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evenienza da scongiurare, ha ora diritto di parola ed è dotato del potere di testimonianza, concorre a creare il

testo della guida. Il progetto ideologico sembra così voler ribaltare tutti i pregiudizi verso le popolazioni,

espressi dalla precedenti guide di tipo coloniale. La comparazione fra le due guide riguardanti il Corno

d’Africa non serve ovviamente a creare una scala di valore, ma solo a mostrare come a ognuna, almeno per

quanto riguarda le immagini proposte sulle popolazioni locali, corrisponda una strategia discorsiva diversa e

come le ultime due tendano quasi a voler neutralizzare le immagini precedenti, poiché opposta è l’ispirazione

che le anima.

Il viaggio è finito Già dagli inizi del XX secolo nessun luogo era ormai abbastanza lontano, e quelli che

ancora richiedevano spirito d’avventura e intraprendenza per essere raggiunti si rivelavano infine troppo

simili al punto di partenza. Una condanna simile viene estesa da Lévi-Strauss anche alla letteratura di

viaggio, capace solo a suo parere di propagandare luoghi comuni e di sostituire con rozze mediazioni

l’esperienza diretta. Se oggi qualsiasi luogo è tanto vicino e così poco imprevedibile da non offrire più una

meta prestigiosa ed esclusiva per potersi fregiare del titolo di “viaggiatore”, si deve allora ripiegare sulla

quantità e visitare più luoghi possibili. Ma se è vero che viaggiare non è più possibile, allora che cos’è che

rende possibile scrivere un viaggio, immaginarlo e leggerlo? In altri termini, che cosa comunica di tanto

prezioso il racconto di un viaggio, che il viaggio reale non riesce neppure a evocare? In realtà la godibilità

letteraria è dovuta a un sapiente dosaggio di aneddoti e divagazioni. Il viaggiatore-scrittore si muove così in

una geografia parallela in cui i luoghi non esauriscono il loro significato all’interno di uno stereotipo, ma

diventano mete parziali correlate tra di loro, unite da una trama di nessi più o meno fitta a seconda della

curiosità e della sensibilità di chi la percorre.

L’invenzione sociale che ha preservato i viaggiatori dall’imprevisto e li ha trasformati in turisti, sottraendogli

il piacere della vera scoperta, è la “vacanza” (parola che è l’ambiguo significato di riposo e vuoto): intorno al

tempo prestabilito della vacanze si è creata l’industria del turismo. A organizzare le prime gite turistiche fu

l’agenzia inglese di Thomas Cook, che avrebbe poi registrato un successo e un’espansione su scala mondiale

 si assiste a una vera e propria svolta ideologica nella concezione del viaggio, che diventa merce. Prima del

turismo c’erano stati i viaggi, e prima dei viaggi le esplorazioni. Le tre figure di questa periodizzazione

storica sono così diverse da riassumere vere e proprie categorie antropologiche, di uomini il cui spostamento

ha finalità del tutto differenti  infatti il viaggio di vacanza ha successo solo quando il programma è rispettato

in ogni dettaglio, ovvero quando neutralizza ogni possibilità di imprevisto. L’ospitalità diventa quindi

elemento fondamentale, e si situa all’estremità finale del percorso compiuto: è l’etica dell’incontro  come

perfetto rovesciamento del rito di iniziazione del viaggio nel Grand Tour, dove il giovane viene portato

temporaneamente fuori dalla comunità per poi farne ritorno, arricchito dall’incontro con la diversità,

nell’istituto dell’ospitalità è lo straniero che viene accolto dentro a una comunità, e sarà proprio la sua

diversità a fecondare e rafforzare la comunità chiusa Del resto la parola ospita conserva una certa ambiguità

semantica, che rende difficile distinguere “colui che riceve” da “colui che è ricevuto”  ambiguità che si

ripropone sul piano della letteratura di viaggio tra scrittore e lettore.

Capitolo 7: La traduzione letteraria

Gli studi sulla traduzione vengono solitamente denominati:

• traduttologia: secondo la definizione di A. Berman, riflessione della traduzione su sé stessa a partire

dalla sua natura di esperienza → non una disciplina oggettiva ma un "pensiero-della-traduzione", in

un senso che non vuole essere né

• translation studies: secondo la definizione di J. Holmes (accolta da Lefevere), campo di studi che

affronta i problemi derivanti dalla produzione e dalla descrizione delle traduzione → include

traduzione letteraria e non letteraria, scritta e orale (interpreting), insieme allo studio degli aspetti

applicativi sia di quelli teorico-descrittivi.

L’attenzione è qui circoscritta alla traduzione letteraria e al suo rapporto con la letteratura comparata →

evidenziare la funzione culturale svolta dalla traduzione, intesa come processo, come atto dinamico che

comporta una serie di conseguenze, superando definitivamente la prospettiva che la vedeva semplicemente

come prodotto di un processo meccanico (→ traduzione come semplice riproduzione dell'originale).

ESEMPIO del Don Chisciotte di Cervantes: l'autore, con l'espediente del ms ritrovato, attribuisce

implicitamente alla traduzione il ruolo di tramite tra la tradizione precedente e quella contemporanea.

Il pregiudizio sulla traduzione si è protratto fino ad oggi, negandole non solo ogni statuto d’opera d’arte, ma

negando perfino l’identità del traduttore →conseguenza: mancata consapevolezza dell’atto della traduzione

che si celava in realtà in ogni processo di scambio e di comunicazione.

Superato il concetto dualistico e oppositivo di opera originale e di traduzione, ne seguono due punti:

(1) si preferisce parlare dell’opera tradotta come di un prodotto culturale originale che ha preso spunto,

senza dubbio, da un testo di partenza, per segnalare tuttavia in seguito la propria alterità portatrice di un

valore originario e al contempo di un valore autonomo.

(2) Traduzione come atto fondativo della trasmissione culturale e dello scambio → sguardo diverso sulle

storie letterarie, riconsiderazione dell’apporto delle letterature straniere tradotte all’interno del panorama

delle produzioni nazionali.

traduzione come opera altra e autonoma, e come atto culturale, all’interno del fenomeno del

passaggio da una letteratura e da una cultura all’altra che viene assunto oggi nel suo carattere

globale.

Il nome e la cosa

Cicerone in De optimo genere oratorum parla dei criteri con cui traduce Eschine e Demostene.

opposizione interpres vs orator: il primo ha l'accezione originaria di traduttore orale e corrisponde a quella

che oggi definiremmo traduzione letterale (corrispondenza dei vocaboli, prevalenza del piano dell'elocutio);

il secondo è legato al piano dell'intera compositio → Cicerone usa "converto"= muto, trasformo → implica

non solo la semplice traduzione ma anche un processo di assimilazione, di latinizzazione dell'espressione e

del contenuto originali, attraverso l’adeguamento della cultura greca a quella romana.

Cicerone introduce l’idea di traduzione intesa come resa del testo nella pienezza di dominio dell’intera

composizione, della sua cifra espressiva all’articolazione del periodo e all’armonizzazione del contenuto.

NB cultura latina come cultura della traduzione, sistematica appropriazione del materiale della cultura

greca→ traduzione come conquista della grecità (vd cit Nietzsche p 157).

Cicerone ripreso da Orazio (Ars poetica) e poi da San Girolamo (per la sua traduzione della Bibba che si

afferma poi come Vulgata).

Per lui la traduzione dei testi sacri è "letterale" per il mistero che l'ordine stesso delle parole

racchiude, mentre l'essenza delle traduzioni dal greco al latino è "non rendere parola per parola, ma

riprodurre integralmente il senso dell'originale".

Nel tardo latino, converto è soppiantato da transfero (→ neologismo semantico traducere).

Importante cambiamento Medioevo → Umanesimo: superamento della concezione medievale

prevalentemente didattica e strumentale, e affermarsi della visione umanistica della pratica del tradurre, resa

maggiormente autonoma e “creativa” in quanto segno di un “passaggio” linguistico, ma anche

dell’intervento individuale e originale (vd cit 158) →La traduzione acquista fra 1300 e 1400 quelle

caratteristiche essenziali al suo riconoscimento come attività autonoma su cui si fonderà la successiva

riflessione teorica.

La lunga questione intorno al “nome” della traduzione anticipa la complessità della questione intorno alla

“cosa” stessa, vale a dire alla vera essenza dell’atto del tradurre.

1959 Roman Jakobson distingue tre modi di interpretazione di un segno linguistico:

1. traduzione “endolinguistica” o “riformulazione”: include la parafrasi, traduce un termine

servendosi di un altro della stessa lingua, più o meno sinonimico. Procedimento basilare che,

portando al vero significato del testo, dovrebbe procedere le fasi successive di traduzione.

2. traduzione “interlinguistica” o “traduzione propriamente detta”: interpretazione dei segni

linguistici per mezzo di un’altra lingua

3. traduzione “intersemiotica” o “trasmutazione”: interpretazione dei segni linguistici per mezzo di

sistemi di segni non linguistici → cambiamento di codici,cioè di linguaggi.

Inoltre esistono numerosi termini per distinguere la traduzione ponendola in relazione con altre forme di

scrittura:

• versione: traduzione letterale, spesso a uso scolastico e in particolare dalle lingue classiche. Può

anche però designare un'opera tradotta le cui variazioni e modifiche sono tali da allontanarla troppo

dall'originale per essere chiamata traduzione → interpretazione, Es varie versioni a partire dal Don

Giovanni di Tirso da Molina.

• Imitazione: traduzione libera, prevede l’intervento creativo dell’autore (→libertà di variare le parole

e il senso dell'originale) → spesso considerata non una traduzione ma una nuova opera che

condivide col testo di partenza solo il titolo e lo spunto iniziale.

• Riscrittura: Rewriting ( Lefevere, 1992). il testo originale viene reinterpretato, alterato o

manipolato. I criteri che inducono alla riscruttura sono i dettami dell'ideologia (più o meno

consapevole) del traduttore e della poetica predominante dell'epoca. Vd parodia o pastiche. La

riscrittura può implicare una "violenza" etnocentrica sul testo e forte appropriazione culturale.

• Adattamento o trasposizione: interessa soprattutto le traduzioni intersemiotiche →dalla parola

all'immagine cinematografica, alla resa pittorica o musicale etc. NB adattamento spesso designa una

traduzione che, rimanendo nello stesso sistema segnico e talvolta stessa lingua, rielabora il testo per

un diverso pubblico (es classici semplificati per i bambini o per l'uso scolastico.

Fedeltà o bellezza?

Le prospettive contemporanee degli studi sulla traduzione concordano nel superamento della concezione

dualistica secondo cui la traduzione dovrebbe essere, rispetto all’originale, fedele o infedele, letterale o

libera. L’idea di fedeltà in traduzione si lega al predominio della resa letterale, parola per parola, e alla

particolare attenzione pedagogica che tende a dare alla traduzione un carattere informativo più che creativo

ESEMPIO TRAD BIBBIA: attenzione specifica al Verbum Dei→ assoluta fedeltà delle parole e del loro

ordine. Modello intoccabile per il suo valore sacrale. Solo con la Riforma luterana e la traduzione della

Bibbia in tedesco è stato possibile trasporre il testo sacro in un diverso idioma comprensibile al popolo.

Epistola 1530: Lutero riflette sulla traduzione ed espone i suoi criteri di riferimento (vd p 160).

L’idea di infedeltà della traduzione si lega invece a un’interpretazione del testo che non tiene conto della

realtà storica, culturale e linguistica da cui l’opera proviene, ma la proietta direttamente nella cultura d’arrivo

dove viene accolta come fosse un prodotto indigeno → G. Mounin conia espressione di traduzione "belle e

infedeli". Culmine di questo fenomeno nella Francia di Luigi XIV, dove c'era la convinzione che il proprio

costume e normi sociali avessero raggiunto in quegli anni una perfezione tale da dovervi deguare qualsiasi

prodotto culturale che ne fosse estraneo → francesizzazione. ES Fino a 1800 gli eroi omerici continuarono a

darsi del “Lei” invece che del “tu” originario, per conformità al ruolo di principi e nobili.

Col Romanticismo il principio di fedeltà/infedeltà è negato per la tendenza ad attribuire maggiore importanza

ai nazionalismi →distinguere in modo più netto i prodotti culturali di una data nazione da quelli appartenenti

a culture straniere. MA NB peculiare contributo di Goethe: aspirazione a una Weltliteratur (letteratura

mondiale) → interesse comparatistico e sovranazionale in cui la traduzione assume tratto di dialogo e di

apertura (→ vicinanza con tendenza contemporanee).

ES TRAD P 161Parlare di fedeltà o infedeltà, di maggiore o minore bellezza delle traduzioni non è un

criterio sufficiente a svelarne l’essenza né la prospettiva culturale da cui sono scaturite e a cui sono rivolte.

Analisi delle condizioni della traduzione:

• soffermarsi sulle peculiarità linguistiche e lessicali

• osservare il mantenimento o meno della struttura metrica originale,

• considerare il pubblico al quale la traduzione è destinata,

• mettere in rilievo il prestigio del testo che viene tradotto

• considerare l’eventuale prestigio del traduttore.

Solo con una concezione dinamica della traduzione viene esautorata la dialettica tra fedeltà e infedeltà

per approdare piuttosto ad un’idea di traduzione che si fonda sul “movimento del linguaggio” (F.

Apel) → definitiva dimissione di una visione normativa, dualistica o comunque rigida della traduzione, in

favore del confronto con la prospettiva storica e con il singolo, originale rapporto di ogni traduttore → non

c’è la traduzione, ma le traduzioni.

l’unità dialettica di forma e contenuto e relazione dell'opera tradotta con orizzonte d’attesa e con

l’idea di traduzione come comprensione ( del lettore contemporaneo, del traduttore e poi del critico.

Credo si intenda un concetto di gadameriana memoria).

Etica della traduzione

Esiste un limite oltre il quale la traduzione non è più tale ma è definibile, in base al livello di intervento sul

testo di partenza, come parodia, riscrittura, falsificazione, imitazione, trasposizione, adattamento, etc.

Goethe distingueva storicamente due tipi di traduzione:

1. traduzione che "ci fa conoscere l'estero dalla nostra prospettiva"

2. traduzione in cui ci si sforza di trasferirsi nelle situazioni del paese straniero, ma in realtà ci si

appropria del senso estraneo e lo si raffigura nuovamente nel proprio senso → epoca parodistica→

traduzione che rientra nelle pratiche ipertestuali (NB "ogni relazione che unisca un testo B a un testo

anteriore A, sul quale esso si innesta in un modo che non è più quello del commento". Def Genette)

Antoine Berman definisce traduzioni ipertestuali tutte quelle traduzioni che si generano per trasformazione

formale da un altro testo. Non solo, una traduzione ipertestuale è sempre una traduzione etnocentrica

(=riconduce tutto alla propria cultura, alle sue norme e valori, e considera lo Straniero come negativo

o appena degno di essere adattato, per accrescere la ricchezza di quella cultura).

Es di appropriazione insita in questa tipo di traduzione: traduzionismo conquistatore della romanità. In

generale è l'impostazione tipica della tradizione occidentale.

Berman rivendica il fine più profondo della traduzione, quello etico, poetico e filosofico: la finalità etica del

tradurre consiste nel riconoscere e ricevere l’Altro in quanto Altro. Una cultura (in senso antropologico)

non diventa veramente tale se non è governata – almeno in parte- da questa scelta.

Etica del tradurre: tendere alla manifestazione, nella propria lingua, di quella pura novità che è la

novità dello straniero, conservandone l'aspetto estraneo e nuovo.

Esempi della complessità di un'opera tradotta, in cui traduzione e parodia, riscrittura e trascrizione si

sovrappongono sino a confondersi:

(-) traduzione lipogrammatica (NB lipogramma: testo scritto evitando in modo assoluto una lettera o alcune

lettere) che presenta l’assenza volontaria di una determinata lettera dell’alfabeto. ES trad di Perec di Les

Chats (Baudelaire) e Le voyelles (Rimbaud) senza usare la e → come classificare un testo del genere?

(-)testo di Jorge Luis Borges nelle sue Ficciones: Pierre Menard, autore del “Quijote”, dove al poeta e

romanziere vengono attribuiti alcuni capitoli dalla stesura incompiuta del “Quijote” di Cervantes → scrittura

capovolta dell’idioma estraneo: il traduttore francese scrive in una lingua che non gli appartiene, lo spagnolo.

Riscrive il testo originale per "tradurlo" in un testo identico a sé stesso → al di là dell'idea stantia di un testo

definitivo che "appartiene unicamente alla religione o alla stanchezza" (Borges). Vd p 164.

scrittura come tessitura di trame della tradizione letteraria del passato e del presente, come divenire

incessante. Antoine Compagnon: "se la scrittura è sempre riscrittura, dei meccanismi sottili di

regolazione, varibili seconda le epoche, lavorano affinché essa [la traduzione] non sia

solamente una copia"

Imitazione ed esportazione

Nazione, lingua e cultura devono essere considerate come delle entità dinamiche: non c'è sempre identità

fra loro, i confini sono labili (es in una situazione di multilinguismo in una stessa nazione e di

multiculturalità in una stessa lingua) → la traduzione è il luogo in cui si instaura un dialogo tra questi

termini.

A causa della tradizionale prospettiva nazionalistica, hanno prevalso modelli storiografici e criteri di

periodizzazione basati su un’unica letteratura dominante. Il presupposto troppo frequente di coincidenza tra

una letteratura con una struttura politica e geografica (una nazione), ha portato a considerare anche la lingua

propria dell’area culturale come predominante → marginalizzati le opere degli scrittori che non si

conformavano a tale lingua e il ruolo svolto dalle opere tradotte.

riconoscere l’importanza della traduzione comporta la rinuncia all’idea che possano esistere società

monolingue, nonché alla rinuncia di una visione imperialistica di culture dominanti e di lingue di

maggiore o minore prestigio → multilinguismo e multiculturalismo come valori.

Grazie anche alla traduzione, la letteratura mondiale vista non come insieme di settori

linguisticamente e culturalmente separati, MA come una massa fluida in movimento al di là dei

confini di ogni genere.

Lambert propone una mappatura letteraria che non consista in una giustapposizione di monografie

nazionaliste, ma che - studiando i fenomeni letterari su scala mondiale - promuova idea della letteratura

come insieme dinamico, in continuo mutamento per i meccanismi di scambio, importazione ed esportazione

tramite le traduzioni → concetto di polisistema letterario inaugurato da Itamar Even-Zohar (anni 70).

aggregato di sistemi contenente tutti i tipi di testi, letterari e semi letterari.

