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Gianfranco Pasquino - Nuovo corso di scienza politica

Capitolo 1 - Natura ed evoluzione della scienza politica

Politica: l’attività che gli uomini svolgono per tenere insieme un gruppo, proteggerlo, organizzarlo e allargarlo, per scegliere chi prende le decisioni e come, per distribuire risorse, prestigio, fama, valori.

Scienza politica: è lo studio di queste attività con metodo scientifico, vale a dire in modo da formulare generalizzazioni e teorie e da consentirne la verifica e la falsificazione.

L'evoluzione della disciplina nel corso del tempo può essere tracciata e analizzata in riferimento alle modificazioni, mai definitive, dell'oggetto e del metodo d'analisi, influenzate dal contesto storico in cui lo studioso opera.

L'evoluzione dell'oggetto della scienza politica

Fin dall'inizio l'oggetto qualificante della riflessione politica fu individuato nel potere:

  • Modalità di acquisizione e di utilizzazione, concentrazione e distribuzione, origine e legittimità del suo esercizio, definizione in quanto «politico».

Weber: il potere legittimo (Herrschaft) è «la possibilità di trovare obbedienza, presso certe persone, ad un comando che abbia un determinato contenuto»; individua tre tipi puri di potere legittimo:

  • Tradizionale (fondato sulla tradizione)
  • Legale (fondato sulle leggi)
  • Carismatico (fondato sulla leadership)

In concomitanza con l'organizzazione del potere politico in forma accentrata diventa centrale il concetto di Stato. A seconda delle fasi di costruzione dello Stato, gli studiosi si sono posti diversi obiettivi: creare l'ordine politico attraverso il controllo del potere all'interno di confini ben definiti (da Machiavelli a Hobbes), creare uno Stato pluralista (Locke), democratico (Tocqueville), forte (Hegel e gli storicisti tedeschi), capace di assicurare un compromesso tra le classi sociali (Kelsen), in grado di decidere in situazioni di emergenza (Schmidt).

Consolidate le formazioni statuali, l'attenzione degli studiosi continentali si è rivolta alle modalità di formazione, ricambio e sostituzione delle classi dirigenti. Importante l'apporto della scuola elitista di cui sono esponenti Mosca (per il quale la minoranza organizzata sarà sempre capace di sopraffare la maggioranza della società), Pareto (che parla di élite politica, formata da coloro che hanno capacità vere o presunte in questo settore) e Michels (che ha formulato la «legge ferrea dell’oligarchia»).

Con David Easton (1965), che definisce la politica come «un’attività di assegnazione imperativa di valori per una società», l'oggetto della scienza politica diventa il sistema politico, ossia «un sistema di interazioni, astratte dalla totalità dei comportamenti sociali, attraverso le quali i valori vengono assegnati in modo imperativo per una società». Nel sistema politico avviene un processo di conversione degli inputs, cioè domande e sostegni provenienti dalla società, in outputs, cioè risposte e decisioni, che a loro volta possono avere effetti sulle nuove domande.

Ogni sistema politico ha tre componenti:

  • La comunità politica composta da tutti coloro che sono esposti alle procedure, alle norme, alle regole e alle istituzioni del sistema politico (cambia raramente, nei casi di secessioni ed annessioni).
  • Il regime, l’insieme delle procedure, delle norme, delle regole e delle istituzioni del sistema.
  • L’autorità, i detentori del potere politico, coloro che sono autorizzati dalle procedure, dalle norme, dalle regole e dalle istituzioni del regime a produrre «assegnazioni imperative di valori».

Non esiste una necessaria coincidenza fra lo Stato (forma storica transeunte di organizzazione politica) e il sistema politico: vi è politica ovunque si assegnino valori, anche nelle società senza Stato, nelle forme organizzative diverse da esso, nei «sottosistemi» politici (es. partiti e sindacati), a livelli superiori a quello dello Stato.

Con Easton la scienza politica diventa «lo studio delle modalità, complesse e mutevoli, con le quali i diversi sistemi politici procedono all’assegnazione imperativa dei valori». Nel tentativo di rendere l’analisi della politica il più «scientifica» possibile, Easton ha introdotto nella disciplina il comportamentismo nato e sviluppatosi in psicologia, in politica si caratterizza per:

  • L’accento posto sulla necessità di osservare e analizzare i comportamenti concreti degli attori politici (individui, gruppi, movimenti, organizzazioni).
  • Il ricorso e l’elaborazione di tecniche specifiche di analisi (interviste, sondaggi d’opinione, analisi del contenuto, simulazioni, quantificazioni).

