Il ronzino del vescovo: una fonte notarile di A. Barbero
Nel 1211, il vescovo di Ivrea è in lite con un suo dipendente, Bongiovanni di Albiano, per le prestazioni a cui quest'ultimo è obbligato in cambio delle terre che tiene in feudo dalla Chiesa. Gli atti della causa sono conservati nell'archivio vescovile d'Ivrea, anche se ne esiste una trascrizione di uno storico del 1900, in cui è opportuno riferirsi ai documenti originali e confrontarli con l’edizione successiva. Grazie a questo confronto si scopre che nell’edizione a stampa ci sono diversi errori.
Si tratta in sostanza di documenti che fanno riferimento a vicende di vita quotidiana e quindi molto preziosi perché fanno capire il funzionamento della società medievale. Gli atti dei litigi inoltre documentavano controversie che obbligavano le parti a definire e argomentare le loro posizioni, spingevano i giudici a formulare molte e precise domande. In questo modo si possono conoscere molti aspetti della società dell'epoca. Soprattutto lo studioso deve essere in grado di interrogare il documento nella sua lingua originale, quindi latino medievale.
Il processo
Il processo verte su questo punto: Bongiovanni afferma di essere nobile e quindi di non essere obbligato al ronzinaggio, mentre il vescovo è di parere contrario. In sostanza vennero redatti diversi documenti, quattro in tutto, con i quali dapprima si dette ragione al vescovo, poi al querelante, infine di nuovo al vescovo.
Documenti della causa
1° doc. è una notitia, riferisce lo svolgimento della lite tra il vescovo e B. d’Albiano fino al momento in cui è stata pronunciata la sentenza. La causa è stata discussa SUB PARIBUS CURIE (assemblea dei vassalli del vescovo). Il vescovo vuole che B. d.A. e i fratelli mettano a disposizione un ronzino in cambio delle terre a loro affidate (tenevano “feudo da ronzino”) in quanto considerati rustici. In questo documento è ben chiara la stessa ragion d'essere della società feudale: la Chiesa possedeva molti territori e li dava in feudo ai contadini che li utilizzavano. In cambio questi dovevano servizi e tasse alla Chiesa. I vassalli invece erano nobili che gli ecclesiastici trattavano differentemente per averne l'appoggio militare. Un'altra differenza visibile era nei cavalli: i contadini avevano ronzini, cavalli più economici per portare pesi e persone, mentre i vassalli usavano cavalli da guerra molto costosi. Ma la distinzione non era limpida anche a causa della mobilità sociale. Il primo atto condanna B. d.A. a tenere un ronzino in servizio del vescovo.
2° doc. deposizione dei testimoni: il verbale raccoglie le deposizioni di 20 testimoni (sia personaggi importanti di Ivrea legati alla chiesa e autorevoli per la posizione sociale quindi canonici, vassalli, sia abitanti della località dov’era situato il feudo in discussione).
- Data la difficoltà di stabilire chi avesse ragione, si fece ricorso ai testimoni. Questo perché all'epoca molte tradizioni e abitudini si basavano ancora sull'oralità e in mancanza di documenti non era sempre facile accertare la verità.
- Le testimonianze rendono interessante il documento perché si tratta di racconti in prima persona, anche se mediati dalla traduzione dal volgare al latino.
- Si tratta in questo caso di persone di una certa età alle quali viene chiesto di portare prove orali relative alla nobiltà o meno dei protagonisti della lite, ovvero di saper dire se li hanno visti fare servizi di ronzinaggio e pagare tasse.
- All’inizio ai testimoni è chiesto se il padre e il nonno di B. d.A. avessero prestato servizio al vescovo. Più o meno la metà dichiara che sì, avevano da generazioni un feudo da ronzino, ma lo potevano dire sul “sentito dire” quindi si esprimono tutti in modo dubitativo. Altri asseriscono che gli avi di B. d.A. erano nobili.
- Viene chiesto che cosa tenevano in feudo dal vescovo i predecessori di B. d.A., quando era avvenuta l’investitura, con quale procedura e in presenza di chi, ma quasi nessuno fu presente.
