dai primi anni settanta in poi, l’opera di Fellini sembra sentire

l’ineluttabile morte del cinema nell'era della modernità, pur non perdendo la capacità di sperare

comunque nel futuro.

In Bertolucci avviene invece qualcosa di diverso: a partire da Novecento (1976), egli trova nello

stile epico il modo per esprimersi, dominando tutti i registri del racconto e le strutture drammatiche,

orchestrando più storie e temi all’interno di un grande flusso di eventi in cui storia e microstoria si

fondono.

-Anche con i successivi film come La luna (1979) e La tragedia di un uomo ridicolo (1981), su

motivi più privati piuttosto che corali, egli si presenta come uno dei pochi registi italiani in grado di

offrire ancora prodotti competitivi sul piano internazionale.

-Con L’ultimo imperatore (1987), si spinge nuovamente al confronto con la grande Storia; con

questo film ottiene l’Oscar e si afferma in maniera definitiva sulla scena mondiale.

-Con Il tè nel deserto, 1990, realizza un film su un viaggio alla scoperta del sé; in Piccolo Buddah,

1993, racconta un viaggio di iniziazione; Io ballo da sola, 1996, torno ad una dimensione più intima

e privata.

-Nel film L’Assedio, 1998, realizzato per la televisione, Bertolucci si focalizza sul tema dell’incontro

tra uomo e donna provenienti da mondi diversi; indaga il tema dell’amore con lo spirito dei

trovadori e della letteratura cortese.

IV. La perdita del Centro (Sperimentale).

-La morte di autori come De Sica, Visconti, Rossellini, Pasolini, verso la metà degli anni settanta,

sembra creare un grande vuoto.

Questo vuoto in realtà si era già creato a causa della gestione rosselliniana del Centro

Sperimentale: Rossellini non crede nella necessità della trasmissione delle conoscenze

cinematografiche, crede piuttosto che ognuno debba trovare dentro di sé la luce e il senso del

proprio lavoro. Viene così a mancare all’istituto quello che per anni era stato il suo punto forte,

ossia una rigorosa formazione cinematografica: se è vero che il talento emerge in modo

spontaneo, è necessario che esso sia accompagnato da competenza e conoscenze adeguate.

Prende quindi corpo l’idea che si può benissimo far cinema senza l’apprendistato scolastico, e

Moretti ne è un esempio; allo stesso tempo però nascono nuove scuole nei primi anni ottanta, che

cercano di colmare in qualche modo il vuoto lasciato dal Centro Sperimentale, tra le quali

ricordiamo la più significativa, Ipotesi cinema, diretta da Ermanno Olmi.

-Dagli anni settanta non c’è più ricerca, spinta verso nuovi orizzonti, rischio, contaminazione di

forme e linguaggi; si moltiplicano i tentativi di raggiungere piena libertà e autonomia nella

realizzazione dei propri prodotti, ma i registi che veramente ci riescono, affermandosi a livello

nazionale, sono casi isolati.

V. Dagli anni di piombo agli anni della fuga

-Dalla seconda metà degli anni settanta il dilagare del terrorismo avvia, anche per gli autori da

sempre dediti al film politico, una perdita di fiducia e di forza della componente ideologica o politica

nel cinema italiano. Le ragioni psicologiche del terrorismo e il clima politico dell’epoca è così

difficile da decifrare, complesso e disorientato, che i pochi registi che ci provano procedono con

fatica.

L’orizzonte ideale si impoverisce, e per qualche anno la maggior parte dei registi ripiega sul

passato o sul privato; bisognerà aspettare la fine del decennio successivo per la ripresa di un

cinema più che politico civile, con temi legati alla storia presente oltre che passata.

VI. Il cinema di Moretti come diario generazionale

-Il film d’esordio di Nanni Moretti diventa uno dei più significativi del decennio: il suo modo di girare

di fatto è approssimativo, in quanto è autodidatta, autarchico e narcisista; egli sembra non

spingersi mai oltre l’osservazione della quotidianità piccolo-borghese, il mondo da cui proviene,

riproducendone la complessità con una tale naturalezza e semplicità da apparire diverso da

qualsiasi regista di quegli anni. In tal modo egli riesce, con La messa è finita (1985) e Palombella

rossa (1989), a rappresentare i comportamenti confusi e contraddittori della sua generazione.