Secondo la visione comportamentista (diffusa ampiamente negli USA), la scienza politica deve cercare di conseguire i seguenti obiettivi:

  • Rilevare nei comportamenti politici quelle regolarità che si prestino ad essere espresse in generalizzazioni o teorie esplicative e predittive.
  • Sottoporre queste teorie a verifica.
  • Elaborare rigorose tecniche di osservazione, raccolta, registrazione e interpretazione dei dati.
  • Procedere alla quantificazione, cioè alla «misurazione» dei fenomeni politici per ottenere una maggiore precisione analitica.
  • Tenere distinti i valori dai fatti.
  • Proporsi la sistematizzazione delle conoscenze acquisite e ad una maggiore interconnessione fra teoria e ricerca.
  • Mirare alla scienza pura.
  • Operare in direzione di un'integrazione tra le scienze sociali.

In seguito, Almond e Powell (1978) rimproverarono alla scienza politica statunitense degli anni cinquanta del XX secolo tre difetti fondamentali:

  • Provincialismo: si era essenzialmente concentrata su pochi sistemi dell’area europea e occidentale, sulle grandi democrazie (GB, USA, Germania, Francia) e sull’URSS.
  • Descrittivismo: si limitava a descrivere le caratteristiche dei sistemi politici analizzati, senza alcuna preoccupazione teorica, senza alcuna ambizione di elaborare ipotesi e generalizzazioni e di sottoporle al vaglio concreto, senza alcun tentativo di comparazione esplicita, consapevole, rigorosa.
  • Formalismo: l’attenzione eccessiva alle variabili formali, alle istituzioni, alle norme e alle procedure, e una parallela disattenzione per il funzionamento reale dei sistemi politici, per le interazioni tra strutture, per i processi e per i mutamenti.

In risposta all’espansione del campo della politica, determinata sia dall’irruzione sulla scena politica dei nuovi Stati sorti dal processo di decolonizzazione, sia dall’estensione dell’ambito di intervento dello Stato nell’economia e nella società, Almond e Powell suggerivano le due direttrici fondamentali dello sviluppo politico (come oggetto) e della politica comparata (come campo analitico), che negli anni sessanta del XX secolo portarono alla grande svolta della scienza politica.

Successivamente, Almond e Powell individuano alcuni passi avanti, riconoscendo che la scienza politica era diventata:

  • Molto meno euro-americanocentrica e più capace di rendere conto di esperienze politiche non occidentali.
  • Più realistica e attenta alla sostanza della politica.
  • Più rigorosa, precisa e capace di teorizzare.

Tuttavia, la scienza politica non ha fatto passi avanti sul piano della speculazione teorica. Se vuole affrontare adeguatamente attrezzata la speculazione teorica, essa deve confrontarsi con (e ridefinirsi rispetto a) la filosofia politica.

Per Bobbio (1971) la tradizione di pensiero della filosofia politica contiene quattro componenti significative:

  • Ricerca della miglior forma di governo.
  • Ricerca del fondamento dello Stato e conseguente giustificazione dell’obbligo politico.
  • Ricerca della natura della politica.
  • Analisi del linguaggio politico e metodologia della scienza politica. Solamente quest’ultima componente soddisfa le tre condizioni che Bobbio ritiene fondamentali per fondare una scienza politica empirica:

- L’avalutatività dello scienziato e delle sue ricerche;
- Il principio della verifica empirica come criterio di validità;
- La spiegazione come scopo principale della ricerca scientifica.

La scienza politica è operativa: chi si impadronisce delle sue competenze e del suo sapere è in grado di applicarle efficacemente ovvero, quantomeno, di segnalare a ragion veduta le conseguenze di determinati interventi (in particolare quelli che mirano a riformare istituzioni e meccanismi) sulla base di teorie probabilistiche.

