Psicologia dello sviluppo: Lo sviluppo del linguaggio e della comunicazione
In questo capitolo ci occuperemo del linguaggio e del suo sviluppo dal punto di vista psicologico. Vedremo cioè attraverso quali processi e meccanismi il bambino impara a produrre e a comprendere la lingua materna. I bambini imparano lingue diverse (l'italiano, l'inglese o il cinese) a seconda della cultura e della comunità alla quale appartengono. Con il termine «linguaggio» ci riferiamo agli aspetti che sono comuni alle diverse lingue, anche se per altri aspetti le lingue differiscono tra loro.
Che cosa è il linguaggio?
Imparare a parlare significa acquisire in un tempo relativamente breve — di norma nei primi tre anni di vita — una capacità straordinariamente complessa. Negli anni successivi il sistema linguistico si espande, si specializza e si consolida fino all'inizio dell'età scolare, quando l'acquisizione della lingua scritta segna un altro progresso importante.
Per imparare ad utilizzare efficacemente il linguaggio, il bambino deve:
- Analizzare i suoni linguistici che ascolta così da identificare le unità costituenti la propria lingua materna (fonemi, morfemi, parole e frasi).
- Padroneggiare i pattern articolatori necessari a produrre i fonemi e le sequenze di fonemi della propria lingua.
- Acquisire e ampliare un vocabolario contenente un enorme numero di voci lessicali e altrettanti significati.
- Padroneggiare le regole morfologiche e sintattiche per combinare le parole in frasi grammaticalmente corrette.
- Imparare a conversare, ad utilizzare le diverse funzioni comunicative del linguaggio in base al contesto e all'interlocutore, e a produrre un discorso.
Non si può parlare di sviluppo del linguaggio senza inserirlo all'interno di una più ampia capacità comunicativa, ma al contempo è importante sottolineare la sua specificità, cioè le proprietà che rendono il linguaggio unico e diverso da altri sistemi comunicativi. Queste proprietà sono essenzialmente due: la creatività e l'arbitrarietà. Chi parla una lingua è in grado di produrre una grande varietà di messaggi combinando tra loro un numero limitato di unità-base di quella lingua (fonemi e parole). Inoltre, nel linguaggio la relazione tra suoni e significati è arbitraria; il significato non può essere ricavato dalla forma dei suono e pertanto deve essere appreso e trasmesso culturalmente da una generazione all'altra.
Le più importanti teorie sull'acquisizione del linguaggio
Le principali teorie sull'acquisizione del linguaggio hanno cercato di rispondere a tre domande fondamentali:
- Qual è il peso della componente innata e della componente appresa nell'acquisizione del linguaggio?
- Quali rapporti intrattiene il linguaggio con le capacità cognitive e sociali dell'individuo?
- È possibile stabilire una relazione, e quale, tra il linguaggio e la comunicazione?
La spiegazione innatista
Negli anni '60, sulla base delle teorie esposte dal linguista statunitense Noam Chomsky, venne ipotizzata l'esistenza di un dispositivo innato per l’acquisizione del linguaggio (Lad, Language Acquisition Device). Si tratta della base biologica grazie a cui si sviluppa il linguaggio. Essa è strutturata secondo una grammatica universale (Gu), cioè «il sistema di principi, condizioni e regole che sono elementi o proprietà di tutte le lingue». Occorre però notare che la Gu è un sistema strutturato in modo complesso, ma solo parzialmente definito: ciascun principio può essere specificato in alcune modalità diverse.
Ad esempio, un requisito universale è che in ogni frase deve esserci un soggetto strutturale, logico. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che esista un parametro Pro (pronome), che può assumere un valore «+» o un valore «—». Il parametro è positivo se la lingua ammette frasi in cui il soggetto non è espresso, come ad esempio l'italiano (es. Andremo al mare domenica); esso assume valore negativo se la lingua non ammette frasi senza il soggetto espresso, come ad esempio l'inglese.
Dai dati raccolti sui bambini italiani e inglesi della stessa età, sembrerebbe che questo parametro sia inizialmente assettato sul valore «+», come in italiano, e solo successivamente i bambini inglesi imparerebbero dall'esperienza che nella loro lingua esso deve essere assettato sul valore «—».
