Oreste Massari - I partiti politici nelle democrazie contemporanee
Il partito politico: le interpretazioni
Le difficoltà del concetto - Nonostante i partiti siano presenti in qualsiasi tipo di regime politico contemporaneo, sembra cioè mancare un criterio comune e condiviso da usare come termine di riferimento per stabilire che cosa sia un partito e quanto importante esso sia nelle democrazie odierne. Il fatto è che la realtà dei partiti politici si configura tanto ricca e variegata da rendere estremamente difficile qualsiasi definizione sintetica che dia conto pienamente del fenomeno: qualsiasi definizione escluderebbe interi gruppi di partiti oppure importanti caratteristiche o proprietà di molti di loro. Pertanto, le uniche definizioni possibili sono quelle «minime», rivolte a individuare quelle pochissime proprietà comuni a tutti i partiti e senza le quali un partito non può dirsi tale.
I principali approcci teorici - L’assunzione comune di una teoria generale dei partiti politici nelle democrazie è stata impedita anche dalla specializzazione/parcellizzazione degli studi che hanno disarticolato il partito nelle sue parti costitutive (piecemeal approach): il partito nell’elettorato, il partito nelle istituzioni, il partito come organizzazione. A questo risultato hanno contribuito i diversi approcci di studio sui partiti:
- L’approccio organizzativo (da Michels in poi) ha privilegiato l’organizzazione, non tenendo conto delle funzioni che i partiti assolvono in una democrazia e soprattutto non considerando che l’organizzazione non è una variabile indipendente, ma il punto d’incontro in continua tensione tra dinamiche interne ed esterne, che la vincolano, la sfidano, la costringono al cambiamento o all’adattamento.
- L’approccio funzionalista (ora esauritosi) ha ipostatizzato le funzioni, rendendole universal-generiche: le funzioni (di articolazione e aggregazione degli interessi, strutturazione del voto, socializzazione, reclutamento e comunicazione) erano ritenute universali e comuni, quale che fosse il tipo di sistema politico, e ciò che variava erano le strutture.
- L’approccio della scelta razionale (Downs), fondato sull’analogia tra mercato economico e mercato politico e focalizzato quasi esclusivamente sul sistema partitico americano, ha considerato i partiti come team di politici tesi alla conquista di cariche pubbliche governative attraverso la competizione elettorale. Concentrandosi sulle strategie di scelta individuali dei candidati e dei leader, quest’approccio ha ignorato la dimensione dell’organizzazione: i partiti vengono ridotti ai loro candidati e i fini del partito a quelli di questi ultimi.
Il fatto è che le funzioni non possono essere distaccate da ciò che il partito è come struttura, perché il loro assolvimento e la loro qualità dipendono da quest’ultima. Più in generale, lo stesso partito, come insieme di organizzazione e di funzioni, non può essere considerato separatamente rispetto a ciò per cui le sue funzioni sono ritenute necessarie e utili: è sì un’unità autonoma, ma anche una parte di un sistema con cui interagisce e senza cui non potrebbe nemmeno essere concepito. Il partito ha dunque una «doppia natura», presenta due facce:
- Quella del partito in sé, che sviluppa una logica di comportamento definibile in termini di identità o di partito rivolto al suo interno (inward oriented);
- Quella di partito come parte di un sistema, che sviluppa una logica di comportamento vincolata alla competizione, al successo delle sue funzioni esterne, a cominciare da quelle elettorali (outward oriented).
Il problema delle origini e la sua importanza per il presente
Come origine e come concetto il partito politico è quasi universalmente riconosciuto essere un fenomeno tipicamente moderno; tuttavia, non si è d’accordo sulla collocazione esatta della loro origine, se nella democrazia piuttosto che nella fase predemocratica o liberale della comunità politica, e se nella società piuttosto che nello Stato/istituzioni. La questione non è meramente cronologica e storiografica, perché collocare l’origine in una fase piuttosto che in un’altra offre una spiegazione del fenomeno partitico da assumere come idea normativa del partito stesso.
