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quando il pontefice concesse l’amnistia per molti prigionieri politici e scelse come segretario il

cardinal Gizzi, che aveva fama di liberale: liberali e moderati credevano di aver trovato in lui l’uomo

in grado di dar corpo all’utopia neoguelfa, mentre le piazze delle principali città si riempivano di

manifestazioni inneggianti al pontefice. In realtà il suo zelo liberale derivò in parte dalla sua

inesperienza, in parte dalla necessità di far fronte ai tumulti popolari; tuttavia questo entusiasmo

coinvolse lo stesso Pio IX e lo spinse verso ulteriori riforme del governo del suo stato che, sebbene

non rivoluzionarie (istituzione di una consulta di stato di nomina papale e di una guardia civica,

moderazione della censura), stimolarono in tutta la penisola l’agitazione per le riforme,

costringendo gli altri sovrani a leggere concessioni. Nel 1847 il governo austriaco decise di

intervenire e inviò truppe a Ferrara per intimorire il papa: questi protestò e, forte della solidarietà

manifestatagli da più parti, ottenne il ritiro delle truppe, mentre emergeva un forte sentimento

antiaustriaco.

La prima rivoluzione del 1848 europea fu quella che scoppiò a Palermo all’inizio di gennaio, legata

all’opposizione contro il governo napoletano da parte sia della plebe che delle componenti più

dinamiche e liberali dell’aristocrazia siciliana, che costrinse il re a concedere una costituzione.

Spinti dall’opinione pubblica e dalle manifestazioni di piazza, anche Carlo Alberto, Leopoldo II e

Pio IX decisero di concedere costituzioni moderate. In Italia c’era una lunga tradizione di dibattito

costituzionale, che risaliva all’Illuminismo toscano, passava per le esperienze costituzionali delle

repubbliche giacobine (costituzioni ispirate a quella francese del 1795), quella siciliana del 1812,

quella del regno delle Due Sicilie del 1820-21, fino all’ammirazione dei liberali piemontesi, tra cui

Cavour, per i modelli costituzionali inglese e francese, e agli studi del più eminente costituzionalista

italiano, il liberale Pellegrino Rossi. Gli italiani politicamente consapevoli avevano un’idea piuttosto

chiara di quello che una costituzione avrebbe dovuto contenere: dissentivano sulla misura in cui

era opportuno copiare le istituzioni straniere, sul radicalismo dei cambiamenti costituzionali

auspicabili, in termini di partecipazione popolare, diritti democratici, prerogative regie o

desiderabilità di un regime repubblicano. All’interno del campo monarchico, in Piemonte, Balbo e

Cavour avevano idee opposte sulle istituzioni rappresentative: per il primo dovevano essere

consultive, per il secondo parlamentari e responsabili. In Toscana un dibattito costituzionale vero e

proprio era scoraggiato dalla presenza di una élite che per tradizione era riuscita a influenzare il

governo nonostante l’assenza di un’assemblea parlamentare, oltre che dai vincoli politici che

legavano lo stato all’Austria; inizialmente il granduca e i moderati si espressero a favore di una

monarchia modificata in funzione amministrativa, affiancata da un’assemblea consultiva; in un

secondo momento il granduca optò per uno Statuto fondamentale che prevedeva: un parlamento

bicamerale con una camera bassa eletta in base al censo, uguaglianza formale e la fine della

discriminazione religiosa dei non cattolici.

A marzo Vienna si sollevò, Metternich fu costretto all’esilio e l’imperatore concesse la costituzione.

Rivoluzioni scoppiarono in tutta Europa, investendo anche Milano e Venezia. A Milano, dove la

situazione era già molto tesa a causa delle repressioni e della tassazione, l’insurrezione iniziò il 18

marzo in occasione di una manifestazione mazziniana e si protrasse per cinque giorni, le “cinque

giornate milanesi”: popolani e borghesi combatterono fianco a fianco sulle barricate contro gli

uomini del maresciallo Radetzky, coordinati da un consiglio di guerra capeggiato da Cattaneo,

Cernuschi e Casati, mentre nelle campagne insorgevano anche i contadini: alla fine Radetzky,

preoccupato dall’eventualità di un attacco piemontese, si ritirò con le sue truppe all’interno del

Quadrilatero. A Venezia un’insurrezione guidata da Daniele Manin portò alla cacciata degli

austriaci. L’impero austriaco pareva disintegrarsi sotto l’impatto simultaneo di una serie di altre

rivoluzioni nazionali.

Nel marzo il Piemonte dichiarò guerra all’Austria. Diverse ragioni spinsero Carlo Alberto alla scelta:

1) la pressione congiunta di liberali e democratici, che vedevano nella crisi dell’Austria l’occasione

12

per liberare l’Italia; 2) la tradizionale aspirazione della monarchia sabauda ad allargare i suoi

confini ad Est; 3) il timore che il Lombardo-Veneto diventasse un centro di agitazione repubblicana.

Preoccupati dal diffondersi dell’agitazione patriottica e democratica, che minacciava la stabilità dei

loro troni, Ferdinando II, Leopoldo II e Pio IX decisero di unirsi alla guerra inviando truppe regolari,

affiancate da migliaia di volontari. Per poche settimane, nell’estate del 1848, Lombardia, Veneto,

Modena e Parma si fusero col Piemonte in un solo stato. La guerra piemontese sembrava

trasformarsi in una guerra di indipendenza nazionale, ma l’illusione durò poco. Carlo Alberto

mostrò poca risolutezza nel condurre le operazioni militari, più preoccupato a preparare

l’annessione del Lombardo-Veneto, suscitando l’irritazione dei democratici e la diffidenza degli

alleati, già poco entusiasti di partecipare; imbarazzante era la posizione del papa che, in guerra

contro una grande potenza cattolica, ritirò le truppe, seguito dagli altri sovrani. Rimasero a

combattere molti componenti degli eserciti regolari che avevano disobbedito ai comandi, i volontari

toscani di Montanelli e lo stesso Garibaldi; il contributo dei volontari fu però male e poco utilizzato

da Carlo Alberto, deciso a combattere una sua guerra e a non lasciare spazio ai democratici. Dopo

i primi successi, in luglio i piemontesi furono sconfitti da Radetzky a Custoza e in agosto il re firmò

l’armistizio, restituendo tutti i territori che erano appena stati annessi al suo regno.

