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Il Risorgimento e l'unificazione dell'Italia

Gli inizi del Risorgimento

La questione delle origini del Risorgimento è al centro di un acceso dibattito: gli storici di sinistra enfatizzano l’impatto della rivoluzione francese, specie dopo il 1976, mentre i conservatori sottolineano il 1815 come punto di partenza. Gli autori si distanziano da entrambe le linee sostenendo che è utile iniziare la storia politica dal 1748, quando il Trattato di Aquisgrana mise fine alla guerra di successione austriaca e assicurò quasi cinquant’anni di pace e stabilità all’Italia. Questa interpretazione permette di collocare il Risorgimento in una dimensione internazionale e di sottolineare l’importanza del riformismo illuminista.

Durante questo periodo la penisola era frammentata politicamente in undici stati di dimensioni relativamente ampie: i regni di Napoli e Sicilia, dominati congiuntamente da un membro dei Borbone di Spagna; il regno di Sardegna, governato dai Savoia, che comprendeva la Sardegna (1718-20) e il territorio a cavallo del moderno confine italo-francese; sopravvivevano le tre antiche repubbliche di Venezia (che dominava la costa dei Balcani e le isole ioniche), Genova (fino al 1768 governava anche la Corsica) e Lucca; lo Stato pontificio governava su buona parte dell’Italia centrale; cinque erano i ducati principali: due erano governati da membri della casata d’Asburgo, cioè il Ducato di Milano (direttamente da Vienna) e il Granducato di Toscana (separatamente); il Ducato di Parma e Piacenza era governato da un Borbone di Spagna; i ducati di Massa e Carrara e di Modena erano dominati da dinastie italiane.

A indebolire ulteriormente l’identità del paese, il fatto che l’attenzione politica di alcuni governanti era concentrata su obiettivi extra-italiani (molti regnanti possedevano già o aspiravano a troni di paesi stranieri; il papato aveva interessi ecclesiastici planetari; il regno di Sardegna e Venezia avevano domini fuori dai confini geografici della penisola). All’unificazione si frapponevano poi ostacoli geografici: in particolare gli Appennini rendevano difficili le comunicazioni da una costa all’altra della penisola per tutta la sua lunghezza (le divisioni geografiche interne non corrispondevano ai confini statali). Le differenze di identità non corrispondevano né alle divisioni statali che né quelle geografiche, es. la feroce ostilità dei siciliani verso i napoletani per ragioni prevalentemente storiche (per gran parte della sua storia è stata separata politicamente da Napoli e dall’Italia), l’ostilità delle popolazioni della Romagna e delle province venete nei confronti, rispettivamente, del governo pontificio e veneziano; in generale il patriottismo aveva come oggetto la città o la regione di appartenenza (campanilismo).

L’economia italiana versava in uno stato di profonda depressione. Il risultato di una fase di declino avviatasi in particolare a partire dal XVII secolo, per la combinazione di diversi fattori generali:

  • Lo sfruttamento delle nuove rotte commerciali da parte dei paesi che si affacciavano sull’oceano e l’irruzione delle loro navi nel Mediterraneo.
  • Le manifatture italiane cedettero crescenti fette di mercato alle produzioni di qualità inferiore ma più economiche del Nord Europa (Paesi Bassi e Gran Bretagna).
  • Le guerre interruppero i flussi commerciali, distrassero risorse dagli investimenti, soffocarono la domanda; inoltre provocarono una effettiva perdita di sovranità degli stati italiani e una perdita di potere della borghesia mercantile, che aveva guidato lo sviluppo nei secoli precedenti.
  • La frammentazione politica impediva la crescita economica e la creazione di un mercato nazionale.

L’arretratezza del Sud, protrattasi fino al XX secolo, affonda le sue radici in fattori che hanno agito nel lungo periodo: la mancata partecipazione al progresso industriale, commerciale e comunale dell’Italia; Napoli, la più grande città della penisola nel XVIII secolo, non fu mai un centro economico di capitalismo borghese, ma ospitava una corte di grandi proprietari terrieri che spendevano il loro denaro più per il mecenatismo che per gli investimenti produttivi; i patrizi ecclesiastici e laici godevano di ampi poteri, basati su antichi privilegi feudali.