All’interno di un polisistema dato, la letteratura tradotta secondo Even-Zohar svolge un’attività primaria

legata ad un principio di innovazione → riconoscere alla letteratura tradotta un ruolo attivo addirittura nella

modellizzazione del centro del polisistema. Strumento di interazione tra una tradizione e nuovi modelli

culturali → Eliminando la separazione fra opere originali e opere tradotte è possibile superare i limiti e le

immobilità di un sistema costituito e riconoscere nelle opere tradotte una forza innovatrice che importa

generi letterati, temi e motivi, linguaggi e tecniche espressive, ma anche di ideologie, prospettive politiche,

ecc.

Il ruolo innovativo della traduzione agisce principalmente in tre casi principali:

1. quando un polisistema non è ancora cristallizzato, e cioè una letteratura è “giovane”, in fase di

formazione → le opere tradotte permettono ad una letteratura “giovane” di acquisire facilmente dei

modelli, dei tipi su cui modellarsi.

2. quando una letteratura è “periferica” e “debole” → traduzioni offrono anche qui modelli, però qui

si può verificare una forma di dipendenza nei confronti delle letterature canonizzate e

gerarchicamente riconosciute come dominanti→ tendenza all'imitazione piuttosto che allo sviluppo

di potenzialità creative autonome

3. quando ci sono punti di svolta, crisi o vuoti di una letteratura → la traduzione ruolo centrale e di

spunto creativo andandosi ad insinuare nelle zone di “vuoto” letterario. ES di letteratura in stato di

crisi è quello dell’Italia durante il fascismo, dove le traduzioni apparivano come veri e propri

“strumenti di liberazione”, e fonti inesauribili di modelli letterari. VD antologia Americana (1941),

curata da intellettuali antifascisti tra cui Pavese e Vittorini. (NB 1930-40 definito il "decennio delle

traduzioni", "Noi scoprimmo l'Italia cercando gli uomini e le parole in America, in Russia, in

Francia, in Spagna", Pavese).

Un approccio come quello proposto da Even-Zohar permette dunque di porsi alcune precise questioni: quale

sistema culturale traduce? In quali momenti storici? Quali effetti producono le traduzioni sul sistema di

arrivo e quali funzioni vi ricoprono? Chi sono i traduttori? Qual è il cirterio di selezione dei tesi? Quali sono

le opere che non vengono tradotte e per quali motivi?

Traduzione e letteratura comparata

La produzione letteraria di una determinata cultura che si esprime in una lingua specifica è implicata in una

relazione inevitabile con le letterature straniere: es è impossibile capire il romanticismo italiano prescindendo

dall'entità europea del movimento romantico → da considerare anche il modo in cui le opere straniere

giungevano ai lettori italiani (e quindi riflessione sulla traduzione).

Le opere riconosciute nel loro ruolo costituiscono un "fondo", una serie di letture e conoscenze che si

radicano in un canone internazionale quanto in un canone nazionale, determinando dei punti di

riferimento per il movimento vitale della letteratura, ma che al tempo stesso stravolgono lo status quo

letterario minandolo dall'interno, secondo il potenziale destabilizzante proprio della traduzione.

NB Questo è valido pressoché per ogni epoca, ma in particolare in epoca romantica la traduzione

assume un ruolo centrale nel pensiero letterario

L’idea di traduzione di Goethe (seconda metà 800) è legata al suo concetto di Bildung(= processo di

formazione sia di un individuo sia di una nazione), che trova nel rapporto con le letterature straniere un

elemento essenziale del suo percorso (→ traduzione in Germania strumento essenziale).

Per la formazione dell'individuo sono fondamentali il rapporto io-mondo e l'equilibrio nella relazione

vivificante con l'altro → la traduzione è la rappresentazione sovranazionale e macroscopica di questo

fenomeno: la traduzione per Goethe incarna l'idea stessa di Weltliteratur, idea di scambi

interculturali e internazionali, è la concreta manifestazione dell'interazione tra popoli e si configura

come esistenza simultanea delle letterature del mondo.

Il rapporto testo originale - traduzione è per Goethe l’espressione del rapporto fra nazioni. La

traduzione dà una spinta decisiva al processo della Bildung con cui ogni popolo raggiunge la propria

autonomia e identità attraverso la conoscenza delle altre letterature e culture, e attraverso il

superamento di ogni forma di provincialismo o sciovinismo.

Nonostante Goethe sia costantemente tirato da due forze opposte (una Weltliteratur decentralizzata VS

tendenza a considerare la lingua e la cultura tedesche come medium privilegiato nel cammino della

Weltliteratur), riconosce nel traduttore il ruolo primordiale di mediatore fra le culture: la traduzione

produce un effetto straordinario, ringiovanendo, revitalizzando e rinnovando le opere da cui parte.

VD p 167 per poesia UNA PARABOLA.

Pensiero di Lawrence Venuti: basato sulle riflessioni dei romantici tedeschi. Traduzione come spazio

letterario in cui si realizzano modifiche sostanziali al panorama letterario del mondo. L'elemento che ha

secolarmente contraddistinto la traduzione è l'"invisibilità"

per secoli potente autorità del testo originale (visto come "monumento" eterno)→ i traduttori ruolo

secondario, hanno dovere di essere invisibili e assenti per lasciar risaltare massimamente l'originale →

pregiudizio dell’autore come “genio” eterno che trascende i cambiamenti linguistici, sociali e culturali;

dall’altra parte il traduttore come presenza effimera, destinata a perire, incapace di vere scelte linguistiche

proprio per il limite di dover essere sempre e solo produttore di una “copia” dell’originale.

problema risolvibile soltanto ripristinando l'alterità del testo straniero, ristabilendo l'autonomia e singolarità

delle culture che interagiscono con la traduzione (→ legame con etica della traduzione di Berman).

Lawrence propone un modello di traduzione estraniante: traduzione che non “addomestichi” il testo

straniero conformandolo ai valori della cultura che lo traduce, (→senso di familiarità per il lettore che potrà

riconoscersi anche in un testo geograficamente e culturalmente lontano) ma una traduzione che estranei il

lettore conservando del testo la differenza, l’alterità dichiarata e manifesta.

I diversi approccia alla traduzione

Problema della traduttologia: è solo un'area di studi complementare e ausiliaria o può considerarsi una

disciplina autonoma? Possiede una propria funzionalità specifica?

Riconoscere il fondamento storico della traduzione e delle sue teorie è essenziale per lo studioso

contemporaneo. Le fasi dello sviluppo recente degli “studi sulla traduzione” sono state generalmente

riportate a tre momenti fondamentali (NB per nomi degli studiosi p 170) :

(1)Fase source-oriented (decennio successivo al primo dopoguerra fino agli anni 60): nascono l’interesse

per la disciplina e le ricerche mirate alla costituzione dello studio della traduzione come scienza. Prevalenza

dei PTS (prescriptive translation studies). Ispirazione di fondo: traduzione automatica, in cui dominava

l’interesse per la lingua. Ricerca di proocessi automatici e universali per la traduzione.

La prospettiva di questa prima fase mette in rilievo la fonte della traduzione, per questo è stata definita

source oriented → preminenza dell'indagine sul testo di partenza, traduzione priva di autonomia effettiva.

Limiti di tale impostazione:

• meccanicismo della traduzione: si partiva dal presupposto sbagliato di assoluta equivalenza

(struttura linguistica X corrispondenza biunivoca con una struttura linguistica Y) → possibilità di

sostituire il materiale testuale di una lingua con l'equivalente materiale testuale di un'altra lingua.

Persino Jakobson sottilineò l'inesistenza di equivalenza assoluta fra lingue → "oggetto

fondamentale della linguista è l'equivalenza nella differenza".

• Visione strettamente linguistica e microstrutturale: limite messo in rilievo quando alla traduzione

come semplice sostituzione linguistica si è sovrapposta una visione extralinguistica (rilevato il

ruolo fondamentale dei fattori sociali, culturali, testuali, ecc). È risultato sempre più insostenibile

l'atteggiamento che considera elementi linguistici soltanto come sistemi astratti.

graduale passaggio dallo studio del testo in sé a quello della funzione che tale testo ricopre in un

determinato contesto → affermazione di una nuova prospettiva incentrata su fattori storico-sociali e

sull’importanza della ricezione dei testi. Attenzione verso la dimensione macrostrutturale e rapporti

tra linguaggio e società. (NB verso gli anni 70 nasce la pragmatica linguistica).

(2) Fase target-oriented (anni 70): traduzione come testo altro → valore non più derivato, ma intrinseco e

autonomo. Fase con fisionomia opposta a quella linguistica e normativa per orientarsi verso i testi tradotti, e

in particolare quelli letterari. Il termine traduttologia sostituisce quelli usati precedentemente perché,

superati i limiti prescrittivi dell’ipotetica scienza della traduzione, l’attenzione si rivolge ai casi specifici,

all’analisi dei diversi testi tradotti come fondamento di nuove teorie.

Nuova concezione del processo di traduzione: il primato del testo originale in quanto unica opera portatrice

di un significato per la traduzione non poteva partecipare attivamente, ed è stato abbandonato in favore di

una riconsiderazione della traduzione stessa → annullamento di distinzione fra opera originale e opera

tradotta in favore di un’autonomia di quest’ultima in quanto testo altro, atto comunicativo di per sé. La

prospettiva non è più dunque source oriented, ma si sposta verso la cultura d’arrivo, target oriented.

(3) Fase "culturalista" (NB termine mio), anni 80: il centro dell’attenzione dal testo alla cultura, dalla

letteratura alla traduzione come processo di scambio culturale. Questa prospettiva ribadisce l’importanza

dell’analisi testuale, cioè dell’indagine attraverso studi concreti (traduzione come scienza empirica fondata

sull'analisi testuale), che basino la teoria su casi storici esemplari e significativi, e non su astrazioni → si

elimina ogni possibilità di spazio ulteriore alla precettistica, fase dei DTS (descriptive translation studies). Il

contesto storico e sociale acquista in questa prospettiva un rilievo essenziale, fin quasi ad oscurare il testo di

partenza, la “fonte”. Il merito di questo approccio consiste nell’aver identificato l’importanza del problema

della ricezione rispetto alla traduzione: ciò che conta è lo scambio che si realizza fra le due culture, quella di

partenza e quella d’arrivo, e la possibilità di comunicazione interculturale che la traduzione pone. Il processo

traduttivo è uno strumento del circuito di comunicazione cui bisogna restituire la propria dignità di testo che

esiste in quanto “relazione di testi”. Nello studio rivolto ai contatti culturali sovranazionali l’attenzione si

deve concentrare sul legame che si instaura fra:

• la produzione locale,

• la tradizione a essa collegata

• l’importazione. NB Quest’ultimo elemento crea un sistema intermediario fra i primi due.

La caratteristica comune a quest’ultima fase di studi è quella di fondarsi sugli stimoli provenienti anche dalla

linguistica, dalla filosofia e dalla sociologia (→ interdisciplinarietà), di riconoscere al testo tradotto il

carattere di opera originale, di dare risalto all’analisi testuale e di sottolineare l’importanza della dimensione

storica della traduzione → studi interdisciplinari, antinormativi e dinamici. Vd p 172.

Il mondo postcoloniale e la traduzione

La traduzione si lega a una prospettiva comparata della letteratura, intesa come luogo di scambio e di

relazione tra le letterature del mondo. Superare le visioni eurocentriche e tipicamente occidentali che hanno a

lungo dominato il discorso comparatistico è intento comune della letteratura comparata e degli studi sulla

traduzione, soprattutto di fronte all'emergere di letterature di minoranze o di culture subalterne →

ridefinizione dei modelli teorici conosciuti e basati sulle idee occidentali di umanesimo e universalismo.

Gli studi sulla traduzione rivolgono l'attenzione ai testi postcoloniali, ibridi e meticci per la loro implicita

mescolanza linguistica e culturale, testi che sono riusciti a dare vita ad un nuovo linguaggio che resiste alla

nozione di testo straniero, traducibilità e all’idea stessa di opera “originale”.

Lo spazio letterario postcoloniale è stato definito "in between", perché tenta di compiere un duplice

affrancamento da:

• dominio dei paesi occidentali,

• culture nazionali che rifiutano ostinatamente la cultura occidentale.

In tale spazio è impossibile conservare le idee tradizionali sulla traduzione: l’uso delle lingue occidentali da

parte degli autori postcoloniali si è caricato del doppio significato di affermare da una parte la propria cultura

indigena e di utilizzare dall’altra la lingua del potere in una nuova forma che realizzasse l’autonomia.

Pluralità interna al testo: il bilinguismo è uno strumento di autocoscienza e di liberazione che pone però

anche il problema della scelta della lingua da usare.

lettura non più unidirezionale, occidentale, imperialista, ma aperta alla possibile negazione del testo unico e

originale. NB caso dello spazio letterario delle letterature emergenti e periferiche e delle letterature “minori”

→ la traduzione interviene sullo stato di formazione, periferico o in crisi dei sistemi letterari, introducendo

nuove forme e nuovi modelli.

Fenomeno di decentramento della frase: sovversione interna al modello imposto: . L'esempio dello scrittore

maghrebino Meddeb ha valore paradigmatico: usa la lingua e la cultura francese da una prospettiva

postcoloniale, un ibrido di schiavitù (linguistica) e di liberazione in cui si produce la vitalità di una nuova

letteratura che contiene in sé, grazie a questo impulso contraddittorio e vivificante, un rapporto diretto con la

traduzione. Decentrare la frase → la lingua subalterna, abbandonata in favore di leggibilità, intelligibilità e

universalità della lingua maggiore, mina questa stessa linga al suo interno, annula le gerarchie tradizionali tra

testo primario e testo derivato (traduzione), intrecciandoli indissolubilmente → effetto di smarrimento in

una casba (metafora di Meddeb)

processo di “deterritorializzazione” della lingua “maggiore”:es gli ebrei di Praga che scrivono in tedesco,

come Franz Kafka → la coscienza nazionale passa attraverso la letteratura, scelta della lingua maggiore

come atto linguistico e politico, un impulso destabilizzante verso un modello tradizionalmente accettato delle

letterature occidentali (più in generale maggiori).

In questo processo lo scrittore si riappropria di una linga che non gli appartiene modellandola su sé stessa,

traducendola internamente in una nuova forma linguistica, autotraducendosi in opera e lingua originali,

autonome. Partendo da una lingua altra e da una letteratura altra si appropria del modello esistente per

rivitalizzarlo decentrandolo, per rimescolare gli ingredienti linguistico-letterari e dare forma ad una nuova

creatività

Esempio Ben Jelloun, La nuite sacrée,: è il seguito de L’enfant de sable scritto in francese (p 174 per breve

trama). MA il romanzo rivela il suo significato profondo solo nella successiva traduzione dal francese alla

lingua madre dell'autore (arabo). Vd titolo: "La notte fatale" diventa Laylatu 'l-qadr ("la notte della

sentenza"), cioè la notte della rivelazione del Corano a Maometto → riferimento culturale intraducibile,

significato profondo coglibile solo in arabo.

L’autore crea un doppio effetto di straniamento: si serve della cultura araba per creare una leggenda in lingua

francese, rendendosi estraneo al suo stesso lettore di origine europea e rendendo estranea a sé stessa la

cultura araba da cui proviene mettendone in discussione i valori centrali.

Amour bilingue (Khatibi): sostiene il suo essere bi-langue (che si muove continuamente fra più lingue),

chiedendo al lettore una continua traduzione dall'arabo classico al dialetto marocchino al francese.

Questi esempi sottolinea l'incompatibilità della nozione di "testo originale" col complesso fenomeno di

multilinguismo.

Traduzione e studi femminili

La controversa nozione di testo originale interessa anche il rapporto con gli studi femminili. La ricerca

femminista ha evidenziato che in numerose discipline le modalità con cui una cultura valuta il lavoro sono

modellate fortemente sull’opposizione tra lavoro produttivo e riproduttivo → distinzione fra

1. scrittura, originale e mascolina,

2. traduzione, derivativa e femminile, attività qualitativamente inferiore alla scrittura.

Il discorso teorico sulla traduzione è implicitamente carico di una valenza sessuale. Es "belle

infedeli" e in generale il lessico sessista → legame bellezza e fedeltà, traduzione riportata al

modello matrimoniale in cui fedeltà implica il contratto implicito tra traduzione (donna) e

originale (marito, padre o autore), contratto che riconosce il peccato unicamente alla

traduzione-donna, scagionando l'originale-marito da ogni responsabilità.

ES prospettive maschiliste:

– Roscommon (1600) scrive un trattato sulla traduzione che ha le forme di un trattato sull'educazione:

il traduttore è un maschio che prende il posto dell'autore-padre nella gestione del testo (figura

femminile la cui castità e verginità non devono essere profanate dal traduttore).

– Pierre-Daniel Huet nel 1683 dice che la traduzione deve essere uno specchio in cui si doveva

ritrovare la vera fisionomia dell'autore originario → una traduzione deformante è paragonata a una

donna ridicola che se ne va in giro con la faccia impiastricciata di trucco e imparruccata.

L'immagine metaforica della traduzione come lotta familiare per l’appropriazione dell’autorità e paternità del

testo si estende anche al processo politico con cui la traduzione colonizza altre culture e permette alle nazioni

di espandersi ES i romantici tedeschi usano indifferentemente i verbi "tradurre" e "germanizzare". Oppure

solito esempio appropriazione romana della cultura greca.

Revisionismo di Derrida e teoria femminista della traduzione: Gender studies e studi sulla traduzione si

uniscono soprattutto nel pensiero della differenza di Derrida.

traduzione come specchio della differenza. Interdipendenza tra originale e traduzione. Derrida

sottolinea come un testo (anche originale) può essere letto o non letto, c'è sempre qualcosa che resta

fuori dalla traduzione, che è sia originale sia secondaria, sia incontaminata sia trasgressiva (non ho

ben capito).

La teoria femminista sulla traduzione ha ripreso l'idea derridadiana di traduzione come pratica governata da

un "doppio legame", aggiungendo però una prospettiva sociale che supera quella strettamente edipico-

familiare.

