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attraversato una nuova straordinaria ibridazione. Favorita dalla relativa leggerezza dei file audio rispetto a quelli audio +

video. La stazione radio viaggia anche un solo via Internet, senza bisogno di licenze o autorizzazioni locali, evitando ogni

censura e ogni complicazione burocratica, e può essere ascoltata in diretta in tutto il mondo a costi bassissimi. Al binomio

radio-televisione si sta così gradualmente sostituendo un triangolo di comunicazione mobile Internet-radio-telefono

cellulare. La radio, mezzo individuale mobile, è costantemente al centro di un crocevia tecnologico e culturale.

Capitolo secondo: Suoni e immagini

Nel novecento l’immagine prevalente è quella di una “perfezione audiovisiva”, di fronte alla quale i mezzi che non

dispongono di questo binomio appaiono come minorati, da qui nascono le espressioni “cinema muto” o “sorella cieca”

che definiscono la radio e la televisione. Lo statuto dell’immagine nella nostra società è quello del monopolio della realtà,

anche quando ne è noto il carattere artificiale. L’immagine della realtà è il principale simulacro. Nel novecento è

prevalente anche il culto dell’evidenza, in cui l’immagine è assunta come prova irrefutabile della realtà. A questo culto

dell’evidenza paiono sottrarsi il suono e la voce, che sembrano dotati di uno statuto di maggiore astrazione. Il suono non

ha il vincolo di dover rappresentare la realtà, ma di accompagnarla. La parola descrive o giustifica la realtà, non è tenuta a

sostituirla. La sensazione sonora è correlata ad una sfera emotiva, evocativa, simbolica, che può avere un grado elevato di

autosufficienza. La pienezza e la centralità della sensazione auditiva, conferita alla radio, non è restituita dalla televisione.

La radio ha, al contrario della televisione, una forza evocativa molto forte.

Il broadcasting radiofonico si inserisce in una linea di riproduzione tecnica del suono che ha il suo momento culminante

negli anni 80 dell’ottocento con invenzione di altre scatole sonore, ad esempio il fonografo. La radio inizia il suo percorso

quando già con l’attività discografiche è molto sviluppata e può dispiegare con essa tutte le sinergie, le convenienze, le

semplificazioni del caso, e può avvalersi di una estetica musicale diffusa già abituata al suono composito. La parola appare

dotata di uno statuto duplice: è sempre intenzionale e scegliamo di emettere voce, la voce può essere evocativa ed

espressiva, emozionale e confidenziale, o avere il carattere rapido e sintetico dell’avvertimento. La parola emotiva, veloce e

intensa si presta particolarmente alla dimensione radiofonica mentre in televisione è sopraffatta dallo splendore cangiante

delle immagini delle luci. Se la parola ha un intento descrittivo e si iscrive nel registro dalla raffigurazione realistica, il suo

destino radiofonico è meno felice.

La visione è negli esseri umani parziale e direzionale, l’udito invece capta i suoni da qualsiasi direzione provengano. Se ci

cade l’occhio su uno spettacolo che non vogliamo vedere, basta che dirigiamo altrove lo sguardo, ma è molto difficile

distogliersi dai suoni. Il suono che si sente senza vedere la fonte da cui proviene è stato per questo definito acusmatico. Le

conseguenze dell’acusma sulla tecnologia e l’uso sociale della radio sono notevoli. La fonte sonora inoltre può essere

miniaturizzata a piacimento. Il cinema e la televisione sono rimasti nel luogo dove si sono sistemati al meglio. Per vedere

bene ci deve essere una certa distanza dall’apparecchio, e per avvicinarlo c’è il telecomando. La radio è grande quanto il

telecomando, è minuscola e vicina. L’apparecchio musicale non offre più soltanto l’ambiente sonoro, ma crea nuove

connessioni tra il corpo e la musica. Questo triplice processo di miniaturizzazione, mobilitazione e vicinanza al soggetto

ricorda quello del telefono.

