Esame "Psicologia dello sviluppo"
Libro adottato De Lumè
Enrico: "Dove stiamo andando, zia?"
Zia: "A trovare il nonno, al cimitero, ma prima compriamo i fiori"
Enrico: "Così il nonno muore di meno"
Al Prof Gaetano Quarta
"Così muore di meno"
Presentazione
A trenta [9] anni dalla promulgazione della legge 517/1977, un testo sulla psicologia dell’handicap non vuole essere solo una "celebrazione" di una data che ha segnato una svolta nella politica della scuola verso le persone con handicap, ma esprime l'esigenza di dare un ulteriore contributo all'approfondimento e al dibattito di un tema e di un problema che continuano a coinvolgere il mondo della scuola e la società in generale.
L'attuazione della legge ha risposto all'esigenza di inserimento nella scuola, ma ha inciso ben poco, né poteva farlo, sulla qualità dell'integrazione che per raggiungere livelli accettabili deve trovare i suoi spazi non in sterili commi, ma nella capacità degli insegnanti (ma pure delle famiglie e dei diretti interessati) di gestire una relazione nella quale le competenze sono sempre colorate dalle emozioni, da sentimenti di possibili rifiuti, di continue e sofferte sconfitte, ma pure di successi, il più delle volte minimi, rispetto all'impegno e al lavoro svolto.
Il libro è anche, se non soprattutto, un modo per far conoscere il pensiero di uno studioso e di un maestro, prof. Gaetano Quarta, che con lungimiranza, sensibilità, competenza, ha sempre avvertito l'esigenza di approfondire e divulgare la conoscenza delle dinamiche psicologiche che sottendono la relazione con le persone che vivono in situazione di handicap.
Brani tratti dalle sue lezioni tenute agli universitari sono il fil rouge, nel testo in corsivo [nel riassunto no], che si snoda e unisce i temi trattati: handicap e scuola, handicap e famiglia, integrazione scolastica e sociale. Il testo si avvale di un contributo del prof. Nicola Paparella sull’importanza delle tecnologie che oggi supportano il lavoro dell'insegnante, un contributo che non è soltanto frutto di una specifica competenza, ma anche un modo di continuare un dialogo con un amico prima ancora che collega.
Capitolo I. Handicap: realtà, limiti, frammentazione
1.1 Noi e gli "altri": difficoltà di relazione
La situazione socio-culturale attuale ha visto l'abbattimento di molti muri costruiti sul pregiudizio e sugli stereotipi che hanno condizionato l'universo handicap, però sembra potenziare una sempre più globale cultura dell’apparire che annulla l’essere che costituisce l'unico fattore su cui si fonda la vera uguaglianza delle e tra le persone. L'essere, per ciascuno, è strettamente personale, irripetibile e, proprio per questo, non suscettibile di confronti e, quindi, di collocazione su scale di maggiore o minore valore.
Con la ricchezza propria della sua originalità, è la stessa diversità che costituisce la condizione per avere un rapporto insostituibile, affinché l'umanità sia colta nella sua totalità reale, salvo che pregiudizi, nella determinazione dei valori, non impongano processi di selezione e, quindi, di esclusione. Ed è proprio all'interno della diversità che va individuato l’apporto specifico ed insostituibile di ogni soggetto nella composizione della mappa globale della natura della condizione umana realisticamente considerat[e].
La valorizzazione del mondo dell'handicap avviene, infatti, quando ogni persona indipendentemente dal proprio modo di essere e delle sue capacità, è riconosciuta elemento essenziale per l’integrità delle risorse umane. Nella quotidianità e nel contesto della cultura dominante, fatta di consumismo, efficientismo, distorto significato di globalizzazione, la persona rischia di rimanere annullata da false credenze generalizzate, legate a pseudo bisogni ed è diventata una variabile dipendente del soddisfacimento dei bisogni di alcuni contro la giustizia del benessere per tutti.
Avvertiamo però, a livello sempre più profondo ed incoercibile [inarrestabile], la nostalgia di frammenti del mondo umano, la cui perdita non è stata purificazione né tanto meno profitto, bensì impoverimento. Sono stati esodi ed esili che hanno comportato la perdita dei parametri del globale benessere e della consapevolezza dei limiti entro cui si colloca la vera identità dell'umana esistenza.
