Da mondiale a globale - De Bernardi
Introduzione
Novecento: secolo lungo o breve?
Eric Hobsbawm: secolo breve
Eric Hobsbawm definisce il Novecento come secolo delle guerre. È il periodo di tempo racchiuso tra Prima Guerra Mondiale e Guerra Fredda; sono tre guerre assolute in quanto scontro tra ideologie, scontro che non ammette la pace come naturale conclusione, ma l’eliminazione dei reciproci avversari.
Giovanni Arrighi: secolo lungo
Giovanni Arrighi, economista e sociologo italiano, pone al centro della sua interpretazione il capitalismo e definisce il Novecento il secolo in cui si apre e chiude l’ultimo dei quattro “cicli sistematici di accumulazione”, quello degli Stati Uniti. Il Novecento inizia con il declino del ciclo inglese precedente, nel 1870, e termina circa cento anni dopo.
Charles Mayer: secolo lungo
Charles Mayer, storico, considera il secolo lungo dal 1870 al 1980, quando vengono meno quelli che per lui sono i tratti fondamentali della società novecentesca, il fordismo e lo stato nazionale. In questo contesto si rompe l’integrazione tra Stato e mercato, tra potere politico ed economico: lo spazio economico si rende dunque autonomo da quello dello Stato nazionale ed entra nel più ampio spazio del mercato globale.
Da "mondo" a "globo"
Alla fine dell’Ottocento un nuovo slancio industriale, nuove tecnologie e imperialismo determinano il fatto che il “sistema mondo” del capitalismo inglobi il mondo intero, non solo in senso economico ma anche culturale e identitario. Come ha messo in luce Mayer, questo processo segna la fine del fordismo, sistema di organizzazione di fabbrica in grado di garantire prodotti di massa per un’ampia fascia di consumatori, e lo Stato nazionale, destinato ad entrare in un cono d’ombra nel mondo globale, dove lo spazio di attività del capitalismo è ormai più vasto del campo d’azione politica delle singole entità nazionali. Inoltre, la rivoluzione tecnologica della telematica ha consentito di superare ogni dimensione spaziale e temporale, perciò le identità collettive resistono a fatica a un processo di omologazione transnazionale su scala planetaria.
Irruzione delle masse e differenza di genere
L’irruzione delle masse nella sfera pubblica costituisce un’altra caratteristica fondamentale del secolo, insieme all’irruzione del soggetto femminile nella sfera pubblica e politica, la sua emancipazione e acquisizione di diritti precedentemente negati: le masse dunque appaiono omogeneizzate dal mercato, ma al loro interno si introduce la differenza di genere. Esse costituiscono il prodotto più complesso della modernità novecentesca, e reclamano un’integrazione sociale a cui, a livello politico, le risposte possono essere due: democrazia, intesa come integrazione dal basso, ossia partecipazione concreta delle masse in politica, e totalitarismo (fascismo, nazismo), intesa come integrazione dall’alto, fondata sul primato dello stato sulla società e sulla centralità del capo carismatico.
Capitolo 1: Un nuovo sistema mondo
Il mercato mondiale
Nel 1870 esplode la prima grande crisi del capitalismo in Europa: la causa strutturale risulta la condizione di sovrapproduzione maturata nei decenni precedenti. Nel 1890 questa crisi sembra essere ormai superata. Il settore ferroviario intanto, anche durante la crisi, aveva continuato a trainare lo sviluppo economico, e aveva contribuito in modo fondamentale al processo di integrazione dei mercati, prima nazionali e poi internazionali. Insieme al settore ferroviario, anche la costruzione di tre grandi canali navigabili (Suez, Corinto, Panama) contribuì ad accelerare il commercio mondiale. Questa vera e propria rivoluzione dei trasporti costituì un fattore propulsivo nell’allargamento del mercato a livello mondiale, perché consentì la circolazione di merci su uno spazio sempre più largo.
La fine del liberoscambismo
Il processo di integrazione dei mercati su scala mondiale si unisce a partire dagli anni ’70-’80 dell’Ottocento a uno spostamento delle politiche economiche dei vari stati verso il protezionismo. La crisi aveva infatti smentito il più solido dei postulati del libero scambio, ossia la capacità del mercato di autoregolarsi. Di conseguenza, a parte la Gran Bretagna, che rimaneva fedele alle politiche liberoscambiste, i principali stati europei, su esempio degli Stati Uniti, adottano una nuova politica economica che prevede una maggior ingerenza dello stato nelle economie e nelle aziende.