La prospettiva in cui nasce l’alleanza fra gli studi sulla traduzione e gli studi femminili, tra anni 70 e 80, si

fonda su alcuni elementi comuni: la sfiducia nelle gerarchie tradizionali e nei ruoli sessualmente predefiniti,

il profondo sospetto verso le regole della fedeltà e la messa in dubbio dei modelli universali di valore e di

significato.

traduzione è l'espressione del linguaggio delle differenze sociali, sessuali e culturali.

Traduzione, femminismo terzomondista: la questione di genere si lega profondamente alle controversie

postcoloniali. Studiose terzomondiste, come Gayatri Spivak, hanno evidenziato l'errato essenzialismo

dell'identità femminile nel femminismo occidentale. Nei paesi decolonizzati le dinamiche patriarcali si

uniscono intimamente a quelle di subalternità razziale (rivedi riassunti storia e Corona).

[da riassunti di Banti

Nel corso degli studi il termine “genere” ha sostituito il termine “sesso”. Il termine ha due implicazioni:

• relazionalità: si è compreso che parlare di donne, vuole dire necessariamente parlare anche di

uomini. Donne e uomini non possono essere considerati in maniera isolata.

• fondamento socio-culturale: gender sottolinea che la differenza uomo-donna non è naturale o

biologica (es diversa muscolatura, oppure il fatto che la donna partorisca) ma sociale e culturale.

Uomo e donna sono costruzioni culturali di natura essenzialmente sociale. ]

Per Spivak sono fondamentali l'apprendimento e l'esame diretto dei testi in lingua originale → importanza

cruciale della traduzione: la solida conoscenza delle lingue del Terzo mondo e della scena storico-letteraria in

cui si introducono le autrici serve a definire il mondo di introdurre politicamente nel Primo mondo queste

figure doppiamente subalterne (in quanto donne e in quanto etnicamente diverse).

Un esempio di lettura

Un esempio interessante che aiuta a comprendere il modo in cui oggi sia possibile analizzare un testo dal

punto di vista della traduzione è quello fornito dai due racconti di Iginio Tarchetti, Il mortale immortale

(dall’inglese) e la sua ripubblicazione col titolo L’elisir dell’immortalità (imitazione dall’inglese). Si tratta in

realtà di un plagio da Mary Shelley, una traduzione invisibile fatta passare per originale, ma interessante è

l’analisi testuale che, confrontando il testo italiano all’inglese, scopre le ingerenze di Tarchetti nei confronti

di Mary Shelley, le sue modifiche, le sue soppressioni, aggiunte al testo e le manipolazioni. Quello che più

interessa capire è la funzione che la traduzione ricopre. La scelta del traduttore/autore Tarchetti si rivolge

verso un genere letterario, il fantastico, ancora poco frequentato nella letteratura italiana ottocentesca.

valenza politico-ideologica: scelta del genere fantastico per evidenziare l'insufficienza del realismo

italiano (soprattutto manzoniano). Se vogliamo rientra nella generale natura polemica del fantastico

europeo, che voleva incrinare i semplicismi e gli automatismi del positivismo borghese.

Il racconto gotico di Mary Shelley, presentato come produzione propria, rappresentava una scelta strategica

determinante → tentativo di riforma del canone italiano tramite l’appropriazione di testi stranieri. Dal punto

di vista linguistico Tarchetti operava una “deterritorializzazione” interna alla stessa lingua italiana,

servendosi del linguaggio manzoniano per stravolgere il discorso narrativo dominante conducendolo verso il

fantastico → in un periodo in cui le traduzioni italiane di romanzi fantastici stranieri era ridotta a pochissimi

titoli, Tarchetti irrompeva sul panorama letterario minandolo dall’interno e destabilizzando il modello

borghese egemone. La traduzione di Tarchetti rappresenta un esempio significativo della relazione esistente

fra i testi, della migrazione di temi e generi letterari fra culture differenti, nonché dell’impiego

destabilizzante del potere della traduzione e delle sue ripercussioni sulla realtà culturale esistente →

mediante il plagio si annulla la condizione di secondo grado di testo tradotto presentandolo come primo

racconto gotico scritto nell’italiano del registro realistico più diffuso.

Studi sulla traduzione: quali prospettive?

La traduzione si intrinseca strettamente con la prospettiva comparata dello studio letterario e culturale,

mediante un rapporto dialogico che trascorre continuamente da un campo all’altro, che crea relazioni e

intrecci, debiti e crediti, ma che al tempo stesso non impedisce agli studi sulla traduzione di assumere una

fisionomia propria e una visione allargata. Superati i pregiudizi sulla marginalità della traduzione, abolita la

gerarchia fra opera originale e opera tradotta, oggi la traduzione si muove verso un’essenziale autonomia, un

riconoscimento di sé che non metta più in questione la sua raggiunta emancipazione letteraria e

comunicativa→ la traduzione non è mai “fedele”, piuttosto è “libera”. I suoi legami storici e sociali con la

lingua e la cultura del tempo ne fanno una pratica culturale “politica”, coinvolta nella costruzione critica

delle identità tra loro straniere, così come nella formazione, conservazione e sovversione dei modelli

letterari. Il riconoscimento della traduzione come luogo di valorizzazione e non più soppressione delle

differenze culturali è una delle più importanti conquiste della ricerca attuale e indica le modalità con cui

studiare i testi tradotti in una prospettiva comparatistica → confrontare i testi della lingua d’arrivo e della

lingua di partenza esplorando la dialettica di acquisto e perdita. L’idea di fedeltà quando parliamo di

traduzione oggi, è quella di fedeltà “abusiva”: il traduttore cerca di riprodurre le peculiarità del testo straniero

che si rivelano contraddittorie, marginali, differenti improprie rispetto al modello principale della cultura e

della lingua di partenza, mediante uno sforzo che richiede l’invenzione di analoghi mezzi di significato.

Capitolo 8: Immagini dell’“altro”: imagologia e studi interculturali

Il punto di partenza e l’interesse essenziale della letteratura comparata è l’incontro con l’“altro”, con i testi

letterari stranieri e le culture diverse dalla nostra e tra loro→ l’imagologia letteraria può essere intesa come

una delle forme di indagine più “concrete” dell’approccio con l’alterità. Un’altra modalità d’indagine,

sviluppatasi in tempi molto recenti, è quella degli studi interculturali, che si occupano delle analogie, delle

differenze e dei rapporti tra i diversi grandi sistemi culturali, aiutando a interpretare la portata civile dei testi

letterari, e a vedere il mondo nel modo più ampio possibile → valenza educativa.

L’imagologia: definizione e terminologia

Definizione: studio delle immagini, dei pregiudizi, degli stereotipi e delle opinioni su altri popoli e culture

che la letteratura trasmette, partendo dalla convinzione che queste images hanno un’importanza che va al di

là del dato letterario e dell'immaginazione del singolo autore. Le images sono le tracce letterarie del modo in

cui una cultura definisce l'Altro - e di riflesso sé stessa → costruzione dell'identità in modo relazionale. Vd

Derrida e le opposizioni binarie occidentali.

La letteratura è un deposito e agente fondamentale dell'immaginario collettivo che influenza il pensiero dei

singoli attraverso diversi canali di mediazione e di rielaborazione. Le rappresentazioni di paesi stranieri sono

molto antiche perché rispondono alla necessità antropologica di ogni società umana di tracciare il confine tra

ciò che è familiare e ciò che appartiene all’ignoto.

NB le immagini dello straniero non sono valutabili in termini di autenticità, sono quasi sempre

tendenziose: raramente furono modellate su esperienze dirette, e anche laddove i contatti ci furono (es

tradizione settecentesca Grand Tour in Europa) continuarono a prevalere stereotipi e pregiudizi che inficiano

la veridicità di queste immagini.

ESEMPI: Erodoto e Historie; Tacito Germania; Colombo, Giornale di bordo; Kipling:

L'esame di testi del genere, messi in relazione col loro contesto storico-sociale, mira a evidenziare le

ideologie e i pregiudizi culturali in cui sono radicati e che esprimono. L’interesse maggiore che anima le

ricerche imagologiche è di risalire al valore ideologico e politico che certi aspetti di un’opera letteraria

possono avere, che racchiudono le idee che un autore condivide con l’ambiente sociale e culturale in cui

vive. Al contempo la descrizione di un paese straniero e dei suoi abitanti mostra la visione che un autore ha

della propria cultura e la maniera in cui vi si colloca, ossia la propria identità culturale.

NB testi imagotipici: testi contenenti delle images, che col tempo possono acquisire una certa canonicità in

una tradizione letteraria. L'immagine dell'altro può essere:

• interpretazione idealizzante, esaltazione quasi mitica

• mirage: image distorta, valutazione di un'altra cultura come "inferiore" (→ legame con studi

postcoloniali)

Si può osservare anche lo sviluppo diacronico di una determinata image. ESEMPIO immagine dell’Italia che

emerge dalla letteratura tedesca nei diversi secoli: Goethe, Brinkmann, Bernham VD P 186!

Nella scansione dei diversi orientamenti di ricerca imagologica, va notata l’assenza di una vera e propria

tradizione accademica italiana di questi studi. Alcuni autori ricollegabili a queste ricerche: Arturo Graf,

Arturo Farinelli, Martino Marazzi (vd p187).

Le origini dell’imagologia

Le principali correnti imagologiche europee definitibili come vere e proprie “scuole” sono due, entrambe

caratterizzate dalla presa di distanza dai presupposti teorici della tradizionale imagologia positivista (che

avvenne soprattutto per l'intervento critico di Rene Wellek contro la scuola francese 1959):

1. “scuola di Aquisgrana”: sviluppatasi tra gli anni sessanta-settanta intorno alla figura di Hugo

Dyserinck,

2. quella nata negli anni settanta dietro l’impulso del francese Daniel-Henry Pageaux.

Sull’imagologia tradizionale (fine Ottocento - metà del Novecento) gravava l’eredità positivista →

l’interesse dei comparatisti guidato da una concezione deterministica dei caratteri nazionali, in cui

echeggiava il pensiero di Hippolyte Taine (che aveva teorizzato concetti di "razza"= disposizione genetica,

"ambiente"= condizioni materiali della razza, "momento"=risultato sviluppo storico della razza). In questa

prima fase la ricerca imagologica si concentra sullo studio delle ricezioni letterarie (→ indagine su come

l'immagine di una nazione possa influire sulla fortuna di un autore in un'altra di arrivo).

I comparatisti di questa stagione cominciano a mettere in atto una prospettiva sovranazionale e mentalità

cosmopolitica→ prime, seppur fragili, basi che portano gradualmente nella ricerca imagologica a finalità

etico-politiche, come l'esigenza di contribuire alla migliore intesa fra i popoli. MA slancio cosmopolitico

frenato dalle latenti preoccupazioni nazionalistiche e da una visione imperialistica (→ eurocentrismo).

L’indicazione di ampliare le ricerche sull’aspetto delle relazioni spirituali tra le nazioni e le loro letterature è

stata generalmente interpretata come l’inizio dell’imagologia, ma va invece considerato come risultato di un

lento sviluppo avvenuto nella stagione della cosiddetta "scuola francese". Studiosi importanti: Carré e

Guyard.

La scuola francese non riesce a liberarsi dalla suggestione della "psicologia dei popoli" → non contesta

l'esistenza e l'essenzialità di "caratteri nazionali". ES. Carré ( in un'opera 1947) individua l'immagine distorta

che i francesi si fanno della Germania a partire dal Romanticismo, e tale idealizzazione ha portato ai risultati

catastrofici del nazismo. Carré in sostanza assume come "spirito" tedesco quello legato all'escalation di

violenza (posizione storicamente comprensibile, ma inaccettabile epistemicamente per assenza di equilibrio e

neutralità scientifica).

La scuola francese entra del tutto in crisi a causa delle critiche radicali mosse dalla cultura nordamericana,

specialmente da Wellek in un intervento del 1959.

distingue di tipi di analisi:

1. extrinsic approach: studio degli aspetti esteriori della letteratura (es elementi sociologici)

2. literary scholarship: studio letterario costruito su un oggetto estetico autosufficiente.

Data questa impostazione di fondo (privilegiata la tipologia 2), Wellek critica l'eccessivo peso attribuito ai

concetti di:

• Influenza: concetto basato su un insostenibile meccanicismo causa-effetto, talvolta usato anche per

esaltare la propria letteratura nazionale

• Fortuna: porta la ricerca soprattutto verso fatti esterni all'opera letteraria→ impostazione sociologica

ed etno-psicologica che allontana da un'analisi prettamente letteraria.

letteratura comparata ridotta a disciplina ausiliaria delle filologie nazionali. La svolta della scuola francese

verso lo studio delle ricezioni non è vista positivamente e non ha operato un netto distacco dal modello

deterministico. Pericolo di ridurre lo studio letterario a una sorta di psicologia collettiva.

Wellek, fautore di uno studio intrinseco della letteratura, svuota l'imagologia di qualsiasi valore epistemico:

la considera una ricerca inutile, più vicina alle indagini sulla pubblica opinione che a indagini letterarie.

NB modello di Wellek improntato a una decisa depoliticizzazione e universalizzazione dell'indagine

letteraria.

L'imagologia attuale ha assimilato le direttive di Wellek prese però con le dovute cautele. Continua a

intrattenere stretti rapporti con le scienze sociali (→ feconda interdisciplinarietà, carica di innovazioni), e

contrappone alla deformante aspirazione universalistica un obiettivo etico-politico e una riflessione storico-

antropologica sul concetto di "nazione". →

Le maggiori correnti dell’imagologia attuale

Intorno al problema di “images” e “mirages” nell’ambito della letteratura comparata (1966) di Hugo

Dyserinck: revisione teorica significativa sorta di manifesto della nuova ricerca imagologica.

Dyserinck rivendica innanzitutto la necessità di chiarire le problematiche dell’imagologia (→ riprende Carré

e Guyard), e mette in luce il mancato approfondimento di uno degli aspetti più specificamente letterari della

nozione di influsso, ruolo delle images e mirages nella diffusione e ricezione

fuori del proprio contesto di determinate opere.

Dyserinck sposta l'attenzione da considerazioni più sociologiche verso tematiche connesse agli studi sulla

traduzione letteraria. La traduzione è un'attività su cui incidono fortemente le ideologie individuali e

collettive → può essere guidata da pregiudizi. D. sostiene l’importanza dello studio “intrinseco” della

letteratura, sottolineando come spesso le images letterarie assumano una posizione centrale per la struttura

del testo. Individua nello studio del ruolo di images e mirages all’interno della critica e della teoria letteraria

un indirizzo nel quale l’imagologia potrebbe mettere in atto con profitto la propria vocazione alla

“demistificazione” di idee preconcette sull’“altro”.

Dyserinck accentua il carattere intrinsecamente letterario del campo di studi da lui difeso e rinnovato (→

risposta a Wellek), con la controindicazione però di mettere fra parentesi altri obiettivi di natura

essenzialmente “extraletteraria”, in particolare il significato etico-politico che tale studio può assumere

proprio in virtù della tendenza a spingersi oltre l’analisi estetica dell’opera letteraria. (rileggi p 190)

D. si esprime anche sul rapporto tra imagologia e etnopsicologia, spesso assimilate. Identificando come vero

oggetto dello studio imagologico l’image e non l'enunciato di questa, Dyserinck si contrappone ai concetti di

“carattere nazionale” o “spirito di un popolo”, in quanto irrazionali. Si prefissa la demistificazione di images

e mirages, ossia di rilevare le strutture ideologiche che sono alla loro base, evidenziandone la problematicità

senza interrogarsi sulla veridicità o meno del loro contenuto.

assume come fondamentale un atteggiamento di “neutralità culturale” che impedirebbe allo

studioso di mettere in gioco le proprie idee ma anche la propria identità nazionale e culturale.

NB argomento di polemica con gli studi postcoloniali, che sottolineano l'impossibilità di un sapere

apolitico e delocalizzato (privo di residui del contesto socioculturale d'origine)

Di conseguenza, secondo lo studioso, lo stesso concetto di “nazione” è relativizzato → inteso come risultato

(provvisorio) di un processo intellettuale e come concretizzazione di sentimenti e di coscienze. La questione

della nazionalità andrebbe quindi individuata come costituzione di un’identità in relazione all’“altro” →

costruzione dell'identità come processo dialogico-differenziale che prevede il continuo confronto con

chi è esterno alla comunità → identità intesa come una sorta di "autoimage", analizzabile come fosse una

eteroimage.

La scuola di Aquisgrana ha partecipato intensamente negli ultimi anni alla discussione intorno alle

problematiche del concetto di identità nazionale, dibattito che ha chiarito che la nazione è un “mito”, nato

con la modernità e realizzato dalle intellighenzie dei vari paesi, ed è errato pensarla secondo criteri

teleologici (come una realizzazione finale della storia).

Il contributo della letteratura al processo di formazione di identità nazionale o collettiva sarebbe quello di

creare un discorso unificante, che contiene e tramanda fattori e simboli riconosciuti da tutti i membri della

comunità → nazione come “comunità immaginata” (Anderson), costruita e mantenuta in vita tramite

discorsi. (p 191 es topos Italia corrotta e incapace di governarsi)

Il significato della letteratura in questo contesto si illumina ulteriormente considerando la tesi secondo cui il

principale lavoro di “identificazione” etnica e nazionale sia svolto sempre dagli altri (Max Weber) → una

comunità si identifica nell’immagine (negativa o positiva), che ne hanno sviluppato i suoi vicini →

appropriazione di un’eteroimage per trasformarla in un’autoimage.

Importanza dell'imagologia per le moderne scienze sociali→ significato politico della ricerca imagologica.

Infine, Dyserinck è convinto che la letteratura comparata sia una “disciplina europea”: a suo avviso, questa

prospettiva di studi è in grado come nessun altra di contribuire alla comprensione e alla soluzione di quelle

problematiche che nascono dalla configurazione multinazionale dell’Europa e sulle quali la letteratura ha

inciso grandemente →“portata europea” dell’imagologia nella definizione assegnatale dalla scuola di

Aquisgrana. Tale posizione non sembra più così facilmente sostenibile a fronte dell’emergere di scuola

comparatistiche extraeuropee.

effetto delle images letterarie sulla realtà e sulla vita pratica (sociale e politica): secondo Fischer, l'enunciato

delle images è al limite tra oggettivo e soggettivo: non corrisponde a una realtà oggettiva (in quanto

proiezione ideologica generalizzante) ma è in grado di creare nuove realtà.

la letteratura è in grado di rafforzare images già presenti in modo latente nella coscienza del lettore, o

anche innestarvene di nuove. Sebbene il lettore adulto sappia distinguere tra realtà e finzione, la

forza suggestiva della letteratura fa comunque sì che egli sia portato a assimilare i giudizi che essa

veicola, specie se si tratta di giudizi e descrizioni apparentemente oggettivi di altri luoghi e popoli.

