Mitocritica
Riassunti di Federica Ruggiero
1. Il mito secondo André Jolles
André Jolles (1874-1946) è uno studioso universitario di origine neerlandese, importante professore di
Leipzig dal 1918. Per quanto riguarda al mito, rifiuta le due concezioni opposte e propone invece una tesi
intermedia:
1. concezione trascendentalista: il mito è superiore a ogni discorso
2. concezione immanentista: il mito coincide col discorso
Tesi di Jolles: il mito crea una "forma semplice" anteriore al linguaggio scritto, una forma
"attualizzata" attraverso il testo letterario.
La teoria di Jolles
Esplicata nell'opera Einfache Formen (Forme semplici): ricerca morfologica in materia di critica letteraria,
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posizione riconducibile a uno stutturalismo non linguistico . L'autore vuole eliminare tutto ciò che è
condizionato dal tempo o individualmente cagnante per stabilire la forma e conoscerla nel suo carattere fisso.
Le cosiddette forme semplici sono delle forme a priori , che agiscono sul linguaggio MA si
manifestano e sono percepibili solo nel linguaggio. "Le forme semplici sono forme che si producono
nel linguaggio e che procedono da un lavoro del linguaggio stesso, senza l'intervento – per così dire
– di un poeta".
Jolles organizza la sua teoria in un sistema triadico a molti livelli. Esistono tre funzioni nella società:
1. coltivare: riportare le cose a un ordine
2. fabbricare: cambiare l'ordine delle cose
3. interpretare: prescrivere l'ordine delle cose
Analogamente esistono tre funzioni del linguaggio:
1. nominazione: il lavoro di produzione del linguaggio, ricollega le cose a un ordine, le fa entrare e
accettare nella vita dell'uomo, senza però impedire il loro corso naturale
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poiesi
2. fabbricazione: atto poetico (→ ) che crea delle figure mitiche o dei tipi
3. interpretazione: delucidazione del segno
ESEMPI: Canzone di Eva (Charles Van Lerberghe); Mallarmé in Crisi di verso:
"Io dico: un fiore! E, fuori dell'oblio ove la mia voce relega ogni contorno, in quanto qualcosa d'altro
che i calici saputi, musicalmente si leva, idea autentica e soave, l'assente da ogni mazzo."
Si nomina dunque una parola, isolata nello spazio bianco che la circonda, e da essa deve scaturire la totalità
del non detto, ma sottoforma di un'assenza. Tutto comincia con una semplice nominazione. MA questa
nominazione è sufficiente per una creazione, che si sbadisce tutavia dietro l'"idea" di fiore. Lo stesso schema
si ritrova nel mito. Per Mallarmé, Febo è solo una maniera di nominare la luce (vd p11) → questa
accomulazione di epiteti è già creatrice di un insieme luminoso. La nominazione, secondo Mallarmé, fu la
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prima cosa a far nascere il mito .
André Jolles distingue ancora tre livelli nel lavoro del linguaggio (sarà la nominazione?):
1. formazione del linguaggio in sé: per il quale si sono cercate delle spiegazioni mitiche
2. la formazione delle forme semplici
3. la formazione dell'opera letteraria: che apporta la pienezza definitiva.
In (2) la lingua stessa si consolida in una prima forma letteraria grazie alle unità d'evento. La nascita di
una forma semplice avviene "tutte le volte che un'attività dello spirito induce la molteplicità e la diversità
dell'essere e degli eventi a cristallizzarsi per assumere una certa immagine, tutte le volte che questa diversità
colta attraverso la lingua nei suoi elementi primi e indivisibili, e divenuta produzione di linguaggio, può al
contempo voler dire e significare l'essere e l'evento".
Questa nozione di forma (Gestalt) presuppone due principi enunciati da Jolles:
1 Quindi il punto di partenza non sono le unità del linguaggio presentate dalla grammatica, sintassi e semantica.
2 "Febo, in questo caso il mito vivente e non il semplice nome, è figlio di Zeus, perché il sole, come Atena o l'aurora,
si slancia, al mattino, dal cielo".
1. Primo principio: fare astrazione dalla mobilità, eliminare tutto ciò che è condizionato dal tempo o
individualmente cangiante.
2. Secondo principio: formare una connessione di parte, chiedersi per ogni poesia in che misura le forze
costitutive e limitative della sua forma sono arrivate a una composizione che è possibile conoscere e
distinguere.
La forma semplice di Jolles ha un carattere essenzialmente virtuale, è all'origine della creazione letteraria e
si può definire come <potenza agente>. Jolles individua in totale nove forme semplici: (1) Leggenda sacra,
(2) Leggenda profana, (3) Mito, (4) Enigma, (5) Sentenza, (6) Caso, (7) Memorabile, (8) Fiaba, (9) Scherzo.