Capitolo 2 - I metodi di analisi

Secondo Marradi, il metodo «consiste essenzialmente nell’arte di scegliere le tecniche più adatte ad affrontare un problema cognitivo, eventualmente combinandole, apportando modifiche e al limite proponendo qualche soluzione nuova».

La molteplicità e la complessità dei fenomeni politici, per essere indagate correttamente, richiedono una pluralità di metodi, che devono essere utilizzati in base a:

  • All’oggetto di studio
  • Alla natura delle variabili
  • Al numero dei casi analizzati
  • Alle finalità che si pone il ricercatore

Secondo Lijphart (1971) per fare ricerca e teorizzazione in scienza politica esistono tre tipi di metodi, l’utilizzo o meno dei quali va valutato in relazione al numero dei casi e delle variabili:

  1. Il metodo sperimentale si presta a poche possibilità applicative: è adatto unicamente allo studio di micro-fenomeni o in presenza di piccoli gruppi.

Es. studio di Verba (1961) sugli effetti di un certo tipo di leadership su un piccolo gruppo. Prende in considerazione due variabili:

  • Variabile indipendente: la caratteristica cruciale della leadership politica (democratica o autoritaria).
  • Variabile dipendente: il conseguimento dell’obiettivo del gruppo o il grado di soddisfazione dei suoi componenti.

È possibile condurre un esperimento: un piccolo gruppo viene sottoposto all’azione di un leader democratico, mentre un altro gruppo di controllo viene diretto da un leader autoritario. Le persone componenti i due diversi gruppi esibiscono un livello di soddisfazione variabile che dipende dalla loro personalità e dalle loro aspettative: se sono potenzialmente «partecipanti» non gradiscono una leadership autoritaria; se hanno inclinazioni «decisioniste» sono, al contrario, inclini a valutare positivamente una leadership autoritaria. Verba conclude che non esiste una struttura di leadership politica ottima in assoluto.

  1. Il metodo comparato quando i casi sono pochi, ad es. si studiano regimi/sistemi politici, e le variabili sono molte ma riducibili studiando i casi più simili, ricorrendo cioè alla formula del ceteris paribus. Per Sartori (1991) la comparazione «serve a controllare - verificare o falsificare - se una generalizzazione (regolarità) tiene a fronte dei casi ai quali si applica». È quindi un metodo di controllo delle ipotesi, cioè delle relazioni empiriche generali tra due o più variabili, che possono essere di tre tipi: indipendente (la causa che influenza il fenomeno indagato); dipendente (il fenomeno che si intende studiare e spiegare); interveniente (potrebbe interferire nel rapporto tra le prime due).

La comparazione può essere:

  • Sincronica: avviene considerando un unico punto o periodo di tempo nel quale si situa il fenomeno indagato.

Es. lo studio di Almond e Verba “The Civic Culture” (1963) sulla cultura politica dei cittadini di cinque paesi (USA, GB, RFT, Italia e Messico), intendendo con questa espressione il tipo di atteggiamenti e orientamenti dei cittadini nei confronti del sistema politico o, meglio, il sistema politico come è stato interiorizzato nelle cognizioni, nei sentimenti e nelle valutazioni della popolazione. Distinguiamo:

  • Variabili dipendenti: i diversi tipi di democrazie, distinti in base al criterio della loro stabilità/instabilità.
  • Variabili dipendenti: i tre insiemi di orientamenti (cognitivi, affettivi e valutativi).
  • Variabili intervenienti: la diversità delle combinazioni dei diversi orientamenti determina tre configurazioni di cultura politica:
  1. I provinciali: sanno molto poco o quasi nulla del loro sistema politico → democrazia statica (Messico).
  2. I sudditi: riconoscono il peso del sistema politico sulle loro vite ma non sono partecipativi → democrazia sfidata (Italia e RFT).
  3. I partecipanti: sanno abbastanza di ciò riguarda il sistema politico e del ruolo che vi possono svolgere → democrazia stabile (USA e GB, paesi con forte tradizione partecipativa).
  • Diacronica: avviene in un arco più lungo di tempo e studiando un determinato fenomeno politico in più e diversi periodi o punti del tempo.

