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3.L’ITALIA DELLA RESTAURAZIONE E LE CONDIZIONI DEL RISVEGLIO NAZIONALE 1815-

1847

L’Italia dell’Ottocento è attraversata da un nazionalismo che mira all’unità in nome di un’alta cultura

sentitissima, e aspirante a una dimora politica definitiva. Insistendo sul ruolo delle elite sociali e intellettuali

nel risveglio nazionale e nella formazione di una mentalità nazionale, il periodo della Restaurazione

rappresenta un momento privilegiato per isolare le diverse componenti di questa alta cultura nel suo contesto

politico interno e internazionale, in stretto rapporto con le trasformazioni economiche e lo sviluppo della

società italiana.

1.I poteri: stati e strutture politiche

Le idee che nel 1815 presiedono alla ristrutturazione territoriale dell’Italia si iscrivono nel contesto politico e

ideologico internazionale: bisogna impedire per sempre la rinascita dell’Europa napoleonica, garantire un

nuovo equilibrio diplomatico e ostacolare gli ideali della Rivoluzione francese opponendo loro il principio

della legittimità dinastica.

Nel 1815 il territorio è diviso in dieci stati: tre piccole entità politico-geografiche confinanti con sette stati più

importanti.

Situati al Centro-nord della penisola, i tre staterelli sono il Ducato di Massa, il ducato di Lucca e la piccola

Repubblica indipendente di San Marino.

Da nord a sud gli altri stati sono:

- il Regno di Sardegna con Piemonte, Savoia, Nizza, Liguria e Sardegna, stato indipendente governato

dai Savoia;

- il Regno Lombardo-Veneto costituito da Lombardia, Veneto e Valtellina, possedimento austriaco;

- il Ducato di Parma, governato dagli Austriaci;

- il Ducato di Modena, proprietà degli Este d’Austria;

- il Granducato di Toscana, posseduto e amministrato dagli Asburgo-Lorena;

- lo Stato della Chiesa;

- il Regno delle Due Sicilie, di dominio dei Borbone.

Dunque in Italia esistono tre tipi di stato:

- stati indipendenti (Sardegna, Due Sicilie, Stato Pontificio, San Marino);

- possedimenti austriaci (Lombardo-Veneto);

- stati apparentemente autonomi controllati dall’Austria (Toscana, Modena, Parma).

La prima pace di Parigi (1814) e l’atto finale del congresso di Vienna (1815) comportano una nuova

parcellizzazione territoriale della penisola. Sarà la Quadruplice Alleanza (Russia, Austria, Prussia, Inghilterra) a

garantire il rispetto del nuovo assetto territoriale.

Per molto tempo gli storici hanno proclamato che i principi basilari del Risorgimento e quelli della

Restaurazione erano antitetici sia nell’ambito interno che in quello esterno.

Riconoscere alla Restaurazione un qualche ruolo nel risveglio nazionale significherebbe tornare a celebrare il

mito del Risorgimento strettamente territoriale, esagerando nel contempo il ruolo avuto dalla monarchia

piemontese, mentre essa è l’immagine stessa dei rigidi regimi tipici della Restaurazione.

Ma nuove ricerche hanno permesso di gettare uno sguardo diverso sul periodo 1815-1848.

Si è rivolta l’attenzione alla ‘leggenda nera’ della Restaurazione, evidenziando l’importanza dell’azione

amministrativa degli Austriaci nel Regno Lombardo-Veneto degli anni Venti.

La Restaurazione in Italia non ha avuto carattere uniforme; le situazioni politiche variano a seconda degli stati

e, all’interno di uno stesso stato. Ci sono tre indicatori che definiscono l’orientamento generale di questi

regimi:

- la volontà di evitare qualsiasi rottura troppo brutale;

- la ricerca di un’originale via politica e amministrativa riferita al costituzionalismo e alla ripresa del

riformismo;

- la reazione radicale.

In tutti gli stati della Restaurazione, anche in quelli dove è in atto una politica conciliatrice, la repressione è

una realtà che si manifesta quasi quotidianamente grazie allo zelo della polizia e all’efficacia della censura. La

politica degli stati della Restaurazione è fino al 1820 tutto sommato moderata e non si distanzia troppo

bruscamente dalle consuetudini napoleoniche. La tappa successiva è l’istituzione di un ministero di polizia

generale come avviene in Piemonte già dal 1816.

Certi stati, tuttavia, si distinguono precocemente per un’autentica politica di opposizione nei confronti delle

idee e delle consuetudini radicate dai francesi dopo la Rivoluzione, come il Regno di Sardegna, il Ducato di

Modena e lo Stato Pontificio. A Torino si instaura l’epoca della sistematica liquidazione dell’eredità francese:

si ristabiliscono i diritti feudali e si istituiscono la primogenitura e il fidecommesso e la nobiltà ereditaria

riacquista così tutti i suoi privilegi. Vengono ridimensionati anche il numero e il trattamento economico dei

funzionari statali comunali.

Ogni stato italiano obbedisce comunque a una propria logica, pronto anche a concessioni pur di consolidare il

proprio assetto territoriale e dinastico, nel tentativo di preservare un proprio margine di autonomia all’interno

del nuovo equilibrio europeo.

Tra il 1800 e il 1850 si verifica il più forte aumento della popolazione che il territorio abbia mai conosciuto.

Il peso demografico degli stati settentrionali conosce un incremento continuo, nonostante il tasso di crescita

annuale nel mezzogiorno si mantenga superiore. Quest’aumento demografico è in gran parte imputabile al

decremento della mortalità, a sua volta dovuta alla rarefazione delle carestie.

Per tutto il primo Ottocento, la popolazione è ancora prevalentemente rurale.

Grandi città come Napoli, Milano e Palermo vedono aumentare la loro popolazione, ma gli effetti di questa

crescita sono ancora minimi sulla distribuzione geografica d’insieme.

Questa crescita demografica comporta la ricerca di nuovi equilibri tra risorse sfruttabili, richiesta alimentare

della popolazione e disponibilità di manodopera.

A partire dall’inizio dell’Ottocento si è verificata una crescita delle produzioni agricole in stretto rapporto col

notevole aumento delle superfici coltivate, strappate a boschi e terreni paludosi. L’aumento della produzione

di cereali e l’aumento di superfici coltivate si accompagnano ad autentici cambiamenti nelle tecniche di

coltivazione, soprattutto in Lombardia e Piemonte. Proprio Carlo Alberto di Savoia è promotore dello

sviluppo sistematico dell’irrigazione e dello sviluppo delle società di possidenti e tecnici dedite allo studio

dell’economia e dell’agricoltura.

Nel resto d’Italia la situazione è meno brillante. La maggior parte delle regioni rurali del centro e del

meridione, nell’ambito di un consumo autoctono e familiare e sempre dipendenti dalle condizioni naturali,

sono caratterizzate da strutture di produzione assai chiuse nei confronti delle innovazioni.

A metà Ottocento comunque gli stati italiani sono per lo più segnati dall’arretratezza economica e da una

presenza marginale delle manifatture. Vengono tuttavia compiuti progressi importanti, legati alla convinzione

che gli italiani possano benissimo colmare il ritardo economico impegnandosi in quei settori industriali

definiti all’epoca ‘naturali’ da Cavour, cioè le industrie tessili e alimentari.

Fino all’unità, malgrado lo sviluppo di settori forti dell’industria ottocentesca come quello tessile, l’Italia non

riesce a raggiungere il livello di accumulazione di capitali, di concentrazione e di sviluppo tecnologico delle

grandi regioni d’Europa.

Esistono tesi che additano ai governi reazionari l’arretratezza economica della penisola, e che insistono

particolarmente sul saccheggio delle risorse nazionali operato da potenze straniere.

Il protezionismo è concepito da parte dei liberali come il principale ostacolo allo sviluppo economico; con

l’eccezione del Granducato di Toscana, dove la classe dirigente, cioè i proprietari terrieri, è in parte

conquistata dalle tesi liberiste, gli altri stati hanno adottato politiche protezionistiche.

Tuttavia, alcune voci propongono di associare le concrete trasformazioni economiche dei primi decenni a una

rivendicazione nazionale legata allo sviluppo civile.

Queste idee sono supportate da una rete di strutture associative che raggruppa le elite sociali e intellettuali

intorno a precise questioni economiche, conferendo loro ampie possibilità di espressione.

La terra è ancora il perno delle gerarchie della società rurale italiana dell’Ottocento: ci sono quelli che

lavorano la terra e la possiedono, quelli che la lavorano senza possederla e quelli che la possiedono senza

lavorarla.

E’ una società di ancien regime. Nel sud i latifondi precedentemente posseduti in comune da baroni, municipi

e chiesa sono stati suddivisi da Murat restituendo ai privati le rispettive quote e ripartendo le terre comuni fra

i contadini poveri. Quest’opera di quotizzazione prosegue per tutta la Restaurazione finendo per costruire una

piccola proprietà contadina a coltivazione diretta accanto ai grandi possedimenti già presenti.

Il miglioramento delle condizioni di vita dei contadini procede con estrema lentezza. Dopo l’introduzione del

mais nel Settecento, quella della patata e del riso rappresenta la principale novità in campo alimentare. Data a

quest’epoca la contrapposizione schematica tra un’Italia della polenta al Nord e un’Italia dei maccheroni al

Sud.

A fronte dei contadini, ecco i proprietari, i baroni e i signori della terra. Fino al 1840 i nobili di nascita restano

proprietari di una parte importante delle terre coltivabili.

La chiesa detiene ancora la sua fetta di terreni. Certo, i possedimenti ecclesiastici, soprattutto se legati a

comunità religiose, sono stati confiscati e smembrati durante l’età napoleonica e pochi stati fanno marcia

indietro in merito, a parte qualche concessione.

Il mondo urbano ha assistito a cambiamenti ancora più grandi. La città sarebbe il luogo dell’affermazione di

‘uomini nuovi’, i cui comportamenti si sono evoluti nel corso del Risorgimento.

Esiste ormai un mondo fatto di commercianti, imprenditori, alti funzionari e rappresentanti delle professioni

liberali che accede alla ricchezza; con le dovute differenze quantitative, che le espressioni ‘borghesia’ e ‘ceto

medio’ non possono rendere. Si forma una classe di nobili senza titolo, e la nobiltà vede perdere qualche

attributo simbolico del proprio potere.

Le classi agiate italiane passeggiano, si recano agli spettacoli, alla messa e alle prediche, nonché alle feste sacre

e profane. E’ però la socializzazione formale codificata nelle strutture associative ad apparire come uno dei

principali elementi di novità nel comportamento delle elite.

Per le classi popolari urbane la vita quotidiana resta precaria. Gli operai vivono in abitazioni insalubri,

ammassati in centri sovrappopolati. Le nuove epidemie si diffondono con rapidità. Così, nonostante gli

innegabili miglioramenti nell’alimentazione, la situazione igienica del popolino urbano durante la

Restaurazione è più che critica. A immagine del popolo minuto delle campagne il popolo urbano soffre di

malnutrizione, diventando facile preda di malattie subito divenute epidemie mortali, come la pertosse o il

vaiolo.

L’assistenza ai poveri assume forme diverse a seconda degli stati, ma ben pochi governi rimettono in

questione gli sforzi di istituzionalizzazione amministrativa dell’assistenza pubblica offerta dalle grandi

congregazioni municipali a scopo caritativo dell’epoca napoleonica.

Intanto le classi urbane privilegiate, venendo in contatto col popolino delle città e delle campagne,

cominciano a prendere coscienza dei problemi sociali, ma ne subordinano la soluzione a quella dei problemi

della nazione italiana in generale.

