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Negli USA il decollo della TV fu molto rapido e si colloca tra il 1948 e il 1952. In EU negli anni 50. In ITALIA il 3

gennaio 1954 svolto dalla RAI in regime di monopolio e sotto il controllo governativo, insieme a quello radiofonico. La

grande espansione della TV in ITALIA avvenne tra il 1956 e i primi anni 70; dal 61 ci sarà un secondo canale e dal 1979

un terzo.

Il modello televisivo americano riprende le caratteristiche del sistema radiofonico: competizione tra più catene

indipendenti, network, finanziate dagli investitori pubblicitari e gratuite per lo spettatore. L’obiettivo di un network è

realizzare il massimo di ascolto e di farlo diventare costante e fedele e quindi prevedibile. I network non hanno

preoccupazioni pedagogiche e di qualità di John Reith e dei servizi pubblici europei.

Anche le TV europee si ispirarono all’esperienza radiofonica e ne perseguirono le caratteristiche di monopolio e di

servizio pubblico. Era un’offerta limitata senza concorrenza, in bianco e nero e su un solo canale disponibile su un

ristretto numero di ore. Negli anni 60 abbiamo la comparsa del 2 canale RAI e nel 70 il colore. Aveva un palinsesto

settimanale non giornaliero (palinsesto=termine usato per le pergamene, raschiato più volte, parola che testimonia la

continua scrittura). L’indice di ascolto importante per la tv USA non lo era per quella europea, che valutaba solamente la

qualità e l’apprezzamento dei programmi.

La TV tolse alla radio il ruolo di medium mainstream. Negli USA degli anni 50 si inserì come fascia di pubblico quella dei

giovani che cominciavano ad affermare una propria individualità e ad esercitare le proprie scelte di consumo. Questa

ribellione assunse i tratti del “rock ‘n’ roll” forse coniato da Alan Freed conduttore di un’emittente. Dal 1953 la radio in

modulazione di frequenza (FM) si diffonde ed è più facile da trasmettere e da ricevere. Dal 1955 l’industria giapponese

diffonde in Occidente la radio FM a transistor, svincolata da una presa elettrica e la miniaturizzazione del supporto non

influisce sul suono. Tascabili ed economiche accompagnano i giovani ovunque. Nel 1979 si diffonde il walkman facendo

diventare la radio il primo personal medium, primo mezzo mobile. Alla radio si sviluppano forme di interattività

attraverso il telefono.

In EU faticavano a cogliere le novità della musica americana perché consideravano la musica leggera un genere inferiore.

Per questo la musica leggera arrivò in EU grazie a Radio Luxemburg che indirizzava le proprie trasmissioni verso i paesi

confinanti, tra cui anche la GB dove svolse concorrenza alla BBC. Nacquero anche radio Pirata come Radio Veronica e

Radio Caroline. Il successo di queste emittenti fu tale che musica rock sfondò le resistenze inglesi. La BBC ingaggiò i dj

più seguiti di queste radio e trasformò il suo primo canale in una radio musicale e parlata per i giovani. BBC One divenne

il mezzo principale di diffusione della musica rock americano e di evoluzione del gusto musicale in GB e in EU. La RAI

cedette qualche ora di programmazione alla musica giovanile, ma non un flusso continuo. Nell’ITALIA Settentionale si

riceveva però Radio Montecarlo che trasmetteva in italiano dal 66 e rappresentò la versione melodica della radio pirata. In

ITALIA la cultura del rock arrivò nella seconda metà degli anni 70. Il peso della musica lirica, della romanza, della

canzone napoletana, hanno reso l’ITALIA un ambiente musicalmente particolare. Le energie migliori della creatività

musicale contribuirono al movimento dei cantautori, dopo la breve parentesi degli urlatori che imitavano le movenze

rock, mentre restava ben salda la tradizione melodica italiana.

Con l’elettronica i costi di tutte le fasi dell’attività televisiva si riducevano sensibilmente. C’erano gruppi piccoli ma vivaci

che pensavano di poter usare il video come forma artistica (videoarte) o come strumento di controinformazione o di

informazione alternativa, anche su scala locale. In ITALIA una legge del 1975 ribadì il monopolio e modificò la RAI. Il

controllo sull’azienda passava dal Governo al Parlamento, cioè alla politica nel suo complesso e non solo ai partiti della

maggioranza. Introduceva un terzo telegiornale e una terza rete TV, dedicata alla cultura e al decentramento regionale.

L’anno successivo una sentenza della Corte costituzionale ammetteva l’emittenza privata, radiofonica e televisiva, purché

in ambito locale; negando il monopolio radiotelevisivo. Cominciarono a sorgere come funghi radio e TV private.