Una volta che i moderati ebbero perso il sostegno dell’esercito piemontese, fu un momento d’oro

per i democratici. Venezia proclamò la repubblica. In Toscana il granduca fu costretto a formare un

governo democratico, capeggiato da Montanelli. A Roma l’uccisione in un attentato del primo

ministro Rossi indusse il papa a lasciare la città e nel febbraio del 1949 fu proclamata la repubblica

romana, rifugio per i democratici di tutta Italia. Immediate le ripercussioni in Toscana, con la fuga

del granduca e la convocazione della costituente.

Nel marzo 1849 Carlo Alberto dichiarò nuovamente guerra all’Austria, schiacciato tra le pressioni

dei democratici e l’intransigenza degli austriaci, che ponevano condizioni troppo pesanti per la

pace: sconfitto a Novara, per non mettere in pericolo le sorti della dinastia abdicò in favore del

figlio Vittorio Emanuele II, che firmò un nuovo armistizio con gli austriaci. Gli austriaci poterono

quindi restaurare l’ordine nella penisola: posero fine alla “dieci giornate” di Brescia; Venezia cadde

dopo mesi di assedio; posero fine all’esperienza della repubblica toscana. Per quanto riguarda la

repubblica romana, il papa invocò e ottenne l’intervento delle forze cattoliche, con la Francia di

Napoleone III in prima linea: la resistenza fu piegata nel luglio 1849, dopo circa un mese di assedio

e la promulgazione simbolica di una costituzione democratica.

La causa principale del fallimento va individuata nelle profonde fratture che attraversavano le forze

rivoluzionarie, dividendo sempre più i democratico-radicali dai liberal-moderati e questi gruppi al

loro interno. Le sconfitte dimostravano l’impraticabilità delle proposte politiche neoguelfa e

mazzianana.

6 - Ricostruzione e trasformazione nel regno di Sardegna (1849-56)

La seconda restaurazione, cioè il ritorno dei sovrani legittimi dopo il fallimento delle rivoluzioni del

1848-49, bloccò ogni esperimento di riforma politica e frenò pesantemente lo sviluppo economico

dei vari Stati. Il Lombardo-Veneto fu sottoposto a un duro regime di occupazione militare, cui si

accompagnò una forte pressione fiscale. Il distacco tra le corti e le classi dirigenti e popolari si

accentuò ovunque ma soprattutto negli stati che perseguirono una politica repressiva e autoritaria,

come lo Stato pontificio e il regno delle Due Sicilie, che per la sua arretratezza economica e

sociale divenne un modello negativo agli occhi dell’opinione liberale europea.

Diversa era la situazione del regno di Sardegna, dove l’esperimento liberale inaugurato con la

concessione dello Statuto albertino sopravvisse, pur tra tante difficoltà. Il regno di Vittorio

Emanuele cominciò infatti con un duro scontro tra la corona e la Camera elettiva, a maggioranza

democratica, che si rifiutava di approvare la pace di Milano, con cui il Piemonte si impegnava a

pagare una forte indennità di guerra all’Austria e rinunciava a qualsiasi titolo sui territori annessi 13

nel 1848. Lo Statuto prevedeva infatti che qualsiasi onere finanziario e qualsiasi trasferimento di

territorio dovesse essere sanzionato dal parlamento. Per ottenere il sostegno della maggioranza

della Camera il re dovette sciogliere il parlamento due volte, indire elezioni e indirizzare agli elettori

il “Proclama di Moncalieri” del novembre 1849, minacciando in pratica l’abrogazione dello Statuto

se non fosse stata eletta una maggioranza moderata, disposta ad approvare la ratifica del trattato.

Legittimava la costituzione: appellandosi agli elettori e chiedendo loro di permettergli di governare

in base alla costituzione, il re creò una sorta di nuovo “contratto politico” con i suoi sudditi. Gli

elettori risposero all’appello e il re onorò la sua parte del contratto.

Lo Statuto albertino era un documento molto moderato, ispirato alla costituzione francese del

1814. Prevedeva due camere: una Camera elettiva e una alta di nomina regia, costituita da parti a

vita. I ministri erano individualmente “responsabili” verso il re. I poteri del sovrano erano ampi: era

il capo dell’esecutivo, condivideva il potere legislativo con le due Camere, alle cui leggi poteva

opporre il suo veto. Poteva autorizzare aumenti della spesa pubblica, anche se aveva bisogno del

supporto parlamentare per reperire le entrate necessarie. Era il comandante supremo delle forze

armate e poteva dichiarare guerra o concludere trattati di pace (necessario sostegno parlamentare

per qualsiasi onere finanziario o trasferimento di territorio). Poteva sciogliere la Camera bassa.

Gradualmente, d’Azeglio e Cavour si appropriarono di una fetta crescente della prerogativa reale,

modificando lo spirito e la lettera dello Statuto e trasformando lo stato da monarchia costituzionale

a monarchia parlamentare. Del resto, il controllo parlamentare sull’imposizione di nuove tasse

significava che i ministri avevano bisogno della fiducia della maggioranza per realizzare i loro

programmi, diventando responsabili nei confronti del parlamento.