Esistono due strategie di comparazione (Przeworski e Teune, 1970):

  1. Most similar system mette a confronto i casi più simili, permettendo di parametrizzare o di tenere sotto controllo altre variabili.
  2. Most different system mette a confronto casi o sistemi molto differenti tra loro, che mantengono solo qualche elemento in comune (in funzione di variabile indipendente).
  1. Il metodo statistico se si ha a che fare con molti casi e molte variabili. Per Pasquino non ha una sua autonomia precisa: è piuttosto una tecnica, una procedura specifica di analisi e elaborazione dei dati, a disposizione di diversi metodi di analisi.

Pasquino ne aggiunge un quarto:

  1. Il metodo dell’osservazione partecipante è possibile applicarlo quando, grazie a un insieme di circostanze favorevoli, spesso da lui stesso create, lo studioso si trova nella condizione di osservare direttamente e personalmente, dall’interno, i fenomeni che vuole studiare. È applicabile allo studio dei sottosistemi e ad un solo caso per volta (rientra nella categoria dello «studio di caso»). Il vantaggio è che, attraverso la sua partecipazione allo svolgimento fenomeno osservato, lo studioso ottiene una massa di materiale che nessun osservatore esterno potrebbe mai sperare di reperire; l’eventuale svantaggio è che lo studioso rischia di essere coinvolto politicamente ed emotivamente nei fenomeni cui assiste/partecipa (evitabile mantenendo un certo distacco verso il fenomeno studiato, che è garanzia dell’avalutatività e quindi della validità della ricerca).

Es. il famoso studio di Roberto Michels (1911): socialdemocratico e iscritto alla Spd, decide di studiare dall’interno il funzionamento del partito per valutare se la democrazia è possibile e realizzabile. Parte da tre premesse:

  1. La democrazia moderna è fondata sui partiti.
  2. Se i partiti non sono democratici è improbabile che si abbia democrazia nel sistema politico.
  3. Pertanto, è cruciale che un partito socialdemocratico, che combatte per la democrazia nel sistema politico, abbia natura, struttura e funzionamento riconducibili alla democrazia.

Analizzando il funzionamento concreto del partito, con particolare riferimento alla distribuzione interna del potere e alla selezione di dirigenti e candidati, Michels constata come, a causa delle esigenze organizzative proprie di un grande partito di massa, si sia affermata un’oligarchia di funzionari/dirigenti che mirano a conservare le loro cariche e il loro potere nel partito, manipolando le preferenze degli iscritti e guidandoli. Michels conclude che, se la democrazia non è possibile nel partito che pure la vuole nel sistema politico, allora essa non sarà possibile nemmeno nel sistema politico. Formula così la legge ferrea dell’oligarchia, secondo cui «chi dice organizzazione dice tendenza all’oligarchia»: l’organizzazione crea una struttura solida, ma allo stesso tempo provoca la divisione del partito in due partiti, una minoranza che ha il compito di dirigere ed una maggioranza diretta dalla prima. La fallacia nell’analisi di Michels consiste nella trasposizione di una generalizzazione prodotta a un livello sottosistemico al livello del sistema politico.

In una revisione della sua classificazione, Lijphart (1975) ha introdotto anche:

  1. Lo studio di un caso prevede l’analisi di un caso, di un fenomeno o di un sistema politico preso singolarmente. Può svilupparsi:
  • Senza un quadro di riferimento teorico che sorregga o guidi la ricerca. Lo studio di un caso può allora essere:
  • Ideografico/descrittivo ha come obiettivo quello di fornire informazioni o raccogliere materiali relativi a un fenomeno o un sistema politico di cui si vuole fare semplicemente una descrizione; rendono difficile trarre generalizzazioni.
  • Euristico ha come obiettivo quello di individuare e generare ipotesi interpretative riguardanti un certo fenomeno, stimolandone una possibile, futura teorizzazione.
  • Prendendo ispirazione da una teoria preesistente, con l’obiettivo di controllarla (verificandola o falsificandola). Lo studio di un caso può allora essere:
  • Interpretativo tenta di spiegare un fenomeno politico facendo ricorso a generalizzazioni e teorie già esistenti nella letteratura scientifica, con l’obiettivo di approfondirle, spiegarle o perfezionarle.
  • Deviante o cruciale viene condotto con il preciso intento di controllare empiricamente generalizzazioni.
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Scienze politiche e sociali SPS/04 Scienza politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fire_snk di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Massari Oreste.
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