Capitolo terzo: Dallo spazio pubblico allo spazio privato, personale, mobile

La radiotelegrafia, la prima forma che la radio ha assunto, rappresentava sostanzialmente una comunicazione pubblica e

ufficiale, al servizio dello Stato, oppure una comunicazione di mercato, a disposizione della navigazione, del commercio e

dell’impresa. Con il broadcasting, la radio penetra nello spazio domestico. La comunicazione di massa invade così la

dimensione privata, gli ascoltatori della radio si chiamano ancora pubblico. Per la prima volta si ha una comunicazione di

massa non nello spazio pubblico, ma nel privato. La famiglia diventa così un mercato per gli apparati e i servizi di

comunicazione. Il termine privato, in questo contesto, significa ancora prevalentemente famiglia. Anche la radio è un

servizio d rete che si differenzia da tutti gli altri per il suo carattere immateriale, perché giunge nelle case senza richiedere

nessun vettore fisico. “Rete” significa che i servizi vengono erogati quando lo si desidera e finché non si chiude il

collegamento.

Si trattava dunque di una comunicazione di massa quantitativa, abbondante e sentita come gratuita, sempre meno

vincolata ad orari particolari di spettacolo e sempre più continua, per l’intera giornata. La comunicazione assume quindi

fin da subito il carattere di un’attività flusso, di un “flusso sonoro” che non prevedeva un pagamento esplicito ma si

poteva fruire di esso in modo libero.

Il cambiamento riguarda anche i concetti di pubblico al privato. Lo spettacolo era sempre stato associato allo spazio

pubblico. Parliamo di comunicazione di massa, ma in realtà la massa non c’è. Per essere più precisi una massa che la

ascolta c’è, ma è una costruzione statistica che tende a diventare costruzione sociale, come avviene per l’audience. Ma essa

non è fisicamente costituita da gente raggruppata nello stesso posto, si trattava di un collettivismo per necessità: gli

apparecchi radiofonici avevano diffusione limitata e costavano ancora molto, ma appena il costo degli apparecchi scende a

livelli tali che la gente può permettersi l’acquisto, si preferisce nettamente ascoltare la radio a casa propria, realizzando un

ascolto familiare e poi individualizzato. Il broadcasting si è svincolato dalla sudditanza dagli eventi collettivi.

Della dimensione collettiva per necessità è stato fatto negli anni 30 un uso politico: il fascismo e il nazismo hanno usato la

radio come forma di informazione del regime. L’uso più congeniale alla radio è un uso intimistico e privato. La radio è

percepita immediatamente come sinonimo di libertà ma dà anche una sensazione di potere. Il livello di attenzione e di

concentrazione della radio richiede e che le viene prestata è minore rispetto ad altri mezzi di comunicazione di massa. Essa

è in grado di raggiungere le fasce sociali più basse, sia perché gratuito, sia perché non richiede la capacità di saper leggere e

scrivere, sia infine perché è compatibile con le attività quotidiane e non richiedono uno spostamento nello spazio

pubblico o un atto di acquisto. Nell’ascolto rilassato e deconcentrato s’incontrano aree di attenzione e di comunione

quando la radio offre degli spazi per confidarsi a voce alta e per ascoltare le altrui confidenze.

La radio registra il passaggio da una fase di comunicazione familiare ad una personale, e diventa il primo equipaggiamento

di comunicazione individualizzato. La radio rappresenta anche il primo apparato della comunicazione mobile. La

tecnologia delle batterie rende disponibili fonti di energia indipendenti dall’allacciamento domestico. La radiolina a

transistor, un prodotto degli anni 60, è la prima espressione di una nuova generazione di apparati mobili. Il connubio tra

comunicazione e mobilità si esprime soprattutto nell’autoradio a transistor, spesso corredata di mangianastri, e nel

walkman, un prodotto destinato a grande fortuna, che esalta al massimo la portabilità della musica.

La comunicazione privata comincia così a distinguersi in due ambiti: una sfera familiare dominata da apparati fissi,

pesanti, sempre più simili ad elettrodomestici; una sfera privata e personale, individuale, tendenzialmente mobile, fatta di

apparecchi minuscoli leggeri, di costo modesto, dalla vita operativa più breve, con poca manutenzione. La sua sfera privata

incorpora ora elementi propri della sfera sociale. I grandi eventi giungono in diretta vicino all’individuo. Grazie al suo

apparato comunicazionale fissato alla cintura il ragazzo con il transistor, o il walkman, porta con sé la sua sfera privata,

attraversando con essa uno spazio pubblico da cui gli giungono solo stimoli attenuati e scarsamente significativi.