-A partire da Caro Diario (1993), e poi con Aprile (1998) e La stanza del figlio (2001), negli anni

novanta si scorge in lui un’apertura diversa verso la politica, un diverso modo di rapportarsi agli

altri e interpretare le trasformazioni in atto. Questi film segnano la liberazione dal se stesso più

autoreferenziale e una nuova capacità di vedere gli altri.

VII. Autori degli anni settanta

-Gli autori che esordiscono negli anni di Moretti sono autori colti, che hanno saputo metabolizzare

forme e modelli provenienti dalla letteratura, dalle arti figurative e dalla tradizione cinematografica

precedente.

Roberto Faenza, diplomato al Centro Sperimentale; dopo un esordio negli anni sessanta e una

cesura di quasi un decennio, riprende alla fine degli anni ottanta sui grandi temi politici e culturali

del Novecento, partendo da testi letterari importanti, che riadatta con grandi capacità narrative e

stilistiche.

Pupi Avati esordisce negli anni settanta, e si concentra su racconti di storie di persone comuni che

esprimono la cultura materiale, le trasformazioni della vita quotidiana e i comportamenti del XX

secolo. La sue capacità ricordano quelle del narratore epico, del cantastorie.

Con Irene, Irene, nel 1975, esordisce Peter Del Monte, anch’egli diplomato al Centro

Sperimentale.

In questo film la critica vi legge influenze bergmaniane, e in effetti Del Monte rivelerà nella sua

filmografia il dono della leggerezza, lavora sul valore comunicativo degli sguardi, dei silenzi, delle

atmosfere sospese.

Mario Brenta realizza un film ogni dieci anni: in lui c’è una ricerca di essenzialità e rigore; per lui il

cinema è una forma di artigianato alto. Tra i film che dirige ricordiamo Barnabo delle montagne,

1994, dal romanzo di Buzzati.

Sei film in trent’anni è invece il bilancio di Emidio Greco, regista che non nasconde i modelli alti di

riferimento, trae le sue opere da testi letterari e racconta spesso personaggi in fuga dalla realtà

creando dimensioni sospese tra realtà e fantastico. Il film d’esordio è L’invenzione di Morel, 1974.

Fabio Carpi esordisce con Corpo d’amore nel 1972.

Luigi Faccini esordisce nei primi anni settanta; di lui ricordiamo tre importanti opere in cui

approfondisce il proprio modo di rapportarsi alla realtà dell’emarginazione, del dolore, della

consapevolezza dei sentimenti: Donna d’ombra, 1988; Notte di stelle, 1995 e Giamaica, 1997.

Tra gli autori che provengono dalla critica cinematografica ricordiamo Carlo di Carlo, Maurizio

Ponzi (che dapprima presenta un cinema ascetico, d’ispirazione bressoniana, e poi si converte alla

commedia), Salvatore Piscicelli (con un cinema fisico, sensuale e distaccato allo stesso tempo,

profondamente calato nella cultura popolare napoletana).

Giacomo Battiato è uno dei registi più colti dal punto di vista letterario e visivo e duttili della sua

generazione. Egli riesce a far trovare al racconto una dimensione epica, e sfrutta le possibilità

tecnologiche e spettacolari del mezzo cinematografico, ma anche una capacità di ottenere ritratti

psicologici convincenti dei suoi personaggi. Suoi sono Stradivari (1988) e Cronaca di un amore

violato (1995)

La formazione di Marco Tullio Giordana invece è artistica, e i modelli cinematografici sono nel

cinema italiano, da Visconti a Rosi a Pasolini.