Esistono tre espressioni del nazionalismo occidentale:

- un nazionalismo integratore, rappresentato dalla ricerca dell’unità nazionale per il periodo 1815-1870;

- un nazionalismo centrifugo, tipico dei grandi imperi plurinazionali;

- un nazionalismo aggressivo, esprimente il periodo imperialistico e le grandi frustrazioni collettive.

Bisogna distinguere inizialmente due momenti del processo risorgimentale:

- una fase di risveglio romantico scandita dall’apparizione dei primi monumenti letterari, filosofici e

politici del primato della nazionalità italiana, durata fino al 1848;

- una fase di avviamento a una soluzione politica nella prospettiva di uno Stato-nazione unificato sotto

il vessillo dei Savoia tra il 1860 e il 1870.

Per quanto riguarda l’epoca della formulazione della nazionalità italiana, questo risveglio dell’idea nazionale è

soprattutto opera delle elite intellettuali e di qualche minoranza politica.

Il ruolo giocato da Giuseppe Mazzini nella formulazione filosofica e nell’espressione politica dell’idea di

nazione è stato preponderante fino al 1848. Mazzini stesso si considerava l’apostolo di una rivoluzione che

doveva liberare l’Italia e farne una repubblica ideale conforme allo sviluppo universale dell’umanità.

Mazzini a Marsiglia fonda nel 1831 la ‘Giovine Italia’, giornale e organizzazione, e nel 1834 si rifugia in

Svizzera dove fonda la Giovine Europa.

Le idee sostenute da Mazzini fino al 1848 offrono alla causa patriottica italiana tre dei suoi principali

fondamenti, proponendo infatti una definizione dell’unità, della repubblica e della nazionalità.

L’unità d’Italia è al centro del pensiero mazziniano: l’unità patriottica e territoriale di una grande Italia e l’unità

morale che scaturisce da una concezione interclassista della società dove il popolo è come la grande unità che

abbraccia ogni cosa.

Per Mazzini è la terza Roma che deve realizzare gli ideali di unità politica e morale, tipici della civiltà

contemporanea. Dopo la prima Roma dell’antichità e la seconda Roma dei papi del Rinascimento, la terza

Roma sarà quella del popolo, destinata a riconciliare gli italiani col loro paese e ad offrire al mondo lo

spettacolo del trionfo dell’umanità. L’unità d’Italia dovrà inaugurare l’era dei doveri del popolo (dopo che la

Rivoluziona francese aveva inaugurato quella dei diritti del popolo).

Quindi l’Italia deve costruire la propria nuova unità politica e morale sulla base dell’unico regime accettabile

per il popolo, cioè la repubblica. La sua repubblica non ha un preciso e concreto contenuto politico prima del

1848, vi si trova semplicemente l’idea che la rigenerazione dell’Italia debba passare attraverso il popolo.

Mazzini stabilisce un’opposizione di principio tra valori positivi che sono l’amore per la patria, la nazione e la

nazionalità da una parte e il nazionalismo e il cosmopolitismo dall’altra.

La concezione di nazionalità fondata sulla libertà degli individui deve materializzarsi anche nella vita politica

internazionale, da cui la condanna del nazionalismo che mirerebbe esclusivamente all’imposizione della forza

di una nazione nei confronti delle altre, nonché la denuncia dei rischi di un cosmopolitismo che disprezzi la

patria e la nazionalità in nome della stessa legge del più forte, ipocritamente dissimulata sotto gli orpelli

dell’universalismo internazionalista.

Fondando un movimento e una rivista chiamati ‘Giovine Italia’, Mazzini è dapprima tutto impegnato

nell’opposizione tra i vecchi moderati e i giovani democratici, cosa che lo induce contemporaneamente ad

avanzare una critica delle rivoluzioni liberali e costituzionali degli anni 20 e 30. Mazzini è all’origine della

costituzione del primo partito politico moderno del Risorgimento. La Giovine Italia si presenta come un

movimento organizzato democraticamente, con un programma scritto e diffuso capillarmente, un giornale

per servire da intermediario e un’organizzazione territoriale omogenea su modello federale.

Per riassumere l’esperienza mazziniana prima del 1848, si può insistere sull’incontro tra ideali e strumenti

d’azione di due generazioni di patrioti risorgimentali, un incontro che però dà al mazzinianesimo un carattere

incompleto e velleitario.

La figura di Mazzini si staglia comunque come la prima, in ordine cronologico, tra quelle dei padri della patria

italiana. Ben prima di Garibaldi, Mazzini rappresenta l’eroe romantico dotato di ubiquità.

Vincenzo Gioberti, sacerdote torinese, inizialmente attratto dalle idee di Mazzini, è invece il portavoce del

neoguelfismo.

Le posizioni di Gioberti si basano sulla teologica certezza dell’onnipotenza della civiltà italiana nei confronti

delle sue rivali europee, cioè inglese, tedesca, russa e francese. L’Italia dovrà solo a se stessa il suo risveglio

politico e culturale, e comunque giammai alla Francia. Il progetto dei neoguelfi è formare una confederazione

degli stati italiani, autonomi ma uniti sotto il papa. In questo modo, i neoguelfi non evocano direttamente

l’unità politca del paese in una sola nazione ma adottano la soluzione dolce dello stato federato intorno alla

figura del papa, anche se non è certo il potere temporale romano a essere al centro di questa costruzione

politica.

Gioberti afferma così l’estrema rilevanza di un nuovo tipo di rapporto tra religione e nazione come

manifestazione storica della nazionalità nonché eminente simbolo di civiltà.

Esiste una corrente denominata liberal-moderata che raccoglie le aspirazioni di una parte di quell’elite che si è

delineata durante la Restaurazione. Lungi dal costituire un insieme omogeneo di dottrine, il moderatismo

risorgimentale si basa sul prestigio attivistico di un certo numero di persone che, a partire dal 1830, si

ritrovano in città come Firenze o incrociano i loro tragitti di esiliati nei diversi stati italiani o europei. Tra loro

Cesare Balbo che nel 1844 denuncia i limiti di Gioberti: troppa importanza attribuita al papato, ostilità

eccessiva nei confronti della Francia e mancanza di fiducia nella diplomazia. Balbo intende relativizzare

l’esclusivismo culturale di Gioberti dimostrando che anche altre nazioni oltre all’Italia hanno svolto un ruolo

di primo piano nella storia della civiltà. Balbo non crede nell’efficacia di un’unificazione della nazione italiana,

sia essa spontanea o fatta in nome del primato della sua civiltà, quando essa non ha neppure saputo resistere,

persino in quel passato, all’invasione francese. Quindi, solo uno stato dinastico può riuscire là dove le forze

spirituali hanno fallito: e questo stato ha per il torinese gli attributi del Piemonte della fine degli anni 40.

Malgrado la differenza di opinioni e di espressione, qualche accenno alle tesi di Balbo si ritrova nel pensiero

di Massimo Taparelli d’Azeglio, il quale condanna gli eccessi del movimento mazziniano, rifiuta di attribuire

un ruolo centrale al papato, e ha fede nella dinastia savoiarda.

Le rivoluzioni del 1820-21 e 1831.

Col nome di rivoluzioni meridionali si indica sia l’insurrezione napoletana del 1820-21 sia il movimento

separatista siciliano che vi si innesta nello stesso anno.

Tutto comincia in Spagna dove viene ristabilita la Carta di Cadice, promulgata dalle Cortes nel 1812.

Nel 1820 un centinaio di militari a Napoli si solleva in nome della Carta di Cadice; l’insurrezione, grazie

all’azione dei carbonari, si estende ad Avellino e a Salerno.

Ad Avellino poco dopo la costituzione spagnola è ufficialmente proclamata dai militari; questa proclamazione

diventa una vera e propria insurrezione di carbonari che prende piede nell’entroterra napoletano e anche a

Napoli il re presta giuramento alla costituzione.

L’eco degli avvenimenti napoletani è immediata in Sicilia, la quale, riunita dal 1816 al Regno di Napoli, ha

assistito all’abrogazione della propria costituzione e alla soppressione dei segni distintivi della propria

autonomia. Qui una corrente separatista approfitta dell’insurrezione carbonara e rivendica la costituzione

spagnola. L’insurrezione siciliana, a differenza di quella napoletana, prende subito l’aspetto di una rivolta

popolare: il popolo urbano assalta le prigioni, distrugge gli emblemi del re di Napoli e saccheggia il palazzo

reale. Il nuovo governo provvisorio di Palermo, composto da nobili e borghesi agiati, deve assoggettarsi alle

richieste delle corporazioni professionali. Successivamente il movimento si diffonde in tutta l’isola e una vera

e propria guerra civile oppone le città favorevoli all’autonomia, come Palermo, a quelle restie, come Messina.

Solo lo sbarco delle truppe napoletane mette fine alla ribellione, la quale cessa in cambio della promessa della

costituzione di un parlamento sovrano in Sicilia.

Il paradosso è che entrambi i moti sono scaturiti dalla rivendicazione dello stesso documento costituzionale.

Dopo l’intervento dell’Austria fa precipitare gli eventi: nel settembre 1820 l’imperatore decide di inviare delle

truppe per reprimere le sommosse napoletane. La repressione che segue è spietata: i cospiratori vengono

condannati a morte o esiliati, le società segrete vengono perseguite, con tale violenza che sommosse

carbonare scoppieranno ancora nel 1822 in Sicilia.

La rivoluzione piemontese del 1821.

Come per Napoli, il punto di partenza è dato da una congiura di alti ufficiali di estrazione alto borghese o

aristocratica legati agli ambienti carbonari, i quali rivendicano l’applicazione della costituzione spagnola del

1812.

Nel 1821 la guarnigione di Alessandria insorge e i suoi capi chiedono al re la concessione della Carta di

Cadice. Carlo Alberto, reggente per l’assenza di Carlo Felice, proclama una costituzione valida per tutto il

regno, mentre cerca di contenere lo straripamento del movimento carbonaro. Carlo Felice però al suo ritorno

disapprova le misure prese dal governo reggente e rifiuta la costituzione. Così, la rivolta finisce in un clima di

repressione paragonabile a quello che regna allora a Napoli sotto i Borbone.

Le insurrezioni del Piemonte segnano un’importante tappa nell’assimilazione della lotta antiaustriaca

all’indipendenza italiana, come dimostrano le dichiarazioni dei congiurati di Alessandria fatte in nome del

Regno d’Italia ai fini dell’indipendenza.

Le rivoluzioni del 1831 in Italia centrale.

E’ l’eco di una rivoluzione europea, ancora una volta, a servire da detonatore ai liberali e patrioti italiani. In

seguito alle giornate parigine del 1830, l’Italia ridiventa terra di cospirazioni patriottiche e progetti

rivoluzionari in stretto rapporto con la Francia, terra di esiliati politici nonché nuova culla del liberalismo,

dato che il re Luigi Filippo avrebbe assicurato il proprio sostegno ai patrioti di Modena in caso di intervento

austriaco controrivoluzionario.

Così il patriota modenese Ciro Menotti crea, a Parigi, con gli italiani in esilio, un comitato incaricato di

organizzare gli accordi tra tutte le città italiane per la loro indipendenza, unione e libertà. Nel frattempo

Filippo Buonarroti, anch’egli a Parigi, rilancia la sua idea di una rivoluzione repubblicana della penisola.