A proposito della pretesa di verità implicita nelle images e del loro statuto all’interno dell’opera letteraria, è

stato definito il concetto di “imagotipia” (Joep Leerssen).

si distingue dagli enunciati empirico-referenziali (empirical report statements), che possono essere

valutati secondo i criteri di "vero" o "falso". Non è importante di un'image il suo contenuto di verità,

ma il suo valore di riconoscimento (recognition value). Le imagotipie sono rappresentazioni

imagologiche che distorcono i dati empirici ma conservano una parvenza oggettivo-referenziale,

invece di presentarsi come manipolazioni (→ sono in contraddizione con la realtà storica)

il compito dell'imagologia è studiare gli effetti di questa pretesa di referenzialità.

Queste sono teorie elaborate ancora in un orizzonte coincidente quasi esclusivamente con le letterature

europee e la rappresentazione stereotipata di varie popolazioni, ma questo discorso potrebbe essere applicato

anche a temi interculturali come quello dell’incidenza della “letteratura coloniale” e sul discorso e

sull’azione imperialistica da parte di ex potenze “imperiali” come l’Inghilterra e la Francia.

Sebbene non privi di interesse in questa direzione, gli studiosi di Aquisgrana hanno preferito concentrarsi sul

contesto europeo→ l’Europa è da loro considerata come un laboratorio il cui risultati potrebbero essere

confrontati e usati altrove, cioè come un terreno comune in cui diverse realtà socioculturali interagiscono,

producendo delle conseguenze anche per i paesi extraeuropei → sospetto di un eccessivo eurocentrismo.

Senso di appartenenza all'Heimat europea (NB termine tedesco che indica il paese di nascita ma anche il luogo,

): nuova identità di

geograficamente più circoscritto o persino diverso da questo, che ci appartiene come nessun altro

una comunità postnazionale e multiculturale.

attorno a questo concetto si è sviluppato un progetto interdisciplinare - cui partecipa l'imagologia –

che ricerca nuove forme di vita nella società multuculturale UE. NB 1992 nascono gli Europese

Studies. Rimane però da chiedersi se sia possibile escludere in partenza dallo studio intorno

all’identità europea l’immagine che della nostra cultura si sono creati gli altri popoli, soprattutto

quelli che in passato sono stati colonizzati e che oggi subiscono in molti casi la dipendenza

economica dalla vecchia “madrepatria” europea. O se, viceversa, si possa prescindere dal rimando al

mondo extraeuropeo presente nell’esotismo o nel mito del “buon selvaggio”, dei discorsi attraverso i

quali la cultura europea ha costruito un immaginario “altro” e un fantastico altrove, formando e

inventando in questa maniera nel corso dei secoli la propria identità, a discapito e predeterminando

quella altrui.

Anche Daniel-Henri Pageaux, principale fautore dell’imagologia in ambito francese,, ha apportato diverse

modifiche all’impostazione originaria dell'imagologia, attingendo per la propria riformulazione teorica ai

metodi della storia delle mentalità, dell’antropologia e della semiologia e avvicinandosi alla cosiddetta

“storia delle idee”.

I campi d’indagine da lui individuati sono la letteratura di viaggio e lo studio imagologico delle ricezioni (→

in accordo con imagologia tradizionale). Secondo Pageaux, si devono evidenziare la natura e le funzioni del

discorso critico sulle letterature straniere e indicarne il collegamento con altre pratiche culturali, in cui le

immagini di un paese straniero possono avere un ruolo importante (es teatro, arti figurative etc).

la saggistica sulle letterature straniere va studiata osservandone il carattere di “rappresentazione”,

cioè tenendo presente dei meccanismi di condizionamento culturale cui essa è soggetta (→

prossimità col concetto faucoultiano di pratica discorsiva).

Ulteriore campo elettivo per lo studio di testi imagotipici è quello della cosiddetta “paraletteratura”(es

fumettistica, romanzi di spionaggio etc) importante per:

• il carattere popolare e di “massa"

• l'uso particolare di stereotipi su altri paesi e sul proprio

Agisce in modo da accentuare il processo di identificazione del lettore coi personaggi fittizi, così da

legarlo agli altri lettori e dunque omogeneizzare un pubblico nazionale. Es Asterix p 194.

Per Pageaux il “mito” costituisce una delle forme che images e autoimages possono assumere all’interno del

testo letterario: sono entrambi dei linguaggi simbolici tramite cui lo scrittore, la società e la cultura si

esprimono a proposito di sé e degli altri.

Lo stesso vale per lo stereotipo → "segnale" che si riferisce a un solo senso, eleva un singolo elemento a

essenza di un fenomeno. Tra stereotipo e mito stretta connessione: lo stereotipo può essere virtualmente un

mito e il mito può dare origine a una serie di stereotipi.

Il funzionamento del mito è analogo a quello dell’ideologia: proietta valori collettivamente riconosciuti con

la sostanziale funzione di “unificare il gruppo”.

l'images e le sue varianti sono considerate come prodotti culturali, l'immaginario collettivo è il luogo in cui si

formano i modi di rapportarsi all'alterità → il testo imagotipico si presenta come "programmato". In essosi

realizza una delle tre possibili rappresentazione dell’“altro”, tre possibili attitudini mentali , attraverso le

quali si stabilisce una gerarchia fra la propria cultura e quella straniera:

1. mania: sopravvalutazione della cultura straniera

2. fobia: disprezzo indifferenziato per cultura straniera

3. filia: considerazione equivalente delle due culture →solo questo caso è in grado di instaurare una

relazione paritaria fra noi e gli altri.

NB ogni scrittore "sceglie" il proprio discorso sull'altro, che può essere talvolta in contraddizione

con la realtà politica vigente, anche se questa scelta non consente comunque di sottrarsi a un

determinato codice socioculturale che agisce sull'immaginario collettivo, giustificando o

sanzionando la formulazione e circolazione della singola images.

Lo studio imagologico di Pageaux si profila dunque come analisi culturale (→ richiede interdisciplinarietà),

47

che partendo dal testo letterario , individua come proprio oggetto l’imagerie dell’altro.

A differenza della scuola di Aquisgrana, non si tratta di mettere in luce delle singole “strutture imagotipiche”

che fanno capo a determinati autori e testi letterari, bensì di raccogliere una serie di elementi che

compongono una “scrittura dell’alterità” di una società e di un’epoca, per ricomporli in una “storia

dell’immaginario” → interesse di scoprire non solo le immagini usate per la scrittura, ma anche quelle usate

nell’agire, nel pensare, ecc.

A partire da questo principio, Pageaux mette a punto un procedimento semiotico-strutturale che si articola in

diverse fasi e che ha l’obiettivo di rendere espliciti i materiali e le forme attraverso cui si costruisce

un’image:

(1) analisi semiotica del testo: esame del materiale lessicale delle images, cioè espressioni ricorrenti e

parole chiave

(2) analisi semantico-strutturale dei meccanismi con cui lo scrittore ha attuato determinate scelte

linguistiche: il materiale lessicale impiegato risponderebbe ai due principi di “differenziazione

dall’altro” (→ emarginazione) e “assimilazione all’altro” (→ integrazione culturale) →questa fase

non può fermarsi all’analisi testuale, ma trova un complemento in quella storica e culturale.

(3) analisi del “sistema di qualificazione differenziale” (che è alla base della formulazione dell'alterità):

analisi delle “grandi opposizioni” che strutturano il testo e le principali unità tematiche. Pageaux si

ispira all’antropologia culturale di Levi-Strauss. A questo livello l’image assume la forma di

“scenario”, presentandosi come il risultato di uno sviluppo tematico-narrativo definito come una

sequenza di scene che può coincidere con l’intero testo imago tipico.

Per anni concentrato su studi intraculturali (letteratura e cultura francese, spagnola, portoghese), Pageaux si è

poi dedicato ai rapporti letterari interculturali, in particolare fra la cultura latinoamericana e quella francese.

NB questi rapporti letterari interculturali non sono contatti concreti: Pageaux indaga le modalità con cui una

cultura immagina l'altra e poi definisce la propria identità in relazione all'alterità. 48

È in crescita l’interesse per i problemi imagologici sollevati dal colonialismo. ES gli anacronismi .

Attraverso questa prospettiva, l’imagologia appare uno strumento eccellente per l’acquisizione critica delle

pratiche culturali e dei processi mentali di “noi” europei→ ripensamento e collocazione cosciente da parte

dello studioso nella propria cultura di appartenenza → punto di contatto l’imagologia attuale con gli studi

postcoloniali e con quelli interculturali. Per altre scuole vd p 196.

Aspetti imagologici e imago tipici degli studi postcoloniali

La questione dell’identità e quella dell’immaginazione letteraria e culturale dell’alterità occupa una

posizione centrale anche negli studi postcoloniali. A cominciare da Orientalism (1978) di Edward Said, essi

si propongono, in una pluralità di approcci, di mettere in luce l’egemonia culturale dell’immaginario

europeo e i caratteri specifici delle letterature postcoloniali tese a dar voce a delle identità proprio

attraverso un confronto conflittuale con l’Europa.

Gli analizzano il ruolo della letteratura nella rappresentazione dei popoli extraeuropei (→ rafforza il

discorso imperialistico dominante) e la sua funzione di “narrare” la propria nazione.

Gli strumenti critici e le metodologie degli studiosi postcoloniali derivano dalle correnti filosofiche europee

più recenti (vd post-strutturalismo e decostruzionismo), ma si distinguono per l’originalità e per la comune

critica all’eurocentrismo. →

ES: Said parte dalla nozione foucaultiana di discours culturel, cioè una pratica discorsiva con cui una società

crea, inventa realtà e soggetti attraverso il linguaggio → l'orientalismo è il discorso occidentale (attuato da

potere politico, istituzioni e studi scientifico-accademici) che ha creato e sedimentato un' immagine

stereotipata dell'Oriente, per poterlo comprendere e sottometterlo (NB anche funzione di rafforzare

47 di solito non un singolo testo ma un'intera serie (taglio sincronico o diacronico a seconda che la serie sia rappresentativa di un

breve o lungo periodo).

48 permanenza di vecchi schemi ideologici sia nella rappresentazione della cultura africana da parte delle letterature europee, sia

nell'immaginario africano in cui circolano immagini sedimentate nell'epoca coloniale

l'immagine che l'Occidente ha di sé stesso e di giustificare questo dominio) → Oriente plasmato come l'altro

per eccellenza, da parte di un discorso culturale che investe ogni ambito del sapere, anche quelli

apparentemente innocenti (vd autori come Kipling, Conrad, Dickens) → gli occidentali hanno ben presente

49

una determinata immagine dell'Oriente prima ancora di averlo visto, conquistato e dominato.

Gli studi postcoloniali sono un campo eterogeneo che comprende teoria letteraria, specificità estetiche e

stilistiche → non c'è una metodologia determinata e univoca, per molti questo commistione interna di

diverse correnti costituisce l'elemento innovativo di questi studi.

(1) Il modello dell’ibridismo culturale è particolarmente adatto a illuminare ulteriormente gli studi

imagologici con una prospettiva mondiale. Trova il suo riscontro nei modelli del meticciato e della

creolizzazione. L'idea di un'identità culturale ibrida implica la compresenza di culture altre all'interno di una

50

coscienza in grado di contenerle tutte, non scissa ma interamente umana (creola-meticcia) → denuncia

degli orrori del passato ma anche conciliazione e superamento di esso in un avvenire complesso e pacifico.

in contrasto con l’idea, centrale per l’imagologia, di un’identità dialettico-differenziale, originata

cioè dal continuo confronto fra “noi” e “gli altri”. Il modello del meticciato rappresenta così

un’alternativa a quello della reciprocità dialettica tra identità e alterità (la cui degenerazione ha

portato al razzismo e ai fanatismi nazionalistici).

NB il modello del meticciato è stato sviluppato sulla base di un’esperienza culturale extraeuropea, MA è

possibile applicarlo anche alla cultura europea→ rilievo non solo alle realtà culturali delle grandi metropoli,

ma anche alla mescolanza tra le varie componenti che sono alla base sia delle singole culture nazionali, sia

della stessa nostra civiltà.

51

(2) “Nativismo” : prevalenza di elementi imagotipici. Vuole intervenire direttamente sulla costituzione di

un’identità culturale - in questo caso africana - i cui autori principali insistono sulla necessità di rivalutare le

espressioni proprie delle origini culturali africane → riscoperta di specificità culturali autoctone e distanza da

contaminazioni europee. Il presupposto è l’esistenza di una specificità “nera”, riscoperta nella storia e nelle

tradizione dell’Africa e contrapposta a quella “bianca”:

concezione essenzialista, molto discussa e in parte contestata da studiosi dello stesso continente,

che può essere collegata alle poetiche anticolonialiste della prima metà del Novecento, le quali

opponevano all’idea della superiorità europea, quella antitetica dell’originalità della cultura

africana.

la più nota di esse è la négritude, formulata negli anni 30 da Senghor, Cesaire e Damas ed è stata portata

avanti anche da Sartre. Il movimento della négritude ha avuto una notevole importanza nell’avviamento al

processo di autodefinizione da parte di culture che troppo a lungo sono state esoticizzate o collocate al di

fuori della storia del pensiero europeo. Il significato della corrente “essenzialista” degli studi postcoloniali

consiste soprattutto nella ricostruzione e narrazione di un’identità perduta. MA non è da sottovalutare il

pericolo di un atteggiamento che, pur valorizzando la propria cultura, sostenendo la sua unicità e

intraducibilità, finisce con l’isolarla, tendendo ad escludere la via del colloquio tra le culture.

Conclusione:

Il confronto tra imagologia e teoria postcoloniale ruota dunque intorno alla questione dell’identità e la

diversità tra i due campi di studio sia proprio una questione d’identità. Gli imagologi europei sottolineano

per un verso la loro posizione sovranazionale (→ neutrale), negando quindi un qualsiasi coinvolgimento

soggettivo, e per l’altro verso sostengono la necessità di una presa di coscienza di tale punto di vista,

sottovalutando tuttavia gli stimoli che potrebbero provenire da un dialogo teorico con i comparatisti

postcoloniali.

Gli studi interculturali nella comparatistica attuale

Dagli anni cinquanta del Novecento lento ma progressivo ampliamento delle ricerche sulle letterature

extraeuropee e su quelle europee che erano state considerate “minori”(Europa dell'est). La letteratura

comparata, che era stata praticata quasi esclusivamente nelle “grandi” letterature europee o addirittura

impiegata a fini nazionalistici, tentò di sottoporsi a un esame autocritico.

49 Sono molteplici gli elementi che permettono di parlare delle ricerche postcoloniali come esempi di imagologia interculturale

extraeuropea. punti di contatto tra l'impostazione di Said e le teorie di Dyserinck ( → demistificazione) e di Pageaux (→ trattamento

opere letterarie come "testi culturali". Tuttavia l'imagologia europea non li ha ancora riconosciuti, soprattutto per l'atteggiamento

polemico e accusatorio degli studi postcoloniali che hanno come fine primario una decolonizzazione non solo politica ma anche

intellettuale.

50 Es riflessione sulla propria identità culturale da parte degli scrittori caraibici Walcott e Glissant.

51 I rappresentanti piùforti sono gli scrittori africani Chinweizu, Jemie e Madubuike.

Es "Umanesimo senza frontiere" promosso da Etiemble, cioè apertura interculturale degli studi

letterari → invito ad acquisire la conoscenza perlomeno passiva di lingue orientali come cinese,

giapponese, arabo etc. Tentativo di impiegare la letteratura comparata in senso veramente

“generale”, per individuare i tratti comuni a tutte le letterature e a tutte le poetiche.

Definizione di cultura (J.Lotman): insieme di tratti distintivi (valori, tradizioni, costumi etc) che consentono

di organizzare la storia dell'umanità in sottounità. Cultura come un sistema di segni, leggibile e interpretabile

come un testo complesso o "plurilinguistico". Sistema fluido (cioè non statico) che traduce la realtà,

modellandola nei suoi linguaggi, e incamera informazioni per farsi memoria delle collettività umane.

Lotman ha fornito poi una spiegazione in termini semtici del meccanismo con cui le culture interagiscono.

Presupposto della necessità dell'estraneo: senza l’affluire di testi che si collocano all’esterno rispetto a un

genere letterario, a un ambito delimitato da un tratto metalinguistico e, infine, una tradizione nazionale o

culturale, una cultura non è in grado di svilupparsi→ avendo bisogno di un partner, la cultura crea coi propri

sforzi questo "estraneo" portatore di un'altra coscienza, entrando così in contatto con ciò che essa

"immagina" come diverso.

L’interazione fra due culture può essere descritta come processo dialogico, più precisamente come :

• proiezione su un sistema semiotico diverso, fondamentale anche per il suo processo di

autodefinizione

• interiorizzazione di modi culturali differenti, senza i quali le singole coscienze creative non

potrebbero pervenire a innovazioni.

C'è dunque un sostanziale accordo tra le teorie lotmaniane e l'imagologia letteraria, ma Lotman si distingue

perché non sente la necessità di demistificare tali processi: anche quando le proprietà peculiari di una cultura

vengono fraintese, il contatto tra due culture è visto come un progresso in termini di aumento di complessità

comunicativa di entrambe. 52

"disletture" (misreadings): ogni atto di lettura di testi comporta inevitabili fraintendimenti , sia all'interno

di uno stesso contesto culturale, a maggior ragione nel caso di diversi codici linguistico-culturali. Ne deriva

la tesi della intraducibilità tra sistemi culturali differenti → posizione radicale che tende ad

essenzializzare le specifiche identità culturali senza lasciare spazio alla loro comparazione. Ad essa si sono

opposte posizioni più fruttuose che valutano tali “disletture” come inevitabili ma benefiche.

Nonostante molte letture di culture diverse (vd autori come Flaubert, Hesse, Nerval etc) siano

inquinate da pregiudizi (o stereotipi collettivi) e tentino di ricondurre le differenze culturali a valori

familiari, esse rappresentano in molti casi veri e propri approcci interculturali che traggono dalla

tensione verso l'altro una notevole forza innovativa in termini di forma e contenuto.