Esordisce con Maledetti, vi amerò, 1980, premiato a Locarno, film che affronta il tema del

terrorismo, che riprende anche in La caduta degli angeli ribelli, 1981. E’ un altor di quei registi che

mantiene un forte legame con la tradizione anteriore del cinema, del melodramma, della cultura

letteraria e figurativa italiana. Egli ama l’eccesso visivo e l’uso fortemente mobile e soggettivo della

macchina da presa.

VIII. Dal trash al cult

-La commedia erotica rappresenta un calderone all’interno del quale si mescolano attori e comici

dagli anni settanta in poi; essa è stata generalmente considerata dalla critica come uno di quei

generi trash, spazzatura, in quanto figlia del qualunquismo, del varietà e dell’avanspettacolo.

-Al cinema trash appartengono quelle commedie leggere con sceneggiature scritte di fretta, che

sono un semplice assemblaggio di battute basate su equivoci e doppisensi, e che indagano una

casistica abbastanza ampia, dai vizi di famiglia alla corruzione di figure religiose e politiche,

problemi razziali, omosessualità.

-Tuttavia, questi generi hanno anche funzionato da attrazione nei confronti del pubblico popolare,

che ritrova sullo schermo i corpi delle belle ragazze e le barzellette perse con la sparizione

dell’avanspettacolo.

-Il cinema trash raccoglie tutte le disfunzioni e gli elementi negativi dell’Italia del dopo-miracolo

economico: differenze e stereotipi tra le varie regioni, la corruzione che dilaga, l’illegalità che

diventa la norma.

IX. Il ritorno della scrittura e del racconto

-Nella seconda metà degli anni ottanta ritorna la fiducia negli sceneggiatori, dei quali arriva una

nuova generazione. E’ una generazione che ama il cinema, conosce la sua storia e crede nelle

sue capacità di raccontare.

Di colpo il ruolo della sceneggiatura riacquista centralità e necessità all’interno del cinema italiano.

Propri negli anni in cui il cinema italiano sembra destinato ad affondare inesorabilmente, la

realizzazione di storie ben costruite gioca per qualche anno un ruolo determinante nel mantenere

visibilità a livello internazionale.

-Le fonti di ispirazione sono eterogenee: dalla cronaca all’adattamento di testi letterari, alla storia e

alla vita quotidiana osservata in modo minimalista; c’è inoltre l’esigenza di dare al racconto un

respiro di denuncia sociale o civile più ampio, la volontà di costruire film carichi di valori

“universali”, meno localistici e l’abbandono del desiderio narcisistico di raccontare storie

autobiografiche e di interesse limitato.

-Salvo qualche eccezione, si tende a concentrarsi sui personaggi, i dialoghi e gli elementi

drammaturgici, restituendo al paesaggio il ruolo di fondale neutro e non di soggetto drammatico. E

i personaggi sono ben costruiti, credibili, spesso eroici nella capacità di difendere quotidianamente

il loro senso di moralità e i valori in cui credono, siano essi figure realmente esistite o inventate.

-Il lavoro di documentazione sulla storia recente in molti casi è imponente: si riscopre il valore di

fonti e documenti storici, che vengono studiati con attenzione per realizzare film che pongano

nuovi interrogativi.

X. La generazione degli anni ottanta

-Negli anni ottanta, ad un certo punto cinema italiano sembra voler dire prodotto televisivo, e

cinema americano prodotto cinematografico. Fellini sembra sentire questo malessere diffuso e

senso di catastrofe che caratterizza il panorama cinematografico di quegli anni, lo dichiara

personalmente e lo esprime attraverso i suoi lavori.

-Cercheremo comunque di dare un quadro che racchiuda gli elementi positivi del nuovo, la varietà

di voci e la tenuta del cinema di alcun vecchi maestri.

Negli anni ottanta esordisce con La veritàaaa Cesare Zavattini.

Gianni Amelio realizza il primo film a toccare il tema del terrorismo, Colpire al cuore, 1983, che tra

l’altro mette anche a fuoco le difficoltà del comunicare, in questo caso tra padre e figlio (rapporto

frequentemente indagato dal regista a causa della sua esperienza biografica; viene abbandonato

dal padre quando è molto piccolo).