Le rivoluzioni cominciano nel febbraio del 1831 e, con l’eccezione de Granducato di Toscana, tutta l’Italia

centro-settentrionale è interessata dalla rivoluzione. Luigi Filippo però rifiuta l’appoggio ai patrioti italiani i

quali vengono schiacciati dall’intervento dell’Austria.

Le rivoluzioni del 1831 hanno lasciato il segno nella mentalità italiana e internazionale; il loro fallimento viene

correntemente evocato come la prova dello scacco di un’intera generazione di rivoluzionari. Questo spiega

l’importanza di questi eventi nella formazione degli ideali risorgimentali e del carattere leggendario del

patriottismo italiano.

Ogni nuova idea politica ha bisogno di ambiti di crescita e di sviluppo e di promotori.

L’Italia non ha conosciuto una vasta rete organizzativa paragonabile alla gioventù tedesca patriottica tedesca;

tuttavia, studenti e universitari hanno sempre svolto un ruolo determinante nella diffusione della cultura

politica veicolata da giornali e riviste.

Milano e Firenze giocano il ruolo di capitali intellettuali d’Italia.

Lo scrittore, il libraio e l’editore sembrano godere di una relativa indipendenza dinanzi a un potere di cui

aggirano la censura.

Questa vitalità editoriale è ancora più evidente nell’ambito dei quotidiani e delle riviste, i periodici sono visti

come autentici investimenti politici.

I quotidiani e le riviste di quegli anni hanno favorito a un doppio livello il formarsi dell’opinione pubblica

nazionale: dapprima, facilitando la diffusione su scala nazionale, grazie a una vasta rete di collaboratori, di un

certo numero di idee moderate, in sé non molto rivoluzionarie ma rese sovversive solo dal fatto della loro

validità da un capo all’altro della penisola; e poi contribuendo al processo di democratizzazione e

liberalizzazione del sapere nonché alla sua trasmissione nella società. La stampa e l’editoria fanno così parte di

quel processo chiamato ‘organizzazione della cultura’, che infonde agli ideali del risveglio nazionale la loro eco

autentica nonostante la censura degli stati preunitari.

Più ancora che negli altri paesi europei, gli scrittori italiani detti romantici appartengono al movimento liberale

e sono spesso impegnati nella lotta per la causa nazionale; ciò si evince facilmente dalla loro diretta azine

politica, dai soggetti delle loro opere, dalla scelta di un’espressione artistica particolare e dal significato dei

loro riferimenti estetici.

Alcuni di loro si distinguono come membri di società segrete e come protagonisti delle rivoluzioni del 1820-

21-31, il più celebre di essi è Silvio Pellico, scrittore piemontese, collaboratore del ‘Conciliatore’, membro dei

carbonari, arrestato nel 1820. Essi partecipano a loro modo al risveglio nazionale perseguitando i governanti

con le loro frecciate o celebrando i valori da essi combattuti.

Nella sua eterogeneità, l’affermazione di questa letteratura di rinascita nazionale obbedisce comunque a tre

regole generali:

- critica dei regimi dispotici e stranieri dell’epoca;

- celebrazione del glorioso passato della nazione italiana;

- testimonianza dello sfruttamento e delle sofferenze dei martiri della causa italiana, contribuendo a

formare la svolta costituita dagli anni 30 nella costituzione dell’idea nazionale.

4.LA COSTITUZIONE DELLO STATO-NAZIONE

Uno stato viene di norma definito dall’equazione stato=nazione=popolo, il che significa che a un dato

momento una nazionalità rivendica e ottiene un territorio amministrato da un unico stato indipendente in

nome della sovranità popolare.

1.Il 1848 e la prima guerra di indipendenza.

I due elementi essenziali di questi anni sono da una parte l’aspirazione nazionale di tutte le nazioni in cerca

dello stato e dall’altra le rivendicazioni rivoluzionarie.

Bisogna distinguere prima un periodo di rivendicazioni e insurrezioni liberali pro-costituzionali che va dal

1847 al 1848, poi una fase di cristallizzazione nazionale con la prima guerra di indipendenza a cavallo tra il

1848 e il 1849, e infine, la fase delle esperienze radicali rivoluzionarie degli inizi del 1849.

E’ soprattutto a Roma che sembra cominciare un’epoca nuova con l’elezione a papa di Pio IX, che diviene il

simbolo dell’apertura del governo.

La situazione di arretratezza politica, economica e sociale dello stato pontificio è denunciata anche da

Massimo D’Azeglio in un’opera che è il risultato di un viaggio nell’Italia centrale.

E con Pio IX si consolida una vera e propria leggenda intorno al papa liberale, mentre si diffondono le tesi

neoguelfe di Gioberti, del quale il nuovo papa è attento lettore.

Ci sono precisi legami tra le riforme interne dello stato pontificio e la lotta per l’indipendenza, che significa

scontro con le potenze del congresso di Vienna.

Carlo Alberto non trascurerà occasione per manifestare pubblicamente i suoi sentimenti antiaustriaci;

l’Austria e il Piemonte, infatti, si confrontano anche sulla base di interessi materiali e commerciali, come il

rifornimento di sale attraverso il Canton Ticino e i tracciati delle linee ferroviarie attraverso le Alpi.

Tra le potenze europee, solo l’Inghilterra assume risolutamente un comportamento ostile all’Austria nel corso

dei vari congressi europei a partire dal 1815. L’impegno britannico a sostenere i vari governi riformatori viene

interpretato come un implicito via libera ai patrioti antiaustriaci e come un incoraggiamento alla rivoluzione,

mentre lo scopo del governo inglese era solo evitare la nascita di un movimento troppo radicale.

Ben prima delle giornate rivoluzionarie l’Italia viene investita nel 1847-1848 da agitazioni filo costituzionali,

mentre si moltiplicano focolai insurrezionali nazionali e liberali nel Nord della Germania e nella vicina

Svizzera.

La fine del 1847 è contraddistinta da agitazioni in tutta la penisola. Il ritratto del pontefice Pio IX campeggia

insieme alla coccarda tricolore verde bianca e rossa come se il papa fosse diventato il patrono degli insorti filo

costituzionali, patrioti moderati e democratici.

Nel Regno di Napoli borbonico le agitazioni vengono duramente represse, nonostante questo, sarà nel Regno

delle Due Sicilie che verrà concessa la prima costituzione italiana.

Nel gennaio del 1848 scoppiano violenti scontri a Milano, a Livorno e a Palermo. A febbraio a Napoli viene

concessa una costituzione. L’esempio napoletano si diffonde immediatamente in tutti gli stati italiani; il re

Carlo Alberto viene infine convinto a concedere a sua volta uno statuto, poi ciò avviene anche in Toscana e

nello Stato della Chiesa.

Nei territori austriaci liberali e democratici si riuniscono in assemblea nelle due capitali, Venezia e Milano.

Primo atto, manifestazioni popolari nelle strade che si tramutano in scontri con le truppe straniere di

occupazione. Secondo atto, conquista militare e simbolica, con tanto di armi e drappi tricolori, di centri di

potere, luoghi pubblici e chiese. Terzo atto, costituzione di nuovi organismi politici e proclamazione ufficiale

delle loro decisioni. Conseguenza: disfatta e ritirata degli austriaci.

Nel centro Italia la situazione è la stessa.

E’ Milano però a trovarsi nell’occhio del ciclone. Per la loro immediatezza, violenza ed efficacia nei confronti

dei soldati austriaci le Cinque Giornate di Milano sembrano dare il via alla rivoluzione nazional-popolare e

sono diventate il riferimento principale comune a democratici e moderati che, per tutto l’Ottocento,

continueranno a celebrare le gesta risorgimentali.

I vari testi costituzionali offrono, nella loro brevità, un certo numero di punti in comune. Tutti prevedono un

sistema bicamerale, con una camera alta i cui membri sono nominati a vita dai sovrani e una camera bassa

eletta a suffragio ristretto. L’attribuzione dei poteri si attua secondo una ripartizione favorevole al sovrano, la

cui persona è considerata ovunque sacra e inviolabile: il re e le camere hanno il potere legislativo e il primo

dispone anche di quello esecutivo.

I testi riconoscono e garantiscono un certo numero di diritti: diritto di stampa, di proprietà individuale, di

associazione e libertà commerciale. Con l’eccezione dello Stato Pontificio, che stabilisce come condizione del

godimento dei diritti civili la professione della fede cattolica, le altre costituzioni tollerano altri culti riservando

al cattolicesimo lo status di religione ufficiale.

Le leggi elettorali vengono promulgate con estrema rapidità; in ogni caso gli elettori devono avere almeno 25

anni e un capitale relativamente cospicuo. Le modalità di suffragio consentono di distinguere chiaramente le

due fasi della rivoluzione del 1848-1849 in Italia, opponendo un sistema censitario, visto come concessione

estrema da parte della monarchia nei confronti delle rivendicazioni delle nuove elite sociali, a un suffragio

universale diretto, presentato come rivendicazione tipicamente democratica e repubblicana.

Fra tante costituzioni non tutte hanno la stessa valenza ideologica né lo stesso peso politico. La costituzione

piemontese di Carlo Alberto, lo ‘statuto albertino’, resta fino al XX secolo l’unico riferimento costituzionale

dell’Italia contemporanea.

Tra il marzo e l’agosto del 1848, la guerra contro l’Austria condotta dal Piemonte di Carlo Alberto conosce

due fasi principali: una prima serie di operazioni nel 1848 e una seconda fase conclusiva nell’anno successivo.

Nel suo giornale ‘Il Risorgimento’ del 23 marzo Cavour dichiara :” E’ suonata l’ora per la corona piemontese.

Dinanzi agli avvenimenti lombardi dubbio ed esitazione non son più possibili. Una sola strada s’apre ora per

la nazione, per il governo, per il re: la guerra!”.

La guerra viene ufficialmente dichiarata il 25 marzo 1848 da Carlo Alberto e lo stato piemontese è solo

davanti all’Austria.

Nel 1848 si susseguono due periodi diversi: una vittoriosa offensiva dei piemontesi e poi la controffensiva

austriaca fino alla battaglia di Custoza in luglio. All’inizio di agosto il Piemonte è costretto a sottoscrivere

l’armistizio con l’Austria in seguito alla sconfitta decisiva di Custoza.

Nel momento in cui si conclude questa fase della prima guerra nazionale d’Italia, sarà opportuno ricordare

due fatti:

- l’assenza di solidarietà tra i principali stati italiani;

- il ruolo dominante svolto in tutto il nord Italia dal Piemonte, ragion per cui gli altri stati temono che

Carlo Alberto approfitti della guerra nazionale per ingrandire il proprio regno.

Tutto questo non aumenta certo il prestigio delle varie monarchie della penisola, e tanto più nel momento in

cui si sviluppa un’altra ondata rivoluzionaria e il generale Garibaldi, alla testa dei suoi volontari, rifiuta di

riconoscere il re di Sardegna proclamando la prosecuzione della guerra contro l’Austria.

La ripresa dei moti rivoluzionari segue di poco la firma dell’armistizio. A partire dal febbraio 1849 Carlo

Alberto va persuadendosi della necessità di rompere l’armistizio. L’intenzione di riprendere la guerra

nazionale contro l’Austria è confermata dai continui e ripetuti contatti del suo governo, guidato da Gioberti,

con gli altri stati italiani. La guerra viene dichiarata il 12 marzo e in meno di due settimane viene firmato, a

favore dell’Austria, un altro armistizio. Le conseguenze politiche della sconfitta rimangono considerevoli.