La presa di coscienza dell'essere frammento, rimanda, sul piano psicologico, alla totalità della quale e nella quale ne conserva ogni parte. Infatti, "ogni frammento di un pezzo di ceramica suggerisce la totalità del vaso, ogni torso di marmo è visto nella luce dell'intera statua. Sarà la nostra esistenza a costituire l'eccezione? Ci lasceremo convincere che quello stesso frammento che è la nostra esistenza costituisce l'intero? Ma se noi facessimo questo, non avremmo forse abbandonato l’idea di trovare un senso alla frammentarietà stessa rassegnandoci al nonsenso?" (Balthasar, 1990 pag. XXIII).
Rassegnazione che significa rinuncia e delega, bisogno di chiudersi in se stessi e ciò consente di ampliare uno spazio nel quale si annidano fantasie persecutorie o inutili corse verso l'effimero e il vuoto. Nell'universo impropriamente diviso, anzi frantumato, siamo diventati preda della paranoia, sciogliendo il vincolo stabilizzante del rapporto con la realtà e stiamo naufragando nello stress delle cose e del fare, nella frustrazione e nella solitudine delle persone, in un mondo popolato da una folla di cose, di idoli inerti, freddi e muti, senza voce e senza canto. Questo naufragio è, in buona parte, dovuto al non aver saputo comporre la diversità con l’unità. Le differenze hanno moltiplicato i frammenti, generando tra loro sospetti, incompatibilità, conflitti ed esclusioni.
L'esistere è diventato il palcoscenico di sterili esibizionismi: [...] della forza, dell'efficienza, della perfezione ambita, ostentata, ma mai posseduta, della bellezza fragile, delle ambizioni fatue, della concorrenza, quindi, dei conflitti, fino della violenza. Tutto praticato, tutto giustificato, tutto premiato, ma all'insegna della fatuità.
Purtroppo, questi punti critici dell'odierna cultura dominante, sono fisiologici in un mondo artificialmente selezionato e, quindi, privato di alcune sue parti costitutive senza le quali si rompono gli equilibri e si scatenano reazioni incontrollabili, simili a quelle della mancanza delle specifiche assenze immunitarie. L'esclusione del mondo dell'handicap ha compromesso la vera identità della condizione umana, nel cui tessuto si sono aperte delle crepe attraverso le quali si sono inseriti dei fattori estranei che hanno favorito la proliferazione di tante illusioni e presunzioni che hanno consentito l'alterazione della percezione della realtà e, soprattutto, hanno velato il mondo dei valori.
L'atteggiamento e il vissuto che continuano ancora a caratterizzare la relazione con la persona handicappata, fanno "riferimento ad un sistema simbolico (la cultura dello scarto) che scarta, in quanto parte disintegrata e disintegrabile, quel frammento che è l’umanità del disabile...oppure, opera l'integrazione dell'umanità del disabile solo ad un livello materiale e non spirituale" (Lascioli, 2000, p. 41). La conseguenza più grave, psicologicamente e socialmente preoccupante, interessa la modificazione della scala dei valori. La persona è stata decentrata ed ha perso la prerogativa di essere soggetto unico, originale e, in quanto tale, non collocabile su scale gerarchiche.
Si può essere belli o brutti, con capelli biondi, castani o neri, con la pelle bianca, nera o gialla, alti o bassi, grassi o magri, intelligenti o meno, ma tutto ciò non importa nulla per avere riconosciuto o negato il diritto ad essere persona. Nessuno di questi attributi, considerati accidentali, può essere criterio per includere o escludere una persona dalla categoria dell'essere. L'essere appartiene a tutto ciò che esiste e per questo non è appannaggio di nessuno, né in senso privilegiato, né, tanto meno, in senso esclusivo.
1.2. Il percorso verso l'altro: prendere, apprendere, comprendere
La capacità di relazionarsi e di accettare l'altro passa attraverso un percorso il cui inizio si colloca al momento della nascita e si perfeziona lungo l'arco della vita. La prima fase dello sviluppo è caratterizzata dal soddisfacimento dei bisogni e per questo si impone con la sua piena legittimità del prendere. Il neonato subito dopo la nascita "prende" l'aria per respirare autonomamente, "prende" il capezzolo della madre per nutrirsi, "prende" l’attenzione, l’affetto, la disponibilità delle persone che lo circondano per poter sopravvivere psicologicamente.