Il governo d’Azeglio avviò un’opera di modernizzazione dello Stato: nel 1850 approvò, con

l’incoraggiamento di Cavour, ministro dell’agricoltura e del commercio, una serie di leggi proposte

dal conte Siccardi, che abolivano i tribunali ecclesiastici e il diritto d’asilo nelle chiese per i criminali

e riducevano il numero delle festività religiose per migliorare la produttività del paese. Le leggi

suscitarono una violenta opposizione da parte della chiesa: il vescovo di Torino ordinò ai parroci di

rifiutarsi di comparire davanti a tribunali secolari e di conseguenza fu arrestato ed espulso, e il

papa rifiutò di nominare un successore. Il re fu profondamente turbato e complottò di sostituire il

primo ministro liberale con uno clerical-conservatore. La crisi di governo del 1852 fu in parte

provocata da uno scontro tra il re e d’Azeglio circa l’istituzione del matrimonio civile. Il re diede a

Cavour l’incarico di formare il nuovo governo.

Camillo Benso conte di Cavour nacque a Torino nel 1810 da un’antica famiglia aristocratica; fu

educato presso l’Accademia militare e divenne ufficiale del corpo dei genieri. I suoi reali interessi

erano però economici e politici, in particolare le idee di Bentham e Constant. Interessi pericolosi

per un giovane ufficiale dell’esercito: trasferito nella guarnigione remota di Bard, si congedò

dall’esercito nel 1831. Si dedicò all’attività di imprenditore agricolo e speculatore, ai viaggi in

Europa e alle letture e scritture di argomento politico ed economico. Trascorse molto tempo a

Ginevra, dove aveva parenti fra l’aristocrazia protestante: il calvinismo moderato ginevrino esercitò

una profonda influenza su Cavour, che ammirò il pluralismo cristiano e la tolleranza della

Confederazione; fu un pastore riformato a convertirlo al principio della separazione tra chiesa e

stato, cui rimase fedele per tutta la vita. Grande ammiratore delle idee liberali francesi e del

sistema economico e politico britannico, fu fautore di un liberalismo laico e moderato, ma anche un

monarchico e un nemico della democrazia e della rivoluzione. Considerò il libero scambio, la

modernizzazione dell’agricoltura e l’industrializzazione le premesse per il progresso civile e

politico. Privo ancora di un ruolo pubblico, si dedicò a migliorare l’agricoltura nelle sue proprietà,

dove sperimentò nuove tecniche e culture e l’uso dei fertilizzanti chimici; investì nella costruzione

di canali e ferrovie. Verso la fine degli anni Quaranta cominciò ad affermarsi sulla scena pubblica

piemontese, come direttore de “Il Risorgimento” e deputato alla Camera, dove si assicurò una 14

reputazione e un seguito come progressista non rivoluzionario, e nel 1850 ottenne la carica di

ministro dell’agricoltura e del commercio e nel 1852 ottenne l’incarico di formare il governo. Ancora

ministro, nel 1852 si era reso però protagonista di una rivoluzione parlamentare, il cosiddetto

“connubio”, ossia l’accordo tra il centro-destro, l’ala progressista della maggioranza liberale di cui

era leader, e il centro-sinistro di Rattazzi, la componente moderata della sinistra democratica;

dall’accordo nacque una nuova e stabile maggioranza di centro, che relegava all’opposizione i

clericali-conservatori e i democratici intransigenti e permise a Cavour di rendere più incisiva

l’azione riformatrice (atto di nascita di quella che fu poi chiamata Destra storica). In economia

promosse una svolta liberista: stipulò trattati commerciali e ridusse considerevolmente le tariffe

doganali, evitando però una politica di totale libero scambio, perché aveva bisogno del gettito

fiscale garantito dai dazi e perché intendeva proteggere alcuni settori; paladino del laissez faire,

non disdegnava l’intervento dello stato, attraverso il quale creò le infrastrutture necessarie per

liberare il potenziale economico insito nella società civile piemontese: realizzò la più grande rete

ferroviaria della penisola e fece costruire strade e canali; ammodernò i porti di Genova e La

Spezia. Il Piemonte di Cavour divenne lo stato più liberale e progressista della penisola, meta di

moltissimi esuli politici provenienti dagli altri stati italiani, che diedero un importante apporto alla

vita culturale e politica dello stato. Dopo il fallimento delle rivoluzioni del 1848-49, lo Statuto

albertino divenne un importante fattore di polarizzazione dei consensi a favore della soluzione

moderata che il Piemonte incarnava.

7 - La politica estera di Cavour, l’iniziativa di Garibaldi e l’unificazione nazionale (1855-61)

Nei primi anni del suo governo Cavour non aveva tra i suoi obiettivi l’unità italiana, ma

probabilmente quello tipico della tradizione sabauda di allargare i confini del Piemonte ad Est, a

scapito dei domini austriaci e degli stati del Centro-Nord. In ogni caso, il legame sempre più stretto

tra il liberalismo piemontese e la causa nazionale italiana, oltre che l’influenza degli esuli politici

provenienti dai vari stati italiani, dovevano modificare presto la sua visione.

Il primo problema diplomatico fu quello del coinvolgimento piemontese nella guerra di Crimea.

All’inizio della guerra, nel 1854, Cavour aveva ricevuto una richiesta non ufficiale da parte di

Francia e Gran Bretagna circa il possibile invio di truppe piemontesi: la richiesta aveva lo scopo

principale di distrarre il Piemonte dagli affari italiani e ottenere il sostegno dell’Austria, che così

poteva volgere la sua attenzione militare a Est senza pericoli. Cavour era propenso a partecipare,

attratto dai vantaggi che il Piemonte poteva trarre da una partecipazione attiva, in caso di vittoria

anglo-francese, ma incontrò l’opposizione del ministro degli esteri Dabormida, che rimandò a lungo

la decisione nella speranza di ricevere un’offerta migliore. Alla fine del 1854 Francia e Gran