All’interno del regno la guerra si conclude con l’abdicazione di Carlo Alberto in favore del figlio Vittorio

Emanuele II e il governo liberale che aveva sostenuto la guerra viene rovesciato: Vittorio Emanuele invita

infatti al governo i moderati, e sarà Massimo d’Azeglio ad accettare di presiederlo al momento della firma del

trattato di pace con l’Austria, nell’agosto del 1849. Così, un anno dopo il suo esordio, la prima guerra di

indipendenza termina col ritorno alle frontiere classiche del Piemonte e del Lombardo-Veneto austriaco

stabilite dal congresso di Vienna.

Nel Lombardo-Veneto prende corpo la resistenza e gli austriaci devono affrontare le sommosse di Brescia e

Venezia. L’assedio di Brescia dura dieci giorni nel corso dei quali i cittadini riescono a tenere eroicamente

testa all’esercito austriaco. Quello di Venezia è ancora più spettacolare. La dittatura repubblicana della città

decide di rifiutare l’armistizio, ma capitola dopo due mesi di intensi bombardamenti dall’entroterra.

Anche la repubblica romana, in un contesto internazionale più intricato grazie all’intervento francese e con

una risonanza assai maggiore nell’opinione pubblica, conoscerà all’incirca allo stesso momento una

conclusione del tutto simile a quelle di Firenze e Venezia.

Il nuovo regime repubblicano francese a partire dal febbraio del 1848 si mostra sempre più preoccupato della

situazione italiana.

La rivoluzione italiana del 1848-49 è considerata un fallimento. Fallimento delle imprese militari nazionali con

la sconfitta dell’esercito piemontese, abbandono delle soluzioni moderate neoguelfe a causa del

comportamento del papa, fallimento delle esperienze rivoluzionarie dei democratici italiani dinanzi alle

repressioni e alla restaurazione dei regimi precedenti.

Le prime critiche provengono da uno dei principali sconfitti, Gioberti. Per lui il fallimento del movimento è

imputato alla sua mancanza di dimensione europea e al puritanesimo politico dei repubblicani come Mazzini

che avrebbero spianato la strada ai conservatori.

La visione comune del 48 è da una parte, l’intenzione di serbare alcuni episodi importanti onde nutrire la

mitologia nazionale (le Cinque Giornate di Milano), dall’altra, l’interesse a mostrare il crepuscolo di entrambi i

volti del romanticismo politico della Restaurazione, vale a dire la corrente letteraria, intellettuale e religiosa

moderata e le aspirazioni rivoluzionarie e federalistiche repubblicane.

2.1849-1861: la nascita del Regno d’Italia

il periodo 1849-1859 viene spesso chiamato il decennio di preparazione. All’origine di una tale definizione c’è

il postulato che il regno di Sardegna a partire dal 1850 compia, proprio come la Prussia per la Germania, una

missione di guida per l’unità, missione riconosciuta sia in Italia che all’estero.

In seguito alla sottoscrizione del trattato di pace con l’Austria, una delle prime iniziative politiche del nuovo

monarca è di garantire l’applicazione della costituzione del 1848, il cosiddetto statuto, subordinando la

ratificazione della pace di Milano alla situazione politica interna. Emesso durante il governo D’Azeglio, il

proclama di Moncalieri si presenta come il documento che getta le basi del nuovo stato piemontese.

La politica dei due presidenti del Consiglio che si susseguono al governo, D’Azeglio e Cavour, procede nel

rispetto delle riforme e nel tentativo di modernizzazione politica dello stato come garanzia contro i rischi di

una rivoluzione democratica.

L’intenzione di prendere progressivamente le distanze dagli ambienti di destra più conservatori è pilotata,

contro il parere di D’Azeglio, dall’ala moderata rappresentata dal conte Camillo Benso conte di Cavour,

nemico tanto dell’estrema sinistra democratica come della destra ultraconservatrice, e sostenitore di un

programma liberale all’inglese.

Il 12 ottobre 1850 Cavour fa il su ingresso al governo come ministro dell’Agricoltura e del Commercio, carica

alla quale poi aggiunge quella di ministro delle Finanze, prima di diventare nel 1852 presidente del Consiglio.

Cavour è l’artefice della politica del connubio, quella condotta politica di compromesso mirante a isolare la

destra più estremista attraverso un’alleanza dei moderati coi centristi di sinistra.

Il connubio viene presentato dai suoi promotori come una risposta alle minacce di restaurazione autoritaria,

rappresentate in Francia dal colpo di stato del 1852 perpetrato da Luigi Napoleone. Questa politica si

concretizza di fatto nell’alleanza tra Cavour e Rattazzi, rappresentante degli interessi della sinistra

parlamentare piemontese.

Appoggiandosi a questa maggioranza, Cavour orienta la sua politica di modernizzazione in due importanti

direzioni: la razionalizzazione giuridica e amministrativa e la politica di laicizzazione. Vengono assunte misure

come la riorganizzazione dell’esercito piemontese, la riforma delle poste, quella della magistratura, il nuovo

codice di procedura civile.

Secondo una lettura positiva, il connubio avrebbe realizzato in Piemonte quel sogno di amalgama sociale che,

prima del 1848, negli altri stati era ancora al centro delle intenzioni politiche. Tra le fila dei rappresentanti i

diversi orientamenti della politica cavouriana si trovano infatti appartenenti alla nobiltà militare e terriera

nonché i portavoce delle nuove classi economiche generalmente indicate col nome di borghesia. Né la destra

ultraclericale per l’aristocrazia, né l’estrema sinistra mazziniana per la borghesia possono legittimamente

rappresentare, prese isolatamente, quelle aspirazioni all’unità nazionale che soltanto il connubio può

permettere di raggiungere con sicurezza.

Tra il 1850 e il 1860 il Regno di Sardegna non cessa di aumentare la sua produzione industriale. Questa

relativa prosperità scaturisce sì da una deliberata politica finanziaria che favorisce la creazione di grandi

banche d’affari, ma deve fare sempre appello ai capitalisti stranieri. Il risultato è che il Regno di Sardegna, per

ottenere i mezzi economici della sua politica finanziaria, è costretto ad affrontare un debito sempre più

imponente per tutto il decennio. Ciò non toglie che Torino si presenti, agli occhi degli osservatori stranieri

come la capitale più dinamica degli stati italiani.

Secondo lo stesso Cavour, l’economia non serve che a mascherare la politica. La modernizzazione all’interno

e la stipulazione di trattati di libero scambio all’esterno non sarebbero che le due facce dello stesso progetto

politico: ossia una struttura statuale capace di realizzare l’unità nazionale. Il Piemonte, tuttavia, non riesce

ancora ad affermarsi definitivamente nel concerto delle potenze europee del momento.

Con il 1853, la guerra di Crimea dà al Piemonte l’occasione di apparire sulla scena internazionale come un

nuovo attore.

Cavour vede l’entrata in guerra del Piemonte come una possibilità di legittimazione del suo stato da parte

delle altre potenze europee. Soprattutto, l’idea di combattere a fianco della Francia di Napoleone III, deciso a

rimettere seriamente in discussione le decisioni del congresso di Vienna, costituisce una grande promessa per

l’avvenire.

A partire dal 1854, Cavour tenta di conquistare le classi e le intelligenze politiche del suo paese alla causa della

partecipazione al conflitto. I piemontesi in Crimea ottengono una decisiva vittoria nei confronti dei russi ed è

quindi da re vittorioso che Vittorio Emanuele, affiancato da Cavour e D’Azeglio, incontra nel novembre 1855

Napoleone III per ottenere la partecipazione del Piemonte al congresso di Parigi.

Il giorno della conclusione del congresso Cavour consegna alle potenze il Memorandum il cui contenuto è

scontato: Cavour illustra a inglesi e francesi la posizione ufficiale della monarchia sabauda sulla situazione

italiana: se non cessa il dominio austriaco nel nord e nel centro, e se il re di Napoli non spiana la via per le

riforme nel suo stato, allora l’Italia sarà scossa da un’altra rivoluzione che potrebbe minacciare l’ordine

europeo, e allora soltanto l’autorità di uno stato egualmente ben disposto nei confronti della giustizia

nazionale e delle aspirazioni liberali del suo popolo potrà rimediare a una situazione di crisi. Questo è

l’avvertimento lanciato da Cavour.

D’altro canto però, l’alleanza col Piemonte è considerata ancora dalla Francia e dall’Inghilterra come un

semplice strumento di pressione contro l’Impero austriaco.

Dalla metà degli anni Cinquanta, opinione pubblica e forze politiche si ridefiniscono attorno al tema dell’unità

nazionale, ridefinizione che coinvolge la configurazione degli stessi mezzi utilizzati.

Partiamo dall’estrema sinistra. Mazzini condanna quella rassegnazione dei cattivi patrioti in seguito alle

repressioni del biennio rivoluzionario e proclama che il 48 deve proseguire fino al suo supremo obiettivo:

l’unità repubblicana dell’Italia per mezzo del popolo. Unico modo per arrivarci: la guerra per bande,

l’insurrezione armata sotto forma di guerriglia che, secondo Mazzini, è la guerra tipica di ogni nazione che si

emancipi dal dominio straniero.

Il sogno mazziniano della presa del potere da parte del popolo si conclude dopo alcuni tentativi

insurrezionali, tra cui i leggendari ‘martiri di Belfiore’.

Dinanzi alla marginalizzazione del programma mazziniano, il resto delle forze progressiste e moderate

continua ad allinearsi sulle posizioni della politica cavouriana. Dal 1848, poi, l’alternativa per i sostenitori della

causa nazionale è semplice: continuare a lottare separatamente contro i diversi poteri restaurati, convogliando

successivamente questi sforzi verso un progetto repubblicano o verso una federazione di livello europeo,

oppure accettare che il più forte stato italiano del momento liberi il territorio dalla presenza straniera senza

sbilanciarsi troppo sull’assetto territoriale e politico di ciò che costituirà di fatto l’Italia indipendente. E’ questa

soprattutto la posizione della sinistra non rivoluzionaria, dei rappresentanti del centro e della destra moderata.

E anche gran parte della sinistra patriottico-rivoluzionaria aderisce al programma cavouriano.

L’obiettivo prioritario è scacciare l’austriaco dall’Italia. In poco tempo i futuri aderenti della Società nazionale

(tra cui Garibaldi) definiscono le condizioni del loro sostegno al casato sabaudo: il Piemonte deve impegnarsi

a lottare contro l’Austria, ma anche favorire l’unità territoriale italiana. Secondo la formula del vecchio

repubblicano Manin: “Stiamo con la dinastia sabauda se essa s’impegna lealmente a costruire un’Italia

indipendente e unita.”.

Il 1 agosto 1857, data di nascita ufficiale della Società nazionale, alla cui presidenza sarà lo stesso Daniele

Manin, rappresenta una tappa importante nell’evoluzione della mentalità nazionale: l’adesione alla causa

piemontese dei più eminenti portavoce della causa democratica sotto lo sguardo benevolo di Cavour e, allo

stesso tempo, la definitiva vittoria del tema dell’unificazione territoriale. Questi rivoluzionari ‘rinsaviti’ sono

riusciti a imporre la causa unitaria ai moderati piemontesi in cambio però del rispetto della monarchia.

La seconda guerra di indipendenza oppone tra il maggio e il luglio del 1859 i francesi e i piemontesi agli

austriaci; lo scoppio di questa breve serie di operazioni militari ha potuto realizzarsi grazie alla particolare

situazione di intesa diplomatica tra Francia e Piemonte.

Nel 1858 Napoleone III e Cavour si incontrano a Plombières e stringono un trattato segreto di alleanza

offensiva e difensiva, che sarà effettivamente sottoscritto nel gennaio 1859 e che prevede l’intervento della

Francia in aiuto al Piemonte in caso di attacco austriaco.

