Sunto di filosofia politica
Prof.ssa Maria Stella Barberi
Libro consigliato: Il Leviatano fuori dal mito - Mariastella Barberi
Parte prima: Il Leviatano di Hobbes
Cap. 1: La sospensione dello stato di natura
Prima prospettiva: dallo stato di natura alla dimensione politica
Il diritto a tutte le cose, tramite il quale ognuno desidera per sé tutto, è indeterminato. Per Hobbes stimola i singoli ad appropriarsi delle cose comuni. Secondo l’autore del Leviatano, l’immaginazione è sospinta da impulsi che muovono da oggetti esterni per poi essere ricevuti e trasmessi dal soggetto ed è soggettiva perché in movimento. Percezione e immaginazione sono connesse: vedere e temere un leone. L’onnipotenza, desiderio dell’uso esclusivo delle cose comuni, coincide con il primo atto dell’immaginazione, cioè rinunciare a tutto per distinguere tra mio e altrui. Il primo oggetto che si incontra nello stato di natura segna il limite della libertà d’azione e quindi anche quello dello stato di natura. L’aspirazione a tutto è limitata allo spazio del movimento meccanico, piccoli movimenti, che si esauriscono quando decade la forza della spinta che li ha mossi. Il soggetto mosso, a sua volta diventa oggetto che muove un altro soggetto. La libertà nello stato di natura non può essere altro che movimento e l’oggetto è l’ostacolo di fronte al quale ci si ritira o s’ingaggia la lotta per la sua appropriazione. Paura e desiderio guidano gli individui. La morte non reagisce agli stimoli, non si muove ed è percepito come esterno. Poiché le forze risultano ostacolate, si rischia che essa sia il primo e ultimo oggetto incontrato. La morte nello stato di natura non funziona, funge da ostacolo e va espulsa. Quando tale ostacolo viene trasferito nella figura del sovrano, le pulsioni che la morte aveva bloccato si riattivano. Hobbes parla della morte come ciò che caratterizza e motiva l’abbandono dello stato di natura. Gli uomini stanno ai patti e salvano la propria vita, secondo la prima legge di natura. Direzione opposta a quella di Hegel, secondo cui lo stato di diritto è quello in cui si realizza la libertà di tutti. Lo Stato è il dominio di legge e ragione in seguito alla rinuncia alla libertà. Per Hobbes la paura è un sentimento molto realista, somigliante alla cosa che la suscita e non basta la ragione per accedere al pensiero della paura. La paura della morte violenta non ha solo una connotazione d’ordine esistenziale (minaccia, paura dell’altro, paura della morte che puoi dare), ma opera come tabù, scarto, differenza. Secondo la prof chi rinuncia ad uccidere di nuovo lo fa perché ritualizza quanto fatto ricostruendo la morte nell’immaginario. Così nasce il patto. Di fronte alla morte l’immaginazione non può venire a patti con se stessa: una paura interviene dividendo il male presente dal bene futuro. Lo scarto è un primus conceptus, primo segno significativo, raggiunto per dimenticanza di tutte le altre idee rinunciando alla resistenza e allo sforzo che qualificano il movimento. Il patto divide secondo passione. La mobilitazione affettiva dell’immaginazione è stata prodotta dal tutto che prima di ogni calcolo ha paralizzato il movimento animale volontario.