Il bambino inizia la sua storia nel mondo e la costruzione dell'io attraverso questa posizione centrale, egocentrica che gli dà il diritto di avere tutto e rende legittima ogni sua pretesa. La traiettoria privilegiata dello sviluppo va dall'esterno all'interno, attraverso la bocca che diventa non solo veicolo di nutrizione, ma anche di conoscenza.
Rimanere fermo in questa fase significa senz'altro contare sempre sulla disponibilità degli altri, ma anche e, soprattutto, bloccarsi in una dimensione di impotenza e di incapacità, di fragilità dell’io, e ritornarci, da adulti, significa oggettivare un temporaneo stato di disagio e di bisogno. Gli anziani, gli handicappati, i malati, trovandosi in uno stato, temporaneo o duraturo, di incapacità, stabiliscono una legittimità del prendere, reclamano la disponibilità, spesso totale e totalizzante, delle persone che sono accanto a loro.
Nell'arco normale dello sviluppo, la fase di egocentrismo e indifferenziazione, vede formarsi le prime crepe quando il bambino attraverso il prendere, comincia ad apprendere [seconda fase dello sviluppo], cioè si modifica sulla base delle informazioni che gli provengono dal mondo esterno, gli oggetti e le persone.
Il bambino comincia a confrontarsi con il limite posto e imposto da una realtà che dapprima è il suo stesso corpo, quindi la madre, per poi estendersi progressivamente al mondo animato e inanimato che popola il contesto in cui vive. La fase dell'apprendimento consente al bambino, attraverso continue trasformazioni e adattamenti, di allontanarsi dallo stadio dell'egocentrismo per aprirsi all'altro.
E, certamente, non è un percorso facile: nuovi sentimenti, paure, angosce, cominciano ad invadere l'io. Sul piano relazionale, la progressiva differenziazione comporta la fase dell’oppositività generalizzata a tutti i voleri e gli ordini della madre. E' la ben nota fase del no.
Proprio dall’iniziale distinzione dalla madre, si comincia a sviluppare nel bambino il senso dell'alterità, della legittima presenza di un altro al quale bisogna fare spazio per renderlo presente. Al contempo, la percezione di essere non più il tutto, l'unico, comporta come naturale conseguenza, l'alternativa di poter naufragare nel nulla.
La simbiosi con la madre era la garanzia della sua sopravvivenza, grazie alla fruizione diretta della stessa vita della mamma. Ora che comincia questa nuova fase di differenziazione, all’insegna della contrapposizione e del conflitto, è legittimo il sospetto che la mamma possa reagire con modo aggressivo-punitivo nei confronti del figlio non più docile e passivo. E' una possibilità, questa, che il bambino teme ma che non sa né può eludere.
L'esplorazione della realtà, la conquista di nuove mete, rese possibili pure sul piano fisico dalla capacità di muoversi autonomamente, esaltano il bambino ma lo costringono, sempre più frequentemente, a ridimensionare e modificare anche il proprio spazio psicologico. L'esistere comporta necessariamente il confrontarsi con il limite. L'accettazione del limite è la necessaria premessa per uscire dalla fase dell'onnipotenza illusoria ed entrare nello spazio della realtà e della verità. Senza accettazione del proprio limite non è possibile stabilire relazioni. La relazione, infatti, è già un modo per allargare il proprio spazio, grazie alla reciproca accoglienza che consente l’occupazione e la condivisione di più spazi.
La contrazione dell'io per rientrare dentro lo spazio reale del proprio limite comporta un processo lungo e laborioso. Nel labirinto di queste dinamiche si trovano le radici della difficoltà a relazionarci in termini interpersonali e sociali. Nel contesto dell'altro come evidenziatore e causa del mio limite, l'altro diventa innanzi tutto il mio rivale, anzi, il mio nemico, il mio cavallo di Troia. Se lo accolgo, mi attacca e mi sopprime. Se lo ritengo un dono, mi illudo e mi inganno. Se mi accoglie, mi fagocita e mi annulla.
A causa di queste perplessità non è facile gestire la paura che esse comportano e neppure entrare fiduciosi nel campo della realtà, serenamente accettarla e, senza alterarla, utilizzare i frammenti che essa ci offre per approdare all'esperienza della fiducia e della collaborazione.