Cavour è riuscito a dimostrare a Napoleone III che un’Italia indipendente e liberata dai piemontesi potrebbe

fargli comodo, mentre l’imperatore pensa piuttosto a un’Italia confederata con la quale riuscirebbe a

controllare l’espansione del Regno di Sardegna. Di ciò che alcuni considereranno un imbroglio reciproco resta

comunque che, per la prima volta, l’idea di finirla con le frontiere stabilite dal congresso di Vienna non

rappresenta più soltanto il progetto di una manciata di rivoluzionari, ma la volontà di un potente sovrano

straniero che ha un preciso interesse nello sposare la causa nazionale italiana.

Dopo il colloquio di Plombières si fa strada nei franco-piemontesi l’intenzione di arrivare al più presto alla

guerra. Questi segnali appaiono come vere provocazioni nei confronti dell’Austria. A partire dal gennaio

1859, dopo la sottoscrizione del trattato con la Francia, il Regno di Sardegna intensifica apertamente i propri

sforzi militari, mentre Cavour accetta che il generale Garibaldi, designato dalla Società nazionale, predisponga

col nome di Cacciatori delle Alpi un corpo di volontari costituito in gran parte da appartenenti alla Guardia

nazionale. La Società nazionale funge così da intermediario tra il volontariato militare popolare e il normale

potere militare. In questo modo il governo piemontese intende controllare il volontariato popolare evitando il

suo straripamento in una guerriglia a base di brigate insurrezionali.

Infine l’Austria dà fuoco alle polveri. Il 24 aprile del 1859 viene inviato a Cavour un ultimatum per invitare il

governo a cessare tutti i preparativi bellici, che viene respinto dai piemontesi. Il 27 aprile le truppe austriache

entrano in Piemonte, ma il grosso delle operazioni militari si svolge in Lombardia.

Dopo la battaglia di Solferino, nulla faceva presagire che il comando francese avrebbe sollecitato la fine dei

combattimenti: gli alleati franco-piemontesi, infatti, controllavano la Lombardia e gli austriaci sembravano sul

punto di ritirarsi dal Veneto. Come spiegare allora l’iniziativa di Napoleone III che in luglio scrive a

Francesco Guseppe per proporgli un armistizio?

Gli storici distinguono tre tipi di fattori:

- fattori di politica interna: proprio come nel 1849, Napoleone III deve affrontare l’opposizione dei

conservatori e specialmente dei cattolici francesi che temono le radicali e rivoluzionarie conseguenze

del movimento di riconquista nazionale; inoltre, la guerra diventa impopolare anche a sinistra

soprattutto a causa delle pesanti perdite subite;

- fattori strategici: nonostante l’avanzata alleata verso i territori veneti, gli austriaci difendono

accanitamente le proprie province e sarebbe in realtà meno facile di quanto potrebbe sembrare

scacciarli dalle loro fortezze; in più sia da parte francese sia piemontese le carenze del comando sul

campo si fanno sempre più sentire;

- fattori internazionali: con la minaccia di una mobilitazione della Prussia, l’eventualità di un impegno

su due fronti preoccupa i ministeri francesi della Guerra e degli Affari esteri.

Quali che siano le motivazioni la situazione dell’Italia centrale tra il 1859 e il 1860 offre comunque ai

sostenitori dell’unità nazionale argomenti sufficienti a continuare la lotta per l’indipendenza.

Il modello delle rivoluzioni che scacciano i sovrani e istituiscono governi provvisori in nome dell’alleanza con

Vittorio Emanuele è rappresentato dalla rivoluzione toscana del 27 aprile; questo rivolgimento toscano si

svolge in tre tappe:

- una manifestazione una volta arrivata la notizia della dichiarazione ufficiale della guerra;

- trattative con il sovrano affinché sostenga l’alleanza franco-piemontese;

- istituzione di un governo provvisorio dopo il rifiuto e la fuga del granduca.

Questo avviene in molti comuni italiani, con la creazione di statuti, i quali, nonostante la loro eterogeneità,

spianano la strada all’annessione territoriale che è intenzione di Cavour realizzare, sempre nel rispetto delle

forme e della volontà popolare.

Morto nel 1859 Ferdinando II, suo figlio Francesco II si vede a capo del Regno delle Due Sicilie posto ai

margini dell’arena internazionale dalle altre potenze occidentali. La Sicilia, inoltre, nella primavera del 1860 è

messa a ferro e fuoco da manifestazioni e sommosse in favore dei rivolgimenti e dei plebisciti dell’Italia

centrale. In pochi giorni, vari focolai di rivolta si formano a Messina, Catania e nelle campagne circostanti; i

rivoltosi chiedono soccorso agli altri stati. Il governo piemontese si rifiuta di aderire ufficialmente alla

richiesta, ma Garibaldi accetta immediatamente di aiutare i siciliani nella lotta contro le truppe borboniche.

Garibaldi gode in Italia di un’autentica popolarità; la spedizione in Sicilia accrescerà poi ulteriormente

quest’aura internazionale.

Così Garibaldi riunisce i volontari e fissa a grandi linee la strategia e i connotati logistici della spedizione. Il

numero dei volontari è vicino al migliaio, da cui appunto deriva il nome leggendario dell’impresa ‘i Mille di

Marsala’.

L’imbarco avviene tra il 5 e il 6 maggio a Quarto, nei pressi di Genova, e il viaggio ha inizio con la perdita

delle chiatte cariche di munizioni e viveri. Sbarcano a Marsala l’11 maggio 1860, approfittando della

protezione di due navi inglesi all’ingresso del porto. Nell’isola i combattimenti volgono a vantaggio dei

garibaldini che il 15 maggio battono le truppe di Francesco II a Calatafimi, il 27 si impadroniscono di Palermo

e il 20 luglio vengono a capo della controffensiva napoletana al termine della battaglia di Milazzo.

Ora, il conquistatore con le sue ‘Camicie rosse’, vorrebbe proseguire sul continente per completare la

conquista del Regno delle Due Sicilie, ma ciò significa non fare i conti con la situazione di crisi che si rivelerà

pienamente in estate. E’ una crisi dovuta soprattutto alle agitazioni sociali.

Se nell’ambito sociale gli obiettivi di Garibaldi ricalcano pienamente quelli dei moderati piemontesi, non si

può dire lo stesso per quanto riguarda invece la sua concezione politica dell’impresa.

Garibaldi entra in aperto conflitto con Torino e con Cavour che diffida della fama crescente dell’eroe dei due

mondi e pertanto si oppone al proseguimento della guerra sul continente.

Secondo la tesi dell’autore Denis Mack Smith, il conflitto tra i due personaggi è il principale evento motore

del Risorgimento, il cui nocciolo è per lui costituito dai pochi mesi che andrebbero dalla primavera

all’autunno 1860. Limitando un po’ il ruolo svolto da Cavour, accusato di avere fondamentalmente ignorato le

aspirazioni più radicali, l’autore fa di Garibaldi un autentico sostenitore dell’unità in quanto momento di

autodeterminazione popolare.

Più che un’opposizione sul terreno fra diversi progetti politici, il conflitto tra Garibaldi e Cavour illustra una

diversità di pareri in merito al ritmo e ai mezzi della conquista unitaria che ravviva nei moderati il timore di

straripamenti rivoluzionari. Di sicuro non c’è che il ruolo svolto da questi scontri nella ricostruzione a

posteriori dell’opposizione ideologica tra i due versanti del Risorgimento: quello popolare, democratico,

radicale, alla Garibaldi e Mazzini, e quello del potere statale, moderato e delle milizie regolari di impronta

cavouriana e piemontese.

Dall’agosto all’ottobre del 1860 la crisi volge al termine e Garibaldi ottiene in via ufficiosa il consenso del re

per marciare su Napoli. Accolto dall’entusiasmo del popolo, Garibaldi dichiara la propria fedeltà al re di

Sardegna, e parallelamente Cavour invita le truppe piemontesi a raggiungere Napoli per condividere la vittoria

coi garibaldini.

Tuttavia, per arrivare nell’ex Regno di Napoli le truppe piemontesi dovrebbero attraversare l’Umbria e le

Marche, possedimenti del papa. Malgrado il rifiuto di Pio IX esse penetrano effettivamente nello stato della

Chiesa e le Marche e l’Umbria cadono nelle mani dei piemontesi e, con la definitiva sconfitta dell’esercito

borbonico nella battaglia del Volturno, l’intero Regno delle Due Sicilie viene conquistato, a eccezione della

roccaforte di Gaeta, ultimo rifugio di Francesco II.

Il 26 ottobre, con l’incontro a Teano, tra Garibaldi e il re, il periplo dei Mille può dirsi concluso. Garibaldi si

ritira a Caprera e tre giorni dopo la resa di Gaeta, avvenuta il 18 febbraio 1861, il primo parlamento italiano

può finalmente riunirsi a Torino: il 14 marzo Vittorio Emanuele viene dichiarato re d’Italia e il 23 viene

formato il primo governo del paese.

Questo è l’atto di nascita ufficiale del nuovo regno che comprende l’intera penisola, a eccezione del Veneto

ancora austriaco e del Lazio pontificio, e con Torino come capitale.

Fino alla proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, Cavour e il suo governo si rendono conto

dell’incompiutezza dell’unificazione della penisola.

Un’imponente campagna di mobilitazione patriottica impiega a quel punto tutte le risorse possibili del

volontariato civile e dell’associazionismo popolare. L’obiettivo della mobilitazione a livello di società popolari

è triplice:

- ammassare armi e munizioni per conquistare i territori mancanti;

- mantenere desta una posizione offensiva nella coscienza popolare;

- fare continue pressioni sul governo e sul re al fine di proseguire la guerra contro Austria e papato.

Dal dicembre 1860 viene organizzata da garibaldini e mazziniani una raccolta di fondi necessari a sostenere i

patrioti veneti e romani.

Se le strutture di mobilitazione patriottica e civile hanno tutte per obiettivo la restituzione all’Italia della sua

integrità territoriale, le modalità impiegate sono tuttavia ambivalenti. Da un lato esse evidenziano l’utilizzo di

meccanismi di socialità legati al volontariato popolare, dall’altro mostrano tracce di quella volontà di recupero

politico e canalizzazione ideologica tipiche del potere monarchico. E’ una dialettica che porta alla luce quel

dualismo del Risorgimento di cui Garibaldi e Cavour, dopo la spedizione dei Mille, costituiscono le due facce.

Per l’opinione pubblica italiana il Veneto rappresenta una sorta di pegno di sacra unione. Venezia rappresenta

l’obiettivo vero, la questione nazionale e il problema dell’indipendenza; Roma rappresenta il diversivo, le

passioni e la vanità, l’obiettivo dello spirito più propriamente rivoluzionario.

In aprile viene firmato un trattato di alleanza segreto tra Prussia e Italia. Le clausole specificano che in caso di

conflitto tra la Prussia e l’Austria l’Italia si impegna a dichiarare guerra a quest’ultima; in cambio, viene

garantito il progressivo recupero di tutti i territori italiani ancora occupati dagli austriaci. Il trattato stabilisce

inoltre l’obbligo per i prussiani di dichiarare guerra all’Austria entro tre mesi. Così avviene, le operazioni

militari durano un mese e si concludono con la sconfitta degli italiani. Resistono soltanto i volontari messi a

disposizione da Garibaldi. Tuttavia sul fronte Boemo la guerra è stata vinta dai prussiani.