Bretagna indussero l’Austria ad entrare nell’alleanza, con la Francia che si sarebbe fatta garante

dei possedimenti austriaci in Italia, facendo perdere al Piemonte i vantaggi legati alla sua

situazione di stato-cuscinetto. Alla fine Cavour, nonostante le obiezioni del suo gabinetto e facendo

la volontà del re che stava complottando con la destra la sua destituzione, decise lo stesso di

entrare nell’alleanza, senza condizioni, nel 1855. Il Piemonte entrò in guerra con un piccolo

contingente guidato dal generale La Marmora, che però non ebbe occasione di essere decisivo,

perché la guerra finì di lì a poco. La partecipazione consentì al regno di Sardegna di prendere

parte della Congresso di Parigi del 1856, in cui Cavour ebbe l’opportunità di sollevare la questione

italiana davanti a un consesso internazionale, protestando contro la presenza militare austriaca

nelle Legazioni e denunciando il malgoverno dello stato pontificio e del regno delle Due Sicilie,

causa di perenne instabilità. Se nelle sedute aperte ottenne pochissimo, nei contatti informali

Cavour ottenne promesse di sostegno dall’inglese Clarendon e da Napoleone III, che interruppero

le relazioni diplomatiche col tirannico regno delle Due Sicilie. 15

Lungi dall’aver ottenuto un successo diplomatico, Cavour si convinse che solo una radicale

modifica dell’equilibrio europeo avrebbe permesso al Piemonte di eliminare la presenza austriaca

dall’Italia: dunque era necessario, da un lato tenere viva l’agitazione patriottica (da qui la

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collaborazione di Cavour con la Società Nazionale ), dall’altro assicurarsi l’appoggio della Francia,

l’unica grande potenza revisionista, date le ambizioni di Napoleone III di ristabilire l’egemonia

francese in Europa, seguendo le orme dello zio. Ad accelerare i tempi dell’accordo franco-

piemontese fu l’attentato del mazziniano Felice Orsini, che nel 1858 fallì nel tentativo di

assassinare l’imperatore francese, per vendicare l’intervento contro la repubblica romana; prima

dell’esecuzione Orsini indirizzò all’imperatore un appello, in cui si invocava il suo intervento in aiuto

dell’Italia, della cui necessità questi era già da tempo convinto. L’alleanza fu stipulata durante un

incontro segreto a Plombières, il 21 luglio 1958. L’idea dell’unificazione non fu nemmeno presa in

considerazione: Napoleone III era contrario perché un’Italia unita contrastava con il suo progetto di

un’egemonia francese sulla penisola; Cavour era scettico nei confronti di una simile possibilità. Gli

accordi ipotizzavano invece la creazione di una Confederazione italiana composta da quattro stati

e presieduta dal papa: un Regno dell’Alta Italia, presieduto dai Savoia (che in cambio avrebbero

ceduto alla Francia Nizza e Savoia); un Regno dell’Italia centrale, formato dalla Toscana e dalle

province pontificie, da assegnare a Girolamo Bonaparte; Roma e dintorni sarebbero rimasti al

papa; il Regno delle Due Sicilie sarebbe rimasto ai Borbone o, in caso di loro ritiro, assegnato al

figlio di Murat.

Premessa indispensabile per la riuscita del progetto era la guerra contro l’Austria, che però doveva

apparire provocata dall’Austria stessa: il governo fece il possibile per far salire la tensione, con

manovre militari al confine e l’armamento di corpi volontari; nell’aprile del 1859 l’Austria inviò al

Piemonte un ultimatum che chiedeva il disarmo unilaterale del Piemonte, che Cavour respinse

prontamente. La guerra durò dalla fine di aprile fino all’inizio di luglio e vide l’esercito franco-

piemontese, assistito dalle truppe irregolari garibaldine, conquistare la Lombardia grazie alle

vittorie di Magenta, Solferino e San Martino. Sulla scia della guerra Toscana, Modena, Parma e la

Romagna insorsero, i duchi abbandonarono i loro stati e il Piemonte inviò commissari regi per

assistere il lavoro dei nuovi governi provvisori, saldamente controllati dai moderati e dagli uomini

della Società Nazionale. A questo punto, tuttavia, Napoleone III decise unilateralmente di

interrompere la campagna e l’11 luglio firmò un armistizio con Francesco Giuseppe a Villafranca:

l’Austria cedette gran parte della Lombardia alla Francia, che la girò al Piemonte, mentre il destino

dell’Italia centrale rimase incerto per nove mesi. Diverse le ragioni della scelta: 1) il timore di un

intervento della Prussia affianco dell’Austria; 2) la pressione dell’opinione pubblica francese contro

i costi della guerra; 3) diffidenza nell’attività di Cavour nei ducati, specie in Toscana, che gli accordi

non prevedevano come parte di un Piemonte allargato. Cavour, infuriato, si dimise e fu sostituito

da La Marmora. Fu un periodo incertezza e stallo. Le assemblee istituite dai governi provvisori si

pronunciarono per l’annessione al Piemonte, ma Vittorio Emanuele e i nuovi ministri non

accettarono queste richieste, temendo l’ostilità di Napoleone III. Nel frattempo la situazione

internazionale migliorò e Napoleone finì per piegarsi all’idea di un unico regno d’Italia, grazie alle

pressioni inglesi: tornato al governo nel gennaio 1860, Cavour negoziò la cessione di Nizza e

1 essa nacque nel 1857 per iniziativa di Manin, Pallavicino e La Farina e vantò anche l’adesione di Garibaldi;

propugnava la causa dell’unità d’Italia, da raggiungere sia con l’azione popolare che con il concorso della monarchia

sabauda. Le gravi sconfitte del 1848-49 avevano dimostrato l’impraticabilità delle proposte politiche di tipo neoguelfo e di

matrice mazziniana: da allora fu evidente che ogni ipotesi di unificazione nazionale non avrebbe potuto prescindere

dall’accettazione della leadership moderata piemontese. La Società creò in tutta Italia comitati per propagandare la

supremazia della monarchia piemontese ed esaltare l’unità, l’indipendenza e i vantaggi economici che avrebbero

portato; fu col suo appoggio che Cavour cercò di sollevare invano Massa e Carrara per creare il casus belli con l’Austria;

contribuì

collaborò nell’organizzazione del reclutamento e trasporto dei volontari nella guerra del 1859; a fondare e

sostenere i governi provvisori dell’Italia centrale durante il periodo di incertezza tra l’aprile 1859 e il marzo 1860; costituì

un collegamento tra Cavour e Garibaldi). 16

Savoia in cambio dell’assenso francese alle annessioni nell’Italia centrale, sancite a marzo con un

plebiscito.