Un nuovo salto dell'industrializzazione: la seconda rivoluzione industriale
Tra il 1894-96 e il primo decennio del XX secolo l’economia occidentale conosce un nuovo ciclo di espansione economica, la cui intensità ha contribuito ad assegnargli il nome di “seconda rivoluzione industriale”. Il riferimento alla rivoluzione industriale è dato anche considerando che, come accadde nell’Inghilterra settecentesca, questo straordinario balzo dello sviluppo economico doveva saldarsi all’intreccio simultaneo di diversi fattori, primo tra tutti la crescita demografica combinata con l’urbanizzazione della popolazione.
La rivoluzione novecentesca
Tra il 1850 e il 1950 la popolazione mondiale raddoppia grazie a una caduta della mortalità infantile, che tuttavia si combinò a una contrazione della natalità. L’aumento demografico ebbe l’effetto di allargare il mercato e in particolare la domanda di beni di consumo, in parallelo a un incremento dei redditi nelle famiglie meno abbienti. Energia elettrica, nascente settore chimico, acciaio e petrolio furono elementi alla base della seconda rivoluzione industriale.
- L’elettricità: grazie all’energia idroelettrica anche paesi poveri di carbone come l’Italia poterono procedere allo sviluppo industriale; inoltre l’energia elettrica era anche più facilmente trasportabile, e questo consentì la nascita di altri poli industriali e il decentramento industriale che influenzò la crescita urbana. Infine, grazie all’elettricità si svilupparono invenzioni che favorirono la produzione di nuovi beni di consumo.
- Petrolio: impiegato nell’industria automobilistica, nell’illuminazione e nel riscaldamento domestico, dapprima si affiancò e poi progressivamente sostituì il carbone.
- Industria chimica: migliorò la produttività del settore agricolo e incentivò la produzione di nuovi materiali come l’alluminio, i coloranti artificiali per i tessuti.
- Acciaio: altra principale leva della crescita industriale, più vantaggioso del ferro, fu usato nella costruzione di binari, navi caldaie, locomotive, case, automobili, armi ecc.
La grande fabbrica meccanizzata
Accanto all’innovazione tecnologica, un altro fattore contribuì ad aumentare la produzione abbassando i prezzi: la riorganizzazione dei processi e dei modi di produzioni attraverso lo “scientific management” ideato dall’ingegnere americano Taylor e chiamato, perciò, taylorismo. Esso consiste in un’organizzazione scientifica del lavoro industriale per ottenere un basso costo della manodopera e allo stesso tempo alti salari e maggiore produttività. Taylor utilizzò sistemi di lavoro già esistenti, come la suddivisione di operazioni complesse in movimenti elementari che non richiedevano alcuna qualificazione per essere svolti; così la manodopera diventava meno costosa perché dequalificata, e al contempo si otteneva l’ottimizzazione dei processi produttivi e quindi maggiori profitti. La nuova organizzazione contribuì però anche alla creazione di una nuova classe lavoratrice dequalificata e intercambiabile, perciò vulnerabile. Parallelamente, in conseguenza dei processi appena descritti, si avviava una riorganizzazione complessiva del sistema economico mondiale: l’Inghilterra non era più la massima potenza industriale e il ritmo delle esportazioni europee per la prima volta superò quello delle importazioni.
L’imperialismo. La spartizione dell’Africa
Tra il 1880 e il 1910, l’Africa e l’Asia divennero principali obiettivi coloniali di Gran Bretagna, Francia, Germania, Belgio e Italia.
- Ad avviare il nuovo processo di colonizzazione, che prese il nome di imperialismo, fu l’Inghilterra; essa già possedeva un vasto impero coloniale: Canada, Australia, Nuova Zelanda, e, in Asia, India, Birmania, Malesia. In Africa avviò un’ampia campagna di conquiste.
- La Francia possedeva in Africa il Senegal, l’Algeria e la Costa d’Avorio; espanse il suo controllo sulla Tunisia, il Congo occidentale, il Sudan occidentale, il Madagascar. In Estremo Oriente invece aggiunse ai territori precedentemente conquistati l’Annam e il Laos, raggruppati nel 1887 nell’Unione indocinese.
