Le origini della letteratura latina
La nascita della letteratura latina si colloca nel 240 a.C., quando Livio Andronico – liberto di Taranto – fece rappresentare il primo testo scenico in latino. Nel ricordarlo i Romani colti ignoravano volutamente le esperienze popolari e non scritte precedenti, di cui pare si vergognassero, e avrebbero preferito vantarsi di un grande come Omero, padre greco di tutti i generi letterari, tanto che il modo stesso in cui i Greci studiavano le proprie origini divenne il modus operandi utilizzato anche dai Romani. La letteratura latina nasce quindi già adulta, a traduzione e imitazione della greca.
Le origini e i documenti epigrafici
Per ricostruire le origini si parte comunque dalle forme comunicative presupponenti la scrittura che, se non propriamente letterarie, ne indicano la diffusione nel Lazio arcaico: si tratta soprattutto di documenti epigrafici, come la Cista Ficoroni – vaso in bronzo rinvenuto a Preneste – e l’iscrizione bustrofedica della Fibula Praenestina. I Romani probabilmente non scrivevano soltanto su materiali duri, ma sono questi gli unici che l’ambiente ha conservato, ed essi evidenziano come fosse esistito un crogiolo di lingue diverse, sulle quali si impose soltanto dopo il latino: esso, derivato dal greco occidentale e dall’etrusco, testimonia proprio questa compresenza.
La scrittura fu usata subito dalla nobiltà – per costruire genealogie, memorie e celebrazioni – e dai pubblici uffici, esercitando un forte influsso sulla prosa successiva. I fasti erano i calendari ufficiali redatti dai pontefici, comprendenti i giorni fasti e quelli nefasti – nei quali era possibile o meno svolgere attività politica – e presto si arricchirono di altre informazioni, portando alla nascita dei fasti consulares, pontificales e triumphales. Il pontefice massimo iniziò poi a esporre la tabula dealbata, tavola bianca recante i nomi dei magistrati in corso e gli avvenimenti di pubblica rilevanza; tali registrazioni annuali venivano raccolte sotto il nome di Annales e nel 280 a.C. Publio Muzio Scevola raccolse negli Annales Maximi i volumi degli ultimi 280 anni (poi usati come cronologia da Tito Livio e Tacito).
I Commentarii
I Commentarii erano invece memorie personali, a uso non necessariamente pubblico, e furono così chiamati tanto quelli bellici di Cesare – scritti per fini evidentemente propagandistici – quanto quelli di Silla. Si trattava quindi di opere non professionali, caratterizzate da un apporto di memorie e appunti personali, scritte inizialmente dai consoli: essi li depositavano poi presso i collegi sacerdotali, rendendoli documenti ufficiali.
L'eloquenza e i poeti
I Romani consideravano l’eloquenza fonte di successo e potere, secondo un gusto del tutto originale, e se i poeti furono a lungo liberti, gli oratori erano invece aristocratici degni e politicamente attivi. Il primo oratore fu il leggendario Appio Claudio Cieco, statista, censore, dittatore e stratega, noto anche per grandi opere pubbliche.
I Carmina
I Carmina potevano trattare i più disparati argomenti, religiosi o giuridici, accomunati da lingua arcaica e scansione ritmica. Si deduce che il carmen non era tale per il contenuto quanto per la forma, caratterizzata da intensa tessitura ritmica, ripetizioni foniche e morfologiche e corrispondenze fra i cola (membri) della frase (paradossalmente, la poesia arcaica risulta molto più debole). I più antichi furono a sfondo religioso e, fra questi, si ricordano il carmen Saliare e quello Arvale: il primo era il canto dei dodici sacerdoti Salii, che a marzo di ogni anno recavano in processione i dodici ancilia (scudi sacri), avanzando secondo una danza rituale in tre tempi accompagnata da percussioni e formule espresse in un linguaggio incomprensibile già in età storica; anche gli Arvali, poi, erano dodici sacerdoti, che a maggio levavano a Marte un inno di purificazione dei campi (inciso sul marmo degli Acta del 218 a.C.).
Le leges regiae e le XII Tavole
Le leges regiae – ossia le prime leggi di Roma – avevano forte carattere sacrale e sono formalmente definibili carmina; discorso analogo per le XII Tavole, conquista civile del 450 a.C.: esse si caratterizzano di assonanze e allitterazioni, con scansione in cola paralleli ed effetto di sanzione inappellabile. In generale molte norme di diritto civile si esprimevano con una struttura simile, dando al contempo un quadro di quelli che erano i comuni aspetti sociali.