Senza tutto ciò, la rete delle relazioni non s'infittisce, i frammenti vanno alla deriva componendo le forme, ponendo così le premesse per la perdita della identità e del senso di se stessi e di tutte le cose. L'emarginazione del frammento genera una pseudo tranquillità che, per nutrirsi e sopravvivere, assorbe tutte le energie che, invece, dovrebbero produrre efficienza e creatività.
Non è semplice, per il bambino, vivere all'interno dei sentimenti contraddittori e spesso violenti che lo invadono e mettono in pericolo la possibilità di comprenderli nella loro essenzialità. Ma soprattutto, il bambino non è cognitivamente pronto a rappresentarsi nel futuro. Non sa, non può ancora sapere né prevedere, la risposta degli altri al suo bisogno di rotolarsi nella vita.
Ma proprio il rapporto con gli altri facilita il passaggio alla terza fase dello sviluppo, quella del comprendere. Se nel prendere l’io è in una situazione di relativa passività, nell'apprendere si modifica ma in una dimensione di doppio campo (l’io da una parte, le cose dall’altra), nel comprendere rimodella la sua composizione spaziale e si dispone in uno spazio circolare nel quale si collocano e colloca pure gli altri.
In questo spazio l'io comprende, è compreso e si comprende: le forme del verbo (attiva, passiva, riflessiva) diventano le uniche possibilità di relazione e permettono di condividere le stesse esperienze nella stessa condizione di identità dell’io (comprendersi), accettazione dell’altro (comprendere) e accettazione da parte degli altri (essere compreso).
La relazione con il diverso si colloca già nella fase dell'apprendere per poi perfezionarsi nella successiva e comporta continue correzioni di rotta che rendono possibile il ridimensionamento e l'abbattimento del vissuto dell'avere a favore di quello dell'essere. Questo percorso è reso possibile dalla presenza dei portatori di handicap che diventano con il loro “esserci” il punto chiave di tutta la problematica sottesa la possibilità di una loro accettazione nella dinamica relazionale.
È, infatti, la presa di coscienza della loro esistenza e presenza che porta alla luce tutta una serie di valori e di prospettive nuove che sono rimaste sepolte sotto i cumuli del pregiudizio, delle abitudini e dell'ignoranza. È difficile, infatti, capire quale fondamento logico possa sostenere la presunzione che una parte soltanto della comunità umana potesse ritenersi l'unico ed integro esemplare della condizione umana, senza accorgersi che la parte mancante, perché elusa in nome della ridotta capacità di fare, inficiava, sostanzialmente, la sua identità, riduceva le sue risorse, determinava una situazione nella quale potevano proliferare le illusioni, le paranoie, le povertà ed i disagi più impensati.
Sono i portatori di handicap che modificano le concezioni riduttive ed improprie della condizione umana, della sua universalità ma anche della sua diversità, della sua solidarietà, del suo saper fare comunione proprio in nome delle differenze. Si apre così un orizzonte che può allargare i suoi confini senza frantumarsi, che tutto accoglie senza nulla escludere, che si legittima proprio perché ignora la negazione e l'esclusione.
La persona handicappata ha una sua autorevolezza che le deriva dal fatto che ha una capacità in più rispetto alla norma, quella, cioè, di sopportare una condizione di vita ben più difficile di tutte quelle altre che le persone normali ritengono per loro difficili e pesanti.
L’handicappato, perciò, filtra e previene il malessere che non dovrebbe appartenere alla condizione umana. Il progresso scientifico della medicina, della psichiatria, della psicologia, della farmacologia, lo dobbiamo al mondo dell’handicap. A questo mondo dobbiamo la promozione della solidarietà, del volontariato, dell'accoglienza, della virtù della pazienza, della generosità, della condivisione e, soprattutto, il magistero che la serenità del vivere può essere compatibile con il soffrire.
Questi germogli di umanità più vera, sono stati assenti per lungo tempo nel grigio inverno dell'esclusione di tanta ricchezza di valori e di potenziale umano.
1.3. I mille volti dell'altro
L'evoluzione della personalità inizia da uno stato primitivo psichico nebuloso ed istintivo, fatto di accumulo di esperienze non ancora delineate e non riferite a parametri come interno-ester...
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