Emittenti televisive private nacquero in tutte le città e le regioni e all’inizio furono solo un fenomeno di costume. Intanto

la RAI ampliava e rinnovava la propria offerta sotto l’impulso della nuova legge. Dal 1977 è stato introdotto il colore con

molto ritardo rispetto al resto d’EU. Il monopolio finì all’inizio degli anni 80 apparvero circuiti efficienti di TV private.

La televisione italiana, da quando nell’84 la Fininvest raggiunse lo stesso numero di reti nazionali RAI e la superò di

fatturato pubblicitario, iniziò un duopolio. Si coniò il termine neotelevisione e la TV del monopolio paleotelevisione.

Nella neotelevisione il rapporto tra intrattenimento e altre forme di programmazione, si sposta verso l’intrattenimento più

di quanto fosse possibile per una TV pubblica in regime di monopolio. Ciò avviene anche nel servizio pubblico, sia per

l’esigenza politica di non perdere il contatto co grande pubblico, sia per le novità espressive arrivate dopo la riforma del

1975. La concorrenza non è solo economica e sociale, per questo essa tende ad assumere un formato generalista, con

programmi, argomenti e contenuti rivolti a tutte le età e a tutte le categorie sociali. In questo caso la neotelevisione è

meno lontana dalla TV americana. Dal 1986 anche l’ITALIA ha una misurazione quantitativa degli indici di ascolto con

l’Auditel. Ora sono gli spettatori a stabilire cosa guardare e quando, e a decidere le sorti di un programma di un

personaggio. La trasmissione viene suddivisa in brevi frammenti narrativi capaci di essere compresi nell’immediato dai

telespettatori, di invogliarli a rimanere, di non avere cali di tensione e di tono. L’andamento narrativo è ciclico e ciò

permette al pubblico di unirsi al programma anche se è iniziato. Questa modalità di TV è chiamata flusso televisivo da

Raymond Williams, e invita a scegliere quello che più ci interessa.

Da qualche anno la neotv è affiancata dal narrowcasting (semina stretta), una forma di TV tematica che è pagata dagli

spettatori in abbonamento “pay TV”. Successivamente è arrivata anche la pay per view. In ITALIA la TV a pagamento in

ritardo rispetto EU e USA. La TV a pagamento è adatta per essere irradiata via cavo e via satellite. Il cavo si afferma in

USA negli anni 60. Il pacchetto di canali ha un affollamento pubblicitario ridotto rispetto ai network e ha canali tematici.

In EU dagli anni 70 dei paesi hanno differenziato la tv privata da quella pubblica, destinando al servizio pubblico quella

via etere, mentre quella via cavo e satellitare alle TV commerciali. In ITALIA la TV a pagamento diventa operativa nel

1997, quando copre tutta ITALIA il primo satellite digitale; sempre nel 97 la legge 249 liberalizza i servizi di

telecomunicazione. La TV tematica è diversa da quella generalista. I canali via etere sono offerti da società. La scelta del

formato generalista è determinata dalla necessità di collocare un cocktail di offerte in una limitata gamma di mezzi

trasmissivi. La TV a pagamento offre programmi assortiti e cambia il rapporto col consumatore, perché è colui che paga,

mentre nella TV generalista a pagare è la pubblicità. La TV tematica ha molti difetti: non offre l’effetto piazza che dà la

TV generalista, che resiste abbastanza bene in tutto il mondo all’offerta segmentata ed è rimasta il prodotto culturale più

importante e più seguito, ribadendo, almeno fino ad ora un legame profondo con l’esperienza familiare.

La TV tradizionale è elettronica ed analogica, quella integralmente digitale si è diffusa negli anni 90: trasmette immagini

di grande qualità, ma permette di comprendere fino a dieci canali video su uno solo. L’abbondanza di canali è

indispensabile per la pay per view. La ricezione avviene soprattutto via satellite, quella via cavo è possibile solo con un cavo

a banda larga. Le “piattaforme digitali” in ITALIA erano originariamente 2: Stream e Telepiù, poi dal 2009 hanno ceduto

il passo a Sky. La trasmissione è codificata ed è visibile solo attraverso un apparecchio decodificatore che richiede

l’inserimento di una smart card e il collegamento ad una linea telefonica, si dice che ha un accesso condizionato. Nel

2004 la “legge Gasparri” ha stabilito il passaggio dalla TV analogica al digitale terrestre. I contenuti quindi sono prodotti o

convertiti in forma digitale, inviati al multiplex, un processo che li integra in un unico flusso, chiamato transport stream.

Il transport stream viene messo in onda e per riceverlo i normali televisori hanno bisogno di un apposito decoder. Lo

switch-over era previsto per il 2007. Il DT può essere interattivo, se collegato ad una linea telefonica, quindi è possibile

accedere a servizi interattivi sia di tipo commerciale che di pubblica amministrativo, raggiungendo tutto il pubblico.