Il passaggio alla comunicazione mobile si registra negli anni 70. Con l’avvento del digitale, che si consuma negli anni 80 e

90, si accentuerà questa tendenza con l’aumento della gamma degli oggetti e dei servizi offerti, con le più elevate quantità

di contenuto e di memorie disponibili, con l’ulteriore miniaturizzazione degli oggetti grazie al passaggio dal transistor al

microchip. Gli anni 80 rappresentano una imponente alfabetizzazione di massa al digitale. L’avvento del telefono digitale

e i tentativi di collegarsi in forma mobile ad Internet rappresentano gli ultimi passaggi di questo processo. Quelli che

furono status symbol tendono a non esserlo più.

Capitolo quarto: L’uso elettivo della radio

L’effetto di sostituzione della televisione sulla radio fu quindi notevole, e abbondantemente sostenuto, ma poi incontrò

un suo limite, non prima di averle procurato un profondo “complesso di inferiorità” che a lungo la seguiva come

un’ombra. Alla radio dobbiamo la più significativa innovazione di formati e di contenuti radiofonici, diversamente da

quanto sia avvenuto in televisione. La teoria dell’“ascolto per necessità”, così congeniale al primato politico, culturale e

tecnologico attribuito alla tv, è stata confutata e poi sostanzialmente sconfitta dal brillante sviluppo della radio in epoca

televisiva. Oggi si sente la radio per scelta, perché ci piace, e relativamente ai formati comunicativi che ad essa sono più

congeniali. “Spazio elettivo” significa sentirsi scelti e accettati dal proprio pubblico e quindi corrisponde a sicurezza di sé o

a una maturità comunicativa. Il mondo della radio sembra connesso alla capacità di rappresentare la più efficace

interfaccia comunicativa tra sfera pubblica e sfera privata, personale e mobile. Il miglior presente e il miglior futuro della

radio è dato dall’esplorazione dei formati elettivi, quelli che vengono scelti da una sempre più ampia platea di ascoltatori,

perché essi preferiscono, in determinati momenti della loro giornata e aspetti della loro vita, la comunicazione

radiofonica: questi sono ascoltatori per scelta.

Funzioni connettive della radio: La radio e il concetto di connessione rimangono per tutto il novecento saldamente

intrecciati. L’esigenza di connessione è dunque ben radicata nello spirito del tempo ma, optiamo spesso per una

connessione debole. Gli ascoltatori non hanno desiderio di essere molto concentrati su quello che ascoltano e non

amerebbero una programmazione che richiedesse da loro molta attenzione, ma desiderano questa presenza di sottofondo,

che rappresenta una connessione blanda ma costante accessibile in ogni momento con i loro simili e con la società.

La radio contribuisce nel suo nomadismo ad una “ipertrofia dei non luoghi”, su cui si innesta la nostra esperienza

personale, fatta di una pluralità di livelli e di identità. La radio è un “tappeto sonoro” che si oppone al silenzio e al suo

carico di implicazioni emotive. La radio è sempre “adesso”, un segnale dall’attualità. L’emissione musicale radiofonica è

una ritmizzazione e direzionalità della propria vita. Alcuni spettatori danno la loro preferenza ad una programmazione

parlata. Si può parlare di una sorta di sintonia fine della regolazione sociale, quello che è stato chiamato

“quotidianazzarsi” della comunicazione mediale. La radio di oggi assomiglia al telefono. Precedentemente si è parlato del

compiacimento acustico dell’ascoltatore nell’ascoltare le conversazioni degli altri e quindi si è parlato di voyeurismo, un

concetto totalmente legato all’occhio, ma purtroppo in italiano manca anche il termine per definire il piacere

dell’origliare, che pure è una pratica socialmente così diffusa. Nell’arco di un secolo le testimonianze delle avanguardie

sono diventate esperienze di massa. I manifesti dei futuristi italiani sulle possibilità espressive e connettive della radio, che

apparivano stranezze, hanno percorso la stessa strada. Le modificazioni nell’organizzazione sociale del tempo urbano sono

stati indispensabili per questo passaggio.

Funzioni identitarie: Molti di noi chiedono alla radio di aiutarli a riconoscersi nell’identità che hanno scelto e a

specchiarsi in essa. Tuttavia l’adesione è sempre un movimento privato, personale, mai pubblico anche quando si svolge

in mezzo agli altri. La radio è il luogo dove queste identità viene confermata e rifornita di sempre nuovi complementi e

addizioni. L’importante è che quella specifica emittente sia percepita come uno dei luoghi dell’arcipelago su cui insiste tale

identità. La ritmizzazione che noi facciamo propria attraverso la funzione radiofonica riguarda anche la nostra identità,

interna ed esterna, un conciliarsi con noi stessi e in questo dare un senso alla vita. Le radio di preghiera sono

particolarmente significative sotto questo profilo.