Nelle indagini intorno alle letture e alle “disletture” interculturali è particolarmente importante considerare il

contesto storico sulla sfondo del quale esse sono avvenute. → Caso specifico in cui una cultura esercita un

dominio politico su un’altra, cui segue l'egemonia culturale che predetermina in grande misura le modalità e

le cordinate psicologiche secondo cui avvengono anche le ricezioni letterarie.

impossibile applicare a questa situazione la teoria jaussiana della ricezione, in quanto elaborata in riferimento

al contesto occidentale.

Majumbar elabora una teoria della ricezione per l'ambito coloniale. In questi contesti c'è un alto tasso di

analfabetismo → il lettore medio appartiene di solito a una élite, spesso è egli stesso uno scrittore o

intellettuale. Rispetto alla letteratura del paese colonizzatore, la letteratura di un paese coloniale può

rispondere in due modi contrapposti:

1. i riceventi possono assumere un atteggiamento di elogio servile, rigettando così le caratteristiche

della propria tradizione a favore di quella acquisita;

2. si può verificare la reazione, altrettanto eccessiva, di totale rigetto→ ricaduta sulle posizioni più

conservatrici della tradizione autoctona.

NB In entrambi i casi vi è un forte impatto sul sistema letterario di appartenenza.

C'è da considerare anche il ruolo delle istituzioni di impronta coloniale (università e scuole di modello

europeo). Es India sotto impero britannico: per lo studio di Shakespeare era obbligatoria la lettura di

moltissimi testi critici britannici → mentre in UK si favoriva interpretazione diretta dell'autore da parte degli

studenti, lo studente coloniale era fin dall'inizio condizionato e costretto da interpretazioni basate su codici

culturali diversi dai suoi→ ricezione di seconda mano, che segue i criteri interpretativi imposti dalla potenza

52 Per via dell'alto grado di polisemia del linguaggio

egemone, per di più selezionati per impedire risvolti a suo sfavore.

Prima dell’avvento degli studi postcoloniali (disposti per definizione a questioni interculturali), gli east-west

studies sono stati l'area della comparatistica letteraria che si è interessata maggiormente a tali questioni.

Questo tipo di indagine di respiro interdisciplinare si occupa delle relazioni intercorrenti fra il sistema

53

letterario occidentale e quello asiatico (in particolare giapponese, cinese e coreano).

Earl Miner ha dato un notevole impulso agli east-west studies grazie alla revisione critica della loro

metodologia. Due interventi principali nel 1989 (1) e nel 1990 (2).

(1) Miner si interroga sulla fondatezza di molti studi comparati attuali, incapaci di giustificare teoricamente

lo stesso procedimento comparativo tra due oggetti → delinea una mappa metodologica su cui si dovrebbero

54

basare le ricerche interculturali . Il punto di partenza dovrebbe essere non lo studio delle influenze: i sistemi

letterari occidentale e orientale non hanno avuto veri e propri contatti diretti e stabili prima del XX secolo.

è più appropriato parlare di ricezioni, quindi di un processo soggetto a fattori psicologici individuali e

collettivi, come l'egemonia politica ed economica esercitata da una cultura su un'altra. Dunque più che a

studi che prendono in esame i “contatti” ( → legami "genetici" esistenti tra due letterature), Miner vuole

accordare più importanza alle analisi “tipologiche”, che prescindono dai legami concreti e si concentrano

sulle analogie, i parallelismi e le differenze tra diversi sistemi letterari. Es imprecisioni terminologiche e

limitatezze ideologiche riguardo questioni come il canone letterario, periodizzazione storiografica e generi

55

letterari . Errori di questo tipo nascono dall'erronea idea che i generi occidentali debbano trovare i propri

corrispettivi in altre culture.

(2) Miner mostra come il sistema letterario occidentale si sia sviluppato su una base poetica del tutto diversa

da quella del sistema letterario orientale. Partendo dalla triadica distinzione di genere in dramma lirica e

narrativa, Miner dimostra che il sistema letterario occidentale è basato su una poetica mimetico-affettiva,

mentre quello orientale sul genere lirico. Delineato questo quadro di differenze, Miner tenta di evidenziare

delle analogie fra i rispettivi sistemi letterari, concentrando l’attenzione sulle funzioni che i singoli generi

occupano al loro interno.

Il suo obiettivo è dimostrare le problematicità da un lato di un eccessivo relativismo culturale (che

promulga l’assoluta diversità e quindi l’incomparabilità), e dall’altro delle rivendicazioni di “unicità”

della propria letteratura e cultura.

Un passo altrettanto decisivo è stato compiuto dallo studioso slovacco Dionyz Durisin, sostituendo al

concetto di influenza ( → logica di causa-effetto) il concetto di ricezione (→ atteggiamento attivo da parte

del soggetto ricevente che sceglie liberamente le proprie fonti).

Inoltre a partire dagli anni Ottanta Durisin ha delineato un nuovo modello storiografico che andasse al di là

della tradizionale distinzione tra singole letterature nazionali. Tale ipotesi si fonda sulla nozione delle

“comunità interletterarie”,

costituite da una serie di letterature legate da “scambi” reciproci e da affinità geografiche e

tipologiche che predominano sulle relazioni interne a una letteratura nazionale. Sulla loro

formazione incide molto il fattore geografico, mentre i fattori etnico e linguistico favoriscono una

analogia dei mezzi di espressione artistica e teorica, senza però essere di un'importanza decisiva.

NB una singola letteratura può nel suo percorso appartenere a comunità interletterarie diverse.

La comunità interletteraria del Mediterraneo, ad esempio, presenta dei tratti particolarmente interessanti: è un

insieme di letterature caratterizzato dalla “transcontinentalità”, ossia dall’interculturalità concentrata. A essa

appartengono le letterature romanze, quelle slave del versante adriatico, la letteratura albanese, quella greca,

quella turca, quella siriana, le letterature del Maghreb e altre ancora. La comunità interletteraria mediterranea

rappresenta, secondo Durisin, un modello di dialogo interculturale che ci mostra in atto un processo che, con

il graduale intensificarsi dei rapporti interletterari, porterà alla costituzione della letteratura mondiale intesa

come “comunità interletteraria finale”.

La letteratura della migrazione: un possibile nuovo campo dell’imagologia interculturale

Una delle vie per un più deciso ampliamento dell’imagologia in senso interculturale potrebbe risiedere nella

53 "East-west studies" designa anche gli studi comparati delle letterature europee occidentali e orientali (considerate minori e spesso

misconosciute).

54 Presupposto di partenza è che le letterature esaminate debbano appartenere a famiglie linguistiche e sistemi letterari diversi

55 Imprecisa traduzione in "romanzo" del genere giapponese monogatari, tradizionale prosa narrativa che in molte versioni può

comprendere dei poemi lirici.

sua applicazione alla letteratura della migrazione. Rispetto alle vecchie grandi migrazioni, l’attuale

56

immigrazione dai paesi più poveri sta dando un’impronta multietnica al contesto sociale soprattutto delle

grandi metropoli. Con la migrazione avvengono inevitabilmente dei cambiamenti nell’identità individuale e

culturale del singolo. Una lunga serie di influenze e di pressioni sociali mettono in questione l’immagine di

sé, provocando una ridefinizione dell’identità che passa attraverso i rapporti spesso ardui con persone di

nazionalità diversa, attraverso la conquista di fiducia laddove prevalgono pregiudizi e diffidenza diffusi.

Periodo ed estensione: la letteratura della migrazione non è un fenomeno recentissimo. In alcuni paesi

europei come l’Inghilterra e la Francia essa include ormai scrittori di seconda o terza generazione. Anche in

Germania questa letteratura ha superato la prima generazione, mentre in Italia essa sta compiendo i primi

passi.

Caratteristiche: nella sua prima fase , questa “nuova” letteratura è sempre dominata dall’autobiografismo, ma

presto gli stessi immigrati della prima generazione passano alle forme narrative e poetiche più diverse, a

elaborazioni letterariamente più complesse, usando più agevolmente la lingua del paese d’arrivo. Anche il

tema della migrazione si trasforma, passando dalla confessione di esperienze personali a una

rappresentazione letteraria più elaborata.

Non si possono applicare meccanicamente a questa letteratura i risultati teorici raggiunti dagli imagologi

europei: l’identità culturale dell’immigrato è infatti un continuo farsi e disfarsi, e in definitiva più libera

dagli schemi imposti dalla società di origine e dalle strutture socioculturali del paese di arrivo. In queste

vicende ci sono processi imagologici in atto, fatti di scontri con pregiudizi e stereotipi, e la loro elaborazione

e discussione critica → distruzione di una serie di "miti":

• mito del paese d'arrivo: demistificazione delle idealizzazioni. Es Immigrato (1990) di Salah

Methnani p 204.

• mito del ritorno: cioè il mito dell’affermazione sociale nel paese d’origine per mezzo del benessere

acquisito all’estero. La patria acquista i caratteri di un modo intatto che rimane sempre il luogo

privilegiato. ES Il ritorno a Passavanti (1985) di Franco Biondi. VEDILO!!

Un altro complesso tematico proprio della letteratura della migrazione è quello del problema

dell’inserimento in un contesto etnico-sociale diverso. Questo tema acquista delle sfumature diverse a

seconda che si faccia riferimento all’esperienza degli immigrati di prima generazione, o di quella dei loro

figli  rispetto alle forti difficoltà di inserimento dei primi, i secondi si trovano a costruirsi un’identità su basi

incerte, sospesi come sono fra due culture. Scoprendo le difficoltà inerenti ai rapporti interculturali tra

uomini e donne del mondo, questa letteratura offra la possibilità di riflettere su questioni di portata mondiale,

ponendosi nel modo più immediato e convincente possibile usando le “nostre” lingue nazionali. Dal punto di

vista imagologico, la letteratura della migrazione accomuna i destini delle popolazioni provenienti dalle parti

più diverse del mondo, facendole colloquiare tra di loro e con noi, che siamo indotti a comunicare e a

ridefinirci, a sperimentare attivamente la nostra relatività. In questo modo, essa entra a far parte del discorso

attraverso il quale le culture formulano, costruiscono e rivedono continuamente la propria identità e il senso

dell’alterità. Allo stato attuale, non è più possibile prescindere dalle voci e dagli sguardi che provengono da

una prospettiva culturalmente esterna, ma materialmente interna, e che sono in grado di rovesciare numerosi

luoghi comuni, pregiudizi e images letterarie.

Capitolo 9: Multiculturalismo, studi postcoloniali e decolonizzazione

La “Weltlitleratur” e il canone letterario

“Canone letterario” di solito indica:

• il sistema di regole o di suggerimenti da seguire per ottenere un’opera perfetta

• l’insieme di tutti i capolavori di una letteratura, l’insieme di quanto di meglio è stato prodotto da una

civiltà letteraria in tutta la sua storia.

Questo ultimo concetto classico e neoclassico si lega agli inizi dell’Ottocento con l’ideale goethiano della

Weltlliteratur (letteratura del mondo o letteratura mondiale), nato dalla convinzione che "la poesia è proprietà

di tutta l’umanità", in quanto le opere migliori esprimono valori universali → validi per tutti i cittadini del

mondo.

Limiti di questa concezione:

(1) Molto spesso i sostenitori di questa idea della Weltliteratur hanno tenuto conto unicamente del sistema

culturale occidentale.

(2) Questo tipo di impostazione prescinde delle differenze storiche e culturali di quanti dovrebbero stabilire

56≠ multiculturale, che invece presuppone un riconoscimento della parità tra culture dei gruppi nella stessa nazione

quali sono i “classici della letteratura” e quali no. Non esiste un consenso generalizzato su quali siano le

“opere migliori” della letteratura. Ciò dipende dalle circostanze storiche, sociali e culturali di chi deve

compiere questa selezione, e anche dal suo gusto individuale.

ogni volta che si propone una selezione di opere presentate come esemplari di un insieme più ampio,

la scelta che viene compiuta è arbitraria e soggettiva.

C'è inoltre la possibilità che convivano più canoni in uno stesso momento e in una stessa area→ ES le varie

nazioni europee hanno un canone nazionale, ma sono anche consapevoli di un canone europeo e magari oggi

anche di un canone allargato a qualche opera non occidentale.

Il processo di canonizzazione di un’opera letteraria non è trasparente, è guidato da principi esterni alla

letteratura; l’opera canonizzata ha delle caratteristiche che corrispondono alle necessità di chi ha contribuito

a formarlo, rispecchiandone l’identità, i valori etici e politici, le finalità educative, l’idea del ruolo della

letteratura stessa → accanto ai criteri estetici, il contesto ha un peso determinante nella selezione dei testi

che faranno parte del canone.

La resistenza al tempo dei testi canonici è garantita dalle istituzioni (che riflettono gli interessi di chi le

governa) → quella che sembra essere la causa di questo processo ne è in realtà una conseguenza.

Il canone ha spesso l'intento pedagogico di educare l'individuo ai valori del proprio paese e al

rispetto della tradizione → operazione guidata da intenti non puramente estetici ma anche sociali e

57

politici.

Il multiculturalismo e la crisi del canone

Dagli anni sessanta del 900 nei dipartimenti di discipline umanistiche delle università nordamericane dei

profondi cambiamenti che hanno influito in maniera permanente sulla definizione delle discipline stesse di

quel sistema accademico. Cause della ridefinizione della natura e della funzione dello studio delle discipline

umanistiche :

• la situazione di instabilità della società americana, per via degli scandali politici e del movimento

pacifista che milita contro la guerra in Vietnam

• Una più approfondita conoscenza delle nuove correnti filosofiche e letterarie di cui in quegli anni si

discute in Europa

• il cambiamento della composizione della popolazione che ha accesso all’università. Negli anni 60 la

borghesia nera può iscrivere i propri figli all'istruzione superiore, e in seguito si accodano studenti di

altre etnie → compromissione della tradizionale preponderanza Wasp nell'istruzione superiore.

I dipartimenti di letteratura operavano per i loro corsi delle selezioni piuttosto tradizionali di opere → forte

opposizione da parte degli studenti che non si sentivano più rappresentati da quei “capolavori” scelti in senso

conservatore.

La questione genera un intenso dibattito anche in Europa, gli umanisti si interrogano sulla posizione da

scegliere rispetto a questi problemi. Tra comparatisti - rispetto al canone – nel 1995 proposta di revisione di

intenti da parte di Bernheim: la disciplina dovrebbe impegnarsi nello studio comparato sia della costituzione

58

del canone letterario sia nella sua riformulazione . "I dipartimenti di letteratura comparata dovrebbero

promuovere attivamente la ricontestualizzazione multiculturale delle tradizioni occidentali. Questo non

per abbandonarle, ma per porle in discussione e resistere alla loro egemonia".

"Multiculturalismo": movimento che ha messo in questione la formazione del canone → revisione del

vecchio concetto di Weltliteratur: ha evidenziato che le opere che ci sono sempre sembrate come portatrici di

valori fondamentali e inattaccabili ci apparivano tali perché ci confermavano nei nostri valori, riflettendo le

credenze del nostro mondo e della nostra società. Questo faceva sì che noi europei e i nordamericani ci

sentissimo in qualche modo indulgenti verso le caratteristiche di quelle opere che, in un altro contesto, ci

sarebbero potute apparire come intollerabili. Per il multiculturalismo il contenuto ideologico dell’opera va

sempre esplicitato e, se necessario, condannato, pur riconoscendo il valore espressivo e formale.

Non è possibile un’eliminazione del canone, non fosse altro che per motivi pedagogici, MA le motivazioni

alla base dei nostri criteri di inclusione e di esclusione possono essere messe a nudo e decostruite.

Il canone è un prodotto storico e risente del momento in cui è stato formulato per la prima volta. ES Italia: il

57 The sacred wood è l'opera con cui T. S. Eliot propone la propria teoria e interpretazione del canone letterario occidentali.

Nonostante l'intenzione dell'autore di fondare la rpoposta su criteri unicamente estetici, si evincono facilmente profonde

motivazioni di ordine politico e ideologico.

58 Operazione compiuta soprattutto negli studi che hanno come oggetto dei soggetti marginalizzati (studi femministi e studi

postcoloniali).

canone letterario è nato dopo l'Unità e ha subito pochissime revisioni. Ha continuato a includere soltanto

opere di autori maschi di lingua italiana, reagendo pochissimo agli stimoli provenienti dal multiculturalismo

e al mutamento della realtà sociale → è rimasto sostanzialmente immutato il modello desanctisiano. Il

canone è stato -ed è tuttora- tramandato con leggi e programmi scolastici validi per tutte le scuole italiane.

Il mondo coloniale e i primi movimenti degli intellettuali neri

Grazie al forte stimolo da parte degli intellettuali del mondo non occidentale, in Occidente un lento processo

in Occidente ha portato le università e gli intellettuali a mettere in discussione il ruolo schiacciante della

cultura europea e nordamericana nell’educazione. Fin dagli anni trenta alcuni critici e artisti di paesi

colonizzati avviarono movimenti culturali tesi verso l’indipendenza e verso l'analisi delle componenti

negative della colonizzazione anche sul piano culturale (→ fine ultimo di una decolonizzazione politica ,

ma anche culturale).

Precisazioni: Questi processi non furono né identici né simultanei fra loro, perché:

(1) Diversità delle culture precedenti alla colonizzazione: in alcuni paesi l'occupazione coloniale agì su

un territorio che aveva una propria tradizione culturale consolidata con una scrittura, letteratura e istituzioni

tese a proteggere e propagare tale sistema (vd India o area maghrebina). In altri la popolazione originaria

scomparve del tutto, sostituita da un coacervo di popolazioni europee e africane (poi anche asiatiche) del

tutto distanti fra loro (es Caraibi).

(2) Eterogeneità delle occupazioni coloniali per progetti e prassi : Spagna e Portogallo colonizzazione

molto alta, caratterizzata da un senso religioso (vd missionari cattolici); Inghilterra colonizzazione di stampo

commerciale che diventa dominio politico solo in seguito e mantiene comunque un non celato carattere

economico; Francia fin dall'inizio occupazione militare guidata un fortissimo stampo ideologico: missione

civilizzatrice dovuta ai concetti post-rivoluzionari, es "assimilazione", cioè trasformazione abitanti

colonizzati in veri cittadini francesi d'oltremare.