Durante il trattato di pace, Francesco Giuseppe riconosce l’esistenza del Regno d’Italia e d’accordo coi

rappresentanti prussiani, cede alla Francia il Veneto, affinché lo restituisca all’Italia e così accade. Ora perché

Vittorio Emanuele sia il re di tutti gli italiani mancano solo Roma e il Lazio.

Garibaldi coi suoi volontari sbarca in Calabria, ma è fermato in Aspromonte, dove viene ferito dai soldati

italiani. Nell’opinione pubblica nazionale e internazionale l’eco della notizia della battaglia dell’Aspromonte è

considerevole; in pochi giorni vengono organizzate manifestazioni per condannare le operazioni di un

governo che, per difendere l’autorità pontifica, combatte i propri veterani. Ciò conferma la contraddittoria

immagine dei due Risorgimenti, quello del volontariato popolare e quello del re e dei politici.

Ma lentamente si impone anche alla nuova classe politica italiana la necessità urgente di finirla col potere

temporale e territoriale del papa. Il 12 settembre 1870 le truppe italiane al comando del generale Cadorna

invadono lo stato pontificio, nella breccia di Porta Pia. Questa porta è considerata come il luogo simbolico del

compimento definitivo della riconquista territoriale dell’Italia indipendente.

Nel frattempo, i risultati del plebiscito danno con una schiacciante maggioranza la vittoria dei sostenitori

dell’annessione del Lazio e di Roma al Regno d’Italia. A Roma il 2 luglio arrivano Vittorio Emanuele e il suo

governo. Il Regno d’Italia raggruppa ormai la totalità della penisola indipendente.

I rapporti tra la nazione e l’effettivo stato territoriale sembrano riferirsi, dopo il Settecento, a tre principali

modelli:

- adeguamento perfetto e di antica data tra la nazione politico-culturale e lo stato, come in Francia;

- dissociazione fra il livello delle nazionalità culturali ed etniche minoritarie e quelle di uno stato potente

e autorevole, secondo il modello austro-ungarico;

- rivendicazione da parte di una precisa volontà nazionale maggioritaria di uno stato politico forte e

autonomo in nome di una concezione della nazione come comune eredità culturale e insieme come

aspirazione alla libertà, come in Italia.

II.FARE GLI ITALIANI: 1860-1922

5.La nazionalizzazione dell’Italia e degli italiani dall’unità alla fine degli anni ottanta

Una citazione riassume i caratteri dell’unificazione civile: ‘L’Italia è fatta: ora vanno fatti gli italiani’.

E’ possibile dimostrare che vi fu un impegno reale per la nazionalizzazione del paese senza per questo

sottovalutare i problemi via via incontrati e i limiti di questo sforzo di integrazione.

Secondo una tradizione geografica la penisola italiana rappresenta egregiamente i contatti est-ovest e nord-sud

favoriti dal grande mare interno dell’Europa. Questa concezione geografica poggia su un’idealizzazione

mitologica e storica del passato, che pone l’accento su due elementi principali: da una parte, l’apertura

dell’Italia verso il continete, sia per interessi economica sia per incapacità politica, dall’altra, la vocazione

mediterranea degli italiani a partire dall’arrivo di Enea e dei troiani provenienti dall’Asia minore fino al

dominio veneziano, passando per il mare nostrum dei romani.

Tra il 1870 e il 1914, la superficie dell’Italia non subisce alcuna modifica; in seguito alle acquisizioni territoriali

ottenute al tempo degli accordi diplomatici della prima guerra mondiale (Trentino e Alto Adige) e alle perdite

della seconda (Briga e Tenda), l’Italia arriverà all’attuale estensione di 301.226 km quadrati. Abitualmente il

paese viene diviso secondo tre grandi raggruppamenti: Italia settentrionale, peninsulare e insulare.

Allo sguardo obiettivo dei geografi, l’Italia appare segnata sia da un estremo frazionamento dei rilievi sia da

contrasti climatici. L’infinita gamma di paesaggi e la complementarietà dei climi è uno degli stereotipi classici

dei resoconti geografici. Se questa diversità rappresenta una garanzia di prosperità e di equilibrio nell’ambito

di una gestione centralizzata di antica tradizione, diventa un fattore assai più ambiguo in Italia, dove essa

rappresenta sì una caratteristica estetizzante, ma anche una fonte di divisioni e incompiutezza.

I tratti risultano esagerati nei resoconti di viaggio e nell’esaltazione artistica: l’Italia dei viaggiatori, in particolar

modo degli stranieri, appare come un mosaico di pittoresche vedute in cui i paesaggi naturali si

giustappongono tutti come all’interno di un’esposizione. Nella letteratura patriottica di fine secolo, scrittori e

poeti insistono ancora su questa varietà geografica, ma cercano di superarne le semplici considerazioni di

carattere estetico associando ai paesaggi lo spessore della storia.

La diversità dell’Italia diventa così un tutto che spiega come la storia e la geografia abbiano eletto fin

dall’antichità questa terra la culla della civiltà.

Tuttavia, questo travolgente ottimismo non è condiviso da tutti. L’eterogeneità geografica dell’Italia infatti è

anche causa dell’impossibile compimento della sua totale unificazione.

Con il 1861 viene lanciato un grande censimento nazionale, che rivela innanzitutto ai governanti che tre quarti

della popolazione sopra i cinque anni è analfabeta, ed è appunto per spiegare meglio questo fenomeno che,

nel 1864, viene lanciata la prima grande inchiesta ministeriale in merito all’istruzione pubblica.

Negli anni 70 e 80 si realizzano inchieste nazionali a carattere statistico per conoscere con precisione le

attività degli italiani e il loro livello di vita. Sono essenzialmente due le preoccupazioni che orientano questo

impegno statistico:

- grazie per quello che stai facendo per me

- ti amo da morire :-*

- rilevare quali condizioni ottimizzino le attività agricole e industriali di un paese che ha tutte le

intenzioni di darsi degli strumenti autonomi tipici di una grande potenza europea;

- tentare attraverso le inchieste di prevenire le massicce agitazioni sociali che rischiano ormai di

degenerare politicamente, in seguito alla fondazione nel 1864 della Prima Internazionale e allo spettro

della Comune vagante per l’Italia, grazie al diffondersi del socialismo rivoluzionario.

Uno stato ha il dovere di conoscere bene il proprio territorio. Nel 1871 l’Italia viene divisa in 69 province, le

cui caratteristiche vanno comunicate ai diversi ministeri dai rispettivi capoluoghi.

Il nuovo regno viene via via riconosciuto dalla diplomazia europea. Nel 1871 gli stati che già avevano

riconosciuto ufficialmente l’esistenza del nuovo regno sanciscono diplomaticamente anche il suo

accrescimento territoriale, stabilendo di conseguenza i propri contatti con la nuova capitale: Roma.

Nel momento in cui avviene la transizione verso il modello statale sorge subito un dibattito sulle modalità del

futuro sistema amministrativo in merito all’alternativa centralizzazione/decentramento.

Coi decreti del nuovo capo di governo, il toscano Bettino Ricasoli, votati nell’ottobre del 1861,

l’amministrazione territoriale viene unificata su tutto il territorio nazionale. Il regno è diviso in province a loro

volta suddivise in circondari e mandamenti. Un prefetto viene messo a capo di ogni provincia e un

sottoprefetto di ciascun circondario.

Nel 1861 il Regno d’Italia consta di 59 province, divenute 69 dieci anni dopo, in seguito alla conquista del

Lazio e del Veneto.

Ma è l’emanazione effettiva della legislazione e dei codici del 1865 che, gettando le basi amministrative e

giuridiche dell’Italia fino a tutto il XX secolo, segna in realtà l’avvenuta uniformazione; e ancora una volta si

nota la sovrapposizione di due tempi, troppo spesso artificiosamente distinti: quello del compimento della

riconquista territoriale e militare e quello dell’unificazione politico-amministrativa che comincia prima che il

territorio sia completamente conquistato.

A partire dal gennaio 1866 vengono applicati quattro nuovi codici:

- il codice civile, che ripristina le acquisizioni di quello napoleonico circa il rispetto della proprietà

individuale e che stabilisce la validità del matrimonio civile, considerato rivoluzionario e inammissibile

da gran parte dell’opinione pubblica;

- il codice di procedura civile, che ne stabilisce forme e applicazioni razionalizzando le procedure

preunitarie;

- il codice commerciale;

- il codice della marina mercantile.

Nel 1871, con Roma capitale, queste diverse istanze volte all’uniformità vengono estese a tutti i nuovi territori

del Veneto e del Lazio. Si può sostenere che lo stato-nazione ha saputo trovare le sue basi giuridico-

amministrative tra il 1859 e il 1865, anche se una parte di queste strutture verranno presto rimaneggiate.

L’Italia è una monarchia costituzionale in cui il re e il governo detengono il potere esecutivo e la camera dei

deputati e il senato del regno quello legislativo.

Il primo re d’Italia, Vittorio Emanuele II, ha conservato il proprio ordine di successione all’interno della

dinastia sabauda della quale costituisce per molti suoi oppositori il rappresentante, ancor prima di essere il re

di tutti gli italiani.

Secondo lo statuto del 1848, è il re, supremo capo dello stato, che designa il capo del governo, ossia il

presidente del consiglio, nonché, d’accordo con quest’ultimo, i ministri. Capo dell’esercito di terra e di mare e

interprete unico dell’attività diplomatica, il re nomina inoltre anche i membri del senato.

Recenti studi sono orientati prevalentemente verso l’impatto rappresentato nella costruzione nazionale da

questo nuovo culto monarchico a partire dal 1860. Si sviluppa nel paese una vasta rete di associazioni filo

monarchiche e organizzazioni legate alla persona del re.

All’epoca della sua fondazione, il Regno d’Italia dispone di una bandiera, il tricolore,e di stemmi ufficiali. Il

tricolore verde bianco rosso, ereditato dal periodo giacobino, viene designato nel 1848 come bandiera dello

stato piemontese.

I censimenti dimostrano che l’Italia, con quasi l’80% della popolazione analfabeta, è in coda alla classifica

europea. L’opinione pubblica e la classe dirigente non sono affatto insensibili al problema.

Le città lombarde e piemontesi, come i piccoli centri urbani di Marche e Abruzzo, sono fortemente

alfabetizzate, mentre nelle campagne circostanti del nord e del centro solo gli uomini sono interessati da un

vero e proprio processo di recupero nei confronti della cultura scritta. Lo stato stesso interviene in merito con

disposizioni legislative: le due principali sono la legge Casati e la legge Coppino. La prima risale al 1859 e

stabilisce l’istruzione obbligatoria per tutti i bambini dai 6 ai 12 anni. La seconda, votata nel 1877, prevede

l’istruzione obbligatoria per i bambini dai 6 ai 9 anni, fissando altresì le condizioni di un insegnamento

pubblico e laico.

Alla fine del secolo la scuola primaria arriverà comunque a rappresentare quasi all’unanimità

quell’indispensabile crogiolo di istruzione morale e di educazione patriottica esemplificata dal successo del

libro Cuore.

La difesa nazionale appare subito per il nuovo stato sia come elemento federatore, sia come riferimento per

una definizione della cittadinanza. Se ne può misurare l’importanza sotto due aspetti: quello costituito

dall’eredità della nazione in armi risorgimentale e quello della coscrizione.

Tra il 1861 e il 1862 il servizio militare viene reso obbligatorio con l’estensione a tutto il regno della legge

piemontese del 1854.

