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Cicerone: la vita

Cicerone nacque nel 106 ad Arpino da una famiglia equestre. Studiò retorica e filosofia a Roma e iniziò a frequentare il foro. Tra il 79 e il 77 compì un viaggio in Grecia e in Asia, e al ritorno sposò Terenzia, da cui nacquero Tullia e Marco. Nel 75 fu questore in Sicilia e nel 70 sostenne trionfalmente l'accusa dei siciliani contro l'ex governatore Verre, che gli conferì la fama di oratore principe. Nel 63 fu console e represse la congiura di Catilina. Dopo la formazione del primo triumvirato, la sua fama iniziò a declinare. Allo scoppio della guerra civile, aderì con non troppo entusiasmo alla causa di Pompeo. Dopo la morte di Pompeo, ottenne il perdono da Cesare, ma si allontanò dalla vita politica e iniziò la produzione di opere filosofiche, incrementate anche dalla morte della figlia Tullia. Nel 44, dopo la morte di Cesare, tornò alla vita politica intraprendendo una battaglia contro Antonio (le Filippiche), ma il suo nome venne inserito nelle liste di proscrizione e venne ucciso il 7 dicembre 43.

Tradizione e innovazione nella cultura romana

Cicerone è testimone e protagonista della crisi che conduce al tramonto della repubblica, ed elabora un progetto etico-politico nel tentativo di porvi rimedio. Inizialmente tale progetto si riscontra nelle sue orazioni, che hanno lo scopo di “aprire gli occhi” alla società romana su ciò che sta succedendo. Con gli anni, abbattuto dalle numerose sconfitte politiche, riversa questo fine nelle opere filosofiche, più introspettive. Il suo ideale politico unisce il rispetto per il mos maiorum alla cultura greca e l’assolvimento dei doveri pubblici ai piaceri di un otium letterario: in generale, uno stile di vita improntato all’humanitas.

Le opere politiche e la pratica oratoria

Cicerone debutta nel foro intorno all’80, nel periodo di dittatura di Silla, e si espone direttamente con la Pro Roscio Amerino, a favore di un uomo accusato di parricidio dall’entourage del dittatore. Dopo il successo della propria orazione, forse temendo rappresaglie, si allontanò per un paio d’anni facendo un viaggio in Grecia. Al ritorno è questore in Sicilia e nel 70 ottiene un gran successo con le Verrinae, accusando di sfruttamento l’ex governatore Verre. Questa orazione ci permette di conoscere i metodi di amministrazione romana nelle province. Difensore di Verre era Ortensio Ortalo, esponente della scuola asiana, quindi questa vittoria può considerarsi anche “letteraria”.

Nel 66, anno della sua pretura, scrive la Pro lege Manilia, in favore di una legge che prevedeva la concessione a Pompeo di poteri straordinari sull’Oriente per affrontare il re del Ponto Mitridate. Contando sulla sua natura fortemente “moderata”, parte della nobiltà si coalizzò con il ceto equestre per appoggiare la candidatura a console di Cicerone, carica che ricoprì nel 63. Con le quattro Catilinarie svelò le trame sovversive di Catilina, facendo anche ricorso a un’efficace prosopopea della patria. Allo stesso anno risale anche la Pro Murena, in cui teorizza più esplicitamente il concetto di concordia ordinum, cioè di concordia dei vari ceti con l’obiettivo di salvaguardare lo stato. Al 62 risale la Pro Archia poeta, pronunciata in difesa di un poeta accusato di usurpazione della cittadinanza, che offre lo spunto per un’appassionata difesa della poesia.

Negli anni successivi, in seguito alla formazione del primo triumvirato, dovette andare in esilio, e richiamato nel 56 trovò Roma devastata dalle lotte tra Clodio e Milone. In questo clima, trovandosi a scrivere la Pro Sestio, riformulò la sua teoria della concordia trasformandola nel consensus omnium bonorum, cioè la concordia di tutte le persone agiate e oneste pronte ad adempiere ai loro doveri nei confronti della patria e della famiglia. In quest’ottica si spiega probabilmente l’avvicinamento ai triumviri, nella speranza di influenzarne l’operato.

Nelle avversioni “anticlodiane” rientra la Pro Caelio (56): Celio era l’amante di Clodia, sorella di Clodio, ed era accusato di averla avvelenata: Cicerone la dipinge come una volgare cortigiana e la accusa di averlo raggirato, lasciandosi andare ad uno sfogo sul degrado dei costumi romani e invitando a ricostruire la moralità dei giovani. Nel 52 Clodio fu ucciso, Cicerone si assunse la difesa di Milone ma davanti ai giudici fece fiasco perché gli cedettero i nervi a causa dell’estrema tensione in cui si trovava la città.