Ogni forma semplice segue lo stesso schema di formazione, dunque è analizzabile secondo uno stesso
procedimento:
scoperta di una certa disposizione mentale_________________
˥
_____forma semplice virtuale
Gesto verbale _______________________________________˩
Forme attuali: NB il modo in cui le forme semplici, essendo virtuali, si attualizzano
Forme letterarie: tipologia di forma attuale
Dopo aver individuato questo schema, il critico deve dare la controprova: deve ricercare una antiforma, che
a contrario, confermi l'esistenza e l'efficienza della forma.
Esempio: la Leggenda. Il termine deriva dal lat legenda, cose da leggere, e in particolare la vita dei santi.
Dispozione mentale: bisogno di un modello da imitare
Gesto verbale: immagine impressionante, motivo o insieme di motivi (es la testa mozzata).
Forma attuale letteraria: le forme attuali sono le vite dei santi, alcune forme propriamente letterarie sono La
leggenda di S. Giuliano l'ospitaliere di Flaubert, il San Giorgio di Claudel.
Anti- forma (anti-leggenda): modello da NON seguire, anti-modello. Es. Il Don Giovanni, Faust → Jolles
quindi li considera nono dei miti, ma delle anti-leggende.
Il mito come disposizione mentale
L'epos è un genere che prevede la commistione di mito e storia. Es la guerra di Troia: ammettendo pure che
restino delle tracce dell'antica Ilion (NB i lavori archeologici di Schliemann in Asia Minore non sono mai
arrivati a dare una risposta definitiva), si ritrovano delle presenze mitiche inammissibili per uno storico (es
Apollo coi Troiani, Atena coi Greci etc).
Apollo non è un modello, e dunque non appartiene alla leggenda: nell'Orestea di Eschilo è giudicato poco
saggio, perché ha consigliato a Oreste di uccidere Clitemnestra per vendicare il padre Agamennone. Apollo è
definito come Loxias, l'Obliquo, il Misterioso. È il mistero che presiede il mito.
Disposizione mentale del mito: spirito interrogante, in tutti quei casi in cui l'uomo si trova davanti a
qualcosa che non comprende, e di cui nessuna teoria spiega la causa → ricerca di un altro tipo di
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spiegazione, senza il supporto della ragione né dell'esperienza scientifica. In sostanza la causa viene creata .
Noi siamo tutti al mondo per interrogarci, per restare sospesi alla quadruplice domanda che volter ha
espresso in uno dei suoi versi didattici:
Chi sono, dove sono, dove vado e da dove sono stato tirato fuori?
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Lo spirito interrogante è universale . Esistono testi sacri che spiegano coi miti ciò che la ragione umana non
comprende: è la funzione di tutti i racconti che trattano una genesi. L'uomo pone una domanda che riguarda
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il mondo in cui egli si trova. Poi si dà da solo una risposta, sia che essa si proponga, sia che essa s'imponga .
Per Jolles il mito genesiaco è la forma ideale del mito→ il mito ha un valore eziologico e veridico.
"L'uomo chiede all'universo e ai suoi fenomeni di farsi conoscere da esso; egli riceve una risposta,
un responso, una parola che gli viene incontro. L'universo e i suoi fenomeni si lasciano conoscere.
Quando l'universo si crea in questo modo, agli occhi dell'uomo, attraverso domanda e risposta, si
istituisce una forma semplice che chiameremo mito.
3 P 13 brano in cui Claudel ricorre al mito nell'inventiva contro il professore dell'Arte poetica.
Concetto espresso molto bene da Jules Supervielle nella poesia Age des cavernes (in Gravitations): "le radici si
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domandano se bisogna accoppiarsi così con il suolo", "il mare ode un rumore meraviglioso e ignora di esserne la
causa", "gli animali si domandano quale fra di loro un giorno sarà l'uomo", "l'uomo si domanda se veramente sarà lui".
5 "Quando l'universo si crea così davanti all'uomo attraverso la domanda e attraverso la risposta, si presenta la forma
mito". Jolles
Il mito genesiaco è vero per qualcuno se esso è per lui un oggetto di fede. Jolles cita la Genesi biblica, ma
puntualizza che essa non è che una tradizione fra le altre. Vd il volume collettivo Naissance du monde
(1959), contiene i miti delle origini delle culture di molti paesi: Egitto, Ittiti, Cina, Islam, Babilonia etc.