Nel 1875 viene inaugurata l’importante riforma considerata all’origine dell’esercito nazionale italiano:

l’estrazione a sorte viene soppressa, la durata del servizio militare è di 5 anni per tutti, mentre la neonata

milizia mobile e territoriale viene riservata ai maggiori di 26 anni. Inoltre, con la creazione delle scuole di

reggimento anche l’esercito dà il proprio contributo all’alfabetizzazione.

A unità conseguita solo gli uomini maggiori di 25 anni sono considerati elettori, in quanto capaci, cioè

detentori di titoli universitari o rappresentanti delle libere professioni superiori o censuarie, vale a dire paganti

più di 40 lire di imposta l’anno.

Nel 1882, su iniziativa di Depretis, viene votata una legge che abbassa a 21 anni l’età necessaria al voto e

riduce della metà l’ammontare del censo; in più, oltre agli elettori già attestati per capacità, possono diventare

elettori tutti gli uomini che dimostrino di saper leggere grazie a un esame o a una certificazione da parte della

scuola elementare o della scuola di reggimento.

Nel 1912 vengono emanate le leggi che istituiscono il suffragio universale maschile.

In Italia la conquista del suffragio universale è stata più lenta rispetto agli altri stati europei, e ha suscitato gli

stessi dibattiti fra i liberali di sinistra e di destra, fra i sostenitori di un allargamento del paese legale e i

conservatori e rivoluzionari, dapprima ostili. Tuttavia, si può sostenere che dal 1882 vengono via via imposti

quei rituali e meccanismi elettorali tipici dell’insieme di diritti e doveri pubblici che garantiscono la libertà

d’opinione dei cittadini.

La Destra storica, al governo tra il 1861 e il 1876, è chiamata così in riferimento al ruolo svolto dai suoi

rappresentanti durante il Risorgimento.

La Destra storica però è preda di incessanti dissidi che si rivelano a partire dalla metà degli anni 60.

I nove governi che si sono succeduti devono sia vegliare sull’effettivo compimento dell’unità territoriale sia

affrontare i problemi legati all’insediamento del nuovo stato, come la questione romana e il brigantaggio. In

particolare, tra il 63 e il 66 questi problemi assumono una dimensione drammatica: la lotta contro il

brigantaggio si intensifica e vengono messe a nudo anche le difficoltà di una regolazione della questione

romana a livello internazionale.

Dieci anni dopo la Destra storica cade, vittima sia delle divisioni interne sia dell’opposizione sociale e politica

che la sua condotta ultraconservatrice di rigore economico ha provocato.

Il decennio tra il 1876 e il 1887 sono gli anni della Sinistra storica, ed è abitualmente designato come ‘l’età di

Depretis’. Agostino Depretis appartiene alla generazione di quei protagonisti dell’unità che ben rappresentano

il carattere estremamente mobile, a quell’epoca, delle frontiere tra destra e sinistra. Militante mazziniano di

vecchia data, è già presente nel 1848 al parlamento torinese tra le fila della sinistra. In seguito partecipa ai due

governi della destra storica. Tuttavia, è da rappresentante della sinistra che arriva, grazie al famoso discorso di

Stradella, a occupare nell’ottobre 1875 il posto principale della scena politica.

Ma nonostante tutti gli sforzi di Depretis per unificarla, la sinistra è ben lungi da sembrare un omogeneo

insieme politico.

Si può dividere il decennio di Depretis in due fasi: tra il 76 e l’82, Depretis governa con la sinistra; dall’82

all’87, gestisce con circospezione il sostegno del centrodestra. Dall’82 comincia il periodo ‘trasformista’ di

Depretis. La formula del trasformismo è usata da presidente del consiglio per rivolgersi alla destra. Depretis

invita i liberali e i conservatori di destra a trasformarsi per allearsi alla sinistra moderata e sostenere così la sua

politica grazie a una nuova maggioranza parlamentare.

Le dinamiche dell’integrazione politica e civile si scontrano con resistenze di ordine sociale. Nonostante i

progressi nel campo dell’istruzione, l’analfabetismo resta una realtà che limita le campagne di mobilitazione

politica a vantaggio di quelle classi urbane e rurali di estrazione più modesta. Ragion per cui, l’istruzione delle

masse diventa una precisa scommessa politica, soprattutto per i socialisti e i repubblicani radicali che, per

permettere infine a contadini e operai di iscriversi nelle liste e sostenere i propri candidati, creano

appositamente alla fine degli anni 80 circoli per l’istruzione popolare e società di analfabeti.

La classe politica in senso ampio all’inizio del novecento è ancora fortemente legata alla borghesia e in certe

regioni rurali alla nobiltà terriera.

Il ruolo di inquadramento svolto dalle classi dirigenti si manifesta a volte con la censura politica e il fenomeno

del clientelismo.

A partire dal 1861, sia i governi di destra sia quelli di sinistra esercitano un severo controllo sull’espressione

dell’opinione pubblica, oggetto di acrobatici progressi e regressi su materia di diritti democratici, e ciò al di

fuori di qualsiasi emergenza richiesta da quei periodi di crisi sociopolitica che pure giustificherebbero misure

eccezionali.

Sul finire degli anni 80, il giornalista Felice Cavallotti, veterano garibaldino e deputato della sinistra, inaugura

un’aspra campagna di denuncia della corruzione in ogni sua forma: corruzione nell’amministrazione, nella

stampa, nei candidati eletti, negli elettori, nei partiti e nei governanti. Nasce così, nel 1888, quella che

Cavallotti chiama la questione morale italiana, in cui sono riassunti tutti gli ostacoli che ancora separano il

puro esercizio del potere da quello della democrazia.

Nel 1871 una legge stabilisce la fine del potere temporale del papa. La questione romana concerne dapprima il

problema dei rapporti tra stato della chiesa e regno di sardegna (poi d’Italia) fra il 1848 e il 1871 in merito allo

status di Roma, rivendicata capitale sotto tre aspetti:

- capitale dello stato pontificio;

- capitale del futuro regno unificato;

- capitale universale del cattolicesimo.

La complessità di questo ruolo mostra come la questione romana rappresenti contemporaneamente un

problema di politica interna, una questione morale di carattere quasi filosofico nonché un elemento di

confusione nei rapporti internazionali.

E’ Camillo Benso conte di Cavour a lanciare la formula ‘libera chiesa in libero stato’, esponendo la necessità

di una separazione tra stato e chiesa, Cavour dichiara che lo stato deve garantire la coesistenza delle libertà

individuali e di quelle pubbliche. E’ necessario quindi che lo stesso governo sia in grado di far rispettare la

pluralità confessionale e che la chiesa resti dunque sovrana solo nell’ambito ecclesiastico. Questa ripartizione

delle competenze sfocia nella distinzione tra il potere spirituale del papa e il suo potere temporale. Nel 1860,

Cavour invia al papa due emissari per ottenere la sua rinuncia al potere temporale in cambio della protezione

del nuovo stato; la proposta viene respinta. Nel 1871, in seguito alla conquista di Roma e della sua

proclamazione a capitale, il governo pubblica la legge detta delle Guarentigie che prevede la riduzione del

potere del papa al puro ambito spirituale e soltanto all’interno di quelle enclave territoriali costituite dal

Vaticano, dai palazzi apostolici e dalla residenza estiva di Castelgandolfo.

Il papa, che si considera prigioniero nel suo stato, condanna la nuova nazione e i suoi sovrani i quali vengono

subito scomunicati. Le gerarchie cattoliche proibiscono di partecipare alla vita civile e politica del nuovo stato,

col Non expedit, affermando che non conviene che i cattolici partecipino alla vita politica del loro paese.

Il Non expedit viene poi soppresso nel 1913 grazie al Patto Gentiloni, che prevede la necessaria

partecipazione degli elettori cattolici contro i socialisti in seguito all’introduzione del suffragio universale

maschile.

Studi dettagliati hanno mostrato tuttavia che i cattolici hanno in realtà sempre partecipato alle grandi

consultazioni elettorali politiche e che gli ambienti cattolici di condizione più agiata hanno aggirato

tranquillamente il divieto in diverse regioni.

Tuttavia, la questione romana ha fortemente influenzato il dibattito in seno alla società italiana.

Inoltre, fino all’inizio del Novecento la questione romana sussiste come simbolo dell’incompiutezza

dell’integrazione culturale. nell’ottobre 1890, l’ottavo congresso cattolico continua a inserire all’ordine del

giorno la questione dei mezzi da impiegare per ricostituire lo stato pontificio e Roma simboleggia ancora la

lotta fra liberi pensatori, laici e cattolici papalini. Bisogna attendere il febbraio 1929 perché i Patti Lateranensi,

regolino la questione romana in modo da permettere al governo fascista di proseguire nella sua politica di

irreggimentazione della vita civile.

La questione meridionale indica un insieme di problemi e di interpretazioni concernenti le difficoltà di

adattamento del Mezzogiorno all’evoluzione economia dell’Italia dopo l’unità. Le sue radici rimandano al

nodo dell’integrazione economica e della modernizzazione introdotto dal nuovo stato.

Il sud preunitario era prevalentemente agricolo. Le regioni agricole, segnate dalla presenza dei latifundia, sono

caratterizzate da strutture produttive sovente ancora arcaiche nonché dalla presenza massiccia di una

popolazione rurale povera e priva di terra. Lo sviluppo economico dell’Italia postunitaria è considerato opera

della borghesia centrosettentrionale.

Nello stesso tempo, la politica economica nei primi decenni dell’unità viene vista come una gigantesca

operazione di trasferimento dei capitali meridionali a vantaggio dell’espansione del nord.

Alla base della questione meridionale c’è dunque un’opposizione territoriale scandita dai due diversi ritmi di

sviluppo economico e soprattutto la rilevazione di uno squilibrato rapporto di forze tra nord e sud a tutto

vantaggio del primo.

All’inizio del Novecento Antonio Gramsci pone la questione meridionale al centro di qualsiasi riflessione sul

ruolo storico delle masse contadine e operaie. Per Gramsci a partire dall’unità il sud viene sistematicamente

sfruttato dal nord grazie alla complicità di uno stato asservito agli interessi dei coltivatori e dei capitalisti

settentrionali.

Tra 1860 e 1870 il Mezzogiorno è interessato dal fenomeno del brigantaggio, considerato come una delle

prime guerre civili dell’Italia contemporanea.

Generalmente sono distinte due fasi: una prima serie di offensive, considerate come veri e propri episodi di

resistenza armata da parte dei meridionali nei confronti dello stato italiano, e una fase di maggior estensione

del fenomeno, meno militare della prima e legata piuttosto a un diffuso malessere sociale.

Il brigantaggio è espressione di un complesso movimento insurrezionale a impronta inizialmente antiunitaria:

rifiuto dello stato piemontese in seguito alle delusioni causate dalla spedizione garibaldina del 1860, rifiuto

delle coscrizioni e opposizione armata, a piccole bande, nei confronti di tutti i rappresentanti dello stato

italiano.

Il brigantaggio ha un significato sociale che riflette i problemi del meridione: i briganti hanno infatti buon

gioco nel reclutare rapidamente le proprie forze tra le fila dei contadini poveri, che si sentono gabbati dal

nuovo stato e che associano nel loro odio tanto la borghesia dei galantuomini quanto i piemontesi.

Contro il brigantaggio viene intrapresa un’aspra lotta da parte dell’esercito regolare., coadiuvati dai volontari

della guardia nazionale e dai rinforzi mercenari.

La crudeltà della repressione, la mancanza di discernimento in merito (non sempre i militari fanno distinzione

tra briganti e contadini) e il numero impressionante di vittime finiscono col nutrire una leggenda romantica

sul brigantaggio meridionale.