Duverger, e con lui tutto un filone di studi, pur ammettendo l’origine interna o parlamentare di alcuni partiti, collocava l’essenza moderna del partito nella società (partito di origine estera o extraparlamentare). Ne conseguiva l’idea che il partito sia una variabile dipendente dai vari cleavages, siano essi culturali-religiosi o sociali. Inoltre, il partito di massa europeo-continentale fondato sui cleavages sociali e/o religiosi veniva identificato con il partito moderno tout court, cosicché il futuro dei partiti non poteva che essere quello del partito di massa (contagion from the left) e ogni deviazione veniva inquadrata nelle categorie concettuali di declino, crisi o fine dei partiti. In realtà, tale modello presenta molte e significative eccezioni per essere considerato universalmente e normativamente valido: difatti, sono esistiti partiti politici precedenti e contemporanei al partito di massa ma non riducibili ad esso e non sempre da considerare un fenomeno residuale, reminiscenza del vecchio partito di notabili, potendo ritrovare tra loro non solo piccoli partiti «borghesi» (come i repubblicani e i liberali in Italia), ma anche grandi partiti competitivi e strutturati, come quelli inglesi, che anche nell’età del suffragio universale si sono sempre qualificati come «parlamentari», e i partiti americani. Dunque, per comprendere i partiti nel loro intero arco storico e nella loro ampiezza geografica occidentale, bisogna rinunciare al, o perlomeno integrare il, paradigma europeo-continentale del partito di massa.
Dalla fazione al partito
L’origine del partito politico è da ritrovare nella costruzione stessa della politica/democrazia moderna, caratterizzata da:
- L’affermazione del pluralismo politico come accettazione della necessità o utilità delle «parti-partito»; accettazione del dissenso e dell’opposizione (la fase della liberalizzazione, secondo Dahl);
- La laicizzazione della politica, nel senso della legittimazione dell’autorità che proviene dal consenso dei consociati, dal basso, da una società composta da individui formalmente liberi;
- L’affermazione del principio e dell’istituto della rappresentanza politica come organo collettivo in cui si esprime e si esercita la sovranità;
- La legittimazione elettorale delle cariche rappresentative e di governo esercitata da elettorati via via più ampi, fino a coincidere, nella democrazia piena, con tutta la cittadinanza adulta (fase dell’inclusione, secondo Dahl);
- La strutturazione del potere politico istituzionale in legislativo ed esecutivo, quali che siano i rapporti che li regolano (di separazione o di fusione).
Queste caratteristiche delimitano e definiscono, storicamente e concettualmente, il fenomeno partitico come fenomeno esclusivamente moderno. Il fatto che nell’intera storia troviamo il termine «partito», inteso come un gruppo attorno ad un capo che lotta per il potere, non deve trarre in inganno. Il termine partito assume infatti due significati distinti:
- Se lo si usa genericamente con riferimento a un gruppo di individui che lotta per il potere, significa «fazione» o «setta», intesa come parte che minaccia al comunità politica o comunque è in lotta al di fuori di un contesto strutturato che regoli il conflitto politico;
- Se lo si usa con riferimento a contesti strutturati propri della società moderna, quali parlamenti, governi, elettorati, ecc., significa una «parte funzionale alla comunità», accettata da questa come sua componente interna.
Il concetto moderno di partito ha inizio quando esso si separa da quello di fazione, non solo concettualmente, ma anche e soprattutto dal punto di vista pratico, istituzionale: ciò è avvenuto per la prima volta all’interno del parlamento inglese nel XVIII secolo, con la divisione al suo interno tra un «partito» (di parlamentari) di sostegno all’esecutivo e un «partito» di opposizione, fra Tory e Whig; il fatto capitale fu proprio il riconoscimento del diritto all’esistenza di un’opposizione parlamentare, resa possibile dalla precoce affermazione del pluralismo/liberalismo.
La distinzione tra parte/fazione e parte/partito moderno è espressa molto efficacemente dalla definizione di Burke: «un partito è un insieme di uomini uniti per promuovere grazie ai loro sforzi comuni l’interesse nazionale sulla base di un qualche principio particolare sul quale essi sono d’accordo». Ciò che distingue il partito premoderno dal partito a cui pensa Burke è il fatto che il secondo è portatore di un «interesse nazionale», cioè di una dimensione assente dal primo, e che questo «insieme di uomini» si riunisce in parlamento, cioè in un’istituzione rappresentativa che ha acquistato la propria legittimità autonoma e che regola pacificamente il conflitto politico, accettando nella sua vita interna il diritto al dissenso e ad un’opposizione programmatica e permanente.