- La Germania stabilì il suo dominio in vari punti dell’Africa, costituendo il terzo grande impero coloniale dopo Inghilterra e Francia.
- L’Italia realizzò una faticosa conquista dell’Eritrea e di parte della Somalia.
- Infine il Belgio, nella colonizzazione del Congo determinò una crisi tra le potenze europee che si risolse nella convocazione di una conferenza internazionale a Berlino nel 1885, con l’intento di delineare l’espansione europea nel continente africano; da quel momento in poi il processo di colonizzazione dell’Africa si accelerò.
Entro l’inizio del 1900, l’Africa era oltre il 90% colonia europea: contribuirono la superiorità tecnica e militare degli europei, tanto che il più delle volte la popolazione locale non volle o non poté opporre resistenza. La suddivisione del continente, proprio per questo, fu fatta quasi sulle carte geografiche, senza tener conto degli insediamenti umani preesistenti e creando separazioni traumatiche le cui conseguenze si risentono ancora oggi.
La questione cinese
La penetrazione del continente asiatico fu più difficile perché gli europei qui ebbero a che fare con società più sviluppate e complesse di quelle africane; inoltre dovettero competere con nuove potenze nella spartizione, come Giappone, Stati Uniti e Russia. In particolare era la Cina che attraeva maggior interesse: il più grande stato del mondo, governato però da una monarchia assoluta che non era capace di introdurre processi di modernizzazione adatti al nuovo contesto internazionale. La tensione esplode nel 1900 con la rivolta dei boxer (nome con cui gli europei chiamavano gli aderenti alla società segreta a capo della rivolta), un gruppo di contadini e lavoratori organizzati in sette segrete xenofobe. La Russia si scontrò con il Giappone per il controllo della Manciuria, e nonostante l’esercito russo fosse numericamente superiore, venne sbaragliato da quello giapponese, meglio equipaggiato e con una flotta più avanzata, tra il 1904-1905. Tuttavia, europei, russi e giapponesi finirono per riconoscere che sottomettere la Cina sarebbe stato difficile, perciò ne riconobbero l’indipendenza e la costrinsero solo a partecipare a scambi commerciali europei e americani.
Le cause dell’imperialismo
- L’imperialismo venne visto come strumento per superare la crisi economica da sovrapproduzione, perché significò un allargamento dei mercati nazionali.
- L’imperialismo, oltre che fattore di risoluzione della crisi, portò nuova ricchezza e sviluppo, in quanto le potenzialità economiche e produttive delle colonie vennero sfruttate a favore degli stati colonizzatori.
- L’imperialismo derivò anche da motivazioni geopolitiche: l’espansionismo adottato da diverse potenze europee corrispondeva a un tentativo di far perdere alla Gran Bretagna il suo primato mondiale.
- L’imperialismo a livello politico fu usato come strumento di propaganda di massa da parte di partiti liberali, conservatori e di estrema destra nazionalista, che facevano leva sull’idea che la grandezza il potere della nazione coincidessero con la creazione di un vasto impero coloniale.
Stato e capitale monopolistico
La crisi da sovrapproduzione fu superata non solo attraverso la riorganizzazione produttiva (taylorismo e fordismo) e allargamento del mercato tramite l’imperialismo; era infatti necessario anche costruire nuovi modelli di imprese che fossero in grado di gestire l’intera produzione, dalle materie prime al prodotto finito, per controllare il mercato.
- Nascono così i monopoli o trust, che si adattavano a un sistema protezionistico ed imperialista, nel quale i mercati erano territori chiusi dominati dalla paura dell’eccesso di capacità produttive e, pertanto, in necessità di essere controllati.
- La sopravvivenza dei monopoli era legata alla possibilità di accedere a grandi risorse economiche, e questo fu possibile grazie alla capacità da parte del sistema bancario di trasformare risparmi privati in capitali d’investimento. Lo strumento tecnico che rese ciò possibile fu la banca mista, che univa funzione di deposito e di investimento. La banca si pose dunque al vertice dell’organizzazione economica finanziando le industrie.