Alla metà del Settecento mancava qualcosa di propriamente definibile come nazionalismo. Prove dell’esistenza di un ideale unitario risalivano all’opera di Machiavelli, che individuava nel papato l’ostacolo principale all’unità politica dell’Italia e aveva esortato l’intervento di qualche principe per promuoverla; da allora l’invocazione non si era fatta molto sentire. Per gli incolti l’Italia non aveva alcun significato politico e il senso di appartenenza a una medesima comunità culturale era limitato alle classi superiori. C’erano però una volontà riformista e un pizzico di liberalismo, con l’aspirazione a governi costituzionali con qualche forma di rappresentanza; c’era uno spirito repubblicano basato sui valori di cittadinanza partecipativa e di libertà civiche, con profonde radici, in varie parti della penisola, anche a livello popolare. Alcuni di questi orientamenti erano stati rafforzati dall’illuminismo, che ebbe i suoi centri principali a Napoli, Firenze, Milano (a Milano l’illuminismo vantava personaggi come Cesare Beccaria e i fratelli Verri, il cui giornale “Il Caffè” divenne un punto di riferimento per l’illuminismo lombardo).

Questo clima influenzò il riformismo dei governanti del XVIII secolo, che cercavano di ridurre l’influenza dell’aristocrazia e della chiesa, di codificare le leggi, promuovere l’agricoltura e altre attività e liberalizzare il commercio rimuovendo le barriere doganali interne e abolendo i privilegi delle corporazioni. Le trasformazioni più radicali ebbero luogo a Milano: prima con Maria Teresa, di cui si ricordano il catasto, che ridusse i privilegi fiscali di nobiltà e clero, e l’abolizione della censura ecclesiastica e dell’Inquisizione; poi con Giuseppe II, che prese misure drastiche: abolì tutti i diritti giurisdizionali dell’aristocrazia e i vecchi organi e confini amministrativi; soppresse numerosi monasteri degli ordini contemplativi e molti altri, pose il sistema scolastico sotto il controllo statale, concesse tolleranza religiosa ai protestanti ecc. Suo fratello Pietro Leopoldo, perseguì in Toscana un simile programma, ma con un maggiore tatto; in particolare promulgò un avanzato codice penale e autorizzò un sinodo a proporre riforme ecclesiastiche di tipo giansenista, cioè dipendenti dal potere dello stato laico. A Napoli Carlo III aveva progetti simili a quelli di Giuseppe II, ma regnando su una regione arretrata e disponendo di meno potere, non poté essere altrettanto drastico; il figlio Ferdinando si distinse per l’impegno profuso nel tentativo di distruggere quel che restava dell’autonomia siciliana, senza riuscirci in pieno.

Tra i cambiamenti introdotti non figurava l’introduzione di istituzioni rappresentative: anzi, le vestigia di antichi parlamenti e consigli comunali che ancora sopravvivevano, soprattutto in Sicilia e a Milano, furono i primi obiettivi dell’attacco illuminista. Non si può parlare di un illuminismo italiano: ci fu un illuminismo a Napoli, pervaso da sentimenti patriottici verso lo stato napoletano; ci fu un illuminismo toscano leale verso l’ordine costituito; a Milano i rappresentanti dell’illuminismo collaborarono con i sovrani d’oltralpe. Non vi fu da parte illuminista alcuna critica nei confronti delle divisioni politiche dell’Italia e dei suoi dominatori stranieri. Un’eccezione è la figura del conte piemontese Vittorio Alfieri, le cui tragedie classiche italiane ebbero un discreto successo e il loro messaggio patriottico e antitirannico esercitò una certa influenza negli anni Ottanta; pochi mesi di esperienza rivoluzionaria francese bastarono a trasformarlo in un francofobo e il suo “Misogallo” contiene il primo appello alla libertà e all’unità d’Italia dal XVI secolo. La maggiore opposizione al riformismo illuminato venne, come ovvio, dal clero e dall’aristocrazia; le masse popolari certo non simpatizzavano per il razionalismo illuminista; cominciò ad emergere un’opposizione intellettuale all’illuminismo, che si richiamava ai valori da esso ignorati, quali la virtù della partecipazione popolare al governo e la rivendicazione del rispetto per i sentimenti patriottici, le tradizioni storiche e le diversità culturali (protoromanticismo).

La rivoluzione francese ebbe un duplice effetto sull’Italia: intensificò sia l’influenza dell’illuminismo razionalista, sia l’opposizione che esso aveva generato, specie dopo il 1793, quando il regno di Sardegna era entrato in guerra con la Francia. Prima di allora l’impatto della rivoluzione era stato pacifico e limitato alla sfera del dibattito politico. Da allora i principi italiani, che in un primo tempo avevano accelerato i loro sforzi riformisti, divennero sospettosi reazionari, mentre si moltiplicavano le associazioni giacobine, le scoperte di cospirazioni e le rivolte dei contadini. Napoleone Bonaparte, generale del Direttorio, invase l’Italia nell’aprile 1796 e, con diversi pretesti, nel 1799 aveva conquistato l’intera penisola; quell’anno i francesi furono ricacciati per alcuni mesi dallo sforzo congiunto degli eserciti russo e austriaco; tornarono nel 1800 e nel 1808 l’intera penisola era di nuovo sotto il controllo di Napoleone, e tale rimase fino al 1814.