Il partito e la rappresentanza politica
Il partito nasce e si sviluppa dall’incontro tra le istituzioni del liberalismo (rappresentanza politica, ossia democrazia indiretta) e le istituzioni e i principi della democrazia (sovranità popolare e quindi suffragio elettorale universale, partecipazione diretta, eguaglianza politica e sociale, ecc.). Tuttavia, mentre il legame con la democrazia è abbastanza riconosciuto ed ovvio, il rapporto col liberalismo è spesso saltato in direzione di un collegamento genetico esclusivo partito-società, come nella concezione totalizzante del partito di massa come «la società che si fa Stato».
Dimenticare la rappresentanza politica significa trascurare la genesi istituzionale del partito moderno e anche una dimensione importantissima della sua struttura organizzativa, quella del party-in-office, del partito parlamentare o degli eletti. L’istituzionalizzazione della rappresentanza politica segna l’affermazione dei partiti politici come organizzazioni delle assemblee legislative: nell’Inghilterra del XVIII secolo, è la rappresentanza politica, sia pure nella sua forma ancora aristocratico-oligarchica, a generare il concetto moderno di partito; un analogo sviluppo si può osservare anche negli USA, dove il partito politico si forma dapprima all’interno del Congresso come partito o caucus del legislativo (fu Jefferson a fondare nel 1792 un caucus congressionale di quello che sarebbe poi diventato il Partito democratico, per lottare per un Bill of Rights e contro l’allora élitista Partito federalista). Se il partito degli iscritti, dei militanti, degli attivisti può benissimo declinare, tanto da far parlare di parties without partisans (Dalton e Wattenberg), non è così il partito degli eletti, o party-in-government, che oggi appare estremamente forte e strutturato.
L’avvento della democrazia
Il partito moderno, originatosi all’interno del parlamento e della Weltanschauung del liberalismo, si dispiega pienamente poi con e nella democrazia sotto forma del partito di massa o di partito che necessita di un’organizzazione extraparlamentare permanente e capillare sul territorio per assolvere i nuovi complessi compiti della società di massa. Ostrogorski (1991) coglie la genesi funzionale del partito politico nello spazio vuoto che si crea tra una società individualistica e la democrazia rappresentativa: con l’avvento della democrazia i legami sociali tradizionali che univano l’individuo alla collettività si sono spezzati; sciolti dalle loro appartenenze primarie di gruppo, gli individui sono spinti ad aggregarsi «nella forma di partiti rigidi e permanenti» sulla base di una visione comune o di una classe o di un interesse, perché le istituzioni rappresentative richiedono che da una molteplicità di volontà (o di interessi) presente nella società individualistica atomizzata, si producano scelte collettive semplificate e strutturate in un numero limitato di alternative o di preferenze politiche.
Il punto da fissare è che, in primo luogo, i partiti nascono dall’individualismo moderno. Da questo punto di vista si comprende bene la definizione di Weber, secondo cui «per partiti si debbono intendere le associazioni fondate su un’adesione (formalmente) libera»: quest’ultima caratteristica connota i partiti come associazioni volontarie, rendendoli completamente diversi da altri tipi di associazioni del passato (ceti sociali, ordini, corporazioni, classi) o del presente (gruppi di interesse, burocrazie, ecc.). In più, i partiti non sono legati ad obiettivi prestabiliti o predeterminati, come nel caso dei ceti, delle corporazioni o dei gruppi di interesse, ma possono avere, come recita la definizione di Weber, fini «oggettivi» e/o fini «personali».