Il modello teorico innatista, sebbene sia stato riportato al linguista Chomsky, perché primo e sicuramente più autorevole proponente, è stato sistematicamente presentato da McNeill, che formulò l'ipotesi del Lad. Chomsky stesso in una videoconferenza spiegò la sua convinzione sulle basi innate del linguaggio, dicendo che il linguaggio è la funzione di un «organo del linguaggio» così come la digestione è la funzione dello stomaco.
Secondo Chomsky, quindi, il linguaggio è un insieme di regole che il bambino deve scoprire, a cominciare dalle più generali e semplici per arrivare alle più specifiche e complesse. In quest'ottica l'acquisizione del linguaggio è un processo attivo di scoperta di regole e di verifica di ipotesi, in cui è importante partire da un numero limitato di ipotesi, che sono quelle presenti nella conoscenza innata del linguaggio. Non ci potremmo altrimenti spiegare come mai si impara a parlare in maniera così rapida, e come mai le tappe principali dello sviluppo linguistico sono le stesse in tutte le culture e le classi sociali.
L'apprendimento per imitazione e l'insegnamento da parte degli adulti hanno un qualche ruolo nello sviluppo linguistico? Chomsky risponde negativamente a questa domanda, contrapponendosi nettamente alla posizione comportamentista di Skinner, dal momento che il bambino è creativo nell'usare il linguaggio, è cioè capace di produrre e capire espressioni nuove, mai ascoltate in precedenza.
Una prova sarebbe il fatto che i bambini spesso utilizzano regole diverse da quelle degli adulti; ad esempio producono forme come «romputo» e «leggiato» (ipercorrettismi), che molto probabilmente non hanno mai udito in precedenza né sono state rinforzate dall'ambiente. Inoltre, il linguaggio che il bambino produce può essere più ricco di quello a cui è stato esposto, dal momento che i discorsi degli adulti contengono spesso frasi incomplete e/o scorrette.
La posizione innatista di Chomsky ha esercitato una forte influenza sugli studi successivi introducendo una sorta di rivoluzione copernicana: il linguaggio infantile viene visto non più come una rozza imitazione del linguaggio adulto ma come un processo attivo, creativo e guidato da regole.
Tuttavia, alcuni aspetti della posizione chomskiana appaiono poco convincenti e sono stati criticati. Innanzitutto, si considera il linguaggio indipendente dall'intelligenza e dalla capacità comunicativa. In secondo luogo, la conoscenza o competenza linguistica precede l'esecuzione, il bambino cioè possiede le regole prima di saperle usare. Infine, i discorsi che il bambino ascolta nell'ambiente in cui vive sono considerati irrilevanti per l'acquisizione della lingua materna, e perciò il modo in cui gli adulti parlano ai bambini è trascurato come possibile oggetto d’indagine.
La spiegazione interazionista
All'inizio degli anni '70 comincia a entrare in crisi l'idea che il linguaggio si sviluppi indipendentemente da altre capacità dell'individuo, specie le capacità cognitive e sociali. Riguardo le capacità cognitive, si ritiene che i bambini debbano sviluppare una sufficiente conoscenza del mondo prima di cominciare a parlare, e che tale conoscenza consentirà loro di esprimere verbalmente concetti e relazioni.
In altri termini, si pensa che la sintassi e la semantica del linguaggio possano derivare da categorie più generali della conoscenza. Questo lo si può sperimentare anche quando noi italiani apprendiamo la lingua inglese: inizialmente molti errori derivano proprio dalla difficoltà di ricordarsi di esprimere sempre il pronome, anche con i verbi impersonali.
L’ipotesi cognitiva inserisce lo sviluppo del linguaggio all'interno dello sviluppo cognitivo del bambino e recupera le ipotesi formulate da Piaget sui rapporti tra linguaggio e pensiero. Nel suo volume sulla formazione del simbolo, Piaget sosteneva che il linguaggio è un aspetto della capacità simbolica, che compare nel sesto stadio sensomotorio e segna il passaggio dall'intelligenza sensomotoria all'intelligenza rappresentativa.
Contemporaneamente all'acquisizione del linguaggio intorno ai 18 mesi, i bambini esibiscono altre manifestazioni della nuova capacità simbolica, come imitare azioni osservate in precedenza, disegnare e giocare a far finta. Sembra esserci, quindi, un'abilità condivisa fra queste attività e la progressiva decontestualizzazione delle prime parole: la capacità di rappresentare uno stato di cose, distinguendo la rappresentazione dalla cosa rappresentata.