Negli Stati Uniti , una fra le prime manifestazioni di un nuovo atteggiamento di rivendicazione identitaria

della gente di colore è costituito dal movimento della Harlem Renaissance (anni venti e trenta del

Novecento).

corrente letteraria e di pensiero con epicentro ad Harlem, in cui scrittori e musicisti cominciarono ad

affermare i valori della nuova generazione di neri americani. La condizione nera comincia a

diventare oggetto della creazione artistica, mentre la schiavitù smette di essere un elemento del

passato da rimuovere e comincia ad essere un campo di indagine da parte degli stessi afroamericani.

Poco dopo anche in Europa si manifestarono i primi movimenti culturali espressione di un élite colta nera.

Mondo francofono nero: W. E. B. Du Bois, The Souls of Black Folk (1903): Du Bois insiste sulla necessità

di eliminare dalla mentalità dei bianchi e dei neri l’immagine stereotipata del nero non pienamente umano.

La risonanza di questo testo si unisce al fatto che molti degli esponenti dell'Harlem Renaissance si

trasferiscono in Europa, in particolare a Parigi →stretti contatti culturali

Viene fondata a Parigi “La Revue du monde noir”, rivista pubblicata in edizione bilingue fra il 1931 e il

1932. Si propone come occasione di incontro intellettuale interculturale (→ nordamericani, caraibici e

africani. Infatti nella redazione: Senghor, Cesaire e Damas). 59

In seguito i collaboratori lasciano la rivista e fondano “Légitime Défense” ,di ispirazione più radicale →

rivista più politica che letteraria. Redazione di Martinica → intento di far sentire una voce propriamente

antilliana, distinta da quella africana o afroamericana.

Differenze tra le due riviste: diverso equilibrio componente politica e componente letteraria;

adesione a modelli letterari diversi: La Revue si rifa ai simbolisti e ai parnassiani, Legitime Defense

ai surrealisti e sostiene molto il marxismo e le teorie freudiane.

Le prime formulazioni della “negritudine” grazie al gruppo che diede vita a “L’Étudiant noir”, alla cui

redazione parteciparono Césaire, Dames e Senghor → i tentativi precedenti considerati ancora troppo

influenzati dalla mentalità europea, il gruppo contrappone dei valori più riconoscibili come "neri". Presa di

distanza dal marxismo e dal surrealismo, a favore della necessità di proporre una via indipendente per la

60

costruzione dell'identità nera .

Il pensiero di questo gruppo grande risonanza europea soprattutto per la mediazione di Jean-Paul Sartre,

che considera in analoga condizione di oppressione i neri e il proletariato bianco dei paesi capitalisti.

59 Si sciolse dopo pochissimo

60 Contesto in cui nasce l'Etudiant Noir: tesi di Levy-Bruhl distinzione tra intuizione africana e ragione europea; circolazione di

opere di etnologia e storia dell'africa che confutavano il pregiudizio diffuso per cui non esisteva una storia e una civiltà africana.

61

"Orphée Noir" (1948): Sartre teorizza la “negritudine” come punto di partenza nel percorso verso

l'autocoscienza → il poeta nero tenta di risvegliare in sé stesso e nei suoi lettori neri quanto rimane

dell’eredità africana e allo stesso tempo compie una ricerca per scoprire che cosa sia la vera “essence noire”,

condivisa da tutti gli individui neri.

Scopi principali del movimento della “negritudine”:

• denuncia della condizione di oppressione in cui vivevano i neri del mondo

• desiderio di affermare alcuni tratti propri della razza nera per la prima volta non più visti come

difetti o mancanze da superare, ma come caratteristiche di un patrimonio culturale da rivendicare e

difendere.

• Dal punto di vista artistico, attacco diretto al canone estetico europeo che si credeva universale e al

quale gli intellettuali neri cominciarono a contrapporre delle opere nuove.

NB Il movimento si propose come espressione di tutti i neri del mondo, ma di fatto fu l’espressione

di una élite limitatissima e molto privilegiata rispetto alle grandi masse di cui voleva farsi portavoce

Negli anni successivi molte critiche alla “negritudine”. Critica di Wole Soyinka: "la tigre non ha bisogno di

affermare la sua tigritudine" → concetto di negritudine nasce non per necessità spontanea delle popolazioni

africane, ma per giustificare la propria differenza agli occidentali. Le critiche più numerose erano rivolte

soprattutto all’impostazione senghoriana, in particolare alla sua concettualizzazione delle caratteristiche della

razza nera, che egli vedeva non inferiore ma radicalmente diversa da quella bianca. Per Senghor l’anima nera

era emotiva anziché razionale, più portata a una consulenza globale delle cose anziché analitica → p 214

CONGO: poesia di Senghor che richiama molto la corporeità, i sensi, il ritmo.

Forte eco della concezione occidentale razzista della razza nera, motivo per cui paradossalmente il

pregiudizio europeo, invece di annientarsi, ne usciva rafforzato.

A partire dall' esperienza diretta in Algeria durante la lotta d’indipendenza, Frantz Fanton (allievo di

Cesaire), con Les damnés de la terre (1961) offre un’analisi completa del rapporto colonizzatore-colonizzato,

arrivando a sostenere che non è possibile avere delle personalità psichicamente sane in un regime

coloniale. Forte disaccordo con atteggiamento accomodante e conciliante di Senghor: Fanon sostiene

l’impossibilità della collaborazione fra colonizzatori e colonizzati. Invita i popoli soggiogati ad affermare a

tutti i costi la propria indipendenza, perché solo liberandosi dall’occupazione militare di una potenza

straniera i cittadini di uno Stato colonizzato possono ritrovare la propria identità, personale e

collettiva.

Fanon inoltre sostiene che il dominato ha il desiderio di essere il dominatore → situazione di squilibrio che

può risolversi soltanto nel confronto diretto, nell'azione militare in cui l'oppresso si schiera istintivamente

dalla parte dei suoi connnazionali e riscopre così le sue alleanze naturali e sé stesso. Netta divisione tra

colonizzatori e colonizzati.

Inizia quindi un’intensa fase critica tesa a individuare gli elementi negativi della colonizzazione in campo

culturale. La colonizzazione imperialista otto-novecentesca fu accompagnata da una potentissima azione di

propaganda che voleva convincere colonizzatori e colonizzati che quell’occupazione militare – finalizzata

allo sfruttamento dei territori d’oltremare - fosse in realtà un bene per le colonie che ne avrebbero

guadagnato in “civilizzazione” →Césaire e Fanon denunciarono la situazione dei colonizzati e il danno

62

culturale e psicologico che avevano subito, in modo spesso inaudito per i loro contemporanei .

Mondo anglofono africano: precoce produzione creativa di romanzi rispetto alla scrittura critica e poetica.

Questa scrittura, molto impregnata dal contesto sociale e dalle vicende autobiografiche dei singoli autori,

corre parallela o è immediatamente successiva ai processi di indipendenza. Sebbene in un primo momento

non venga messa in crisi la forma della narrazione occidentale (→ molte opere postcoloniali scritte prima

degli anni 80 ripercorrono i modelli della prosa occidentale dell’Ottocento), questi romanzi hanno contenuti

molto critici nei confronti del mondo dei colonizzatori → denuncia degli europei e della loro sete di dominio,

ma anche rivendicazione della dignità delle culture tradizionali.

Giunto al momento della decolonizzazione, il mondo che è stato colonizzato si accorge che l’indipendenza

politica non è sufficiente a ricreare le condizioni di vita precedenti alla colonizzazione. È necessario per

entrambi i soggetti coinvolti nella colonizzazione intraprendere un lungo processo di decolonizzazione che

riguarda aspetti fondamentalmente economici, ma anche politici e culturali →necessità di riformare le

61 Edizione importante perché presenta al pubblico francese la prima raccolta di poesie africane, antillane e del Madagascar,

offrendo gli strumenti necessari per potervi accedere (→ insistenza sul ritmo, temi legati all'anima nera, aspetto collettivo e

rivoluzionario della letteratura nera francese).

62 VD P 215 nel 1939 PRIMO USO DEL TERMINE NEGRITUDE, ad opera di Cesaire in Cahier d'un retour ou pays natal.

istituzioni accademiche che, essendo organizzate sul modello dello studio letterario europeo, non sono adatte

allo studio delle tradizione orali o comunque non vengono vengono fatte rientrare nella letteratura ufficiale.

intenso dibattito su cosa fossero le letterature africana e, in generale, su quale dovesse essere il compito degli

intellettuali umanisti nei paesi postcoloniali.

Il problema della lingua

Una prima questione affrontata dagli intellettuali delle ex colonie riguardò la lingua. RICORDA il

colonialismo ebbe un enorme impatto culturale: le popolazioni sottomesse disconobbero le proprie tradizioni

e i propri valori, cercando di identificarsi con la cultura dei colonizzatori → la lingua costituiva lo

63

strumento fondamentale della “missione civilizzatrice”

Tutto l’impero coloniale risponde, con tempi e modalità diverse, e utilizzando la lingua dei colonizzatori

chiarisce che la missione civilizzatrice era una maschera per coprire lo sfruttamento economico con cui

64

si cercava di eliminare l’identità stessa dei popoli per ottenere un dominio incontrastato .

Quando i colonizzatori si ritirarono dalle colonie, lasciarono una situazione anche culturalmente molto

compromessa, perché avevano messo in crisi le basi della cultura indigena, fra le quali innanzitutto la lingua

→ le lingue coloniali durarono ben oltre gli imperi stessi e sono ancora oggi le lingue più parlate al mondo.

Questo fatto ha posto notevoli problemi agli scrittori dei paesi coloniali → sviluppo di un dibattito in ambito

coloniale, in particolare quello tra le posizioni di:

• Achebe: data la natura multilingue di molti paesi africani, era preferibile scegliere come lingua

nazionale africana fosse l’inglese, per la sua grande diffusione nel continente e per evitare tensioni

tra i gruppi etnici autoctoni.

NB non inglese britannico, ma nuovo inglese, capace di accogliere l'esperienza e il contesto africano.

• Ngugi Wa Thiong’o: abbandona la lingua imperiale per scrivere nella sua lingua, il kykuyu. La

scelta deriva dalla intima connessione fra lingua e civiltà: la lingua è un' espressione culturale e

perpetua le strutture mentali del popolo che l’ha creata e che la usa → usare la lingua dei dominatori

significa farsi loro complici.

Altro esempio è la posizione dello scrittore caraibico Brathwaite → stretto nesso tra lingua e area geografica

di origine (ES è forse impossibile riuscire a far ruggire un uragano col pentametro latino).

NB la questione non riguarda solo i letterati: intere società hanno il problema della scelta di una lingua

ufficiale. Anche rispetto a tale questione però, le situazioni dei territori postcoloniali non sono omogenee.

Nel mondo postcoloniale si possono infatti distinguere almeno tre tipi di gruppi linguistici:

(1) società monoglossiche: società in cui si usa un’unica lingua. Territori in cui i coloni europei riuscirono a

sopraffare totalmente gli indigeni → stabilizzazione di una civiltà trapiantata dalla madrepatria, immune a

contaminazioni di ogni tipo. ES Stati Uniti, Australia, sudamerica.

(2) società diglossiche: società bilingui, in cui la lingua parlata prima dell’arrivo dei colonizzatori ha

continuato a essere utilizzata per tutto il tempo dell’occupazione e oggi è tornata a essere insegnata a scuola,

MA accanto a una delle lingue europee, che sopravvivono sia come patrimonio acquisito, sia in quanto

mezzo vantaggioso per gli scambi culturali e cpmmerciali. ES il Maghreb.

(3) società creole e poliglossiche: in cui convivono diverse lingue, che incrociandosi si modificano

vicendevolmente

ESEMPIO dei Caraibi analizzato da Glissant: sistema interculturale che per molti aspetti costituisce un

continuum in cui convivono una grande varietà di lingue coloniali, alcune permanenze di lingue degli

abitanti precolombiani, tracce delle lingue africane degli schiavi, e alcune lingue orientale (es indiano e

cinese) per le più recenti immigrazioni. Convivendo in uno spazio geografico limitato, queste lingue si

influenzano a vicenda, generando una ricca varietà di linguaggi e dialetti. NB non sono categorie fisse e

rigide. 65

Il creolo per Glissant, nasce con gli schiavi neri (prelevati da zone diverse dell'Africa) per il bisogno di un

linguaggio comune. A parte questa prima necessità comunicativa, il creolo si configura poi come sede di

resistenza , codice non del tutto decifrabile dai padroni (→ pregiudizio bianco secondo cui gli schiavi erano

incapaci di articolare un vero e proprio linguaggio).

Distanza di Glissant dai fautori del creolo: molti intellettuali martinicani hanno grande stima delle lingue

63 rivedi trama Robinson Crusoe e La tempesta di Shakespeare p217

64 Vd citazione Cesaire p 217

65 In linguistica: lingue coloniali ibride risultanti dalla convivenza di coloni europei e abitanti indigeni, caratterizzate da una

estrema semplificazione morfologica e sintattica.

creole, in quanto mezzi perfezionati di espressione e in quanto tratto distintivo in cui si riconosce una

comunità che è stata colonizzata.

Per Glissant il creolo non è stato il risultato di una scelta avvenuta con una lotta: non è un'alternativa

nazionale al francese, perché non è mai divenuto indipendente dal esso → rischia di diventare un vezzo

esotico che potrebbe contribuire alla marginalizzazione del popolo martinicano → la Martinica deve

emergere come comunità stabile e indipendente, prendendo così una libera scelta su quale codice utilizzare,

per costruire una comune cultura antilliana.

66

Gli studi postcoloniali

Area disciplinare difficile da definire, perché spazia dalla critica letteraria a quelli che oggi vengono definiti i

cultural studies, che interpretano e descrivono le produzioni culturali di un'area nazionale nel loro insieme e

67

nei loro reciproci rapporti . Non hanno una vocazione specifica per la critica al testo letterario, ma si

occupano di testi molto diversi: narrazioni, film, filosofia, rappresentazioni iconografiche etc. → ad alcuni

sembrano non avere legami evidenti con l'analisi letteraria.

Il termine “postcoloniale” è adoperato in modi diversi e non sempre coerenti: negli anni settanta, venne

usato per riferirsi ad aree geopolitiche che avevano ottenuto la propria indipendenza dai poteri coloniali dopo

la seconda guerra mondiale e che si erano da poco organizzate in stati autonomi. In tempi più recenti il

termine è stato ampliato dalla teoria letteraria e culturale, ad indicare in generale opere letterarie e artistiche

prodotte in paesi un tempo colonizzati e che hanno ottenuto un certo livello di autonomia governativa nel XX

68

secolo .

Un altro campo di applicazione degli studi postcoloniali riguarda l’indagine del “discorso” coloniale

prodotto dai poteri imperialisti a proposito della colonizzazione, ovvero su come il potere coloniale abbia

dato vita ad un sistema di rappresentazione e alle “formazioni discorsive” che hanno giustificato la politica

imperialista e hanno contribuito a mantenerne il dominio e il consenso→ Edward Said, Orientalism:

termine che designa le modalità con cui l’Occidente ha costruito l’immagine dell’“altro”,

dimostrando come esso impieghi dei procedimenti ben identificabili per costruire un “Oriente” che

solo minimamente tiene conto della realtà di ciò che viene analizzato e che è invece teso a rafforzare

i pregiudizi e a fissare le caratteristiche di un “altro” indifferenziato in categorie immutabili.

Jameson invece fonda la sua analisi su presupposti radicalmente marxisti → più che di mondo postcoloniale,

lui parla di Terzo mondo e offre categorie interpretative che, a suo giudizio, possono servire all'analisi

dell'opere letterarie scritte in paesi extra-europei

critiche proprio dagli intellettuali del Terzo mondo. Innanzitutto non apprezzata l'omogeneizzazione

che Jameson attua riportando realtà diversissime a un'unica categoria critica. Inoltre il mondo

postmoderno è alquanto insofferente verso le grandi narrazioni del passato (tra cui il marxismo).

Gayatri Spivak: progetto epistemologico che vuole conciliare marxismo, decostruzionismo e teoria

femminista. Fondamentale la nozione di location (posizionamento): smentisce la possibilità di un sapere

apolitico, universale e oggettivo, invitando invece l'intellettuale a prendere coscienza della sua posizione,

frutto della sua classe sociale, della sua educazione e del luogo da cui sta parlando, in breve della sua

posizione intellettuale e politica che risente necessariamente del luogo geografico in cui si vive e si opera.

(vd sotto per maggior chiarezza).

Homi Bhabha, rileggendo le considerazioni di Fanon, propone una lettura molto originale del concetto

stesso di “postcoloniale”: usando una concezione che si rifa alla nozione derridaiana di differenza, Bhabha

propone una nuova identità del soggetto postcoloniale che si nutre della sua situzione ibrida e spesso

marginale → alternativa alla tradizionale contrapposizione di Primo e Terzo Mondo fra ex colonizzatori e

colonizzati, in favore di una soggettività ibrida e fluida, che si definisce di volta in volta attraverso i

rapporti sociali e le solidarietà dettate dalle contingenze in cui si viene a trovare.

l’ottica tradizionale contrapponeva dicotomicamente colonizzatori e colonizzati, invece questa nuova teoria

postcoloniale prende in considerazione tutte quelle figura di passaggio che non sono parte né di un gruppo né

dell’altro, gli ibridi culturali frutto di incontri interrazziali → fra i due gruppi emergono gli in-between

space, gli "spazi-nel-mezzo", zone per così dire di frontiera in cui sorgono soggettività nuove non

66 Importante in questo caso rivedere riassunti di Romeo

67 Come in 20.

68 Ad esempio nel1989 The Empire writes back, Rushdie.

69

appartenenti ad alcuna identità collettiva . Questo elemento composito non è più visto come uno svantaggio

ma come radice di potenzialità positive.

gli studi postcoloniali non riguardano soltanto le società un tempo colonizzate, ma la realtà

contemporanea modnaile di tutte le società e il modo in cui il singolo rappresenta sé stesso e il

rapporto con gli altri all'interno di esse.

NB Manca un consenso generale sulla legittimità di tali studi e sulla scelta terminologica di "postcoloniali"

Con questo termine è uscito dall’ombra un campo di studi che altrimenti sarebbe rimasto invisibile, MA è

anche vero che unire sotto questa etichetta realtà complesse e diverse come quelle che costituiscono il campo

di applicazione di questi studi può comportare una serie di difficoltà e di generalizzazioni triviali.

L’elemento che più distingue questo tipo di indagine critica nel suo complesso è forse la nozione di location.