Seconda prospettiva: dall’ordine culturale alle origini simboliche della sua formazione
La paura della morte violenta resta la preoccupazione principale di quelli che hanno scelto ordine e pace. Con il gesto che li scioglie dalla condizione naturale, i congiurati del patto esplicitano il fine, la causa finale, che lasciano al sovrano da interpretare. Scelto dai congiurati del patto, il sovrano è dunque sciolto dai legami sociali che valgono per tutti gli altri. A differenza dei congiurati non rinuncia a nulla. Il dio mortale è l’oggetto della paura comune: l’istituzione del sovrano diventa l’antidoto per la paura. La paura dell’individuo, in un mondo che non gli consente di appartenere a se stesso per intero, scoraggia dal vivere e deve essere dominata. L’individuo è dominato e controllato da corpi e forze, ma anche da affezioni e passioni. Queste spingono gli uomini a seguire chi li governa, ecco perché il desiderio di potere fa funzionare lo Stato. Solo davanti a Dio si può rinunciare all’ambizione. A muovere al patto è anche la passione pacifica della salvezza della vita, che vince tutte le passioni violente. Ciò non basta a spiegare perché la paura della morte esca dallo stato di natura. In Hobbes, il desiderio di potere non è in competizione con la morte, ma con ciò che può sospendere il movimento naturale del desiderio. L’inganno del senso, effetto necessitato dal limite interno della percezione sensibile, fa emergere dal simbolico ciò che produce forme di verità e realtà. Il capovolgimento della passione della paura in paura della passione deve prodursi in modo da scaturire la funzione sovrana. Produce meraviglia. Dio mortale o homo artificialis, la persona sovrana costituisce un prodigio. Il movimento del desiderio si ritrae dinanzi alla morte. Si verifica una sospensione: la concatenazione di causa effetto si interrompe e non c’è più spazio oltre la paura. Si chiude lo spazio dell’ordine meccanico e si apre quello dell’ordine esistenziale, del potere assoluto sulla paura della morte. A differenza dello spazio caotico della moltitudine, nell’economia della costruzione politica, la paura della morte violenta non è più un ostacolo. L’idillio dell’uomo con il mondo si è rotto subito: la conoscenza del bene e del male (frutto dell’albero della conoscenza) è mortale. L’uscita dal paradiso dei nostri progenitori somiglia a quella dallo stato di natura: analoga è la paura che vuole nascondersi ed anche l’intervento del Signore dell’Antico Testamento e quello del dio mortale che si erge a protezione dell’uomo rendendone la condizione sopportabile e civile. Il timore che il sovrano incute ai figli della superbia protegge la loro nudità. Il simbolismo del potere è umano come passione di tutti, orgoglio che si vorrebbe immortale, ma non si cancellano le tracce dell’origine concreta della sovranità dalla necessità di cedere la pretesa all’onniscienza e all’onnipotenza a chi per primo ne ha rappresentato l’ostacolo.
Cap. 2: L’architettura dell’assolutismo hobbesiano
Il visibile e il leggibile
L’introspezione di cui parla Hobbes nell’Introduzione al Leviatano ipotizza un ritrarsi in se stesso del soggetto. È condizione di intellegibilità e governabilità. Per Hobbes chi governa deve leggere in se stesso il genere umano, come se si guardasse allo specchio. Leggibile e visibile hanno in comune l’uomo, che con l’arte crea e governa. L’arte può per Hobbes interrompere l’inganno del senso e i suoi riflessi, cioè terrore, impotenza, menzogna. Chi guarda in sé conosce la somiglianza delle passioni. Hobbes propone il distanziamento dalle stesse questioni che affliggono o appassionano l’individuo. L’orientamento del "leggi te stesso" contrapposto al disorientamento causato dal tentativo di assecondare le passioni è anche luogo della simulazione in cui ci si rende simili a ciò che deve essere rappresentato. Il "nosce te ipsum" perciò ristabilisce un punto di vista metafisico, tramite il quale trova ricomposizione l’intelligibilità e la vivibilità del mondo. Rappresentazione visibile e interpretazione leggibile si incrociano: il visibile deve essere interpretato, il leggibile deve essere rappresentato. Chi interpreta per il pubblico il testo o la partitura secondo ragione o verità diventa l’autentico, mentre l’attore sovrano dà espressione, rappresenta fatti e idee del mondo storico. Le corrispondenze fra arte del visibile e le sue interpretazioni, e l’artificio concettuale e la sua rappresentazione, hanno dato forma e movimento all’artificio barocco, macchina di governo degli uomini. Hobbes riconosce la necessità della difesa artificiale contro l’immediatezza naturale dei fatti, avvertiti come pericolo.