Testi epigrafici e elogia
Sono definiti carmina anche alcuni testi epigrafici, detti elogia, scritti per celebrare personalità illustri: è un esempio quello dedicato agli Scipioni, iscritto a porta Capena e rivelante l’influsso della poesia greca, e il più antico è quello dedicato a Lucio Cornelio.
Caratteristiche dei Carmina
I carmina si caratterizzavano per lingua difficile e stile solenne; leggi e preghiere erano i testi autorevoli per eccellenza, e questo veniva espresso nella forma ancor prima che nel contenuto, il che le rendeva facilmente memorizzabili. Essi si articolavano in sequenze ritmiche, con cola egualmente lunghi, paralleli e accostati, mentre la metrica era accentuativa – basata sulla ricorrenza degli accenti – anziché quantitativa (alternanza di sillabe brevi e lunghe). Il tratto distintivo era l’allitterazione, avente funzione enfatica o raggruppante e frequenti erano assonanza, omoteleuto e poliptoto. Il carmina è il filo che lega le origini della letteratura alla storia letteraria di Roma: è un modo di scrivere a effetto, che non distingue fra prosa e poesia e riesce a sopravvivere agli influssi greci, connaturandosi all’espressività dei Romani.
La poesia romana e il verso saturnio
Le più antiche testimonianze sulla poesia romana fanno riferimento al verso saturnio, usato già da Livio Andronico e Gneo Nevio. Il nome sembrerebbe indigeno (dio Saturno) ma nasce nel III secolo a.C., in un’epoca già grecizzata. Giorgio Pasquali sostiene che si tratti di una sintesi romana di elementi greci, ritenendo che a Roma siano giunti i cola autonomi, riuniti a formare un verso nuovo. La metrica è infatti troppo fluida rispetto a quella greca, per cui si ipotizza una struttura accentuativa o legata al ritmo verbale: tutti elementi che collocano il saturnio all’interno dell’unità greco-latina.
Usato era poi il versus quadratus, settenario stilizzato frequente nei contesti popolari di età classica. Anche a Roma, come nel resto del Mediterraneo, presero piede forme di poesia celebrativa orale, costituite da narrazioni eseguite a convitti e banchetti funebri e noti come carmina convivalia. Caratterizzati dal distaccamento dalla letteratura dotta, scomparvero alla fine del III secolo per la mancanza di cantori e l’essere riservati a contesti aristocratici, che per primi vennero investiti dall’influsso greco. Si inseriscono in questa categoria il carmen Nelei e il carmen Priami: del primo restano pochi frammenti in metro giambico (non propriamente epico), mentre il secondo sembrerebbe un falso.
Filoni comici e versi fescennini
Sui filoni comici ebbero influsso alcune forme preletterarie popolari, trattanti proverbi, maledizioni e scongiuri e citati anche dai liberti del Satyricon. Si distinguono i versi fescennini e i carmina triumphalia: i primi erano una produzione orale improvvisata, il cui nome derivava forse da Fescennia (città Etrusca) o da fascinum, malocchio o pene, e in ogni caso definisce una forma di motteggio o diffamazione pubblica; i secondi erano invece canti improvvisati dai militari vittoriosi in marcia sulla città, stemperati dal riso per evitare un’empia tracotanza.
Il teatro romano arcaico
Dopo il 240 a.C., per circa un secolo, si ebbe un’enorme produzione di opere sceniche – superiore a quella di arte figurativa e letteratura scritta – con grande impegno di tutti: le rappresentazioni erano organizzate dalle autorità statali, gli artisti erano protetti dalla nobiltà e il popolo fruiva soprattutto della produzione comica.
I generi teatrali romani
I principali generi romani sono prodotti d’importazione: tanto il filone comico, detto palliata (da pallio, indumento greco), quanto quello tragico, detto cothurnata (da coturnio, alto calzare degli attori tragici greci). Gli autori di entrambi i generi proponevano inizialmente ambientazioni e riferimenti ai modelli greci, che solo il pubblico più colto poteva cogliere; in una seconda fase nacquero una palliata e una cothurnata romane – rispettivamente dette togata e praetexta – che sfruttavano gli stessi espedienti costruttivi proponendo però argomenti tratti dalla storia di Roma.
Si ipotizza ci sia stata una mediazione etrusca, sostenuta dall’origine del termine histrio (attore) e dalla notizia che gli Etruschi praticassero spettacoli di musica e danza. In età repubblicana il teatro trovava spazio in occasione delle festività religiose, così come in Grecia, ma il legame era più esteriore: le feste erano motivo di aggregazione, ma gli spettacoli non mostravano sensibilità religiosa. La più antica occasione di rappresentazione dei ludi scaenici fu quella dei Ludi Romani, ambito nel quale fu rappresentata anche la tragedia di Livio Andronico, e in età più tarda le ricorrenze annuali divennero quattro, spesso comprendenti spettacoli di gladiatori: ludi Megalenses, ludi Apollinares e ludi plebeii.