Il suo pieno riconoscimento arriva però verso la fine del decennio con quattro opere che ottengono

successi internazionali: Porte aperte (1989), da Sciascia; Il ladro di bambini (1992); Lamerica

(1994); Così ridevano (1998). Con Il ladro di bambini si registra il punto più alto della sua

produzione: colpiscono lo stile asciutto e controllato, lo sguardo sui personaggi che ne coglie ogni

più profondo mutamento.

Giuseppe Bertolucci, sceneggiatore, documentarista, regista teatrale, al pari di Amelio ha

praticato un percorso autoriale in piena indipendenza e fiducia nelle possibilità del cinema italiano.

Anch’egli affronta il tema quasi tabù del terrorismo, con Segreti segreti (1984).

Di Bertolucci si deve notare la sua capacità di adattare il suo stile al tipo di storia che racconta, e

l’uso della macchina da presa a valorizzare il lavoro di attori e attrici, fino a riuscire a conferire loro

una piccola aurea divistica. E’ quello che fa con Benigni, nel suo primo film, Berlinguer ti voglio

bene, 1977.

Della filmografia successiva si ricordano I cammelli, 1988; Amori in corso, 1989; Il dolce rumore

della vita, 1999; L’amore probabilmente, 2001.

Regista siciliano che non sarà mai completamente amato dalla critica, Giuseppe Tornatore

esibisce con orgoglio la sua competenza professionale sia a livello fotografico che nell’uso nella

macchina da presa e del montaggio, e anche nella capacità di dirigere gli attori.

-Il suo film d’esordio è Il camorrista, 1986; con Nuovo cinema Paradiso, 1988, in cui racconta la

storia di una piccola sala cinematografica siciliana come centrale immaginativa e di sogni del

mondo di un pubblico popolare, vince l’Oscar come miglior film straniero.

-Tornatore, dopo Bertolucci, appare come il regista che vuole raccontare storie capaci di uscire

dalla dimensione municipale. Con Stanno tutti bene, 1989, Tornatore compie un viaggio di risalita

dalla Sicilia a Torino, rivisitando di fatto i luoghi raccontati dal grande cinema del dopoguerra, da

Visconti, De Sica, Rossellini e Fellini, ma constatando in ogni tappa l’inesorabile degrado della

realtà. E tuttavia il protagonista, pur imbattendosi in un territorio di continue macerie sentimentali e

ambientali, non perde uno sguardo ottimista e speranzoso al futuro.

-Una pura formalità, 1993, è forse il film in cui Tornatore mette in scena il suo dramma di regista

continuamente attaccato e accusato. Il film per rigore registico, tensione drammaturgica, dominio

di tutti gli elementi della scena e intensità dei due interpreti, è forse uno dei momenti più alti del

cinema italiano degli ultimi decenni.

-Con L’uomo delle stelle riprende il tema del cinema come macchina di sogni e segue la storia di

un piccolo imbroglione che, nella Sicilia degli anni cinquanta, vende il sogno di diventare attore

cinematografico alla povera gente dei piccoli paesi.

-La leggenda del pianista sull’Oceano e Malèna sono invece due prove narrative di virtuosismo e

maestria registica, di dominio pressochè perfetto di tutte le parti.

Fra gli esordenti, Francesca Archibugi è quella che riceve più attenzioni dalla critica e dal

pubblico. Esordisce con Mignon è partita, 1988, e già da subito dimostra la sua delicatezza

nell’accostarsi ai personaggi, annullando quasi la sua presenza, manifestando al contempo

un’ampia cultura cinematografica e indagando tematiche di cronaca familiare, vita quotidiana ed

educazione sentimentale. La sua cifra stilistica è quella di riuscire ad assumere in modo naturale il

punto di vista di tutti i suoi giovani protagonisti. Ricordiamo Verso sera (1990); Il grande cocomero

(1993); Con gli occhi chiusi (1994) e L’albero delle pere (1998).

Gabriele Salvatores esordisce con lo shakespeariano Sogno di una notte d’estate, 1983; con i

successivi Marrakesh Express (1989) e Turnè (1990), afferma le sue abilità registiche.