Funzioni partecipative: attraverso queste informazioni si sostanzia la partecipazione attiva ad una società, l’inclusione, e

anche forme della competizione sociale. La radiocronaca ne è l’esempio più trasparente. È una forma della condivisione di

quell’evento di cui il cronista si fa mediatore, puntando a ricrearne per noi le emozioni, più che le circostanze.

C’è stata una rottura cognitiva e culturale: la nuova radio non è quel medium consolidato sul quale, nell’epoca del suo

massimo fulgore, furono modellate teorie delle comunicazioni di massa ormai tramontate. C’è una netta cesura tra lo

statuto di questa pur nobile gloriosa radio e quella odierna, definita radiotelevisione. La radio vola così, e a gran velocità,

sotto i radar dei media studies, che non riescono a identificarla e a seguirla.

Capitolo quinto: La rivincita dell’oralità

La parola parlata era para attica, evocativa piuttosto che la logica, e richiedeva una interazione faccia a faccia, emotiva,

magica, socializzante.

Poi è arrivata la scrittura e la parola non è stata più la stessa. L’orecchio ormai cede all’occhio. Le strutture mentali

dell’uomo alfabetico e tipografico sono le nostre: la parola ora è precisa come un libro stampato. Le parole possono essere

scelte e modificate, al contrario di una parola detta in pubblico che non può essere cancellata, ma si può solo “correggere

il tiro”.

Alla lingua con cui siamo nati e si è dato il nome di madre; lo scritto conquista il pensiero, il logos, la filosofia, ma perde

anche qualcosa. Secondo Ong alcuni mass media introdurrebbero una “oralità secondaria”, o “di ritorno”. La categoria

dell’oralità secondaria contiene uno spunto affascinante ma non è sufficiente, anche perché non approfondisce le

differenze tra le diverse forme culturali e di e i diversi usi sociali dei vari media. La nuova radio del flusso e della

ritmizzazione non lavora su testi e copioni ma sviluppa una propria cultura dell’oralità, niente affatto di ritorno, o

secondaria, perché quella dipendenza dalla scrittura e dalla stampa, ipotizzata da Ong, vale soltanto per l’epoca

pretelevisiva della radio e per quelle radio pubbliche che non hanno saputo o potuto emanciparsene.

La nostra tesi è che siamo di fronte a una oralità del tutto nuova, fondata sul flusso e sul ritmo, che lasciano uno spazio

primario alla ripetizione di frammenti parlati e sonori dedicati a quei particolari temi: la terza oralità. Che quando

l’oralità ha una sua preparazione si fa un dovere di allontanarsi il più possibile dagli imperativi di un testo scritto da

leggere, per aderire in pieno agli stilemi della lingua parlata. Diversamente dalla radio di monopolio, dalla recitazione al

microfono dei testi scritti, la radio attuale è ritmo e flusso, vocale e sonoro, una proposta di ritmizzazione della vita e di

intreccio fra sfera personale sfera pubblica, totalmente priva di immagini.

Seguendo queste ipotesi il novecento non ci appare più solo l’epoca in cui la cultura tipografica e gutemberghiana è stata

sfidata, e spesso messa in scacco a livello delle grandi masse, dalla riproduzione tecnica dell’immagine; ma anche quella in

cui, con altrettanta forza espressiva e avidità di aprirsi uno spazio, è comparsa la cultura auditiva del suono e della voce

tecnicamente riprodotti e diffusi, con una personalità e un influsso specifico sulle culture di massa che il termine

immaginario collettivo non esprime adeguatamente.

Capitolo sesto: L’oralità sonora

L’oralità non è solo una parola, è anche musica. La musica dà un senso particolare alle parole, e giustifica l’emissione di

frasi senza senso logico, che altrimenti non amiamo pronunciare. L’annotazione musicale è totalmente diversa dalla

scrittura delle parole. Il sistema a vasi comunicanti tra parole e musica, proprio dell’oralità, si perde.

