Che cos'è l'intertestualità
I fondamenti teorici dell'intertestualità letteraria
Il termine tecnico usato dalla critica letteraria per indicare “un libro tira l’altro” o che “da testo nasce testo” è intertestualità. Si può dire che il termine intertestualità nasca ufficialmente nel 1967. In quell'anno, infatti, Julia Kristeva, psicanalista e critica letteraria francese di origine bulgara, pubblica sulla rivista “Critique” un saggio intitolato Bachtin, la parola, il dialogo e il romanzo. Kristeva afferma che “ogni testo si costruisce come mosaico di citazioni, ogni testo è assorbimento e trasformazione di un altro testo. Al posto della nozione di intersoggettività si pone quella di intertestualità, e il linguaggio poetico si legge per lo meno come doppio”.
Kristeva fa riferimento a due padri del concetto di intertestualità, Michail Bachtin e Ferdinand de Saussure. Bachtin (1895-1975), nella monografia Dostoevskij. Poetica e stilistica (1968), introduce alcune nuove categorie di analisi per le opere letterarie. Partendo dalle opere di Dostoevskij, Bachtin individua delle particolari forme discorsive in cui si può identificare la compresenza di diverse voci o soggettività. In uno stesso discorso o testo, secondo Bachtin, è possibile riconoscere due distinte posizioni soggettive che dialogano implicitamente. Le diverse voci compresenti nel medesimo discorso portano con sé differenti posizioni ideologiche e di pensiero che si rendono evidenti attraverso particolari tratti – espressioni, concetti, citazioni – che, per la loro carica di forte identificazione ideologica, Bachtin definisce ideologemi. Gli ideologemi sono i segnali o indizi della presenza di una posizione ideologica o discorsiva, sono le sue tracce. Il dialogo nel testo letterario di più voci dà origine a quella che Bachtin chiama una polifonia o plurivocità. Il plurilinguismo è uno dei dispositivi narrativi attraverso cui si dà vita a una pluralità di voci e di opinioni che vengono messe in contrasto per semplice giustapposizione o affiancamento. Le tipologie linguistiche di volta in volta chiamate in causa servono a rappresentare diversi mondi culturali e le lingue adottate sono ideologemi. È l’esempio tratto dal romanzo di Umberto Eco, Il nome della rosa, in cui la commistione linguistica del deforme frate Salvatore caratterizza un’implicita polemica storia e ideologica. La babele di linguaggi nel discorso di Salvatore rinvia a un conflitto, all’intersecarsi e allo scontrarsi di tanti discorsi diversi.
Padre dello strutturalismo linguistico, per molto tempo de Saussure si era interessato allo studio di una serie di particolari fenomeni poetici che lui definiva “paragrammatici”. In antichi testi di poesia latina e germanica, de Saussure pensava di aver individuato un complesso processo di composizione basato sulla costruzione del testo stesso mediante la disseminazione o dispersione di una frase o di un nome al suo interno. La parola o frase è da lui definita “ipogramma” (la parola che “sta sotto”, nascosta), mentre il procedimento combinatorio della sua disseminazione in un altro testo è detto paragrammatico o paragramma. Ad esempio, il nome di una divinità o di un eroe può divenire la matrice per produrre un intero componimento poetico. Così avveniva in Petrarca con il nome di Laura o in Leopardi, per cui il nome Silvia diviene il motore creativo anche dal punto di vista compositivo. Ora, secondo la logica dei paragrammi, ogni testo poetico è “doppio” perché tra le sue righe si nascondono gli elementi di un altro discorso, di un’altra parola o espressione che ne sono l’elemento formativo e creativo.
Un altro critico letterario francese appartenente, come Kristeva, alla scuola della nouvelle critique, Rolande Barthes (1915-1980), ha dato vita a un’ulteriore definizione. In un breve saggio del 1963, egli ha definito genericamente lo strutturalismo come una successione regolata di determinate operazioni mentali. Queste operazioni devono essere compiute in modo da poter fare apparire nel testo qualcosa che restava in precedenza nascosto o intelligibile al semplice atto di scorrimento o di lettura lineare. Tale modalità operativa è composta da due azioni: il ritaglio (découpage) e il coordinamento (agencement). L’operazione di ritaglio consiste nel rilevare i contorni che distinguono determinate unità del discorso da una serie di altre unità virtuali, in modo da avere la suddivisione del testo in unità di lettura, o lessie. L’operazione di coordinamento è invece fondata sulla possibilità di associare tra loro le unità ritagliate in un’ulteriore sequenza, facendone derivare un nuovo significato. La stessa operazione di lettura si può quindi trasformare secondo Barthes in uno strumento di scrittura, o meglio in una forma di lettura creativa.
Questa concezione risulta evidente nella distinzione compiuta da Barthes tra le categorie del testo leggibile e del testo scrivibile. Le due modalità di analisi dell’opera letteraria vengono definite da Barthes strutturale e testuale. L’analisi strutturale chiude il testo a qualsiasi ulteriore possibilità di interpretazione mediante il riferimento ad altri testi. Nel caso dell’analisi testuale, invece, l’opera non viene più vista come “prodotto finito” ma in quanto produzione in corso, connessa ad altri testi, altri codici. Secondo Barthes, inoltre, come già per Kristeva, la volontà dell’autore non riveste più alcun significato nella ricostruzione del senso di un testo letterario. Sono le sole strutture testuali a definire il significato di un’opera. Per sottolineare l’importanza di tale concezione, Barthes utilizza la metafora della “morte dell’autore”.