Nelle Metamorfosi, Ovidio narra del caos primigenio, dell'origine del mondo e dell'uomo. Apollo, dio della
luce, non è definito come il Dio del Fiat lux, ma resta un dio vicino alla nascita del mondo. Nel racconto
ovidiano si intrecciano due tradizioni apollinee:
(1) la favola di Pitone: la vittoria di Apollo su Pito (nell'area della futura Tebe) è da interpretare come una
vittoria della luce sulle tenebre e sul caos. Mito eziologico dell'origine del mondo.
(2) la favola di Dafne: anche questa è un mito eziologico, che spiega la nascita del lauro e della sua proprietà
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di essere sempreverde .
Il gesto verbale nel mito
Dunque, all'origine del mito si trova un'interrogazione che mira all'essere e alla natura profonda di tutti gli
elementi dell'universo di cui osserviamo al tempo stesso la costanza e la molteplicità.
Alla domanda, il mito fornisce una risposta che "comprende tutti questi elementi all'interno di un evento la
cui unicità assoluta riporta all'unità la pluralità e la costanza, e dona a questa unità un'immagine al tempo
stesso solida e cangiante in seno a questo evento che diviene allora destino e cosa destinata".
L'evento ( Geschehen) è il gesto verbale del mito.
NB per comprendere questa affermazione si deve distinguere tra:
• accidente: è ciò che arriva per caso, all'interno di un universo che sembra abbandonato alla
contingenza.
• evento: è la manifestazione di una necessità latente
Jolles riprende l'idea di destino, cioè questa necessità che si manifesta nel momento in cui l'uomo si espone
al pericolo. L'evento è vincolante, riporta dalla molteplicità all'unità. Esso corrisponde a un'immagine forte,
che è la sua manifestazione nel testo, e nel dramma è un atto, nel senso più pieno del termine. Esempi nella
tragedia greca:
֎ Aiace di Sofocle: il coro dei Salamini si interroga sull'atto insensato e incomprensibile di Aiace, formula
l'ipotesi di un accidente, in particolare di un accidente superiore (il cattivo umore di un dio per una causa
futile, in questo caso Ares che, avendo prestato all'eroe l'appoggio della sua lancia, si sarebbe adirato per
l'ingratitudine di Aiace). In realtà il male di Aiace viene da più lontano. Aiace si è mostrato stolto non
soltanto nell'episodio notturno dell'ecatombe (uccidendo tutte le bestie perché scambiate coi suoi nemici), ma
anche in un passato lontano, il giorno in cui ha trascurato gli avvertimenti di suo padre e ha proclamato di
essere sicuro di conquistarsi la gloria senza l'aiuto degli dei→ l'onda del destino si abbatte su Aiace, ed è lui
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stesso a usare questa metafora .
֎ Coefore di Eschilo: viene usata l'immagine del temporale per rappresentare il ripetersi periodico
dell'evento, il ricadere della colpa originaria sulle generazioni successive. Per gli Atridi: Tantalo, Pelope,
Atreo come temporali. Tritos cheimon: il terzo temporale, cioè l'omicidio di Clitemnestra da parte di Oreste.
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֎ Baccanti di Euripide: Penteo, re di Tebe, è predestinato alla sventura a causa del suo stesso nome , ma ha
aggravato la sua codnizione mostrandosi incapace di riconoscere la divinità di Dioniso. L'evento qui
ἔ νοσις
corrisponde all' , la "scossa", l'irruzione del dio, l'eruzione della sua divinità. Nel momento
ἔ
dell' νοσις, il fuoco sotterraneo sgorga dal sepolcro di Semele con un rumore di tuono (Bromio, altro nome
di Dioniso) che è proprio quello di un sisma.
Forma semplice, forma attualizzata, forma letteraria
È difficile distinguere la forma semplice da quella attualizzata, perché Jolles si sforza di cogliere la
disposizione mentale nel cuore stesso del linguaggio: Es nella Genesi biblica il gesto verbale e l'evento sono
contenuti nel testo: "e fu così".
6 "Non esisteva l'alloro; Febo usava una fronda qualunque per cingerne i lunghi capelli in giro alla splendida fronte".
Metamorfosi. A seguito dell'inseguimento, Dafne viene trasformata in arbusto da Diana. Allora Apollo lega a sé
l'arbusto e lo rende immortale come lui: "e come io non mi taglio i capelli, e la mia è la testa di un giovane, anche tu
porterai l'ornamento delle foglie perpetue".
7 "Vedete da quale onda da poco correndomi intorno per sanguinosa tempesta mi circonda". Aiace.
8 Penqo significa "lutto". Nel testo tragico, Dioniso stesso fa notare che tutto un destino è contenuto in questo
nome.