Organizzazione e attori
Le rappresentazioni erano finanziate dallo Stato e i magistrati dovevano trattare con gli autori e il dominus gregis, ossia il direttore – spesso anche impresario e attore – della compagnia (famoso quello di Terenzio, Lucio Ambivio Tupione). Il primo teatro in pietra fu edificato a Roma nel 55 a.C., sostituendo le costruzioni provvisorie in legno della fase precedente; neppure queste erano però rudimentali, anzi erano in grado di riprodurre gli allestimenti greci – ambiente esterno, due o tre case, scorcio della via principale. Dal II secolo è attestato l’uso di maschere fisse per determinati personaggi – vecchio, innamorato, cortigiana –, che permettevano – senza escludere del tutto qualche forma di recitazione facciale – una rapida comprensione del tipo.
Gli autori successivi si posero in modi diversi rispetto a questo elemento: Plauto sfruttò la semplicità del riconoscimento per giocare sulla comicità verbale, mentre Terenzio la usò per lavorare sulla psicologia dei personaggi. L’uso di maschere aveva anche finalità pratica, giacché permetteva a uno stesso attore di interpretare più ruoli, ma nella compagnia esisteva comunque una gerarchia, data la maggiore complessità di alcune parti. Gli attori non erano uomini liberi, e da qui il marchio d’infamia che li accompagnava: per questo, nel 207 a.C., nacque a sorpresa il Collegium scribarum histrionumque, a riconoscimento sociale dell’attività.
L’assimilazione di scrittori (autori teatrali) e attori e l’uso del termine scriba (scrivano, e non scrittore), sottolineò comunque la precarietà della legittimazione; il riconoscimento aumentò poi con l’assunzione del termine greco poeta, e questa autocoscienza toccherà il proprio apice con Ennio. La natura statale della committenza condizionò fortemente il teatro latino: poiché i magistrati erano in prevalenza nobili, si assisteva spesso al racconto di imprese eroiche di personaggi specifici. Se, però, l’influenza era evidente nella praetexta, lo era meno nella togata, imprescindibilmente legata al riscontro del suo pubblico.
Proprio la commedia, al contempo, subiva altri condizionamenti, e non poteva in alcun modo esercitare critica sociale: farà eccezione, secondo alcune fonti, Nevio, inimicatosi il clan dei Metelli.
La palliata e la tragedia romana
La palliata è meglio conosciuta rispetto alla tragedia romana: della prima ne esistono diversi esempi, della seconda solo frammenti. Il più noto autore fu Plauto, le cui opere – composte da parti cantate e altre recitate – non presentavano divisione in atti. Ancora, il teatro plautino comprendeva tre modi di esecuzione: parti recitate senza accompagnamento musicale, parti recitative con accompagnamento e parti cantate.
Tutti i tipi avevano riscontro più o meno fedele nella metrica classica greca e, in generale, la palliata offriva grande ricchezza musicale – sfruttando l’alternanza dei tre registri linguistici –, incidendo su trama e drammaturgia e differenziandosi dalla struttura greca, che non comprendeva arie cantate. La riscrittura di un monologo greco in un’aria polimetrica diventava un’operazione complessa, che coinvolgeva perfino la struttura del personaggio, non potendo fermarsi al semplice ritmo.
Sulla cothurnata è possibile fare soltanto riflessioni generali. È certo che, rispetto alla tragedia attica del V secolo, si ebbe la soppressione del coro: questo comportò un vuoto di solennità – poiché era lì che i Greci inserivano le immagini stilisticamente più alte – e la scelta di riproporre, in modi diversi, gli elementi corali più interessanti. Per ovviare alle mancanze la cothurnata si munì di un linguaggio distintivo elevatissimo e uniforme, sfruttando un costrutto metrico lontano dal senario giambico (acquisito dalla commedia) della quotidianità e calchi della linguistica greca, neologismi e prestiti dalla lingua ufficiale.
Si ebbe quindi una crescita del pathos – a discapito dell’analisi psicologica – ma la lingua tragica rimase a lungo provvisoria, non potendo contare su un passato epico ricco come quello greco, che conosceva già una netta divisione fra gli stili. Accanto ai generi regolari continuava a diffondersi l’atellana, genere popolare che derivava il nome da Atella, città campana. Si presume che tali spettacoli fossero improvvisati da non professionisti, basati su canovacci rudimentali ed equivoci farseschi, e venissero usate delle maschere fisse – Baccus, Maccus –, poi riprese da Plauto.