Le canzoni fino agli anni 50 e quelle attardate dei decenni successivi sono versioni semplificate e orecchiate delle

domande ottocentesche con sapienti orchestrazioni dei ritmi di moda. Negli USA della metà degli anni 50 avviene una

rottura profonda, che si è intrecciata ai destini della radio. Il rock rappresenta il momento in cui la musica dei neri

americani, prima raccolta in proprie nicchie come il jazz, il blues, il soul, riesce a influenzare e plasmare una musica

destinata alle maggioranze e come tale ibridata con le culture del consumo, riuscendo a fondere con il blues la country

music e il pop, la popular music delle classi medie. Nel 1955 “Rock around the clock” diventa la colonna sonora del film

“il seme della violenza” sulla condizione giovanile nelle città. L’ascendenza dalla cultura nera porta nel rock una vena

antimelodica, un ritmo rullante che fa ballare e certo non con le movenze misurate e controllate di una canzone che

deriva dalla romanza. Il rapporto di questa musica con la corporeità, è una necessità e non un optional. Spesso il numero

delle battute al minuto tiene conto del battito cardiaco, fino al raddoppiarlo. Poi c’è l’iterazione: la medesima stringa i

motivi musicali viene ripetuta più volte, fino al ripetizioni ossessive. Un testo delle canzoni rock ineducato e provocatorio

completa la blanda trasgressione che accompagna verso l’individualismo nel consumo di giovani americani degli anni 50.

Il rock non è più una subcultura giovanile, ma una musica di grandi maggioranze di giovani, un linguaggio unificante.

Le radio non svolgono solo un ruolo tecnico di propagazione della musica, ma tematizzano il suo uso sociale; la radiofonia

diventa un vero rock-medium. L’audio è ora molto migliorato grazie alla nuova banda trasmissiva, la modulazione di

frequenza (FM). L’FM ha però un raggio di trasmissione molto più ridotto dei grandi impianti AM. Alla radio la musica si

interseca con le parole e scompare ogni figura di annunciatore.

In ITALIA mancava un’emittenza radiofonica adatta al rock e alle culture giovanili. In USA la radio era quasi

completamente privata e commerciale, ricettiva verso tutto ciò che conquistava nuove fasce sociali e nuove generazioni al

consumo, in quasi tutta ITALIA la radio era un servizio di natura culturale svolto direttamente o indirettamente dallo

Stato, con un esplicito e ideale pedagogico e una precisa gerarchia fra musica “classica” e “leggera”. Come per altri

prodotti il mercato inglese per la sua relativa vicinanza linguistica e culturale agli USA rappresentava la prima testa di

ponte per affermarsi in ITALIA. Era restia a separare l’intrattenimento dall’educazione e quindi a far passare il rock. Il

rock si diffuse grazie a Radio Luxemburg; le case discografiche dovevano pagare per far trasmettere i loro dischi e ciascuna

non disponeva che di un segmento di soli 15 minuti.

Radio Luxemburg agì senza concorrenza finché nacquero nel 1964 le radio pirata come Radio Veronica e Radio Caroline.

Con il rock giunse nella radio europea la figura del disc-jockey consolidando la prima consistente ibridazione fra parole e

canzoni, innovando decisamente i linguaggi della radio e aprendo, la strada alla radiofonia privata. Nel 1967 la BBC ha

trasformato Radio 1 nella radio per giovani, improntando la figura del disc-jockey nei suoi programmi e puntando

fortemente sulla loro personalizzazione. Nel 1967 le radio pirata cessarono le trasmissioni. La RAI non riuscì a seguire il

modello della BBC trasformando uno o più interi canali da radio di programmi, a radio di flusso con un’emissione

musicale e parlata a tema. La contessa italiana tra melodici e urlatori rimase un’occasione perduta ha sfruttata semmai dal

cinema e dalla televisione. Radio estera significa in ITALIA soprattutto radio Montecarlo che comincia diffondere una

programmazione in italiano dal 1966 ispirata ad una musicalità più melodica di quella delle radio pirata del mare del

Nord. Gli esordi della radiofonia privata italiana sembrano delicatamente compresi tra due recenti e pregevoli film

nazionali: “Radiofreccia” e “I Cento passi”. Dal varco coperto dalla radio passò la televisione.