Con location si intende il punto di vista dal quale si parla → chiunque parla dal proprio punto di vista, che

inevitabilmente si riflette in quanto dice e scrive. Questa consapevolezza non è essere vista come uno

svantaggio, come l’impossibilità di essere oggettivi e universali, è anzi rivendicata positivamente dai critici

postcoloniali, che insistono sulla necessità di decostruire il discorso critico e di rendere sempre espliciti i

presupposti e le tendenze di chi parla. Attraverso l’insistenza sulla scoperta presenza dell’autore nel testo

si cerca anche di rendere più paritario il rapporto fra il soggetto e l’oggetto di analisi.

La decolonizzazione

Per molti autori la dizione “studi postcoloniali” è ormai inadeguata, perché non corrisponde più all’oggetto a

cui tale approccio critico si rivolge → È terminata ormai la fase “postcoloniale”, direttamente legata ai

processi politici di decolonizzazione. Segue un momento in cui la civiltà letteraria è ancora fortemente

condizionata dalla colonizzazione ma più caratterizzata dal processo mondiale di creolizzazione (Glissant).

In questa fase il mondo non è più diviso fra colonizzatori e colonizzati, ma all’interno di entrambi i

gruppi c'è una varietà di voci che richiedono una riformulazione delle questioni identitarie.

Il comparatista deve decolonizzarsi e riconoscere sia gli storici difetti di eurocentrismo sia i tentativi che

nella sua storia sono stati fatti per decolonizzare la critica letteraria. Fa parte del processo di

decolonizzazione critica tutto ciò che mette in crisi la visione eurocentrica del mondo e che costringe gli

studiosi ad adottare un linguaggio più preciso, interculturale e libero dai pregiudizi europei.

esautorazione dell'universalità del paradigma accademico occidentale.

Gli studi postcoloniali e gli studi letterari

Alcune riflessioni nate dagli studi postcoloniali hanno particolare rilevanza per lo studio letterario: nella

produzione di un discorso (sia a favore dei colonizzatori sia a favore di un processo di decolonizzazione), le

opere letterarie hanno un'innegabile importanza. A parte questo alcuni concetti emersi hanno profondamente

cambiato il modo di intendere la stessa letteratura → verso l'interculturalità e una Weltliteratur non più

eurocentrica.

Inoltre l’abbandono del pregiudizio dell’assoluta superiorità occidentale → le opere letterarie del mondo

postcoloniale lette, valutate, pubblicate e tradotte, contribuendo ad alimentare il mercato editoriale mondiale.

Culture and Imperialism (1993), E. Said: analisi rapporto tra progetti imperialistici europei e il romanzi

europei di epoca ottocentesca.

Nel mondo delle potenze coloniali, i romanzi servivano a magnificare la cultura di cui erano

espressione. I racconti che sceglievano come ambientazione uno dei nuovi paesi di conquista

servivano inoltre a rappresentare per la prima volta quei luoghi, e quindi a trasformarli da totalmente

altri, in luoghi “addomesticati.

L’operazione di colonizzazione richiedeva un forte investimento ideologico → tutta la nazione sottoposta a

una forte campagna di propaganda, per convincere della missione civilizzatrice→ è possibili rintracciare il

modo in cui le opere letterarie di un determinato periodo rispondono a questo clima di grande espansione e

conquista 

ES analisi di Said di Heart of Darkness: Conrad assume un punto di vista critico verso il colonialismo belga,

ma la sua critica è così interna all'Occidente che non sembra uscire dal tipico schema di stereotipi.

69 Questo discorso è valido non solo per identità nazionali, ma anche sessuali o di classe.

l’idea dell’Africa in di Conrad è esotizzante e costruita in maniera ideologica → caos primitivo e irrazionale

africano VS corrotto dominio europeo. Per molti poi opere di questo genere costituivano l'unico contatto con

l'Africa e paesi colonizzati.

Said arriva addirittura a dire che è impossibile pensare il romanzo europeo tra Otto e Novecento

70

indipendentemente dal colonialismo → nei romanzi dell'"età degli imperi" è possibile rintracciare il

discorso coloniale. Questa operazione di smascheramento delle strutture retoriche di fondo è fatta per

denunciare le connivenze degli autori col progetto coloniale, ma arricchisce l'analisi lettearia di elementi

prima poco o per nulla considerati.

Il dibattito sulle identità subalterne

Raramente i romanzi europei erano stati considerati da questo punto di vista, ma oggi gli studi postcoloniali,

come quelli femminili più recenti, decostruiscono il testo per mettere in rilievo la loro componente

ideologica.

Nelle sue opere Spivak cerca di leggere i testi prodotti in situazioni di contatto fra gruppi dominanti e gruppi

subalterni esponendo i fraintendimenti (misreading) che da questi incontri sono nati (ad esempio

l’impossibilità dei gruppi dominati di farsi comprendere dai dominanti).

Molti comparatisti vedono i misreadings come conseguenza inevitabile, ma comunque positiva.

ES la comparatista cinese Yue Daiyun sottolinea l'ineliminabilità del filtro della propria cultura all'interno di

una comunicazione interculturale → un elemento di un'altra cultura non è "riflesso" nella cultura d'arriva, ma

"rifratto", gli elementi estranei vengono recepiti sempre attraverso il filtro della propria cultura.

Tuttavia Daiyun sostiene che "non è necessario che gli stranieri capiscano la Cina esattamente come i cinesi,

ma – in accordo con la loro cultura – devono solo scegliere ciò che li interessa, traendone giovamento".

Questa concezione è fortemente ancorata al peculiare contesto cinese: la Cina non ha subito una vera e

propria colonizzazione, e lo statuto della sua tradizione culturale (millenaria e scritta → altamente

71

formalizzata, dunque affine al canone occidentale) non è stato intaccato .

INVECE L’incontro fra le culture imperialiste e il resto del mondo, specie per l'Africa di 200 anni fa o

per l’America precolombiana, è sempre avvenuto in una situazione di forte squilibrio.

Gli studi di Spivak sono diretti a mettere in dubbio la solidità dei resoconti storici che sono stati tramandati

dai “bianchi” in merito al contatto fra le culture nella colonizzazione. I suoi primi sforzi si sono concentrati

sul tentativo di decostruire la struttura del discorso coloniale e di leggere i silenzi di quei testi a favore della

voce soppressa delle popolazioni indigene. Un altro suo grande contributo è la sua considerazione delle

donne nel contesto del rapporto fra colonizzato e colonizzatore, sostenendo che la questione sia stata

spesso ignorata dagli studiosi. Secondo Spivak se si approfondiscono i silenzi che si scorgono nelle

produzioni culturali dei subalterni, ci si accorgerà che in realtà ci sono sempre dei segni, magari non

ascoltati, della volontà dei subalterni di parlare, di esprimere il loro dissenso, le loro convinzioni, di far

sentire la loro voce.

È qui necessario introdurre il concetto di critica all’“essenzialismo”.

Nel discorso sulle popolazioni colonizzate tendono a ricrearsi le stesse forme di omogeneizzazione

già riscontrate nel campo del discorso coloniale. Parlare della categoria indifferenziata di

"colonizzati" significa livellare le profonde differenze storiche e culturali delle popolazioni soggette

al colonialismo.

Il movimento del decostruzionismo ha operato una critica ancora più radicale, mettendo in crisi l’unità di

qualunque identità collettiva. In altre parole ci si è domandati che cosa significa parlare di colonizzati, ma

anche cosa significa parlare di uomini e donne. Eppure i grandi movimenti di rivendicazione, non solo la

“negritudine”, sono stati fatti in nome di identità di questo tipo (movimenti femminista, gay, antirazzista,

ecc.).

Spivak allora introduce la nozione di essenzialismo strategico → uso di una determinata etichetta perché

utile in un certo periodo storico, pur nella consapevolezza della problematicità di tale etichetta

( categorizzazione astratta che in realtà non corrisponde a qualcosa di univoco).

[NB dai riassunti di Storia contemporanea: La chiave finora mancante per la costruzione di una teoria più

storicamente fondata va individuata in questa componente: senza la collaborazione volontaria o imposta

delle élites al governo nei paesi non europei, non sarebbe stato possibile il trasferimento di risorse, né la

salvaguardia degli interessi strategici europei, né la conquista e il dominio di imperi non europei. Fin

dall'inizio il dominio europeo si scontrò con una continua resistenza→necessaria una continua mediazione

indigena per scongiurare o sconfiggere la resistenza. ”

70 Hobsbawm

71 Lo stesso discorso, con le dovute differenze, vale per la tradizione letteraria giapponese e araba.

Subaltern Studies Group: collettivo composto da studiosi indiani, che negli anni Ottanta propone un nuovo

approccio allo studio dei mondi coloniali, ispirato al pensiero gramsciano riguardo i gruppi subalterni. Storia

dell'India finora scritta solo in relazione alla all'orientamento e progetti delle elites indiane occidentalizzate,

cioè che hanno cercato di adattare le istituzioni britanniche al contesto locale → trascurate le culture e

pratiche dei "subalterni", gruppi marginali ma culturalmente e numericamente fondamentali → necessità di

riscrivere storia dell'India. (NB Ranajit Guha definisce “subalterni” tutti i gruppi subordinati per ragioni

storiche, classe, genere, cultura, lingua e religione, ovvero la differenza demografica tra la popolazione

indiana totale e l'élite dominante indigena e straniera). Il gruppo restituisce importanza a questi gruppi

studiando le forme di resistenza locale (sia alla dominazione occidentale sia all'egemonia delle elites

indiane).

Studiosa Gayatri Chakravorty Spivak: saggio del 1985 Can the subaltern speak? attacco critico

dall'interno del gruppo che apre nuovi percorsi analitici. Titolo provocatorio con cui vuole criticare la

tendenza all'essenzialismo dello schema dei colleghi → rischio di non comprendere la complessità

dell'oggetto di studio, fatto di vari parametri che variano in modo diverso. secondo lei è impossibile

identificare un “universo subalterno” completamente separato dai circuiti comunicativi attivati dagli

occidentali o dalle élites occidentalizzate, cioè non è possibile immaginare una perfetta autonomia dei gruppi

marginali. Pur con caratteristiche proprie, essi sono sottoposti alle pressioni e strumenti informativi delle

elites → linguaggio complesso che rielabora in modo creativo la commistione tra linguaggi locali e linguaggi

stranieri che però abitano esperienza di vita e autorappresentazione di questi gruppi. Esempio complessità

della situazione femminile nelle società coloniali. Donne indiane plurima subalternità, sia rispetto al

patriarcalismo coloniale sia rispetto al virilismo delle istituzioni locali. Ma anche parametro religioso,

professionale, di casta etc. Da Spivak derivano gli Studi Post-coloniali, che analizzano le formazioni socio-

culturali nate dal complesso intreccio tra culture del colonialismo occidentale e le culture dei colonizzati]

Lo stesso tipo di approccio critico caratterizza l’opera di Homi Bhabha, che ha avuto una grande influenza

sullo sviluppo più recente delle teorie postcoloniali. La sua ricerca è molto ricca e articolata, ma qui ci si

soffermerà soltanto su due punti fondamentali del suo discorso: il concetto di mimicry e quello di ibridità.

Riprendendo le idee di Fanon, Bhabha sostiene che i tentativi di imitare il dominatore non cancellano nel

dominato la consapevolezza della propria identità, e il desiderio di somigliare al proprio colonizzatore non

diventa mai quello di voler essere identici a lui (→ non un totale rinnegamento della propria appartenenza

culturale).

Mimicry: l’atto mimetico ironico da parte del colonizzato rispetto al colonizzatore. I colonizatori

incoraggiano nei loro sottoposti un istinto imitativo. La ripetizione degli atti dei colonizzatori è un

momento di libertà parodica attraverso cui il colonizzato ottiene dei vantaggi ma sviluppa anche una

personalità individuale distinta da quella originariamente espressa nell'atto pariodiato. L’imitazione

ironica, o mimicry, è un luogo di ambiguità culturale.

Attraverso la mimicry le popolazioni indigene attenuano la differenza coi colonizzatori, con l'effetto di essere

umanizzate agli occhi degli oppressioni e di rafforzare il senso di una propria soggettività. Quando il

soggetto coloniale riconosce di non essere il suo colonizzatore, ma di essere qualcos'altro che in questo

primo momento è solo uno spazio indefinito di differenza, può aprirsi la possibilità di immaginare una nuova

soggettività – individuale e collettiva – che aprrofitti di tale spazio.

La mimicry porta alla creazione di identità ibride o meticce, e non alla perdita di sé.

La letteratura postcoloniale come rilettura

Riportando questi concetti alla letteratura, si può dire dire che la letteratura postcoloniale si distingue anche

per un’insistenza sulla riscrittura ironica o “interpretativa”, ovvero mai ingenua, della tradizione occidentale.

molti autori delle letterature emergenti attingono liberamente sia alla letteratura occidentale che alle

tradizioni locali senza preoccuparsi dei fraintendimenti → nella distanza tra originale e il suo riuso

interpretativo risiede sia la creatività postcoloniale che la possibile critica alla prospettiva

occidentale. 72

ES Derek Walcott, Sea Grapes (1976) : insiste sul tema del meticciato. I colonizzatori hanno battezzato le

località dei loro domini con nomi originari delle loro patrie, con l'intento di far risaltare negativamente la

differenza tra le nuove terre e la madrepatria. In molti territori la toponimia è stata riscritta dopo

l'indipendenza. Walcott ha una posizione meno repulsiva: la vita e la cultura antilliana hanno la capacità di

72 Vd p 227 per poesia NAMES

imporsi anche al di sopra di nomi dati con ironia. La connotazione negativa dei toponimi europei scomparirà

quando altri avranno vissuto quei territori e avranno arricchito questi nomi di nuovi significati.

NB la sua posizione è meno estrema ma comunque nega la possibilità di una pacifica convinvenza fondata

sulla tolleranza. Walcott non vuole incoraggiare una società basata sul modello USA del melting pot ( →

omogeneizzazione delle differenti componenti culturali in un'unica cultura) , ma piuttosto esaltare le

differenze tra i vari gruppi che la compongono. Né è possibile aspirare a modelli culturali di originaria

purezza: i Caraibi devono trovare la propria via in direzione di un riuso consapevole di tutti gli elementi che

hanno concorso a creare la nuova identità → la cultura caraibica ha una sua dignità e vuole fondare la propria

tradizione sulle rovine del vecchio sistema coloniale.

Oswald de Andrade, Manifesto Antropofago (1928): manifesto del movimento modernista brasiliano in cui

è espresso un atteggiamento di grande libertà e spregiudicatezza verso la tradizione europea.

paragone tra cannibalismo e appropriazione delle culture diverse. Il cannibalismo rituale agli occhi

degli europei come pratica abominevole (nonostante l'eucarestia cristiana sia di fatto cannibalismo),

ma nelle culture indigene questa pratica è un atto di omaggio al defunto.

Bisogna considerare il modo in cui nelle colonie ci si è appropriati della cultura europea, che non sempre è

stato giudicato corretto: i colonizzatori europei non hanno solo imposto la loro cultura, ma hanno anche

dettato le modalità con cui questa doveva essere interpretata→ le nuove interpretazioni postcoloniali

giudicate errori di comprensione e non contributo innovativo. Per i modernisti brasiliani, gli intellettuali sono

autorizzati a cannibalizzare la cultura europea, traendone nutrimento e scegliendo nella sua tradizione ciò che

sembra più interessante.

Bhabha legge la creatività delle culture postcoloniali come la capacità di “reinscrizione”, ovvero la

capacità di dotare di nuovi significati tutti gli elementi che provengono dalle diverse tradizioni inserendoli in

un nuovo contesto culturale che necessariamente muta il loro significato → processo di formazione di una

cultura indipendente e imprevedibile.

La cultura postcoloniale e i suoi soggetti sono quindi necessariamente creature ibride, nate

73

dall’incontro di tradizioni e lingue diverse, creoli che vanno riconosciuti come tali .

In generale Bhabha considera l'ibridismo come imprescindibile condizione connaturata a qualsiasi

individuo di qualsiasi società. Parla del soggetto, nato dall’incontro di più culture, come di un soggetto

ibrido → l’identità viene continuamente rinegoziata e ridefinita a seconda delle varie situazioni in cui si

viene a trovare. Questo è particolarmente vero per coloro che vivono in una situazione marginale, come per

esempio le comunità minoritarie all’interno di uno stato-nazione. MA estende lo sguardo.

Tutte le identità – individuali e collettive - sono composite, non possono mai essere esaurite in

una semplice appartenenza. Sono necessariamente complesse e questa disomogeneità non

costituisce un limite, ma una componente intrinseca dello stare al mondo → ogni individuo è

immerso in un contesto storico-sociale: ha origini familiari, geografiche, culturali e linguistiche, e in

più caratteristiche nel caso di particolari contesti, come il sesso la classe sociale, le preferenze

personali.

le culture postcoloniali rendono solo più evidente un tratto tipico di qualunque cultura.

Quanti nascono oggi in situazioni postcoloniali o metropolitane multiculturali acquisiscono un senso

piuttosto fluido e aperto delle propria identità, e sono paradossalmente avvantaggiati, perché più pronti a

vivere nel mondo contemporaneo e meno condizionati dalle categorie del discorso identitario occidentale →

la cultura creola e l’ibridità sono un valore positivo, un nuovo modello di identità che è veramente in

grado di proporre un’alternativa alla certezza monolitica delle identità europee e la cui portata non è

limitata ai paesi che sono stati oggetto di una colonizzazione, ma è una proposta che riguarda l’idea

stessa della soggettività contemporanea.

Glissant e il concetto di creolizzazione: la sua tesi è che tutto il mondo si creolizza, tutte le culture sono in

contatto con tutte le altre e non possono resistere ai continui scambi e alle reciproche influenze. Nel mondo

esistono due gruppi distinti di culture:

1. le “culture ataviche”:che si sono creolizzate molto tempo fa e oggi tendono a considerarsi entità a sé

stanti.

2. le “culture composite”: in cui la creolizzazione è avvenuta più recentemente ed è ancora presente

73 Il modo più comune di pensare all’ibridità è proprio quello delle lingue e culture creole nate dalla fusione degli elementi

provenienti dalle diverse lingue e culture che l’occupazione coloniale metteva violentemente in contatto

nella memoria collettiva.

La creolizzazione continua comunque ad avvenire, e ad un certo punto diverrà chiaro per chiunque osservi

questi fenomeni che essa avviene solo quando si riesce a capire che gli elementi che vengono a contatto sono

di pari valore, perché se alcuni sono sminuiti rispetto ad altri la creolizzazione non avviene.