L'epica arcaica: Livio Andronico e Nevio
Livio Andronico è considerato l’iniziatore della letteratura latina: la tragedia del 240 a.C. inaugurò la letteratura in latino, mentre la traduzione dell’Odissea l’epica romana. Nevio fu invece il primo letterato di nazionalità romana, inserito nelle vicende della sua epoca, autore di praetextae e del Bellum Poenicum, primo testo epico di argomento romano, anch’esso in saturni. Nessuno dei due ebbe il successo di Omero: Andronico passò di moda, seppure letto a lungo nelle scuole latine, e Nevio fu dimenticato quando l’esametro dattilico sostituì il saturnio, rimanendo però una fonte per Virgilio.
Livio Andronico
Livio Andronico era un liberto di Taranto che giunse a Roma nel III secolo a.C., al seguito del nobile Livio Salinatore, e vi esercitò la professione di grammaticus di latino e greco. Scrisse drammi, partecipandovi spesso come attore. Nel 207 gli fu commissionato un partenio per Giunone, destinato a essere eseguito in occasioni religiose, e dopo questa consacrazione fondò il Collegium.
Della sua produzione restano i titoli di otto tragedie legate al ciclo troiano, di cui si conservano solo alcuni versi, mentre l’opera più significativa fu l’Odusia – traduzione latina dell’Odissea – di cui ne restano una quarantina. Per quanto la traduzione di documenti fosse prassi consolidata perfino in Mesopotamia ed Egitto, neppure i Greci avevano mai concepito l’idea di tradurre un’intera opera letteraria: l’operazione aveva intenti letterari e culturali in genere, volendo rendere disponibile a tutti Romani – e non solo all’élite – il più grande testo della cultura greca, ma l’importanza dell’autore sta nell’aver reso la traduzione un’operazione artistica, capace di conservare lo spirito originale e al tempo stesso avere una sua dignità, utilizzando i linguaggi solenni delle formule religiose non avendo un repertorio adatto nella propria lingua.
Qui si scontrò spesso con espressioni intraducibili in latino: se Omero parla di eroe pari agli dei – nozione scandalosa per la mentalità romana – lui traduce con summus adprimus. Va sottolineato che l’essere un contemporaneo dei grandi alessandrini, dediti a una poesia sofisticata ed erudita, lo portò a costruire un proprio gusto poetico – poco apprezzato dai successori; tipica della poesia arcaica, per esempio, è la ricerca del pathos, evidente nell’Odusia. Come commediografo non ebbe invece successo, tanto da non essere citato nel catalogo redatto da Volcacio Sedìgito. Le fonti su Andronico si basano soprattutto su citazioni di età repubblicana scritte da Cicerone e Tito Livio.
Gneo Nevio
Gneo Nevio, campano, fu il primo letterato di nazionalità romana: plebeo, combatté nella prima guerra punica e pare contrastasse apertamente i nobili Metelli. Non è noto se abbia avuto un protettore e si sospetta abbia pagato col carcere le contestazioni. Morì a Utica, forse in esilio, alla fine del III secolo.
L’impegno politico è evidente nel suo poema epico – il Bellum Poenicum –, composto al termine della guerra annibalica e narrante la storia della prima guerra punica. Il poema è scritto in saturni e doveva constare di quattro-cinquemila versi, di cui ne rimangono una sessantina; la divisione in sette libri, invece, fu posteriore. Secondo gli antichi fu un valido scrittore teatrale, autore di tragedie e commedie di cui restano pochi titoli e alcuni frammenti. Notizie occasionali su Nevio vengono da Cicerone e San Girolamo, mentre Plauto accenna in effetti a un poeta ridotto al silenzio.
Stile del Bellum Poenicum
Lo stile del Bellum Poenicum denota sperimentalismo, dato dalla voglia di gareggiare con la lingua greca e i suoi epiteti, e Nevio crea composti nuovi e nuove combinazioni lessicali, lavorando così alla sezione epica dell’opera. Per quanto riguarda quella storica il problema derivava dalla novità stessa di trattare tale materia in poesia, e il risultato fu uno stile nuovo e monumentale: comparvero termini tecnici, ma anche vocaboli prosaici.
Riuscì infine a dare al poema spiccata sonorità, ricorrendo alle figure del suono e dando così struttura formale al saturnio. Nevio scrisse anche molte praetextae, fra cui il Romulus e il Clastidium: la prima trattava la fondazione di Roma e la seconda la vittoria sugli Insubri del 222 a.C., e va detto che la trattazione di argomenti tanto recenti era una grande novità. Delle tragedie mitologiche parecchie erano legate al ciclo troiano, con l’eccezione...
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