L’associazione tra radio e registratore a cassetta permetteva inedite possibilità di un’altra trasgressione che avrebbe fatto

strada diventando uno dei temi centrali dell’era di Internet: cioè la registrazione fuori diritti di brani musicali. La

trasmissione e la registrazione senza il pagamento di diritti rappresentano un danno, ma aumentano anche la diffusione e

quindi la notorietà della musica.

La musica leggera attuale deriva in gran parte dal rock in forma più o meno diretta o paga ad esso un forte tributo

timbrico e ritmico. Essa è ormai onnipresente. Questa musica rappresenta una colonna sonora della società. C’è una parte

motiva della società, in cui questa musica fa da padrona. La radio comprerebbe cioè la parte emotiva, africana della

società, poiché il rock deriva dalla musica degli afroamericani. La radio ha così percorso tutto l’arco della comunicazione

di massa, fino alla sua potenziale dissoluzione. La radio non è più Mass medium, un supporto fisico, un mezzo per la

propagazione delle onde nell’etere; è un linguaggio, un modo di espressione, un uso sociale, un canale auditivo. Possiamo

chiamare radio ciò che tecnicamente non è, come la radio in Internet, e non chiamiamo radio ciò che non è

tecnicamente, ma non socialmente. Quanto più la radio è deferita come apparato tecnicamente definito e autosufficiente,

tanto più si sono definiti i suoi linguaggi, un insieme di sue forme espressive e di funzioni riconosciute, un uso sociale che

di essa fa una larghissima platea di utenti, che affidano a lei la gestione del loro rapporto con l’oralità parlata e sonora e i

significati emotivi che essa porta con sé e che favoriscono il sentirsi connessi alla società, le identità, la partecipazione; o,

se si preferisce, che suggeriscono un determinato e specifico equilibrio fra razionalità ed emozione, proprio di un tipo di

emissione radio rispetta tutte le altre, come speciale bussola per la navigazione in mezzo ai propri simili. La radio, già da

tempo interessata all’emotività e capace di ibridarsi con nuovi apparati di comunicazione personale e mobile, sembra in

grado di intercettare una parte significativa di questo fabbisogno.

Capitolo settimo: Effetti radiofonici

L’organizzazione del broadcasting radiofonico è stata molto diversa sulle due rive dell’Atlantico. Negli USA il sistema si è

rapidamente evoluto verso un’attività che traeva i suoi proventi dalla vendita degli apparecchi e presto dagli inserzionisti

pubblicitari attraverso le sponsorizzazioni e più tardi gli spot. Lo Stato ha conservato per sé un’attività di regolazione

attraverso un’autorità di nomina governativa con una particolare attenzione alla concessione delle licenze. Un modello in

atto ancora oggi, e che la televisione ha ereditato totalmente. In moltissimi paesi d’ITALIA la radio fu quasi subito un

monopolio dello Stato, gestito da organismi specializzati di natura pubblica o parastatale. Si trattava di una scelta quasi

obbligatoria. Il nuovo mezzo diventava il cardine di un’azione di elevazione culturale delle masse, il temperamento della

proprietà privata degli organi di stampa, una garanzia per l’espressione delle idee. Una vera pedagogia di Stato come è

stato particolarmente evidente in Gran Bretagna nel passaggio dalla prima BBC (British Broadcasting Company) alla

nuova British Broadcasting Corporation, rigorosamente pubblica e diretta da una personalità molto forte come John

Reith, che la guidò fino al 1938 e dette corpo e sostanza a questo ideale pedagogico di Stato. “Educare informare e

intrattenere”: erano i principi dell’energico direttore generale della BBC, spesso definiti la “triade reithiana” e

permeavano quadro dirigente della BBC. Pedagogia dai riferisce è stato il primo pensiero radiofonico, che ha costituito

fino a tempi recentissimi, la posizione ufficiale dei vari servizi pubblici europei, del Canada, del Giappone; e anche la

pratica quotidiana dei loro apparati.

Varie opere degli anni 30 enfatizzano il ruolo della radio nel controllo delle masse da parte dei regimi autoritari moderni.

Nell’unione sovietica già il 19 luglio del 1919 il governo rivoluzionario emana un decreto “sulla centralizzazione della

radiodiffusione nella repubblica sovietica”. Nell’agosto del 1922 Radio Mosca iniziava le trasmissioni regolari.