Secondo questa tesi, lo sviluppo cognitivo precede la comparsa del linguaggio ed è autonomo rispetto ad esso, mentre il linguaggio deriva e dipende dallo sviluppo cognitivo. Non ha senso, pertanto, studiare la competenza linguistica senza considerare il livello di sviluppo mentale dell'individuo. Come afferma Flavell, «Lo sviluppo linguistico consiste, in larga misura, nell'imparare come possa venire espresso nella lingua madre ciò che si sa già».
Piaget, contrapponendosi a Chomsky, ritiene che il bambino impara facendo, cioè agendo sulla realtà, e solo dopo capisce quello che fa, per cui l'esecuzione viene prima della competenza anziché viceversa. I critici dell'innatismo contestano l'idea che competenza ed esecuzione siano aspetti indipendenti della mente da studiarsi separatamente.
Bates e colleghi giungono a negare l'esistenza stessa della grammatica come entità mentale e sostengono che non ci sia altra competenza che la competenza all'esecuzione. Nella seconda metà degli anni '70 emerge un nuovo interesse per la pragmatica, cioè per gli usi e le funzioni del linguaggio nel contesto.
Questo interesse chiama in causa altre capacità del bambino prima trascurate o sottovalutate: le capacità sociali e comunicative.
Sviluppo del linguaggio e contesto sociale
Saper parlare significa usare il linguaggio in modo non solo grammaticalmente corretto ma anche contestualmente appropriato: quando e dove parlare, su che cosa, a chi, in che modo.
Gli approcci funzionalisti sostituiscono alla nozione chomskiana di competenza linguistica la più ampia nozione di competenza comunicativa. Si ipotizza che tra la comunicazione prelinguistica e la comparsa del linguaggio ci sia una relazione di continuità piuttosto che di discontinuità. Numerose ricerche documentano la capacità del bambino di comunicare prima di saper parlare, utilizzando gesti e vocalizzi.
In quest'ottica le prime espressioni verbali dei bambini ricevono un'analisi di tipo funzionale o pragmatico, che si ispira alla nozione di «atti linguistici» proposta da linguisti come Austin e Searle. Con tale nozione essi caratterizzavano la differenza tra il contenuto proposizionale di una frase (significato locutivo) e l'intenzione con cui il parlante pronuncia quella frase (significato illocutivo), mostrando come questi due significati possono non solo non coincidere ma anche divergere.
Ad esempio, una frase dichiarativa come «Fa caldo qui!» serve normalmente a fornire un'informazione o a fare un commento; in alcune circostanze però la stessa frase viene utilizzata per chiedere di aprire la finestra. Analogamente, un'espressione di due parole pronunciata da un bambino piccolo («Mamma calze») può essere interpretata solo tenendo conto del contesto che l'accompagna. Come ha mostrato Lois Bloom, con la stessa frase la bambina da lei osservata esprimeva in un caso una relazione di possesso («le calze di mamma»), in un altro caso una relazione agente-oggetto («mamma mette le calze»).
In sintesi, diverse relazioni semantiche possono essere espresse da frasi strutturalmente identiche; il che porta a concludere che l'analisi sintattica del linguaggio infantile non consente di cogliere i diversi significati che il bambino intende esprimere con le parole.
Quali conseguenze derivano dal considerare importante la relazione tra linguaggio e contesto sociale nelle prime fasi di sviluppo? In primo luogo, si scopre che il linguaggio rivolto dagli adulti ai bambini che imparano a parlare non è l'input impoverito e scorretto che Chomsky aveva ipotizzato. Si tratta anzi di un linguaggio ben adattato alle ancora limitate capacità di comprensione dei giovanissimi interlocutori: le frasi sono brevi e sintatticamente semplici, l'intonazione è esagerata, il lessico concreto e sono presenti numerose ripetizioni.
Questi adattamenti linguistici sembrano fatti apposta per facilitare al bambino il compito di apprendere la lingua materna!