L' "evento puro" è colto al tempo stesso nella sua manifestazione e nelle sue conseguenze.
Come esempio di forma letteraria, Jolles prende in considerazione la Prima Pitica di Pindaro e il mito
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dell'Etna che vi è contenuto. In essa si ritrova l'immagine dell'eruzione vulcanica per rappresentare la tragica
catastrofe. L'eruzione è un evento misterioso, e nel mito pindarico è causato da Tifone, nemico degli dei, il
cui corpo gigantesco è stato seppellito a causa della sua rivolta e sua disfatta, e si estende da Cuma (coste
della penisola italica) fino in Sicilia. Quando Tifone si risveglia, l'Etna vomita fiamme e lava.
Tifone, come Pitone, è un anti-Apollo. Egli è insensibile all'effetto calmante della phorminx, la lira
d'oro ad appannaggio di Apollo e delle Muse.
la prima pitica è modellata sul forte contrasto fra l'obbedienza generale alla phorminx (dei coreuti, e
dell'aquila di Zeus che si addormenta, e quella di Ares che accetta di riposarsi) VS il tumulto
doloroso che appartiene a tutto ciò che Zeus non ama. VD TESTO P 18
Nel testo (p 18) c'è una prima risposta alla domanda implicità: che cos'è una montagna? Una kion ourania
(colonna del cielo), NB kion designa una delle colonne che separano il cielo e la terra nella cosmogonia di
Omero e in quella di Esiodo. L'altra domanda è che cos'è un'eruzione: è l'unione del fuoco sotterraneo di
Efesto e la scossa del corpo di Tifone, l'impaziente prigioniero.
per due volte, il fenomeno risponde, e lo fa sotto la pressione di una domanda, rivela sé stesso. Il
pilastro del cielo diventa il nemico degli dei che vomita fuoco.
Le eruzioni costituiscono degli eventi, ma esse sono impotenti contro l'onnipotenza di Zeus.
Pindaro stabilisce un sistema analogico tra mito e storia, tra funzione eziologica e funzione allegorica:
fornisce il mito dell'Etna non solo con l'intento di spiegare l'aiton, ma anche per legittimare il potere di
Ierone (re di Siracusa e fondatore della colonia chiamata Etna, affidata poi al figlio Dinomene) →
rafforzamento del nuovo potere, accostamento di Zeus e Ierone, che come il dio ha vinto i suoi nemici
(tirrenici o cartaginesi). I nemici sono i nuovi Tifoni, le guerre sono altre eruzioni che non impediscono a
Ierone e Dinomene di far trionfare la pace – sempre che essi ascoltino i saggi consigli del poeta.
Funzione eziologica e funzione allegorica sono all'origine di ciò che Jolles chiama le forme relative del mito.
Il contro-mito: mito costruttore e mito distruttore
L'anti-forma del mito è il mito distruttore, che è ancora mito e va di pari passo col mito costruttore:
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l'Apocalisse è diametralmente opposta alla Genesi . In questo contro-mito, lo spirito interrogante pone la
domanda che riguarda i fini ultimi o la morte. La risposta può essere desolante o consolatrice. Più di
frequente è consolatrice, cioè lascia intravedere una nuova creazione: "Il mito può ricostruire dal caos un
nuovo universo" → mito di Ouroboros, mito dell'eterno ritorno.
Eliade sottolinea che i poeti latini siano attraversati da un fremito d'apocalisse, rappresentata di solito dalla
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ekpyrosis , cioè la distruzione attraverso il fuoco. Es: Lucano (Bellum civile), Orazio (XVI Epodo), Virgilio
(IV Bucolica ed Eneide: il poeta canta il ritorno dei secoli, la speranza che Roma possa rigenerarsi
periodicamente ad infinitum).
Anche la mitologia scandinava antica reca l'immagine di una distruzione finale (per mezzo del fuoco), causa
da una conflagrazione originaria. Ragnarök significa non crepuscolo delle potenze, bensì il Giudizio, o
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Destino, delle Potenze . Ma passato questo tremendo cataclisma, ritorna la rigenerazione universale, che
riporta una sublimata età dell'oro. NB Islanda è una regione fortemente vulcanica, non stupisce questa
mitologia. Aimé Césaire (Martinica → vulcano Pelée) ha fatto del vulcano uno dei motivi centrali della sua
poesia. Paragonava il vulcano la discesa in sé stesso e la sua maniera di far scoppiare l'oppressione di cui era
vittima: "accumula la sua lava per un secolo e un bel giorno esplode, tutto riemerge..". "Assistiamo
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