In USA la radio è stato molto studiata negli anni 30. La ricerca si occupò di lei quando essa dominava lo spazio domestico

con la sua l’offerta di musica, fiction, intrattenimento leggero e informazione. La ricerca amministrativa si dedicò allo

studio delle audience radiofoniche. I francofortesi erano pessimisti perché una volta varcato l’oceano incontrarono un

sistema radiofonico commerciale, lontano da un ideale pedagogico come quello della radio europea, ed ebbero

l’impressione netta che le società produttrici di detersivi e di automobili svolgessero in USA il ruolo di dominio e di

propaganda che in Germania era del nazismo. Nel 1938 andò in onda la trasmissione radiofonica di Orson Welles sul

network americano CBS, in cui era ricostruita una invasione ostile della terra da parte dei marziani. Ispirato a La guerra

dei mondi di Wells, era formalmente un testo di teatro radiofonico. La sua ambiguità consisteva nel fatto che il suo

carattere di riduzione teatrale, affermato all’inizio del programma e ripetuto incidentalmente quattro volte, veniva travolto

dal realismo della narrazione, condotta simulando una serie di drammatici collegamenti da vari luoghi e con vari

personaggi. Chi si fosse messo in ascolto e in un momento successivo all’inizio poteva anche ritenere di trovarsi di fronte

alla radiocronaca di una reale inversione di marziani. Molti radioascoltatori furono presi dal panico, tempestando di

telefonate i centralini della polizia, scendendo in strada fuggendo, provocando incidenti stradali. I marziani erano qui una

trasposizione psicologica dei nazisti come, saranno una metafora del comunismo sovietico.

Nella seconda ora mondiale dopo l’esordio della guerra civile spagnola fu fatto della radio un uso politico. La BBC

trasmise anche radiocronache in diretta delle battaglie aeree tra caccia inglesi e tedeschi sui cieli della manica. Le radio

usano trasmissioni specifiche: emissioni provate propagandistiche, messaggi di contestazione, radio di intrattenimento per

le truppe, programmi rivolti al fronte interno, programmi di servizio. La radio in guerra è stato oggetto di molti studi forse

perché rappresenta un punto di incontro con una storia politica e perché gli archivi sono pieni di copioni di programmi,

generalmente prodotti dagli apparati della propaganda o dei servizi segreti. L’esperienza bellica segna la radio, anche in

negativo, mentre la tv è la figlia del benessere. La radio rappresentò soprattutto un’esperienza privata intima, e spesso

clandestina.

Nel dopoguerra gli studi si media effettuarono una convergenza pressoché totale sulla televisione e sui giornali. La ricerca

sui media si era infatti concentrata su due direzioni: la prima, dedicata soprattutto all’informazione e alla comunicazione

politica, puntava sugli aspetti cognitivi, conoscitivi, informativi del sistema dei media ai fini della formazione

dell’opinione pubblica. La radio nell’epoca televisiva è un’avanguardia dell’informazione. La seconda direzione di ricerca è

rivolta soprattutto alla fiction e all’intrattenimento e alle loro capacità di creare una realtà mediale attorno all’individuo, a

comunicargli socializzazione, senso condiviso, mode e stili di vita. Qui è la tv a farla da padrona. In questa seconda

direttrice si sono inseriti gli studi sul pubblico, ma anche qui poco c’entra la radio. Il tema è soprattutto la famiglia

televisiva, e l’uso che delle storie televisive fanno le casalinghe e i bambini.

Si comprende così una notevole ioni degli studi sulla radio dedicate all’attualità. Tutti i media concorrono alla creazione

di questa realtà mediale.

Tuttavia la radio, a questo sistema a vasi comunicanti, appartiene ormai marginalmente. Se fiction, informazione e

entertainment sono i tre macrogeneri dei contenuti a cui questi i media si affidano per giungere al loro pubblico, la radio

insiste su questa triade solo con l’informazione e con una parte specializzata delle entertainment. Le influenze e gli effetti

della radio sono in gran parte altra cosa, anche quando essa viene utilizzata come fonte informativa. La radio sembra dare

un contributo esiguo a quel processo di creare la realtà, non a mediarla, più rappresentazione sociale che informazione,

tanto temuto dai teorici degli “effetti forti”, che vedono una sproporzione di potere che schiaccia il povero utente, privo di

capacità di verifica sul campo e di raffronto perché tutte le fonti derivano dagli stessi archetipi. Le radio sono ormai parte

di un senso condiviso che è ben più che gergale e non è più giovanilistico; si spingono così molto al di fuori delle loro

fortificazioni musicali, e fuori da nicchie parcellari di ascolto, percorrendo all’opposto la strada della televisione che, da

generalista qual era, tende ad organizzare le sue reti per grandi nicchie. La radio invece, diventata matura, tenta di

mantenere il suo pubblico giovanile attirandone uno nuovo con inedite connotazioni generaliste.