La letteratura comparate e gli studi postcoloniali

Un compito che la letteratura comparata si è assegnata nella sua storia è stato quello di rendere possibile

l’incontro con l’altro e individuare un metodo che rendesse possibile questo incontro. Per alcuni (come

Gnisci) è uno dei pochi luoghi in cui è possibile un incontro paritario fra le culture → comparatistica come

74

sapere dell'incontro, colloquium .

La letteratura comparata, grazie ad alcuni suoi esponenti storicamente d’avanguardia, ha sempre avuto

impulsi transnazionali che la spingevano nella direzione in cui si muovono gli studi postcoloniali oggi →

due nodi critici di allargare il campo di indagine oltre i confini euro-occidentali e riflessione sul canone che

ha accompagnato il dibatti sulla Weltliteratur.

Il canone letterario appare oggi innegabilmente come una formazione storica: ha espresso dei criteri

estetici conformi a un corpus già costituito → prima un insieme di testi riconosciuti come classici, e

poi una teorizzazione estetica.

Gli studi postcoloniali non sono nati con una vocazione specifica per la critica al testo letterario, ma più

vicini in questo ai cultural studies. Alcuni dei loro presupposti e alcuni dei loro punti d’arrivo sono però

stimoli di grande interesse per la letteratura comparata. Uno di questi è la proposta, esplorata da Said,

dell’opportunità di ricercare la componente imperialista presente nei romanzi europei e le implicazioni

coloniali presenti nella rappresentazione della società e dello spazio. Lo stringente interrogarsi sul proprio

punto di vista, sulla location di chi parla, non può non interessare il comparatista, colui che

professionalmente parla degli “altri” e che deve d’ora in poi rendere sempre più espliciti i propri presupposti.

la comparazione non è più orientata prevalentemente al confronto fra singole opere, testi, autori,

movimenti, ma piuttosto a confrontare diversi sistemi critici e valutativi, diversi criteri di

classificazione e diverse terminologie.

Dal multiculturalismo e dagli studi postcoloniali viene il suggerimento di occuparsi delle letterature

cosiddette minoritarie. Durante tutta la sua storia, la letteratura comparata ha cercato di affinare gli strumenti

per mettere a confronto sistemi culturali diversi. Oggi la comparazione non avviene più in una prospettiva

universalizzante, alla ricerca di valori validi e uguali per tutti, ma al contrario alla ricerca della ricchezza

della pluralità.

Inoltre gran parte della nuova letteratura mondiale è scritta proprio in un mondo postcoloniale, perché è

scritta in paesi un tempo colonizzati o all’interno di grandi metropoli multiculturali, o in paesi in cui i

processi di creolizzazione o opere degli immigrati stanno avvenendo in questo momento, o ancora

semplicemente perché non sminuiscono il ruolo che l’esperienze della colonizzazione ha avuto nel

determinare l’attuale assetto del mondo → all’interno di tutte queste opere convivono sistemi culturali,

religiosi, economici, di tradizioni diverse che “scambiano cambiandosi”, e sono questi racconti che mostrano

la migliore sintesi fra una cultura postcoloniale, la nuova Weltliteratur, che essi esprimono, e il perfetto

oggetto di indagine della letteratura comparata.

Capitolo 10: Femminismo e “gender studies”

Un campo di ricerca estremamente innovativo è dato dall’incontro della letteratura comparata col

femminismo e i gender studies. Se il femminismo ha insegnato a guardare dalla prospettiva delle donne, i

gender studies hanno minato il mito della neutralità del soggetto e introdotto il concetto che ogni attività di

pensiero umano è sessuato. La letteratura comparata ha assunto il genere sessuale come una delle categorie

che organizzano la produzione e la ricezione letteraria.

La letteratura è da sempre il luogo in cui si elabora e tramanda il complesso di immagini, figure esemplari e

miti originati sia dalla traduzione che dal pensiero delle donne. Solo grazie alla letteratura sono leggibili i

miti di personaggi letterari (Didone, Semiramide etc) che caratterizza le figura e i modelli del femminile

nella società occidentale. La letteratura è anche la voce delle donne scrittrici, molte delle quali rimaste

nell'ombra di una tradizione prevalentemente maschile. Sempre nell’ambito della critica letteraria gli studi

femminili hanno indagato sul ruolo della donna intellettuale, su quello della lettrice (impossibilitata a

riconoscersi nelle e opere e nei personaggi modellati su valori maschili) e sulla trasmissione della cultura

74 Vd brano pag 230.

femminile. Le voci delle letterate hanno contribuito nella maniera più visibile al dibattito e all’evoluzione di

un sapere delle donne.

[* da un altro paragrafo. Annette Kolodny in Dancing through the minefield sintentizza efficacemente i

presupposti critica femminista:

1. la storia letteraria è una finzione

2. non ci sono testi ma paraigmi

3. le teorie estetiche non sono immutabili né universali e infallibili → la studiosa deve riesaminare la

propria estetica, i pregiudizi e i presupposti intrinseci che formano i metodi critici.]

Dal femminismo ai “gender studies”

Si può individuare la nascita storica del pensiero femminista nell’Inghilterra del XVIII secolo, con le

rivendicazioni di emancipazione delle donne ispirate agli ideali di uguaglianza dell’Illuminismo ( →

75

protofemminismo ).

connotato fortemente da finalità politiche ( che confluiscono poi nel femminismo di prima ondata di

inizi 900): lotta per raggiungere il diritto di voto e partecipazione alla vita sociale, anche nelle forme

economiche e lavorative. 1857 Association for the promotion of the employmente of women.

La componente politica è rimasta una costante nel movimento femminista: analisi della realtà e della cultura

porta alla luce le discriminazioni e si traduce in un progetto per emancipazione e trasformazione della

società → La prospettiva femminista si evolve in chiave di lettura del mondo e si traduce in una teoresi e in

76

una prassi strettamente affiancate, di stampo interdisciplinare .

Nella sua storia, dopo una prima epoca “eroica”, il movimento delle donne è passato attraverso diverse fasi,

ognuna delle quali caratterizzata da un’impostazione teorica particolare.

(1)Negli anni sessanta femminismo di seconda ondata: stretto legame tra formulazione teorica e prassi

politica, che mirava all’emancipazione delle donne in una società di stampo patriarcale. Sul piano della teoria

il femminismo proponeva un’analisi trasversale dei vari campi della società e della cultura, soprattutto della

letteratura. In questa fase si trasforma in un fenomeno di massa ciò che fino ad allora era stato oggetto di

speculazione intellettuale da parte di una ristretta élite accademica, e i mass media fungono da propagatori di

un nuovo ideale di donna e di nuove aspettative sociali.

(2) Negli anni settanta e ottanta si registra una diversificazione nel panorama degli studi femministi:

77

֍ Femminismo americano, ovvero women studies : attenua la funzione militante a favore di un

perfezionamento del metodo critico. Caratteristiche: empirismo e pluralismo (che provoca instabilità, ma è

promosso in quanto atto di ribellione al pensiero tradizionale e all'impostazione dogmatica della cultura

ufficiale) → opposizione al new criticism, alla teorizzazione di modalità critiche impersonali e oggettive,

smascheramento delle strutture maschili.

Studiose importanti: Kate Millet (Sexual politics) analisi di opere letterarie per trovare l'ideologia maschile;

Judith Fetterley (The resisting reader) in luce la difficile condizione della lettrice che può identificarsi nei

personaggi letterari solo assumendo posizioni maschili → esercita una forma di "resistenza". 78

֍ Femminismo francese: di matrice decostruzionista, forte uso di psicanalisi e antropologia culturale .

Centralità assoluta della nozione di differenza, contro la pretesa di neutralità del sistema maschile

precostituito. Le donne rivendicano la propria fondamentale differenza in tutte le dimensioni (dalla biologia

alle strutture del pensiero) → decostruzione della cultura tradizionale maschile. Il pensiero della differenza si

basa sulla constatazione che ogni essere umano nasce in un corpo sessuato→ l'esperienza è determinata

dall'appartenenza a un genere sessuale, e anche il soggetto della conoscenza è sessuato. MA il sapere

istituzionale non ha mai considerato la natura sessuata del soggetto, si è presentato neutro occultando la sua

natura di prodotto di un sistema maschile (→ soggetto sempre unicamente uomo) → progetto di un sapere di

segno contrario da parte delle donne, che non si possono riconoscere in quello esistente.

Studiose importanti: Luce Irigaray ( interesse per l'ontologia), Julia Kristeva (relazioni col corpo materno),

Helene Cixous (analisi del corpo in ambito letterario con analisi della cultura occidentale e delle strutture che

la sostengono, applicando il decostruzionismo derridaiano e la psicanalisi lacaniana).

Il pensiero ha come punto di riferimento l’uomo, rispetto al quale la donna che risulta essere l’Altro, il polo

75 Importante libello del 1792 A vindication of the rights of the women , Mary Wollstoncraft

76 Vd riassunto saggio di Corona.

77 una cui panoramica è offerta da Elaine Showalter con The New Feminist Criticism

78 In particolare psicanalista Melanie Klein e antropologa Margaret Mead.

negativo di tutte le coppie oppositive: soggetto/oggetto; cultura/natura, anima/corpo etc.

Poiché la discriminazione nasce dal linguaggio (→ logocentrismo visto come fallocentrismo), una tradizione

al femminile può emergere solo dal linguaggio, dalla écriture féminine che, opponendosi alla logica

maschile, attinge alla voce “materna” e “corporea” delle donne. La teoria della differenza non è altro che "il

pensarsi qui e ora, di un vivente storico sessuato al femminile" (A. Cavarero).

In Italia il pensiero della differenza è stato sviluppato dalle teoriche della comunità della Libreria delle

Donne di Milano e della Comunità filosofica Diotima. In ambito italiano gli studi femminili si sono

sviluppati con ritardo e con minor mordente rispetto agli altri paesi. Prevale studio in campo storico e

sociologico.

(3) Negli anni ottanta la questione dell’identità supera l’analisi decostruzionista sulla dicotomia

maschile/femminile elaborata dal pensiero della differenza e inaugura lo sviluppo dei gender studies.

critica all'essenzialismo della critica femminista americana. Essenzialismo → riconoscere alla

"donna", per il fatto stesso di essere donna, un'essenza femminile immutabile.

elaborazione concetto di gender, anche grazie ai contributi del femminismo postcoloniale e

terzomondista che si sentiva escluso nella formulazione del femminismo bianco.

gender: il genere come fatto sociale che, rispetto al sesso biologico, accoglie categorie identitarie più

numerose e complesse (razza, classe sociale, nazionalità etc). Il concetto di gender mira a liberare le donne

dalla trama culturale legata all’identità sessuale → mette in discussione l’intero impianto del pensiero e

destituisce di fondamento non solo la divisione dei ruoli, ma anche la tradizionale contrapposizione

maschio/femmina. Questa teoria supera quindi di gran lunga le posizioni della scuola della differenza e

oppone un rifiuto radicale alla cultura patriarcale.

Il gender concede teoricamente che si possa declinare l’identità sessuale del soggetto in una gamma più vasta

79

di generi rispetto a quelli identificati con i due sessi , anche se questa possibilità è osteggiata da molte

80

istituzioni (es il Vaticano e paesi arabi ).

Il genere diviene una fondamentale categoria organizzativa dell’esperienza. Proprio dalla critica

letteraria si diffonde ad altre discipline il punto di vista femminista, che evidenzia come tutte le forme e

strutture siano orientate secondo il gender.

(4) Dai presupposti della teoria del gender, che disancora l’identità dalla biologia, negli anni novanta il

81

dibattito teorico ha dato vita ai cosiddetti queer studies.

postulano la mutevolezza e la fluidità di un soggetto sempre più complesso e difficilmente

conducibile a categorie normative.

Donna Haraway coglie la provocazione di un soggetto sempre più mutante e privo di riferimenti in un

orizzonte postmoderno → teorizza un "postgenere", cioè il cyborg ( → cyberfemminismo), cioè un'identità

femminile paradossale verso cui tendere per annullare la crisi dell'identità (WTF).

Da questi brevi cenni alla storia del femminismo si capisce che è caratterizzato dalla categoria del

cambiamento, in quanto:

• pluralismo metodologico: assenza di una teoria rigidamente strutturata (→ vulnerabilità ma anche

vivacità). commistione di approcci critici ed epistemologici differenti, soprattutto in collaborazione

con la comparatistica e i cultural studies.

• componente strutturale dell’identità femminile (ma non solo).

• elemento di forza nella sua funzione politica.

il femminismo si è via via adattato ai mutamenti sociali. Si confronta ora con le sfide legate alle

nuove tecnologie e alla loro incidenza sui corpi, con la crisi del soggetto postmoderno e con le teorie

postcoloniali. NB Questo cambiamento è però percepito anche come minaccioso.

Nei paesi anglofoni i gender studies si sono legati anche alle mode culturali e al loro mercato che influenza

lo stato delle ricerche → istituzione di corsi legati a star (Vd Madonna studies), visibilità immediata e

dunque pubblicità e grossi finanziamenti.

Le critiche mosse dalle teoriche del postcolonialismo e del materialismo hanno spinto i women studies verso

79 L'ONU riconosce ufficialmente 5 generi: maschio etero, femmina etero, maschio omo, femmina omo, bisessuale.

80 In arabo non esiste un'espressione per esprimere concetto di gender. 1998 caso diplomatico presso ONU

81 Queer: privo di equivalenti in altre lingue. Campo semantico estremamente ampio, comprende tutto ciò che è "strano", "bizzarro",

ribelle alle norme (ma anche "omosessuale").

gli studi di genere cross-cultural e lo studio delle letterature nazionali verso analisi storiche comparatistiche.

Gli studi femministi e gender possono essere considerati come il luogo in cui alcuni temi e motivi

critici si incontrano sfidando i tradizionali orizzonti di riferimento.

controversia terminologica: fino a che punto è più corretto parlare di studi femministi o di studi di genere, di

women studies o di gender studies? Non è una questione marginale, perché implica una precisa collocazione

ideologica e metodologica. Attualmente prevale la definizione di gender studies, secondo la scuola

americana, che è l’unica che corrisponde all’insieme di discipline nate dall’evoluzione storica degli studi

femminili delle origini e in seguito ramificate e sviluppate in varie aree di ricerca, come i gay-lesbian studies,

i queer studies, e persino i recenti men studies.

Simone de Beauvoir: femminismo e filosofia

Ricostruendo le origini del femminismo e una sorta di canone delle figure intellettuali più rappresentative,

82

appare con evidenza Simone de Beauvoir come fondatrice di una filosofia al femminile. Le deuxième sexe

(1949) costituisce il primo esempio di uno studio vasto e articolato sulla condizione femminile e sull’origine

della disuguaglianza sociale e sessuale. Si tratta di una vera pietra miliare del pensiero femminile e ne

anticipa e rappresenta in nuce tuti gli sviluppo futuri.

de Beauvior analizza in vari campi del sapere le ragioni della discriminazione femminile e i motivi per cui

l’intera cultura occidentale sia costruita a misura del soggetto maschile, mentre la donna è sempre stata

subordinata e relegata al ruolo di “secondo sesso”. Sostiene non si nasca donna, ma lo si diventi come

conseguenza di costruzioni socioculturali che – partendo dalla differenza biologica – strutturano l'identità e il

comportamento secondo una logica rigidamente binaria. Elabora due presupposti rivoluzionari:

1. donna come Altro: la donna non è un soggetto – ruolo riservato ai soli maschi. L'uomo ha costruito

sulla base di questa relazione gerarchica primaria una società di e per individui maschi → la donna è

subordinata e relegata alla perenne alterità rispetto al soggetto maschile, esclusa in principio e nei

fatti.

2. inesistenza di una natura femminile: distingue fra il sesso bioligico e il genere come fatto sociale.

Non esiste una natura femminile naturale e biologica, è piuttosto un elemento di costruzione sociale.

Il ruolo delle donne in ogni cultura umana, gli stereotipi, i miti e le rappresentazioni letterarie sono

determinati dalla società, dalle convenzioni e dall'educazione.

donna confinata nelle funzioni di riproduzione e cura della prole, legata alla fisicità e alla natura (→

esclusa nella costruzione della cultura).

Il concetto di "donna", benché considerato su base biologica, è eminentemente politico, non

determinato dalla nascita ma condizionato dalla società.

Simone de Beauvoir auspica al superamento delle discriminazioni grazie al fatto che "uomini e donne, al di

là delle loro differenziazioni naturali, affermino senza possibilità di equivoco la loro fraternità".

Le deuxiène sexe inaugura un filone di studi volto alla rilettura della storia e della vita sociale in chiave

femminista: l’analisi delle strutture culturali della relazione maschio/femmina non è mai disgiunta dal

progetto di emendare la società e di conquistare per le donne un ruolo paritetico (in Italia questo tipo di

analisi è stato condotto dall’antropologa Ida Magli).

De Beauvoir affronta anche l'analisi della condizione femminile dal punto di vista del materialismo storico

→ ispira i futuri studi sulla differenza delle teoriche marxiste: situazione femminile e lotta di classe,

estensione del concetto di produzione all'ambito familiare e domestico.

Le deuxiène sexe presenta una sezione dedicata ai miti, dove vengono analizzati gli stereotipi femminili e

l’atteggiamento degli scrittori nei confronti delle donne, nelle opere di Montherlant, Lawrence, Claudel,

Breton, Stendhal → la letteratura ha elaborato immagini del mondo femminile idealizzate o astratte secondo

categorie codificate dal pensiero maschile: madre, innamorata, prostituta, eterea, mistica etc. Brano p 241

Donne e letteratura: la lezione di Virginia Woolf

Altra grande madre del femminismo, sul versante letterario, è Virginia Woolf, i cui testi costituiscono ancora

oggi un punto di riferimento fondamentale del pensiero femminile.

I suoi saggi critici sono rivolti in primo luogo alla riflessione sul ruolo della donna intellettuale e sul senso di

una tradizione femminile. Ma anche come autrice di romanzi e racconti, Woolf ha fatto emergere

prepotentemente il punto di vista femminile → i suoi personaggi costituiscono la risposta ideale agli

82 Forte influenza dell'esistenzialismo francese. NB il suo compagno era Sartre.


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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Bacchae2 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Introduzione alla letteratura comparata e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Sinopoli Franca.

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