Dopo la vittoria di Cesare, Cicerone cercò di ingraziarselo perorando le cause di alcuni pompeiani pentiti: a questo periodo risalgono Pro Marcello, Pro Ligario e Pro rege Deiotaro, caratterizzate però da smaccati elogi a Cesare. Dopo la sua morte Cicerone tornò ad essere un uomo politico di primo piano, schierandosi contro Antonio nelle Filippiche nella speranza di riavvicinare Ottaviano al Senato. Questa speranza fu vana e Cicerone venne ucciso dai sicari di Antonio nel 43.

Le opere retoriche

Quasi tutte le opere retoriche sono scritte a partire dal 55, dopo il ritorno dall’esilio. In gioventù aveva iniziato, senza però portarlo a termine, un trattatello intitolato De Inventione in cui discuteva sulla necessità della sapientia per costituire un buon oratore, concetto attinto dalla quasi contemporanea Rhetorica ad Herennium. Costituì la base per il futuro De oratore, composto nel 55: è un dialogo ambientato nel 91 in cui si contrappongono Crasso, che sostiene la necessità di una vasta formazione culturale, e Antonio, che sostiene un’oratoria più spontanea e istintiva basata sulle doti naturali. Antonio espone i problemi relativi a inventio, dispositio e memoria, mentre Crasso quelli relativi a elocutio e pronuntiatio. Cicerone appoggia le teorie di Crasso, quindi quelle di un oratore “vir bonus”. Nel 46 Cicerone riprese questi temi nell’Orator, aggiungendo una sezione in cui evidenzia i tre fini della retorica: probare, delectare, flectere. Nel Brutus delinea, con scopo autoapologetico, una storia dell’eloquenza greca e romana.

Un progetto di stato

Un’opera ciceroniana fondamentale è il De re publica, in cui identifica la migliore forma di stato nella costituzione romana del tempo degli Scipioni. Il dialogo è ambientato nel 129 nella villa di Scipione Emiliano. Nel primo libro parla delle tre forme di governo (monarchia, aristocrazia e democrazia) e delle loro degenerazioni (tirannide, oligarchia, oclocrazia) riprendendo la tesi di Polibio secondo cui la costituzione romana è la migliore in quanto sintetizza tutte le forme di governo. Nel secondo libro parla della costituzione romana e nel terzo della iustitia, criticando il concetto di guerra giusta che i Romani utilizzavano come pretesto per intervenire nelle vicende degli alleati e estendere il proprio dominio. Nel quarto e nel quinto libro Cicerone introduceva la figura del princeps, che deve essere in grado di armare il proprio animo contro tutte le passioni egoistiche per mettersi al servizio della repubblica. Il sesto libro è costituito dal Somnium Scipionis.

De legibus

Analogo al De republica è il De legibus, dialogo ambientato questa volta nel presente in cui viene esposta la tesi stoica che le leggi non sono sorte per convenzione, ma si basano sulla ragione innata di tutti gli uomini.

Una morale per la società romana

I lavori filosofici si infittiscono a partire dal 45, in concomitanza con la morte della figlia Tullia e con l’allontanamento definitivo dalla vita politica. Il metodo filosofico che adotta è l’eclettismo, cioè confrontare le diverse opinioni delle varie correnti filosofiche. Mostra però una chiusura piuttosto radicale verso l’epicureismo, perché conduce al disinteresse per la politica e esclude la funzione provvidenziale della divinità. Il De finibus bonorum et malorum è dedicato a Bruto e considerato il capolavoro di Cicerone filosofo. Affronta il problema del sommo bene e del sommo male, mentre le Tusculanae disputationes sono una sorta di monologo interiore che affronta vari temi: morte, dolore, tristezza, turbamenti e virtù come garanzia della felicità.

La religione e lo stato

  • De natura deorum
  • De divinatione
  • De fato

Di argomenti religiosi trattano il De natura deorum, il De divinatione e il De fato. La tendenza di Cicerone è quella di considerare la religione un instrumentum regni, ovvero un modo attraverso cui i politici possono controllare il popolo e guidarne la moralità.

La vecchiezza e l'amicizia

Nel Cato maior de senectute Cicerone si proietta nella figura di un anziano che conserva intatti autorità e prestigio, similmente all’antico censore.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

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