L’occupazione francese continuò il lavoro iniziato dai despoti illuminati, spingendo le riforme ancora più a fondo:

  • Il potere del papato e della chiesa fu ulteriormente ridotto: nel 1809 fu dichiarata la fine del potere temporale dei papi (nel 1799 Pio VI fu esiliato in Francia e vi morì; il suo successore Pio VII fu eletto a Venezia e ben presto imprigionato in Francia); i ghetti furono aperti, i diritti civili e politici concessi a ebrei e protestanti e Pinerolo ebbe un sottoprefetto Valdese; nel 1814 i monasteri erano scomparsi e le loro proprietà erano stato confiscate e vendute in grossi lotti, così che vennero acquistate da agiati investitori e non piccoli proprietari.
  • I privilegi feudali furono definitivamente aboliti.
  • Costruirono nuove grandi strade attraverso le Alpi e gli Appennini, notevole contributo all’unificazione.
  • Codificarono le leggi e le standardizzarono in gran parte d’Italia, introducendo il loro codice civile e commerciale.
  • I governi napoleonici favorirono l’agricoltura (per fronteggiare il blocco continentale operato dagli inglesi) e anche altri settori, nella misura in cui contribuivano ai disegni imperiali (l’obiettivo primario era sfruttare le forniture di materie prime italiane a vantaggio dei manifatturieri francesi).
  • Alla fine del 1799 ogni parte della penisola tranne Venezia aveva sperimentato una costituzioni repubblicane, moderate e ispirate a quella francese del 1795, che istituivano assemblee rappresentative bicamerali, con separazione dei poteri (nella seconda fase di dominazione: monarchie costituzionali).
  • Ridisegnarono i confini dell’Italia, tanto che tra il 1809 e il 1814, essa era divisa in tre parti: Nordovest e Centro vennero annessi all’Impero francese; il Nordest divenne regno d’Italia; il Sud continentale ridivenne regno di Napoli.
  • Avevano offerto un certo incoraggiamento al nazionalismo: la bandiera tricolore fu un’invenzione francese; fu promosso l’uso dell’italiano; si fece appello al sentimento nazionale contro i pregiudizi regionalisti; dopo il crollo dell’Impero Murat tentò di salvare il suo trono facendosi campione dell’indipendenza italiana.

Napoleone in uno scritto al Direttorio (1796) individuava nelle repubbliche cispadane tre partiti: gli amici degli antichi governi (repressi); i sostenitori di una costituzione indipendente ma aristocratica (sostenuti: ricchi proprietari e preti in grado di strascinare le masse); i sostenitori della costituzione francese o della democrazia pura (moderati: giovani, scrittori che cambiano governo e amano la libertà per il solo gusto di fare la rivoluzione). Egli era ambiguo circa i suoi piani sul futuro dell’Italia: in ogni caso l’idea di unificare la penisola e farne una repubblica era strettamente legata all’intervento dell’esercito francese, che rivendicava un ruolo di liberatore.

Molti di quanti acquisirono la loro prima esperienza politica e amministrativa durante occupazione francese, svolsero un ruolo di rilievo dopo il 1815 nei moti riformisti, liberali e a carattere nazionale: in particolare gli ufficiali napoleonici che, prelevati in un’area della società assai più ampia di quella tradizionale, dopo la Restaurazione si videro ridotti di rango a favore dei fuoriusciti aristocratici. Il sentimento antifrancese si acuì come reazione alla gravosa tassazione, alle requisizioni militari e alla politica antireligiosa dei giacobini, che suscitò l’ostilità del popolo ed episodi di fanatismo (nel 1799 in Toscana i “Viva Maria” occuparono Firenze e repressero il repubblicanesimo filofrancese; a Sud una milizia di contadini e lealisti borbonici guidata dal cardinal Ruffo, con l’appoggio britannico, cacciò i francesi e massacrò i giacobini locali).