Tuttavia, la generalità dell’appartenenza e la generalità degli obiettivi possono realizzarsi solo in quei paesi in cui la liberaldemocrazia - cioè istituzioni e diritti politici e sociali - si dispiega pienamente: è il caso degli USA e in parte dell’Inghilterra. Nella gran parte dell’Europa continentale, invece, il mancato o ritardato sviluppo istituzionale spinge l’associazionismo partitico a basarsi fortemente sui cleavages istituzionali e sociali preesistenti, a organizzare «gli esclusi» sulla base delle appartenenze di classe o religiose: in assenza di una capacità integratrice di istituzioni consolidate, l’ampliamento della partecipazione politica fa venire allo scoperto e politicizza quelle fratture di varia natura prima occultate dalla concezione liberale della rappresentanza; in questi casi i partiti non si formano dall’alto, all’interno stesso delle istituzioni, ma all’esterno, dalla società.
Quale che sia la sequenza storica seguita da ciascun paese nel dare origine ai partiti e ai sistemi di partito, e il punto di avvio di tale formazione - le istituzioni o i cleavages sociali -, il partito della fase democratizzazione diviene una struttura di intermediazione tra società ed istituzioni (linkage-party): una società spinta alla partecipazione politica dall’estensione dei diritti politici non può funzionare senza un principio ordinatore al suo interno che semplifichi le scelte collettive in alternative numericamente e qualitativamente possibili: questo ordinatore è rappresentato dai partiti politici, che espletano funzioni sistemiche, necessarie cioè alla sopravvivenza e al regolare funzionamento del sistema democratico, cioè le funzioni minime di strutturare il voto sulla base di programmi e/o simboli di partito, di selezionare i candidati alle cariche pubbliche, di perseguire politiche al governo, di essere strumento di coordinamento delle varie istituzioni politiche, ecc.
Come afferma Avril, «i partiti portano un contributo al funzionamento del regime perché vi sono costretti da meccanismi che sfuggono loro»: infatti, i partiti non si prefiggono finalisticamente di assolvere funzioni sistemiche per la democrazia, tanto è vero che sono esistiti partiti disfunzionali della democrazia o che hanno assolto male le funzioni richieste oggettivamente dal sistema; quali che siano i fini soggettivi o oggettivi dei leader e dei membri, i partiti sono stati sospinti ad adeguarsi ai vincoli sistemici esterni (della democrazia) dalla pratica e dalla logica stessa delle istituzioni rappresentative liberaldemocratiche, pena l’essere penalizzati, marginalizzati e perfino espulsi dalla cerchia dei partiti «che contano».
La formazione dei partiti non discende automaticamente dal bisogno strutturale che la democrazia ha di questi. Perché i partiti si formino è richiesta l’esistenza di condizioni oggettive (vedi sopra), ma è decisivo l’intervento di un elemento soggettivo, l’«imprenditoria politica»: nei primi partiti «interni», parlamentari, questa derivava dall’iniziativa delle élites sociali (in Inghilterra) o politiche (negli USA); nei partiti «esterni», societari, proveniva spesso da organizzazioni preesistenti al o diverse dal partito (sindacati, leghe, movimenti, ecc.). I partiti non sono un dato, ma una costruzione artificiale e volontaria.
Che cosa è il partito: alcune definizioni
Tutte le varie definizioni minime hanno in comune il collegamento con le elezioni, cioè quella «procedura istituzionalizzata» della democrazia (ma non solo) finalizzata sia a eleggere rappresentanti a organismi collegiali, o titolari a cariche monocratiche, sia a legittimare il processo democratico: infatti, la partecipazione alle elezioni è un carattere distintivo dei partiti, che li distingue da altre forme organizzative.
Per Sartori (1976): «un partito è ogni gruppo politico identificato da un’etichetta ufficiale che si presenta alle elezioni ed è capace di collocare attraverso le elezioni (libere o non libere) candidati per le cariche pubbliche». Per Sartori, affinché si abbia un partito, non basta la partecipazione alle elezioni: occorre che questo sia «capace di collocare candidati per le cariche pubbliche», cioè di ottenere seggi: i gruppi politici che aspirano a partecipare alle elezioni e sono presenti sulle liste elettorali sono assai più numerosi dei partiti reali, che riescono con successo a superare il test elettorale - essenziale, per raggiunge tale scopo, la presenza di un’organizzazione permanente, stabile, dotata di un minimo di efficacia. Partito è poi quel gruppo che...
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