La teoria intertestuale di Michael Riffaterre è orientata verso il lettore: la sua attenzione si focalizza, infatti, sulla definizione del processo di lettura come un percorso di interpretazione del testo letterario. Ogni lettore è innanzitutto portato a compiere una lettura dell’opera letteraria di tipo lineare o sintagmatico, che lo conduce dal principio alla fine del testo. Questa prima lettura, detta euristica, guida il lettore al riconoscimento della rappresentazione della realtà narrativa o mimesi, così come gli viene fornita dal testo. L’operazione di lettura lineare porta dunque a cogliere un primo livello di comprensione del testo, ossia il suo significato. Tuttavia, la presenza di ostacoli o fratture che mettono in crisi la coerenza del testo richiede da parte del lettore uno sforzo ulteriore di razionalizzazione delle anomalie riscontrate. Questa operazione avviene mediante un secondo livello di lettura in cui il testo non è più letto in modo lineare, ma viene invece interpretato come un unico insieme mediante una lettura retroattiva. Tale lettura è fondata sul costante riferimento a un nucleo semantico che Riffaterre definisce ipogramma. L’ipogramma semantico è un intertesto attraverso cui il lettore è in grado di restituire coerenza al testo, colmandone buchi e incongruenze.
Jurij Tynjanov, critico letterario appartenente al movimento del formalismo russo, ritiene che ogni opera letteraria sia composta da una serie di elementi o fattori distinti, disposti in stretta correlazione l’uno con l’altro. All’interno di ciascuna opera, un gruppo di elementi, o anche un singolo elemento, viene ad assumere un ruolo rilevante e tende a subordinare i restanti altri in propria funzione. Questo elemento viene definito la dominante di quel sistema. Ogni singola opera, tuttavia, è in correlazione anche con altre opere, venendo a definire in tal modo una serie di rapporti funzionali di più ampia portata che costituiscono il sistema della letteratura. Il sistema della letteratura è quindi fondato su relazioni in costante evoluzione. Tale dinamica è messa in evidenza dal trasformarsi del sistema dei generi letterari e dello stile.
Gérard Genette definisce tutto ciò che mette un testo “in relazione, manifesta o segreta, con altri testi” come il campo della transtestualità, o della “trascendenza testuale del testo”. Egli giunge alla definizione di una più ampia scienza poetica che tenga conto delle relazioni attive tra i singoli testi e delle tipologie di dispositivi formali. Il campo generale della transtestualità è suddiviso in cinque principali tipologie di relazione testuale:
- Il termine intertestualità viene impiegato da Genette per identificare la forma più puntuale di relazione tra testi. Si tratta di ogni relazione in cui è possibile individuare “la presenza effettiva di un testo in un altro” (citazione segnalata da virgolette o dal corsivo, allusione).
- Il secondo tipo di transtestualità è costituito da tutte le relazioni che il testo letterario intrattiene con il materiale che “circonda il testo” o paratesto (tutto ciò che si trova in stretta relazione con il testo “nello spazio del volume stesso”). Si tratta di quei messaggi che vengono comunicati al lettore mediante il titolo, il sottotitolo, gli intertitoli, le prefazioni e le postfazioni, le avvertenze, le note a piè di pagina, ecc.
- La relazione di metatestualità raccoglie tutti i casi in cui un testo diviene oggetto di una qualsiasi forma di commento o di interpretazione da parte di un altro testo, che viene definito così metatesto.
- La relazione di ipertestualità è quella che unisce un testo anteriore, detto ipotesto, a un testo posteriore derivato dal primo, detto ipertesto. Secondo Genette, esistono due principali modalità di relazione ipertestuale: quella di trasformazione (o trasformazione diretta) e quella di imitazione (o trasformazione indiretta). La trasformazione diretta consiste in una relazione di semplice trasposizione formale di un singolo e specifico testo. L’operazione di imitazione invece richiede la mediazione di un astratto modello formale che derivi per estrapolazione dall’ipotesto di riferimento.
- L’architestualità raccoglie ogni tipo di relazione che il singolo testo intrattiene con i vari generi discorsivi. Le relazioni architestuali sono correlate allo studio della differente collocazione e percezione dei singoli testi nei diversi contesti storici e culturali.
Recentemente, nelle ricerche di Linda Hutcheon, la nozione di intertestualità è stata posta in stretta relazione con l’uso che viene fatto nei testi postmoderni dell’ironia e della parodia. Legata alla concezione postmoderna dell'intertestualità letteraria è anche la definizione data da Eco. Il testo è, secondo Eco, “una macchina pigra”, che richiede continuamente l’intervento del lettore per conferirvi significato. Il testo è così una costruzione o un artificio creato dall’autore in modo da permettere la sua attivazione da parte di un fruitore. Il ruolo svolto dal lettore è così fondamentale nel definire il senso di un testo. Un testo scritto male può rivelarsi così per il lettore una macchina troppo pigra. Il processo di cooperazione testuale tra l’opera e il lettore prevede l’attivazione di diversi livelli di competenza, di differenti conoscenze. Ognuno di questi livelli di analisi del testo richiede al lettore di compiere dei salti fuori dal testo. Si deve quindi presupporre che ogni lettore sia dotato di una personale e specifica competenza intertestuale che gli permetta di comprendere e interagire con il testo.
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