Un ruolo importante nella politica del primo XIX secolo fu svolto dalle società segrete. Già nel 1796 c’erano alcune logge massoniche estremiste, quali la Società dei Raggi e più tardi quella dei Filadelfi, guidate da Buonarroti, uno dei più influenti esponenti del giacobinismo intransigente, il primo a propugnare l’idea di un’Italia unita e indipendente. Tra le altre società segrete la più nota è la Carboneria, nome con che abbracciava una varietà di manifestazioni, distinte però dalla massoneria per l’assenza di posizioni anticattoliche tra i suoi adepti. Tali società divennero particolarmente forti a Napoli, sia perché Murat incoraggiò alcune di esse, sia perché esisteva già una lunga tradizione di attività simili. Ci furono associazioni filofrancesi e antifrancesi, molte cambiavano partito a secondo dei casi. L’obiettivo della loro strategia, sottoscritto dallo stesso Murat, fu di perseguire l’indipendenza italiana con qualsiasi mezzo disponibile.

Nel 1814, quando il dominio napoleonico iniziò a crollare, l’aristocrazia settentrionale ebbe la sua occasione d’oro: le élite milanesi cercarono di manipolare i sentimenti popolari antifrancesi nella speranza di accreditarsi come classe dirigente presso le potenze della Coalizione; proposero la nascita di un regno indipendente basato su una Lombardia allargata, quella di un land italiano autonomo nell’ambito dell’Impero austriaco, ma nessuna di queste soluzioni si rivelò accettabile e infine l’aristocrazia lombarda cercò di risuscitare i suoi antichi privilegi quale distinto ceto dell’ancien regime in un contesto post-illuministico. Una strategia ambigua, che implicò un linguaggio di diritti e legalità e che più tardi fu reinterpretata come l’inizio del liberalismo lombardo.

Fino al 1815 l’Italia era passata attraverso una rivoluzione sociale, politica e costituzionale. L’intero processo fu dominato da spinte impresse dagli stranieri; con la caduta di Napoleone si aprì invece un periodo in cui l’influenza straniera diretta in Italia fu vista come politicamente reazionaria, incompatibile con le richieste sia dei riformatori moderati che dei radicali, che avevano in seno gruppi di liberali di vocazione nazionalistica.

Dalla restaurazione al 1832

Il Trattato di Vienna del 1815, lungi dal ripristinare la mappa politica del 1748, ridusse la frammentazione politica della penisola (prevedeva la divisione finale della penisola in sette stati), rafforzò gli stati principali e soppresse le antiche repubbliche. Il regno di Sardegna venne rafforzato come stato cuscinetto tra Austria e Francia, ottenendo la Liguria; Lombardia e Veneto passarono all’Austria; il ducato di Modena tornava agli Asburgo-Este; il ducato di Parma andò in vitalizio a Maria Luisa d’Asburgo e alla sua morte sarebbe confluito nel ducato di Lucca, che poi sarebbe stato annesso alla Toscana; alla morte della duchessa di Massa e Carrara, i suoi territori sarebbero andati ad aggiungersi al ducato di Modena; la Toscana tornò sotto gli Asburgo-Lorena; il potere temporale del papa in Italia centrale fu restaurato; l’Italia meridionale tornò ai Borbone e i due regni di Napoli e Sicilia furono unificati come Regno delle Due Sicilie sotto Ferdinando I. All’egemonia francese si sostituì quella austriaca, con soli due stati effettivamente indipendenti, cioè il regno di Sardegna e quello delle Due Sicilie; il papa era formalmente indipendente, ma aveva bisogno dell’aiuto militare di Austria e Francia.

L’obiettivo del Congresso era stato quello di impedire ogni ulteriore tentativo della Francia di dominare l’Europa; collegato a questo obiettivo, c’era quello di reprimere le velleità politiche e sociali rivoluzionarie, identificate con l’espansionismo francese: le potenze mirarono a sradicare il nazionalismo e il giacobinismo dall’Italia. Questa fu la politica dell’Austria e del suo cancelliere Metternich, che considerava l’Italia niente più che “un’espressione geografica”, salvo poi trattarla come un’unica area politica e strategica da tenere sotto il controllo austriaco.

La Restaurazione fu particolarmente dura nel regno di Sardegna, dove Vittorio Emanuele I abrogò la legislazione napoleonica e reintegrò il clero e l’aristocrazia nei loro privilegi; fu mantenuto l’efficiente sistema di polizia ereditato da Napoleone; in Napoli e Sicilia, con l’unità sotto il Regno delle Due Sicilie, la restaurazione borbonica fu meno rigida e le riforme napoleoniche furono mantenute in parte grazie all’autonomia amministrativa delle regioni.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fire_snk di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del Risorgimento e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Falco Emilio.
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