• Parte seconda: L’ITALIA in onda

Capitolo ottavo: Flussi e formati

La reazione ad un declino annunciato avviene per prima negli USA, il primo paese al mondo in cui la radio avvertì le

conseguenze distruttive dell’avvento della tv. Alla radio la musica si interseca con le parole; il ritmo del rock invade anche

la parola, la recitazione di un annunciatore è sostituita dal parlato caratterizzato, denso di inflessioni e di ammiccamenti al

suo pubblico, del disc-jockey. Il nuovo formato radiofonico che permise tutto questo era semplicissimo, e proprio per

questo si diffuse con rapidità. Si chiamava “top 40” ed era fondato su playlist di classifiche settimanali, condotta e

commentata dal disc-jockey. Nel 1961 la Federal Communications commission autorizzò la trasmissione stereofonica in

modulazione di frequenza. Le radio AM reagirono alla concorrenza introducendo altri formati prevalentemente parlati.

Quando radio Luxemburg e le radio pirata importarono in ITALIA la musica americana, in realtà portarono con sé la

filosofia della “format radio”; il consolidamento delle radio nazionali sarà sancito dall’adozione di un formato e quindi

dalla scelta di un preciso target di ascoltatori. Le radio locali e provinciali preferivano una programmazione più

generalista, multitarget, fortemente differenziata per fasce orarie. Il concetto fondamentale della radio di flusso è la

rotation: ripete la programmazione in cicli periodici e in questo tempo circolare l’intervallo tra due successivi inizi della

programmazione, il clock, è generalmente di un’ora e ogni clock ha i suoi “isoritmi”. Il clock rappresenta la carta

d’identità della radio, che permette di distinguere il lavoro creativo di individuazione di un particolare formato

comunicativo però una determinata radio dalla pratica quotidiana. La serialità per la televisione è per la radio il clock.

Il concetto di flusso è stato elaborato in ambito televisivo da Raymond Williams nel 1974. In USA l’offerta televisiva era

costituita da un flusso (flow) di brevi sequenze. La teoria del flusso ha rappresentato la principale guida alla comprensione

dei linguaggi della televisione europea nell’era della concorrenza, sviluppatasi negli anni 80 che è stata chiamata nella

televisione ma non era mai entrata nella ricerca radiofonica, peraltro all’epoca totalmente piatta. Negli anni 90 il concetto

di flusso fu applicato alla radio private italiane. La radio di flusso si è successivamente affermata come tratto distintivo

della radiofonia commerciale e indirettamente, della cultura giovanile, ed il termine ha ormai attecchito in ambiente

radiofonico in modo che sembra non se ne possa fare meno. Esso rende perfettamente quel continuum ondulatorio di

sensazioni stati d’animo, di affabulazioni e pensieri, emozioni ricorrenti e il pubblico riconosce come un punto di

riferimento per la propria vita di relazione.

Capitolo nono: L’universo radiofonico

Nei vari paesi europei analizzati la radio è il secondo dei media nei consumi, subito alle spalle della televisione. Dal 1983

l’ascolto della radio, prima stagnante, ha cominciato a crescere con un exploit in occasione della guerra del Golfo.

L’ascolto radiofonico, nella giornata, ha un andamento complementare alla visione televisiva. Le ore del mattino sono le

più pregiate, l’informazione con cui si inizia la giornata è sempre quella radiofonica, in casa o in auto: tra le sette e le nove

del mattino quasi 12 milioni di persone ascoltano la radio, e tra esse sicuramente la classe dirigente del paese.

Successivamente il ciclo vitale della radio, nella giornata, coincide con quello della vita attiva e del lavoro. Vi è un calo

nelle ore meridiane, quelle del ritorno a casa o nella pausa pranzo. La radio risale nel pomeriggio, poi decresce lentamente


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Corso di laurea: Corso di laurea in discipline delle arti, della musica e dello spettacolo - DAMS
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Liston93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Culture e formati della televisione e della radio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Menduni Enrico.

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