Un simile risultato poteva apparire soddisfacente, almeno per il momento, a Cavour e ai moderati;

ma certo non accontentava i democratici, pronti a sfruttare le circostanze favorevoli per rilanciare

l’iniziativa rivoluzionaria nel regno delle Due Sicilie, dopo il disastro della spedizione di Sapri,

guidata da Pisacane nel 1857, nel vano tentativo di provocare un’insurrezione contro i Borbone.

Questa volta era la Sicilia ad offrire un terreno fertile per l’iniziativa rivoluzionaria: i mazziniani

Crispi e Pilo, esuli in Piemonte, organizzarono un’insurrezione, che scoppiò a Palermo nei primi

mesi di aprile; mentre Pilo accorse in Sicilia per assumere la direzione del moto, che represso

nella città si diffuse nelle campagne, Crispi, dopo lunghe discussioni, convinse Garibaldi, il

generale più prestigioso del movimento patriottico, ad assumere la guida di un una spedizione nel

Sud. Garibaldi e i suoi Mille, un corpo di volontari di varia provenienza ed estrazione sociale, mal

armati ed equipaggiati ma pieni di passione ed esperienza, partirono dal porto di Quarto tra il 5 e il

6 maggio 1860. Elusa la sorveglianza della flotta borbonica e sbarcati a Marsala, i Mille

penetrarono all’interno e a Calatafimi ottennero una vittoria clamorosa contro un esercito più

numeroso ma mal comandato, mentre il corpo di spedizione veniva ingrossato da nuove reclute e

in contadini insorgevano; i garibaldini espugnarono Palermo, difesa con inettitudine, e Garibaldi,

che allo sbarco aveva assunto la dittatura in nome di Vittorio Emanuele II, proclamò la decadenza

della monarchia borbonica, mentre si formava un governo civile provvisorio guidato da Crispi. Il

successo di Garibaldi era dovuto in larga misura all’insurrezione dei contadini: inizialmente si alleò

con la loro rivolta, abolì la tassa sul macinato e promise la redistribuzione della terra; le iniziative di

riforma, tuttavia, furono subordinate all’esigenza di arruolare truppe attraverso l’odiata coscrizione

obbligatoria e a quella di garantirsi il sostegno dei proprietari terrieri: i contadini si ribellarono e ci

furono episodi di dura repressione. Garibaldi, forte dell’arrivo dal Nord di circa 20mila volontari,

cacciò le truppe borboniche dall’isola; grazie alla benevola neutralità della flotta inglese, sbarcò sul

continente e risalì rapidamente la penisola, senza che l’esercito borbonico, in disgregazione, fosse

in grado di opporgli resistenza. Il 6 settembre Francesco II, esitante, delegittimato e

diplomaticamente isolato, abbandonò Napoli, e il 7 settembre Garibaldi fece il suo ingresso

trionfale nella città. La battaglia decisiva ebbe luogo ad inizio ottobre a Volturno e vide la sconfitta

dell’esercito borbonico, dovuta ad errori strategici dei comandi.

Il re guardò con malcelato favore all’impresa garibaldina, mentre Cavour, che temeva

complicazioni internazionali e vedeva nella spedizione una pericolosa occasione di rilancio per i

mazziniani, ebbe un atteggiamento ambiguo: da una parte mostrò di voler agevolare il buon esito

della spedizione, favorendo l’afflusso di armi e volontari; dall’altro tentò di bloccarne gli ulteriori

sviluppi, suscitando un movimento di opinione pubblica favorevole all’annessione al Piemonte, sia

in Sicilia che a Napoli, nel tentativo vano di strappare l’iniziativa ai democratici. Napoli rischiava di

diventare una roccaforte democratica e la base di partenza per una spedizione nello stato

pontifico, che avrebbe provocato la reazione di Napoleone III e che, in caso di successo, avrebbe

messo in discussione l’assetto monarchico e moderato del regno sabaudo. Non restava altra

scelta che quella di prevenire l’iniziativa garibaldina con un intervento militare: dopo che Cavour

ebbe ottenuto l’assenso di Napoleone III, impegnandosi a non minacciare Roma e il Lazio, le

truppe regie varcarono i confini dello stato pontificio e invasero Marche e Umbria, sconfiggendo le

forze papali a Castelfidardo. Il 25 ottobre 1860, a Teano, Garibaldi cedette le sue conquiste a

Vittorio Emanuele II e partì per Caprera. Tra ottobre e novembre si tennero plebisciti nel Sud, nelle

Marche e in Umbria, che sancirono l’annessione alla monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele

II. Tali plebisciti, a suffragio universale, furono importanti momenti fondativi del nuovo Stato, in

quanto per la prima volta si chiedeva al popolo di esprimere la sua opinione sul futuro politico del

paese. Bisogna tuttavia tenere conto del fatto che il voto non era a scrutinio segreto, e che quindi

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deferenza verso le élite e controllo sociale furono massicciamente mobilitati a favore

dell’annessione, insieme a brogli e corruzione. Il 17 marzo 1861 il primo Parlamento italiano, eletto

secondo la legge censitaria piemontese, proclamava Vittorio Emanuele II “re d’Italia per grazia di

Dio e volontà della nazione”. Mancavano ancora all’appello Roma e il Veneto.