-Con Mediterraneo (1991), riceve l’Oscar per la sua capacità di raccontare, sullo sfondo della

storia della guerra mondiale, un viaggio nella coscienza e la ricerca di un punto di fuga da parte di

otto soldati italiani che non si sentono affatto partecipi delle ragioni della guerra.

-Successivamente, sembra aprirsi una nuova fase nella sua carriera, e con film come Nirvana,

Denti, Amnesia, ci si trova a contatto con una ricerca linguistica, narratologica e stilistica che

sembra volerlo avvicinare al cinema americano (montaggi più dinamici, costruzione di spazio e

immagine più accurata).

Daniele Lucchetti esordisce nel 1988 con Domani accadrà. Come regista egli dimostra di saper

raccontare in modo nuovo e originale la difficoltà dei giovani della sua generazione di maturare fino

alla completa identificazione del sé.

Il suo film più impegnativo e più legato alle vicende politiche di quegli anni è Il portaborse, 1993.

Franco Piavoli esordisce con Il pianeta azzurro (1982) e viene subito salutato come maestro per il

suo straordinario modo di raccontare per immagini, erede della tradizione documentaristica di

Flaherty, Ivens ecc. Il suo p un cinema di vasto respiro lirico ed epico, che funziona per metonimie

e metafore trasportate dal mondo della natura.

Sa far diventare protagonisti dei suoi fil il vento, l’acqua, il cielo, le nuvole; i rumori, inoltre, non

sono meno importanti delle immagini.

Silvio Soldini è un regista che ricerca rigore visivo ed essenzialità, minimalismo narrativo. Il suo

primo vero successo di pubblico è Pane e tulipani, 1999.

Nei suoi film egli dimostra la capacità di definire i personaggi e i rapporti con gli ambienti attraverso

un minimo di elementi, renderli credibili e familiari; il suo cinema realistico è però allo stesso tempo

costantemente immerso in un’atmosfera fantastica e irreale: ogni incontro tra personaggi, ogni

oggetto può assumere significati simbolici.

Paolo Benvenuti è un regista che ricerca un’esasperata qualità visiva, muovendosi in libertà ma

con assoluto rigore all’interno della tradizione pittorica.

Carlo Mazzacurati unisce un ampio patrimonio ormai metabolizzato di conoscenze visive e

cinematografiche con un profondo amore per la propria terra, il Veneto. Egli è interessato ad

indagare i legami tra personaggi e ambienti, e il viaggio di iniziazione di tali personaggi che

partono da una situazione dominata dal senso di perdita di valori e arrivano ad un momento di

riappropriazioni di questi.

-Il suo film d’esordio è Notte italiana, 1987, prodotto da Nanni Moretti.

-Nel 1992 gira Un’altra vita, in cui si affronta per la prima volta il tema degli extracomunitari e

dell’Italia del disagio.

-Nel 2000, con La lingua del Santo, si cimenta nei toni della commedia.

-Nel suo ultimo film, A cavallo della tigre, 2002, libero rifacimento di una commedia di Comencini

del 1963, si ha per la prima volt all’impressione che egli abbia perso il rapporto con il paesaggio e

la sua bellezza, proprio per la percezione di un degrado ambientale che appare senza speranza.

Ancora gli interessa soprattutto l’indagine dei sentimenti forti e dei legami tra i personaggi al di là

della durezza del vivere in cui sono coinvolti.

Davide Ferrario si collega idealmente a Faccini, Di Carlo, Ponzi, in quanto anch’egli proviene dalla

critica cinematografica. Egli dimostra buone capacità di muoversi ai margini dei generi e

raccontare in modo originale il malessere giovanile.

-Guardami, 1999, lo ricordiamo perché è un film in cui l’autore cerca di muoversi sulla linea sottile

che separa il cinema erotico dall’hard.

Volendo raggruppare alcuni registi che esordiscono alla fine degli anni ottanta per affinità

tematiche, stilistiche o narratologiche, si potrebbe considerare coloro che scelgono, anche per

ragioni di budget, di raccontare piccole storie in spazi ristretti.