In secondo luogo, si comincia a considerare l'interazione sociale precoce tra il bambino e chi lo accudisce (di solito la madre ma anche altri adulti significativi) come una matrice di significati e di segnali convenzionali, che confluiranno poi nella costruzione del codice linguistico e che aiutano il bambino a «comprendere il codice» grazie al contesto sociale che l'accompagna.
Jerome Bruner sostiene che i bambini apprendono il linguaggio nel contesto familiare degli scambi e con chi li accudisce e individua nei cosiddetti formati di «attenzione condivisa» e di «azione condivisa» le sequenze sociali più significative per imparare a esprimere le proprie intenzioni e a comprendere quelle altrui. Sono formati di gioco o routine che madre e bambino producono ripetutamente nell'interazione quotidiana; partecipando a questi formati il bambino impara sia ad interpretare le azioni e le espressioni della madre sulla base del significato che esse hanno nella routine, sia a produrre tali azioni ed espressioni, che includono parole e gesti comunicativi.
L'enfasi posta da Bruner sulla natura sociale del linguaggio e sulla stretta relazione tra linguaggio e contesto si ispira alla teoria dello sviluppo cognitivo e linguistico di Vygotskij, piuttosto che alla teoria piagetiana, criticata al riguardo perché dà all'esperienza sociale un ruolo marginale nella costruzione delle capacità cognitive.
Per concludere, alcune proposte hanno cercato di spiegare l'origine del linguaggio come un sistema non autonomo o indipendente, ma piuttosto dipendente dall’integrazione di capacità cognitive e sociali che in parte lo precedono nell'ontogenesi. Come ha osservato Bruner, riprendendo un'idea di George Miller, le due teorie sull'acquisizione del linguaggio precedenti alla «spiegazione interazionista» sono l'una impossibile (quella di Skinner) e l'altra miracolistica (quella di Chomsky). È necessario formulare una terza teoria, secondo la quale non esiste solo un Lad (dispositivo innato per l'acquisizione del linguaggio), ma pure un Lass (Language Acquisition Support System, sistema di supporto per l'acquisizione del linguaggio), che corrisponde al ruolo svolto dall'adulto e dal contesto sociale nel consentire l'ingresso del bambino nel mondo del linguaggio e della cultura.
La fase prelinguistica
In questo paragrafo ci occupiamo dello sviluppo comunicativo che precede e prepara la comparsa del linguaggio. Seguiremo l'evoluzione del sistema fonologico, che inizia subito dopo la nascita e raggiunge un punto critico verso i 9-10 mesi d'età, quando i suoni che il bambino produce diventano quelli caratteristici della lingua materna che di lì a poco sarà in grado di parlare. Analizzeremo anche l'uso dei gesti comunicativi che caratterizza la seconda metà del primo anno di vita.
I primi suoni
I primi suoni che il neonato e il lattante producono sono di natura vegetativa (sbadigli, ruttini, ecc.) o compaiono legati al pianto, che svolge all'inizio un ruolo importante nel regolare l'interazione del bambino con gli adulti che lo allevano. Analizzando le caratteristiche acustiche del pianto, Wolff ha individuato diversi tipi di pianto, tra cui il pianto di fame, il pianto di dolore e il pianto «di irritazione», che compare verso la terza settimana di vita e sta a significare che il lattante «desidera l'attenzione». Esso infatti si placa solo quando qualcuno interviene a «intrattenere» il bambino. Gradualmente le cause scatenanti il pianto, e i mezzi capaci di inibirlo acquistano una natura sociale e psicologica. Si può far cessare il pianto provocato da cause fisiologiche (dolore o fame), per un periodo di tempo anche lungo, presentando al bambino uno spettacolo interessante o qualcosa da afferrare.
Dal punto di vista fonologico le vocalizzazioni non di pianto presentano l'evoluzione più interessante. Tra 2 e 6 mesi di età compaiono e si stabilizzano i suoni vocalici. Durante questo periodo osserviamo spesso delle «protoconversazioni» in cui le vocalizzazioni del bambino si inseriscono tra i turni verbali del genitore, come se il bambino rispondesse vocalizzando all'adulto che gli parla.
Verso i 6-7 mesi compare la lallazione canonica: il bambino produce sequenze consonante-vocale con le stesse caratteristiche delle sillabe (ad esempio, «da», «ma») spesso ripetute due o più volte.
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