Il processo di unificazione si compiva in termini straordinariamente rapidi e con modalità non

previste nemmeno da coloro che ne erano stati i principali sostenitori ed artefici. I progetti

democratici, che volevano far sorgere il nuovo stato dalla sola iniziativa popolare, non si erano

realizzati. Né si può dire che il processo unitario sia stato il frutto di una pura “conquista regia” o di

una rivoluzione dall’alto, analoga a quella che poco dopo portò all’unificazione della Germania. E’

invece corretto affermare che l’unificazione nazionale non fu il prodotto di un piano prestabilito, ma

dell’interazione e del conflitto di molte forze:

- in parte fu il prodotto dell’iniziativa diplomatica e militare dello stato sabaudo, di cui Cavour fu il

principale e geniale artefice;

- in parte fu il prodotto di un’iniziativa dal basso: l’unità fu preparata da un ampio moto di opinione

pubblica che coinvolse gli strati più attivi e dinamici della società; a ciò si deve aggiungere il ruolo

essenziale svolto dalle élite dell’Italia centrale nel periodo tra l’aprile del 1859 e il marzo 1860

(uomini come Ricasoli, Farini, appoggiati da un considerevole numero di seguaci, tra cui molti

membri della Società Nazionale, decisero che l’annessione al Piemonte fosse la migliore strada da

seguire per l’Italia centrale e resero in tal modo quasi certa l’adozione della stessa linea da parte

dell’Italia meridionale, contribuendo fortemente all’unificazione nazionale), la spedizione dei Mille

del 1860 e infine i plebisciti;

- l’unificazione, infine, non sarebbe stata possibile se non si fossero verificate circostanze

internazionali favorevoli: la neutralità benevola della Gran Bretagna (favorevole a un’Italia unita e

indipendente, capace di consolidare l’equilibrio europeo), l’isolamento del regno delle Due Sicilie e

dell’Impero asburgico, e soprattutto l’appoggio di Napoleone III.

8 - Donne e Risorgimento

Il ruolo svolto dalle donne nel Risorgimento rimane probabilmente l’aspetto più trascurato della

storia italiana del XIX secolo. Il coinvolgimento delle donne deve essere analizzato in termini di

divisioni sociali: fatta eccezione per i periodi rivoluzionari, le donne della classe operaia e della

piccola borghesia ebbero minori opportunità di coinvolgimento politico attivo di quelle dell’alta

borghesia, a causa delle restrizioni sociali, della mancanza di istruzione e tempo libero, delle

preoccupazioni domestiche e delle pressioni economiche ad esse collegate.

Gli eventi rivoluzionari del 1848-49 e del 1859-60 provocarono un temporaneo crollo di molti dei

vincoli che regolavano il comportamento sociale delle donne. Nei periodi di emergenza, contadine

ed operaie si guadagnarono l’appartenenza a pieno titolo a quelle che le autorità consideravano le

“classi pericolose” e il loro attivismo politico fu percepito da molti con indignazione, come parte

dell’aberrazione e degli eccessi che si verificavano quando il normale ordine del mondo veniva

sovvertito.

In particolare, nel 1846-47 la partecipazione delle donne fu incoraggiata dall’origine

“convenzionale” e dalla natura quasi religiosa del primo nazionalismo, legato alle celebrazioni per

l’elezione di Pio IX, che permisero loro di superare le barriere sociali e culturali al coinvolgimento

nella sfera pubblica: per oltre due anni le donne furono ammesse e incoraggiate a partecipare a

processioni (spesso reggendo il tricolore), Te Deum e altre celebrazioni in onore del papa. La

guerra del 1848-49 contribuì ulteriormente a politicizzare le donne di varia estrazione sociale e

regionale, quando ovunque affollarono le commemorazioni religiose degli eroi caduti in battaglia.

Quando Milano insorse contro gli austriaci nel marzo 1848, le donne della classe operaia furono

direttamente coinvolte nei combattimenti di strada: erano addette alla raccolta e alla distribuzione

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delle munizioni, facevano da staffette, lanciavano pietre e tegole dalle finestre sulle truppe

nemiche, fornivano un servizio di ambulanza per gli insorti (caso singolare di donna combattente:

Luigia Battistotti). Quando venne la guerra, però, la maggior parte delle donne cominciò a ritirarsi

da un movimento che stava diventando incompatibile con il concetto di “femminilità rispettabile”,

concetto sulle cui restrizioni la rivoluzione non aveva esercitato un’azione liberatoria, se non nelle

città teatro di insurrezioni.

Un fattore che limitò l’impatto della rivoluzione sulle donne italiane fu l’analfabetismo, che

interessava circa l’80% di loro: l’emancipazione fu soprattutto una questione di educazione e,

dunque, di classe sociale di appartenenza. Fatta eccezione per i periodi di crisi rivoluzionarie, ci

sono poche prove di un coinvolgimento politico diffuso delle donne della classe operaia; le fonti

scritte noi pervenute, sia di natura patriottica che antirisorgimentale, sono per lo più opera di donne

della borghesia o dell’aristocrazia.

Una fonte primaria scarsamente utilizzata, come la pittura contemporanea, può essere utile a

comprendere il ruolo delle donne nel Risorgimento. Banti ha dedicato molta attenzione ai quadri

storici di artisti protoromantici come Hayez, specializzato in raffigurazioni liriche e solenni: nei

“Vespri siciliani” le donne sono rappresentate come sacerdotesse della patria violata, che incitano

gli uomini a vendicare l’onore nazionale. Diverso è l’approccio di pittori radicali come i

“macchiaioli”, che affrontarono i temi risorgimentali con irriverenza e nuova sensibilità verso la

realtà sociale, aborrendo la retorica nazionalista: ne “Il campo italiano alla battaglia di Magenta” di