- In questo contesto prese corpo anche il nuovo sistema monetario internazionale basato sulla parità aurea, il Gold Standard. Esso si basava sulla convertibilità dei biglietti di banca in oro. La sua accettazione significava accettare il predominio dell’Inghilterra negli scambi internazionali, e allo stesso tempo rese indispensabili le banche centrali, in grado di controllare le riserve auree dei singoli paesi e tutelare un sistema di cambi fissi tra le diverse monete.
Scelta protezionistica, espansionismo coloniale, definizione di una nuova politica monetaria incentrata sulle banche centrali, rappresentavano un enorme cambiamento dello stato, dal liberismo a un’economia che dipendeva largamente dal suo intervento, un sistema in cui blocco politico, militare ed economico coincideva. In tale blocco, l’ideologia politica corrispondeva sul nazionalismo e la potenza: sul piano esterno, questo ebbe come conseguenza l’incremento della concorrenza tra i vari stati e di conseguenza l’instabilità geopolitica; in poche parole, il rischio di una guerra diventava sempre più probabile.
Capitolo 2: La nascita dell’occidente
La società dei consumi
A partire dal XX secolo fece la sua apparizione, in primo luogo negli Stati Uniti, la moderna società dei consumi, che nasce quando un numero sempre più grande di persone si trovò nella condizione di dedicare una quota maggiore del proprio reddito e del proprio tempo libero all’acquisto di beni voluttuari. Questo fu possibile grazie ad un aumento graduale dei redditi e alla riduzione dei prezzi dei generi di largo consumo.
- La spinta propulsiva fu data dall’automobile; Henry Ford nel 1910 produce una macchina utilitaria, il mitico Modello T, il cui prezzo era basso grazie alla riorganizzazione del lavoro industriale introdotta da Ford e basata sulla catena di montaggio. L’utilitaria ben presto diventa emblema del benessere raggiunto dalla società statunitense nel suo complesso.
- Parallelamente la distribuzione delle merci si organizza grazie ai grandi magazzini, il primo aperto a Parigi nel 1852.
- Fondamentale per la società dei consumi fu anche la pubblicità, volta a influenzare e stimolare consumi ma successivamente anche influenzando comportamenti e cultura delle masse popolari.
La costruzione del tempo libero
L’industrializzazione produsse non solo un aumento della diffusione di beni e consumi ma anche una frattura volta a separare tempo di lavoro (scandito da ritmi e orari ben definiti) e tempo libero, che venne associato ad attività di svago, come sport, cinema, vacanze e gite. Lo svago così strutturato divenne un’ulteriore declinazione di consumo. La disponibilità di tempo libero e la sua progressiva occupazione con attività di svago prima impensabili, fece sì che gli strati più bassi della popolazione iniziassero a riprodurre comportamenti borghesi, come appunto la moda del turismo. Tutte queste attività, inoltre, presupponevano un crescente grado di alfabetizzazione: il consumatore moderno infatti doveva saper soprattutto leggere: leggere i contenuti pubblicitari, le locandine, gli orari delle partite, il giornale. Il giornale in particolare divenne il principale strumento di propaganda, sia commerciale che politica. Parallelamente ad un’estensione dei consumi, si verifica anche un’irruzione di masse sulla scena politica: nel processo che si lega anche all’estensione del suffragio, inizia ad articolarsi una conflittualità sociale che vedeva da un lato la progressiva mobilitazione e presa di coscienza politica da parte delle classi operaie, e dall’altro un nuovo protagonismo delle classi medie, che volevano raggiungere una loro rappresentanza in campo politico, in contrapposizione sia alla classe operaia sia a quella borghese imprenditoriale.
La democrazia di massa: conflitti e nuove forme di partecipazione
Allargamento del suffragio, accesso sempre più ampio ai beni di consumo, alfabetizzazione e istruzione diffuse (lo stato aveva reso obbligatorie le scuole elementari, sia per istruire i giovani e renderli più funzionali all’organizzazione del lavoro, sia per creare nei nuovi soggetti sociali, nelle masse, la coscienza di appartenere ad un’identità nazionale) e associazionismo di massa (servizio di leva ecc.) segnalavano la crescente democratizzazione della società occidentale. Tuttavia l’ascesa delle classi medie urbane (settori impiegatizi e terziario) e della classe operaia si scontrava con il potere consolidato delle classi che avevano assunto la direzione delle nazioni sin dall’Ottocento. Fino allo scoppio del primo conflitto mondiale, il potere statale restò...
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