-Giuseppe Piccioni, con il secondo film, Chiedi la luna, 1991, dimostra la sua capacità di osservare

i personaggi nel momento in cui un evento spezza la loro routine e determina una crisi profonda

nel loro solito modo di vivere e un’evoluzione interiore.

-Carlo Verdone, diplomato al Centro Sperimentale, guida un gruppo di comici, fra cui Benigni,

Troisi, Pozzetto, Nuti, che contribuiscono a ridare spessore, dagli anni ottanta, al cinema comico,

restituendogli quella gamma di toni e corde che sembravano definitivamente abbandonati dal

cinema spazzatura.

Ricordiamo i primi Un sacco bello (1980) e Bianco, rosso e Verdone (1981) in cui dà vita ad alcuni

dei personaggi più significativi della sua carriera. Di film in film, la comicità sembra farsi sempre più

malinconica.

-Se Verdone si può assimilare alla generazione dei padri del genere comico italiano, Maurizio

Nichetti, che esordisce con Ratataplan nel 1979, è figlio delle slapstick comedy di Mack Sennet,

delle magie, della meraviglia e dei trucchi del primo cinema muto, ma anche di Tati, Calvino e

Perec nel giocare sulle molteplici possibilità del racconto e sull’indistinguibilità delle dimensioni del

sogno e della realtà, e anche della lezione zavattinina.

-Massimo Troisi esordisce nel 1981 con Ricomincio da tre; più che per le sue doti registiche è

ricordato per la sua evoluzione e maturazione recitativa negli ultimi anni, dal sodalizio con Scola,

che ha contribuito a rendere il suo sguardo più capae di far sentire il dolore, la sofferenza

amorosa, che ben si esprime nel suo ultimo film, Il Postino, 1994.

-Per anni, Roberto Benigni in qualità di regista sembra voler esibire orgogliosamente il suo non

aver frequentato il Centro Sperimentale; in Tu mi turbi, 1983, film d’esordio, la macchina da presa

è semplicemente al servizio della sua prova attoriale, così come nei successivi Non ci resta che

piangere, codiretto con Troisi, o Johnny Stecchino, 1991. In questi film la regia non si sovrappone

mai alla storia o alla recitazione, scelta che esalta le sue eccezionali doti mimiche, gestuali e

verbali.

Se la fama di altri noti comici italiani come Totò e Petrolini non ha mai varcato i confini nazionali,

con La vita è bella e Pinocchio egli diventa un bene culturale per tutto il mondo.

In questi due film egli, oltre a porsi problemi stilistici inediti, riesce anche a comunicare con il

profondo dell’anima: in La vita è bella riesce a muovere i suoi personaggi all’interno di una

tragedia, facendone sentire tutto il peso ma allo stesso tempo riuscendo a conferire al protagonista

la capacità di costruire un mondo perfetto per l’amore di suo figlio, un mondo non toccato dalla

realtà esterna. Nel gesto finale di Benigni non c’è nulla di eroico, se non la consapevolezza di

essere riuscito a salvare il figlio dall’infelicità e avergli fornito un esempio di altissima moralità e

amore per la vita.

-Ricky Tognazzi, diplomato al Centro Sperimentale come Verdone, è un regista che si mette al

servizio della storia, capace di affrontare con coraggio temi duri e scottanti come il razzismo,

l’usura, la mafia.

Una seconda fase della sua attività produttiva è segnata da più recente Canone inverso, 2000, il

film forse più innovativo dal punto di vista stilistico e più complesso nel viaggiare in memorie,

emozioni, drammi individuali e storia.

-Delle sorelle Comencini, Francesca indaga storie drammatiche, mentre Cristina sembra seguire

più la lezione paterna. Con la versione cinematografica di Va’ dove ti porta il cuore, 1994, tratto dal

libro di Susanna Tamaro, raggiunge il successo e in seguito realizza altre commedie in cui

racconta i mutamenti nell’universo familiare e sentimentale.