Fattori figura il servizio di ambulanza, ruolo chiave svolto dalle donne nei conflitti armati; in “26

aprile 1859” di Borrani, alla vigilia della rivoluzione a Firenze, una donna giovane ed

elegantemente vestita cuce una bandiera tricolore con profonda dedizione, all’ultimo piano e con

metà finestra chiusa, per evitare sguardi indiscreti; ne “Le cucitrici di camicie rosse” Borrani

raffigura un gruppo di donne, sedute in una stanza elegante, che cuciono con devozione camicie

per i volontari garibaldini, ispirate e confortate da un ritratto di Garibaldi; ne “Il bollettino del 9

gennaio 1878” di Borrani tre donne istruite ed emancipate della classe media apprendono la morte

di Vittorio Emanuele leggendo il giornale e partecipano con dolore intenso ma dignitoso al lutto

nazionale. Anche se i macchiaioli amavano dipingere il popolo, nessun dipinto accenna alla

coscienza politica delle contadine o delle operaie. Le donne delle classi elevate, se coltivavano un

interesse politico, avevano molti modi diversi per esprimere i loro sentimenti e partecipare al

processo politico. I requisiti della partecipazione erano l’educazione, il tempo libero, un alto grado

di sicurezza di sé e la capacità di far valere la propria volontà; in particolare, le donne della classe

agiata di fede democratica erano pronte a infrangere le convenzioni e a spingersi nella sfera

pubblica, ritenuta riserva esclusiva degli uomini. Nel XVIII secolo e nel periodo napoleonico le

donne di alta classe partecipavano alla vita sociale e culturale dei salotti letterari e avevano un

elevato grado di consapevolezza politica, che esprimevano dedicandosi al giornalismo

professionale (Eleonora Fonseca Pimentel ebbe un ruolo di punta nel giornalismo giacobino a

Napoli) e battendosi per l’educazione delle donne (Maria Gaetana Agnesi tenne una conferenza su

questa tema, mentre Rosa Califronia pubblicò una “Breve difesa dei diritti delle donne”, in cui

criticava la tradizione italiana in campo educativo, responsabile della riluttanza delle donne ad

attivarsi nella sfera pubblica). Dagli anni Quaranta i salotti furono soppiantanti dai club stile inglese,

di impronta fortemente maschile; nonostante ciò le donne aristocratiche e borghesi continuavano i

loro studi e dalla lettura dei classici fecero proprio il concetto di “virilità”, inteso nel senso

ciceroniano di qualità morali del cittadino maturo, quali responsabilità, coraggio civico ed energia:

le donne patriottiche dovevano esortare i loro familiari di sesso maschile a combattere per la patria

e la libertà, anche se questo significava perderli per sempre (se Caterina Franceschi Ferrucci poté

riabbracciare marito e figlio, meno fortunata fu Adelaide Cairoli, che perse tre dei suoi quattro figli e

interpretò virilmente la parte tragica di una moderna Cornelia). I diritti politici attivi erano negati alle

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donne, anche se in alcune parti d’Italia le vedove che possedevano i requisiti di censo potevano

votare nelle elezioni amministrative; durante il plebiscito del 1860 in Toscana alcune attiviste

organizzarono una votazione non ufficiale “per sole donne” nel comune di Pitignano, che registrò

un’alta partecipazione e l’unanimità per l’annessione al regno dell’Alta Italia.

A parte il coinvolgimento nella guerriglia urbana, molte donne parteciparono agli eventi militari che

portarono all’unificazione in tre diversi ruoli: 1) il giornalismo di guerra, che impegnò soprattutto

giornaliste straniere; 2) il servizio di ambulanza e l’assistenza dei feriti, le esperienze più comuni e

compatibili con le convenzioni del tempo sui ruoli di genere; 3) il coinvolgimento in azioni belliche,

spesso ispirato alle gesta letterarie delle guerriere crociate e saracena di Ariosto e Tasso, che

richiedeva un’aperta violazione delle norme di genere e la necessità pratica di indossare pantaloni

o uniformi. Tra le combattenti la più famosa fu la sudamericana Anita Garibaldi, che infranse tutte

le convenzioni del suo tempo sulla rispettabilità femminile per seguire ovunque il suo sposo. Tra le

patriote straniere, che si convertirono alla causa italiana per puro entusiasmo personale,

affascinate dal vangelo mazziniano e dalla leadership di Garibaldi, si distinsero soprattutto

l’americana Margaret Fuller e l’inglese Jessie White, entrambe provenienti da famiglie borghesi

con forti tradizioni religiose nell’ambito del nonconformismo radicale e spose di patrioti italiani.

Margaret Fuller fu corrispondente per il “New York Tribune” ai tempi della repubblica romana,

dando il suo contributo alla causa come giornalista e infermiera. Jessie White, scrittrice e

giornalista freelance, nel 1854 giunse per la prima volta in Italia al fianco di Emma Roberts e dopo

aver incontrato Garibaldi si schierò con i democratici, propagando in patria le idee mazziniane;

tornata nel 1857, fu arrestata dopo un tentativo insurrezionale e in carcere conobbe il suo futuro

marito, il patriota veneziano Alberto Mario, che la convertì al federalismo repubblicano di Cattaneo;

insieme parteciparono alla spedizione garibaldina del 1860; nel 1862 fu l’infermiera che aiutò il

chirurgo ad estrarre il proiettile dalla caviglia di Garibaldi in Aspromonte e successivamente

partecipò ad altre iniziative garibaldine.

9 - Venezia, la “questione romana” e i briganti (1862-70)

L’Italia acquisì Venezia nel 1866 e Roma nel 1870, come effetti collaterali di crisi internazionali non

sorte nella penisola. Queste acquisizioni non si devono all’iniziativa democratica o all’attività

nazionalista delle aree interessate e solo marginalmente alle armi italiane.

Venezia - Nel 1866 l’Italia aveva stretto con la Prussia di Bismarck un’alleanza militare

antiaustriaca, dopo che l’Austria rifiutò di considerare una soluzione diplomatica alla questione

veneziana; l’alleanza con l’Italia era strategica, perché avrebbe costretto l’Austria a combattere su

un secondo fronte. Nel frattempo la Francia, protettrice dell’Italia, firmò un patto segreto con

l’Austria, dando per scontata la sua vittoria nell’imminente conflitto contro la Prussia: se la guerra

avesse modificato la situazione in Germania, rafforzando l’Austria, questa avrebbe ceduto il

Veneto a Napoleone III, che l’avrebbe trasferito all’Italia, che in cambio avrebbe pagato all’Austria

un’indennità e garantito lo stato pontificio; l’imperatore francese sperava così di consolidare la sua

influenza in Italia e rafforzare il potere della Francia sul Reno. La partecipazione italiana alla guerra

austro-prussiana del 1866 fu disastrosa: l’esercito e la flotta furono sconfitti a Custoza e Lissa,

mentre solo Garibaldi e i suoi volontari registrarono un notevole successo in Trentino e Sud Tirolo.