- Viene chiesto se i predecessori di B. d.A. fossero stati obbligati a subire gli oneri signorili, pagando l’imposta fodro e prestando servizi di trasporto e guardia. Alcuni dicono sì, altri no.
- Viene chiesto se i predecessori di B. d.A. erano nobili e quindi vassalli, ma non lo sanno o comunque rispondono “per sentito dire”.
3° doc. riapertura della causa: sentenza: il vescovo vinta la causa chiese a B. d.A. i danni, il quale trovò dei testimoni disposti a garantire che la sua terra non dipendesse dalla chiesa di Ivrea. I giudici diedero ragione a B. d.A..
4° doc. dichiarazione dei giudici che vanificava la sentenza precedente. Ma l'importanza di questo documento è altra: oltre alla già citata voce di persone reali dell'epoca, esso dimostra che in quel periodo essere nobili non era una condizione giuridica indiscutibile, ma che essa era vincolata a condizioni materiali. Altro aspetto è relativo alle dichiarazioni dei testimoni e ai giuramenti che erano spesso i soli mezzi di prova, così che cominciò a diffondersi l'uso della documentazione scritta. Per finire, l'esito della lite dimostra che in un sistema in cui era difficile dimostrare senza dubbi chi avesse ragione, risultava più utile arrivare a un accordo, anche non dichiarato, che soddisfacesse entrambe le parti piuttosto che distribuire equamente il torto o la ragione.
Storie di fantasmi, progetti di crociata: una fonte epistolare di O. Niccoli
L'autrice ritrovò questa lettera in un testo conservato nella British Library, un catalogo a stampa dei libri italiani pubblicati tra il 1465 e il 1600. La lettera si intitolava: Littera de le maravigliose battaglie apparse in Bergamasca di Bartolomeo da Villa Chiara, stampato a Roma nel 1517 e raccontava di una battaglia infernale e rumorosa avvenuta a Verdello tra eserciti di spettri usciti dal bosco, capitanati da un malefico re e spariti nel nulla dopo mezz'ora di combattimenti. Chi si era avvicinato aveva visto solo dei maiali che entravano nel bosco. Verdello è un luogo che esiste davvero.
Bartolomeo da Villa Chiara è effettivamente esistito, ne parla Marin Sanudo nei suoi Diarii nei quali cita anche testimonianze relative a queste visioni. Un altro scritto di Antonio Verdello da Brescia racconta lo stesso fatto in una lettera che ha il taglio del reportage o di un articolo di cronaca nel quale lo scrittore racconta di aver indagato sulla vicenda, intervistando molte persone e così inaugurò il giornalismo moderno. Inoltre tutti i personaggi e i luoghi erano reali.
Lettere del Cinquecento
Scrivere lettere è un pratica sociale che ha coinvolto persone delle più disparate condizioni sociali e culturali per millenni sino all'avvento delle email e degli SMS. Il dilatarsi degli spazi europei alla fine del Medioevo costringeva a trovare nuove forme di contatto, come quella epistolare, garantito da un efficiente servizio di posta reso necessario anche da una più complessa struttura statale. Nel 500 il servizio di corrieri si infittì ulteriormente e la diffusione della carta facilitò l'aumento della comunicazione epistolare. Le lettere spesso erano “corali”, scritte da più mittenti e con più destinatari. Inoltre si diffuse una nuova tipologia di libro: la raccolta epistolare, la quale a sua volta favorì la formalizzazione retorica del genere.
Si trattava in sostanza di strumenti di comunicazione fondamentali in primo luogo per la pratica mercantile; i mercanti infatti viaggiavano molto e in questo modo portavano, attraverso le lettere, notizie anche di mondi lontani. Queste notizie finivano per girare, essere riscritte, copiate e per circolare in tutta Europa. Le lettere avevano allora la funzione che più tardi avrebbe avuto la stampa. Nacquero le raccolte di copie di lettere che raccoglievano le notizie più interessanti e curiose, ma anche utili e importanti.
Il ritrovamento della prima lettera
Quindi tre scritti che citavano lo stesso episodio del quale non vi era traccia certa: se ne trova notizia nel repertorio Types of the folktale: a classification and bibliography di Antti Aarne e Stith Thompson. Si tratta in sostanza del mito dell'esercito furioso, una credenza di origine germanica diffusa in buona parte d'Europa secondo la quale i morti di morte violenta e prematura, soprattutto i guerrieri morti in battaglia, erano destinati a vagare per l'aria o sul luogo dove avevano trovato la morte (battaglia di Agnadello). Un mito capace di imprimersi a fondo nella mente umana.