Timore e speranza
Per Hobbes lo spazio è misura metafisica, cioè principalmente controllo e confine senza i quali non ci sarebbe ritorno sociale, né costituzione della dimensione pubblica. Misura è ideazione, la risultante di un rapporto di forze. L’artefice stabilisce la differenza fra natura, che è neutra, e lo spazio politico come equilibrio tra il ritirarsi della libertà nel foro interno e il prodursi dello Stato come foro esterno. Secondo l’assolutismo, lo spazio politico è definito dalla mutua relazione tra protezione e obbedienza. Unico è il soggetto dell’azione, colui che rinuncia al diritto su tutto, cioè il suddito. La rinuncia è uno spogliarsi dell’abito animale o da lavoro, ma è anche rinuncia all’habitat, alla dimora naturale. Vi è un’attesa, una speranza di occupare e acquisire un nuovo spazio, che è impegno costitutivo di fede. Colui a favore del quale ci si spoglia del proprio potere riceve con l’abito solo la rinuncia all’uso dello stesso. Timore e speranza sono moti dell’animo mobilitati dal desiderio di conservare la propria natura. Il timore della volontà di non riuscire a controllare il futuro e la speranza della ragione di organizzarlo razionalmente, instaurano una sorta di circolarità avvolgente. Funzionano come simbolo di massa, che vuole vivere più a lungo ed è sempre pronta a seguire le ragioni che le consigliano di avere o sapere di più. Ciò rende problematica l’interna conversione di timore e speranza in esterna ragione e volontà. In Hobbes l’obbedienza al grande uomo è simbolo di massa che rinuncia e la volontà dei soggetti diventa immaginazione e discorso della mente. Gli uomini cedono per durare: per essi l’escluso dal patto riveste il potere irresistibile già riconosciuto all’oggetto prioritariamente lasciato nello stato di natura. L’atto sintetico della volontà, rinuncia che è atto interno dell’animo prima che obbligazione a stare ai patti per non diventare preda della volontà altrui. Per Hobbes non si può parlare di dimensione normativa prima della costituzione pattizia che nasce insieme allo Stato e non ha fondamento naturale. Rinunciando alla libertà di scontrarsi, i soggetti hanno creato lo spazio in cui volontà individuale e azione collettiva coincidono nella persona che distribuisce torti e ragioni. L’accordo del patto è una falsa prospettiva in cui le singole volontà arrivano al loro fine nel divenire di un’unica volontà che le implichi in sé. La generazione del corpo politico dalla rinuncia di ognuno a governarsi da solo, esprime il senso dell’azione sostitutiva svolta dalla persona, attore di una rappresentazione. Quando Hobbes parla del potere assoluto del sovrano, tramite metonimia, inversione, il sovrano presta allo Stato il suo segno di significato assoluto. Anche secondo la fisica hobbesiana, il corpo artificiale deve prendere il posto di quello naturale, perché non possono condividere lo stesso spazio. L’affermazione della propria sussistenza, nell’iconografia del Leviatano, anima i corpi che compongono la persona sovrana, la cui azione assoluta si protende oltre la morte reificante. La sottomissione rinvia a una misura comune, sostitutiva e sospensiva della propria condizione. Hobbes non mira a coltivare l’illusione di una sovranità dal corpo immortale. Sul piano passionale, il sovrano resta attore così da aspirare a prolungare la vita dello Stato. La funzione mediatrice è fondamentale nell’arte della politica, arte del centro per eccellenza: da un lato sottomette l’incondivisibile movimento ad una convenzione etica e a un sistema di regole formali, dall’altro opera una sospensione del giudizio sui comandi di coloro che hanno il diritto di comandare.
L'apertura alla trascendenza
La posizione di Schmitt riguardo la politica moderna è sintetizzata nel Cristallo di Hobbes: secondo lui per Hobbes l’ordine politico è potestas directa. La figura a cristallo è un ordine architettonico pensato come...
-
Riassunto esame filosofia politica, Prof ssa Maria Stella Barberi. Libro consigliato Sul Leviatano, Carl Schmitt
-
Riassunto esame Filosofia politica, prof. Barberi, libro consigliato Sul Leviatano, C. Schmitt
-
Riassunto esame Psicopatologia, prof. Stella, libro consigliato I destini di Narciso, Stella
-
Riassunto esame Letteratura Italiana, prof. Boggione, libro consigliato Storia ed Antologia della Letteratura, Barb…