Alla fine i prussiani sconfissero gli austriaci a Sadowa e col Trattato di Praga l’Austria cedette il

Veneto a Napoleone III, che a sua volta lo consegnò all’Italia, ma senza le compensazioni e le

garanzie previste inizialmente. L’opinione pubblica nazionale fu attraversata da un profondo senso

i frustrazione, non solo per lo scacco militare, ma anche per il modo in cui fu annesso il Veneto e

per il fatto che rimanevano ancora sotto il dominio austriaco il Trentino e Trieste (annesse solo nel

1918).

Questione romana - Pio IX fu ferocemente ostile al nuovo stato, che aveva usurpato gran parte del

suo territorio e che aveva espresso l’intenzione di privarlo del restante potere temporale; la piena

20

emancipazione dei non cattolici, l’introduzione del matrimonio civile e la fine del monopolio

scolastico cattolico sanzionarono la separazione tra stato e chiesa, considerata baluardo delle

libertà individuali. Nel 1864 il papa rispose pubblicando il “Sillabo degli errori del nostro tempo”,

che condannava tutti i principi del liberalismo e della democrazia, e riaffermando i tradizionali

dogmi controriformistici. Nel 1866-67 l’abolizione degli enti ecclesiastici e la vendita dei loro beni

inasprì ulteriormente i rapporti, già molto tesi per il problema delle nomine vescovili.

E’ in questo quadro che viene affrontata la questione dell’annessione di Roma. I primi tentativi di

riconciliazione con la chiesa compiuti da Cavour e Ricasoli, ispirati alla formula “libera chiesa in

libero stato”, fallirono a causa dell’intransigenza papale. I liberali erano divisi: alcuni piemontesi

come d’Azeglio, temendo la meridionalizzazione dello stato e considerando Roma come potenziale

fonte di corruzione, volevano lasciare la città al papa; altri come Ricasoli esortavano invano il

pontefice ad accettare la conciliazione, nella speranza che la fine consensuale del potere

temporale producesse un rinnovamento spirituale. Visti i fallimenti, l’iniziativa fu assunta dai

democratici: nel 1862 Garibaldi, col tacito consenso del re e di Rattazzi, tentò una spedizione

contro lo stato pontificio, ma di fronte alla minaccia di un intervento francese il re sconfessò

l’impresa e Garibaldi fu fermato dall’esercito italiano sull’Aspromonte, rimanendo ferito in un breve

conflitto a fuoco. Nel 1864 Minghetti volle ristabilire buoni rapporti con la Francia e negoziò la

Convenzione di settembre: le truppe francesi si sarebbero ritirate da Roma in cambio dell’impegno

italiano a garantire l’integrità dello stato pontificio; a ulteriore garanzia del suo impegno, il governo

spostò la capitale a Firenze, suggerendo implicitamente la rinuncia a Roma. L’iniziativa contrariò i

democratici, che ripresero in mano l’iniziativa: nel 1867 Garibaldi guidò l’invasione dello stato

pontificio, ma fu sconfitto dalle truppe francesi a Mentana. La questione si risolse inaspettatamente

con la caduta del Secondo Impero in seguito alla guerra franco-prussiana: la guarnigione francese

a Roma fu prontamente ritirata e, dopo un estremo tentativo diplomatico per raggiungere una

soluzione pacifica, il 20 settembre 1870 l’esercito italiano entrò a Roma. La proclamazione di

Roma capitale fu seguita dall’approvazione della legge delle Guarentigie, che regolava i rapporti

con la Santa Sede sulla base della formula “libera chiesa in libero stato”: lo stato si impegnava a

garantire al pontefice le condizioni per il libero svolgimento del suo magistero spirituale, ma

riaffermava la sua sovranità sulle questioni concernenti le proprietà e i beni materiali della chiesa;

al papa venivano accordati il possesso dei palazzi di Laterano, Vaticano e della villa di Castel

Gandolfo, un rango simile a quello di un sovrano straniero e una donazione annua, che egli rifiutò.

L’intransigenza di Pio IX si inasprì e nel 1874 vietò ai cattolici la partecipazione alle elezioni

politiche col “Non expedit”. L’acquisto di Roma coronava l’unificazione ma allo stesso tempo

creava nuove fratture nella società italiana e perdita di consenso verso le istituzioni.

A partire dal 1860, le rivolte contadine e la criminalità organizzata avevano creato una situazione di

guerra civile in gran parte delle province dell’ex regno delle Due Sicilie. La “guerra al brigantaggio”

è divenuta uno degli episodi più controversi della storia dell’Italia unita: per gli studiosi nazionalisti i

briganti erano gli ottusi strumenti della reazione, quasi una razza criminale separata e regressiva

da estirpare; per gli studiosi marxisti la tensione era soprattutto di origine sociale e rifletteva

l’esigenza di una radicale riforma agraria (il Risorgimento era stata una mancata rivoluzione o una

rivoluzione dall’alto, che ha conservato il potere della borghesia agraria reazionaria); gli storici

revisionisti hanno celebrato i briganti come combattenti per la libertà del popolo meridionale contro

il colonialismo settentrionale. La realtà è più complessa.

Nel Sud, nonostante la potenza militare dei Borbone, Napoli non aveva mai raggiunto il pieno

controllo delle campagne. Entro certi limiti il governo aveva anche tollerato i banditi, che potevano

diventare preziosi alleati nei periodi di guerra e rivoluzione: nel 1799 avevano formato il nucleo di

un efficace esercito di contadini armati che schiacciò le milizie giacobine; in tempo di pace,

tuttavia, questa propensione popolare all’insurrezione armata si ritorse spesso contro le autorità. 21


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fire_snk di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del Risorgimento e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Falco Emilio.

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