-Marco Risi è un’anima cinematografica divisa: da un lato, un’autentica vocazione al film comico;

dall’altra una forte tensione ai film di denuncia e testimonianza civile.

Accanto ad un gruppo di registi e comici di commedia che hanno cercato il rinnovamento e la

conservazione della continuità con la tradizione, c’è stato un gruppo che è riuscito a richiamare per

tutto il ventennio spettatori solitamente refrattari al cinema italiano, che hanno riso per una comicità

che richiamava modelli anteriori (anche del cinema muto) o americani. Questi autori hanno

costituito un gruppo su cui i produttori non esitavano ad investire, sicuri del successo. Ad essi va

riconosciuta una comicità che fa presa sicura sul pubblico perché legata al momento storico o

perché già ampiamente collaudata, dalla slapstick o dalla commedia sofisticata.

Questi film riescono a cogliere un’Italia corrotta, artificiale, l’Italia dell’apparire, volgare e priva di

senso politico, civile o morale, ma sempre pronta ad esibire in ogni momento i propri status

symbol.

Per quanto paradossale bisogna ammettere che le truppe guidate da Fantozzi, Abtantuono o i

Vanzina costituiscono le uniche ad essere un po’ efficaci contro l’avanzata del cinema americano

in Italia negli anni ottanta.

-Ricordiamo tra questi i Vanzina, Neri Parenti.

XI. Gli anni novanta: la crisi, tra continuità e tradizione

-Negli anni novanti molti maestri del cinema italiano continuano a produrre, come Antonioni, Olmi,

Rosi; e artisti della nuova generazione ricevono riconoscimenti internazionali, come Tornatore che

vince l’Oscar con Nuovo Cinema Paradiso nel 1989, Salvatores con Mediterraneo nel 1992, e poi

premi speciali a Cannes per Moretti.

-Roma ha perso il ruolo egemone di capitale produttiva: tale attività è ora distribuita lungo tutta la

penisola.

-Ci sono inoltre, anno dopo anno, esordi degni di attenzione:

Campiotti, passato per la scuola di Bassano, di Olmi, realizza Corsa di primavera, 1989; Come

due coccodrilli (1993); Il tempo dell’amore (1999). Dal punto di vista tematico mostra interesse per

i sentimenti, dal punto di vista stilistico segue i personaggi dissimulando la propria presenza ma

non facendo mancare il coinvolgimento affettivo.

Zaccaro, anche lui frequenta la scuola di Olmi; la sua opera di maggior impegno è Un uomo

perbene, 1999, apprezzabile per la forte motivazione morale, passione e giustizia che lo anima, e

per il lavoro di documentazione che sta dietro il tentativo di tradurre la storia in termini

cinematografici e drammaturgici alti.

Rubini racconta di uomini le cui vite sono improvvisamente sconvolte dall’arrivo di una donna; il

suo primo film è La stazione, 1990; realizza poi Il viaggio della sposa, 1997.

Michele Placido passa alla regia dopo una ventennale attività attoriale. Il suo stile è più vicino a

quello dei maestri che quello degli autori degli anni novanta; in ogni film affronta storie forti,

vicende reali. Tra suoi film ricordiamo Pummarò, Le amiche del cuore, Del perduto amore.

Calopresti esordisce con La seconda volta, 1994, film prodotto e interpretato da Nanni Moretti,

dopo aver lavorato come documentarista. Il film ripropone allo spettatore il tema del terrorismo e

l’impossibilità i concedere perdono. Con il secondo film, La parola amore esiste, 1998 e Preferisco

il rumore del mare, 2000, indaga l’universo dei sentimenti e diversi modi di rapportarsi dei vari

personaggi.

Egli è un regista dallo stile essenziale, che carica di forza significante ogni sua inquadratura.

Mario Mortone viene invece dal teatro d’avanguardia, e nel 1992 esordisce con il suo primo film,

Morte di un matematico napoletano, che vince il Festival di Venezia.