Quest’ottica contribuisce alla rappresentazione stereotipata di un meridione diviso dal resto del paese e mai

veramente integrato nel sistema territoriale italiano. Studi sull’origine della mafia pongono l’accento sulla

tipica abitudine dello stato italiano di utilizzare nel mezzogiorno giurisdizioni cosiddette speciali e mostrano

che dopo il periodo del brigantaggio la mafia si sviluppa essenzialmente in regini già toccate da una tipica crisi

della legalità costituzionale dell’Italia liberale.

Nell’accezione ampia del Risorgimento come movimento culturale e spirituale, la lingua italiana occupa un

posto di primo piano.

Il dibattito interessa dapprima gli ambienti colti. Negli anni 30, Alessandro Manzoni si fa portavoce

dell’esigenza di unificare la lingua italiana. Certo, esiste tutta una tradizione linguistica che si fa generalmente

risalire a Dante e San Francesco, tuttavia, per Manzoni, questa tradizione va emendata attraverso la

generalizzazione del toscano, considerato la lingua madre dell’italiano. E’ infatti a Firenze che nel 500 nasce la

prima accademia improntata a stabilire le norme del buon uso linguistico, vale a dire l’Accademia della Crusca.

All’epoca dell’unificazione, quindi, i manzoniani si schierano a favore del toscano come lingua d’uso e di

cultura.

Gli anni che seguono, però, vedono continui scontri tra manzoniani e antimanzoniani.

Si può dire che alla fine dell’Ottocento esista una lingua italiana nazionale stabilita ai fini della comunicazione

civile e ufficiale (la lingua dei giornali e dei proclami) che non ricalca necessariamente quella cara ai puristi ed

eruditi, né quella delle opere letterarie. Fino al Novecento le espressioni idiomatiche, il lessico, l’ortografia e

perfino la sintassi possono variare sensibilmente da una regione all’altra o da un autore all’altro, senza per

questo essere considerati erronei.

Lo stato promuove un’opera di progressiva omogeneizzazione culturale per mezzo della lingua, ma

l’affermazione di un modello culturale nazionale nell’Italia postunitaria si svolge in un ambito che tiene conto

di un certo numero di costanti:

- il ruolo storico delle metropoli accanto a quello dei piccoli centri regionali;

- la mancanza di una capitale che deterrebbe tutte le norme, e il resto del paese che le subirebbe; Roma,

che già non rappresenta certo il cuore economico del nuovo stato, non può pretendere neppure di

esserne la capitale culturale e intellettuale;

- la presenza, all’interno delle stesse regioni, di condizioni particolari legate a rivalità locali

(campanilismo).

La politica di nazionalizzazione degli italiani ha dovuto anche tenere conto di precisi limiti socioeconomici,

che hanno condizionato la vita di quei contadini e cittadini progressivamente diventati sudditi italiani.

6.Vita degli italiani dall’unità all’inizio del Novecento.

L’unificazione economica della penisola è considerata fin dal 1861 da Cavour come un’assoluta priorità di

ordine politico e territoriale.

L’arsenale delle misure di unificazione finanziaria e commerciale viene reso operativo tra gli anni 60 e 70.

Priorità indiscutibile: la costituzione di un mercato interno nazionale. Già avviata con accordi incrociati tra gli

stati preunitari, la soppressione delle barriere doganali interne generalizza lungo tutta la penisola la

circolazione dei prodotti. Questa misura è stata fin d’allora diversamente interpretata. Facendo del

mezzogiorno il naturale sbocco del movimento commerciale dei prodotti del nord, è forse la causa di quegli

enormi squilibri economici e geografici dell’Italia contemporanea? Oppure ha rappresentato il fattore decisivo

per la nascita di quei poli di modernizzazione e dinamismo presenti anche in aree abitualmente considerate

arretrate?

Probabilmente le due letture sono entrambe giuste. A livello micro regionale si delineano ovunque regioni

agricole e in via di industrializzazione. Esse approfittano del mercato nazionale quando, generalmente, il

mezzogiorno è ancora troppo aperto alla concorrenza dei prodotti del nord e del resto dell’Europa: causa

diretta, questa, della crisi dei grandi settori tradizionali di produzione.

In ogni caso il mercato nazionale è di difficile costituzione e presuppone immensi sforzi di integrazione

finanziaria.

Nel 1862 la lira diviene moneta ufficiale in sostituzione della lira piemontese e toscana, del fiorino lombardo,

dello scudo romano e del ducato del Regno delle Due Sicilie. Ci vorranno anni, tuttavia, perché le monete

preunitarie cessino di circolare.

L’unificazione monetaria è ulteriormente complicata dalla presenza di molteplici luoghi di emissione di valuta

fiduciaria: un numero discreto di banche hanno infatti il diritto di emettere banconote. Per cercare di risolvere

il problema viene promulgata nel 1868 la legge del ‘corso forzoso’ che sospende fino al 1883 la conversione in

oro e argento della valuta fiduciaria.

Le guerre condotte dal Piemonte tra il 1859 e il 1860 e dal Regno d’Italia nel 1866 hanno pesantemente

gravato sulle finanze dello stato; così, si assiste nel 1867 a uno spettacolare deficit del bilancio nazionale. Il

‘credo’ di Cavour è che la ricostruzione finanziaria dell’Italia deve passare attraverso il riequilibrio di questo

bilancio, ossia il pareggio, che diventa l’obiettivo principale del governo della destra liberale.

Lo sviluppo delle vie di comunicazione e la creazione di nuove infrastrutture si trovavano già al centro del

programma del Risorgimento economico della prima metà del secolo. L’Italia entra in una fase di crescita sia

grazie alla presenza economica dello stato sia grazie all’effetto del mercato nazionale e internazionale.

Per raggiungere questi obiettivi i vari governi svolgono un intensa attività legislativa.

L rete ferroviaria italiana è di fatto raddoppiata dopo l’unità.

La rete intermedia delle strade provinciali a partire dal 1875 si arricchisce notevolmente, e alla fine del secolo

lo sforzo di costruzione è sistematicamente trasferito sulla rete comunale e intercomunale.

I grandi porti, il cui traffico aumenta sensibilmente, conoscono a livello delle infrastrutture e delle vie

d’accesso una crescita spettacolare. All’inizio degli anni 80 la capitale italiana viene dotata di una rete

telefonica.

Tuttavia, nonostante gli sforzi, la politica di dotazione e infrastrutture voluta dallo stato rimane insufficiente

in confronto agli altri paesi sviluppati dell’Europa occidentale.

Possiamo rilevare due principali problemi di natura differente: da una parte le indecisioni e le discussioni in

materia di finanziamento e partecipazione, dall’altra la persistenza degli squilibri territoriali.

L’opposizione territoriale nord/sud, infatti, non viene affatto diminuita da questa politica di infrastrutture e

investimenti.

Altre questioni concernono la ripartizione degli investimenti fra lo stato, le comunità locali e le compagnie

private, che si traduce nel problema del monopolio e delle concessioni. La costruzione e la gestione della

ferrovia vengono dapprima affidate a un’infinità di società italiane private, poi ridotte a tre, infine le ferrovie

vengono nazionalizzate.

Fra gli anni 60 e il 1878 trionfa nella politica italiana economica il liberismo, negli ultimi decenni invece la

spunta il protezionismo.

La politica doganale dell’Italia, inizialmente decisa a far parte dell’area commerciale anglo-francese,

avvantaggia in un primo tempo i produttori agricoli esportatori dell’Italia centrale e settentrionale. Il periodo

liberista è contraddistinto anche da un aumento delle imposte indirette che va a danneggiare i consumatori

delle classi popolari.

Con l’arrivo al potere della sinistra parlamentare questo orientamento economico viene modificato. Un primo

passo verso il protezionismo è compiuto grazie all’approvazione di una nuova tariffa doganale riguardante la

Francia, destinata a colpire con una tassa i prodotti tessili francesi.

Comincia così, durante il governo Crispi, la guerra commerciale franco-italiana che arriva da una parte e

dall’altra a ritorsioni doganali che per l’Italia pesano soprattutto sui prodotti agricoli mediterranei.

Di questa fase protezionista gli storici hanno sottolineato l’accentuazione delle disparità geografiche e la

frammentazione delle attività nell’ambito industriale, l’artificiosa protezione concessa a industrie tradizionali e

poco competitive come quella tessile a scapito di altri settori come le costruzioni meccaniche, il peso

accresciuto dei gruppi di pressione economica rivali e l’assenza di un’autentica, stabile politica economica e

commerciale. L’unico beneficio che si riconosce a questo periodo è di avere nonostante tutto facilitato il

completamento della formazione di un mercato nazionale.

Nel 1880 l’agricoltura rappresenta in Italia il 55% del Pnl.

L’abbassamento dei prezzi dei prodotti agricoli in Italia è il primo segnale della grande depressione europea. Il

mercato italiano subisce una fortissima concorrenza. Il prezzo di vendita del grano diminuisce fin dall’inizio

degli anni 80, per sprofondare letteralmente dopo il 1885.

A causa degli effetti immediati della crisi da una parte, e delle soluzioni protezionistiche subito adottate

dall’altra, tutti i settori, anche quelli più dinamici, vengono interessati dal tracollo generale; abbassamento dei

prezzi, ristagni nelle vendite, contrazione della produzione e collasso delle esportazioni. Si accentuano i deficit

di modernizzazione dell’agricoltura italiana.

Dal 1880 alla fine del secolo, l’importanza assunta dal settore industriale continua ad aumentare a spese del

settore agricolo.

Gli ambiti di crescita degli ultimi due decenni dell’Ottocento sono la metallurgia e la siderurgia, la cui

produttività cresce sul serio solamente a partire dal 1886 grazie ai forni Martin-Siemens.

Fra i settori più tradizionali è presenti fin dalla metà dell’Ottocento c’è ovviamente l’industria tessile , che

ricava il profitto maggiore da questo periodo di crescita. Il settore cotoniero conosce una folgorante

espansione in Piemonte, Lombardia, Veneto e Campania.

Il settore agroalimentare, già sviluppato in un gran numero di regioni in forma artigianale o addirittura proto

industriale all’epoca del raggiungimento dell’unità, progredisce ulteriormente sulla via della modernizzazione e

della dimensione produttiva, soprattutto al centro e al nord.

La crescita industriale non cancella però le diseguaglianze.

L’Italia che va industrializzandosi è quella del nord e del centro-nord: il futuro e mitico triangolo industriale

Torino-Milano-Genova prende ora il su assetto definitivo.

Il mezzogiorno funziona dapprima come un mercato per la produzione manifatturiera del resto del paese. Le

aziende tessili, meccaniche e agroalimentari rimangono piccole unità di produzione, sovente a conduzione

familiare e strettamente limitate a un modesto bacino di manodopera locale.

La creazione nel 1893 grazie all’impulso di Giolitti di una banca nazionale (la Banca d’Italia) sospinge il

sistema bancario verso il modello tedesco, secondo il quale la Banca d’Italia garantendo la tesoreria dello stato

assicura le diverse operazioni di credito commerciale e industriale attraverso la mediazione di due grandi


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia del Risorgimento, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Il Lungo Risorgimento: La Nascita dell'Italia Contemporanea, Pecout. Gli argomenti sono: definizione del Risorgimento, le grandi tappe che conducono alla nascita dell'Italia contemporanea, il Risorgimento italiano come movimento culturale e ideologico.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del Risorgimento e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Betri Maria Luisa.

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