Queste vicende divennero famose in tutta Europa grazie alla circolazione delle lettere. Il pontefice Leone X si convinse che si trattava di un segnale dell'invasione ottomana, poiché quella temeva. Guicciardini, governatore pontificio di Reggio Emilia, volle leggerci un segnale di una futura invasione straniera dello Stato di Milano. In sostanza i piani della tradizione folkloristica, della cultura “alta” e della propaganda politica si sovrapponevano, raccontandoci molto della vita culturale e politica italiana del periodo di passaggio tra Medioevo e età moderna. Tutto questo grazie ad una lettera e a sue diverse copie.
Il consumo a Venezia: una fonte contabile di G. Levi
Gli storici dell'economia dell'età moderna hanno messo al centro della loro attenzione il momento della produzione dei beni, ritenendo che questo fosse il motore della trasformazione capitalistica; ma a partire dall'ultimo quarto del XX secolo è cominciato il dibattito sulla cosiddetta “rivoluzione del consumo”, un consumo generalizzato di beni ordinari e non di lusso riconosciuto come premessa fondamentale della rivoluzione industriale.
Ricostruzione dei consumi del passato
Ma davvero prima il consumo era ristretto, o limitato solo ad aristocratici ed élites? Per ricostruire i consumi del passato si utilizzavano gli elenchi post mortem (redatti dai notai per la distribuzione agli eredi dei beni) oppure ci si rifaceva all'apparizione di un determinato prodotto nelle case delle persone. Oggi si ricorre più spesso ai documenti delle istituzioni che nell'epoca preindustriale erano incaricate di raccogliere i conti familiari privati, soprattutto nel caso di mancanza del capofamiglia e di presenza di un tutore per la gestione dei beni, quindi in alcuni stati era un’istituzione per esempio a Venezia.
A Venezia è stato ritrovato un archivio contenente documentazione relativa a tre secoli, dal Cinquecento al Settecento. Non sono documenti omogenei, ma registravano tutte le entrate e le spese e sono preziosi perché aiutano a comprendere davvero i consumi di varie famiglie veneziane, seguendole per anni e dando un'idea chiara delle modalità di consumo dell'epoca. Per esempio, per ogni famiglia si possono trovare voci relative alle spese di vestiario, affitti, stoffe, restauri della casa, maestri per i figli, fatture, scarpe, spese legali e notarili, erano annotazioni precise e minute.
Analisi dei documenti
Quello che i documenti ci raccontano: il primo aspetto è relativo alla legge di Engel, che qui viene confermata, ovvero che livelli differenti di ricchezza e di reddito mutano le percentuali a cui le spese sono destinate (cioè se una famiglia guadagna poco spende una maggiore percentuale delle entrate per mangiare e meno per le spese di ordine religioso, morale e intellettuale). Ma alcune spese “di ordine morale” (es. religiose) sono sempre presenti, a ogni livello di ricchezza.
Un altro aspetto sinora trascurato nelle ricerche è relativo all'ideologia del consumo: per cosa ed entro quali limiti i comportamenti erano ritenuti ideologicamente legittimi o illegittimi? Parliamo insomma degli aspetti soggettivi dei consumi che di solito vengono trascurati in favore della cultura di gruppo. Nella realtà invece si deve ammettere che, anche oggi, in una fase recessiva, è difficile abbandonare determinati consumi. Siamo cioè soggetti a una sorta di inerzia dei consumi che la relazione consumo-reddito non basta a spiegare. È invece sufficiente a giustificare la società capitalista: infatti, continuando a ignorare la soggettività dei consumi e a immaginare che una volta si viveva solo di necessità, mentre nella società industriale si è creato molto benessere, si giustificano le scelte economiche della società moderna.
Le ricerche sui consumi dimostrano invece un'altra storia: nell'Europa medievale e della prima età moderna prevaleva non tanto un'economia della scarsità, ma piuttosto un consumo no.
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