Egli ha un ruolo fondamentale di spinta e aggregazione di tutti quei registi che fanno parte della

“scuola napoletana degli anni novanta”.

L’Amore molesto è il suo film successivo più convincente: la protagonista avvia un doloroso viaggio

all’indietro nel proprio inconscio, che la conduce a ritrovare una verità dolorosa e a reincontrarsi

con l’immagine perduta della madre; più che un vero e proprio film è un work in progress, un’opera

che raggiunge momenti di straordinaria verità.

Altri autori della scuola napoletana sono Pappi Corsicato, il più imprevedibile e influenzato dal

cinema di Almodovar e Pasolini; Antonio Capuano, l’autore più ai margini, più colto, che non si

preoccupa di rappresentare temi difficili, volgarità e immagini deliranti, seguendo allo stesso tempo

la lezione di Brecht.

Roberta Torre con Tano da morire, 1998, si è rivelata per la novità del modo di raccontare, il senso

del ritmo, la capacità d’usare le musiche, come uno dei talenti più originali degli anni novanta.

Il cinema di Ciprì e Maresco, che esordiscono con Lo zio di Brooklyn, 1995, appare più estremo e

marginale, andando ad indagare vicende subumane, disperate.

Alessandro D’Alatri esordisce con L’americano rosso (1991), ma è dal secondo film, Senza pelle

(1994) che il regista sceglie di affrontare storie più ambiziose e difficili, in questo caso un giovane

affetto da gravi disturbi psichici, che si innamora di una più matura impiegata alle poste.

Renzo Martinelli affronta temi di un certo impegno: in Porzus, racconta un episodio di lotta

fratricida all’interno delle forze comuniste; in Vajont, 2000, realizza un’esemplare ricostruzione

della tragedia del Vajont basandosi su un’accuratissima documentazione e nuove tecnologie per

ottenere effetti realistici.

Ferzan Ozpetek, di nazionalità turca, ha compiuto un percorso di formazione da aiuto regista ,

prima di approdare alla regia con Il bagno turco (1997). Nei suoi film (Harem Suare, 1999; Le fate

ignoranti, 2001) vengono affrontati i temi dell’identità sessuale e della perdita di certezze,

dell’apertura alla comprensione e accettazione di altre realtà culturali, religiose, sessuali.

Dopo aver lavorato come sceneggiatore invece esordisce Paolo Virzì con La bella vita, 1994; nei

successivi Ferie d’agosto, 1996; Ovosodo, 1997; e Baci e abbracci, 1999, dispiega la sua capacità

di toccare le corde della commedia e quelle della descrizione d’ambiente.

Leonardo Pieraccioni con Il Ciclone, 1996, guida per qualche anno la classifica dei maggiori

incassi del cinema di tutti i tempi, e sembra per la prima volta mettere d’accordo spettatori di

diverse generazioni; egli mescola ingredienti presi dalle fonti più disparate, fumetti, comiche del

cinema muto, primo cinema sonoro di Camerini, neorealismo rosa degli anni cinquanta.

Egli sceglie quasi sempre un personaggio qualunque, senza grandi aspettative future, la cui vita

viene sconvolta improvvisamente: il caos e il caso guidano le sue commedie fino al lieto fine,

solitamente il coronamento di un amore. La sua comicità nasce da un’osservazione affettuosa

degli aspetti più minuti e quotidiani della vita, dalla perfetta identificazione dell’attore nel

personaggio, del quale emerge sempre l’inadeguatezza ma anche la curiosità e la voglia di

accettare ogni sfida.

Grazie al successo di Pieraccioni, di Benigni e Nuti che l’hanno preceduto, e di quello di Virzì e

Panariello, vincerà sia pure per breve tempo l’idea che la comicità “alla toscana” sia un nuovo

genere cinematografico.

Il Ciclone avrà un grande effetto trainante per la commedia successiva, portatrice di una comicità

sgangherata nella costruzione delle storie e tendente verso il basso.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in dams (discipline delle arti, della musica e dello spettacolo)
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher camilla.marazzi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del cinema italiano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Manzoli Giacomo.

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