Le pratiche dell’interattività rappresentano la più diffusa esperienza di realtà virtuale, cioè di uno spazio totalmente

simulato nel quale lo spettatore viene incluso. Con Internet il PC è entrato in una rete di reti diffusa su scala mondiale, il

World Wide Web (dove web significa tela di ragno). Internet è sia comunicazione punto a punto, sia comunicazione di

piccoli gruppi, e quindi un medium di massa. Ciascuno può pubblicare anche un proprio blog (contrazione di web log e si

potrebbe leggere con “diario del web”). La trasmissione di immagini si interseca con la rete cellulare dei telefonini di terza

generazione (UMTS) e dei sistemi di rilevamento satellitare (GPRS). I videogiochi hanno raggiunto una grande maturità

espressiva. Il game, è sempre più componente essenziale dell’intrattenimento. Vi sono videogiochi ispirati a film e

viceversa; l’immagine virtuale del videogioco colonizza in parte la TV mentre si ispira ad essa. La TV generalista

rappresenta una raffigurazione della società nel suo complesso e non solo dei nostri gusti o preferenze.

Le tecnologie digitali hanno reso più semplice ed economica la produzione di contenuti video ed in questo contesto è

importante una dimensione amatoriale dell’immagine video. Le tecnologie digitali hanno anche ampliato le possibilità di

far vedere questi materiali. La rete è una modalità di pubblicazione dei contenuti video grazie alle tecniche di streaming

diffuse nella seconda metà degli anni 90: sistemi per eseguire un file molto pesante quasi in tempo reale, prima che sia

stato completamente scaricato. In ITALIA sono state significative le telestreet o TV di strada: piccolissime emittenti via

etere che trasmettono in zone ristrette, senza autorizzazione, sfruttando i “coni d’ombra” delle emittenti maggiori. Si

chiama “cono d’ombra” la zona in cui la frequenza non è ricevibile per la presenza di qualche ostacolo. La prima telestreet

p Orfeo TV, nata nei primi mesi del 2002 in via Orfeo nel centro di Bologna.

• Parte seconda: I linguaggi della radio

Capitolo primo: Il medium sonoro

L’orecchio capta suoni da qualsiasi direzione essi provengano, anche quando la fonte del suono è fuori dalla nostra

portata, quindi la fonte sonora può essere indifferentemente lontana o vicina. È difficile distogliersi dai suoni perché la

natura non ci ha dato la possibilità di chiudere gli orecchi. Il suono ha la proprietà di estendere la sua azione anche al di

là di quello che si desidera. Questa caratteristica si chiama “acusma”, e il suono che i sente senza vedere la fonte da cui

proviene è stato definito “acusmatico”. L’acusma è molto frequente oggi, soprattutto grazie alle nuove tecnologie che

permettono di miniaturizzare la radio fino a farla sparire, ma si può ascoltare senza impegnare lo sguardo. Non c’è bisogno

di stare fermi, ci si può spostare liberamente all’interno della portata sonora dell’apparecchio, o portarlo con sé. Da

questo principio nascono il walkman, il CD e i lettori portatili MP3. L’integrazione tra radio e telefono suggerisce un

definitivo passaggio dei due mezzi dall’uso formale e ufficiale ad uno personale ed intimo. La radio è il primo dei nuovi

media.

Un luogo comune afferma che la forma perfetta di comunicazione riprodotta è quella audiovisiva, e secondo questo

principio i mezzi che non rispondevano a tali requisiti erano considerati inferiori o incompleti. L’ascolto della radio non è

conseguenza di una necessità ma è una scelta precisa. Il suono non partecipa a quell’effetto di costruzione della realtà che

fa parte integrante dell’immagine e che negli audiovisivi è convalidato e verificato dalla presenza del suono. Il suono e la

voce sembrano dotati di uno statuto di maggiore astrazione ma anche di superiore leggerezza. Il suono non ha il vincolo di

dover rappresentare la realtà, ma di accompagnarla. La sensazione sonora è relativa alla sfera emotiva, evocativa, simbolica.

Per questo suo carattere confidenziale il rapporto degli ascoltatori con l’emittente radiofonica è diverso da quello con la

TV e contraddistinto da una fidelizzazione più intensa. Per l’ascoltatore della radio il telecomando non esiste e ciò

corrisponde alla propensione a restare sintonizzati sulla nostra emittente abituale per lunghe campiture di tempo.

La radio è sempre adesso, nel momento in cui si ascolta, e quello che ci è sfuggito o non abbiamo sentito bene non è

recuperabile. Questa esperienza risponde a molteplici esigenze sociali che possono ricondurre a 3 ordini di funzioni: 1-

funzioni connettive: sono presenti nell’utilizzo della radio. Quando svolgiamo un’attività possiamo essere accompagnati da

suoni e voci che ci danno l’idea di non essere isolati e lasciati a noi stessi ma di essere in modo flessibile alle altre persone.

2- In un ambiente sociale segnato sempre più dalle differenze, viene spesso richiesto alla radio di esercitare una funzione

identitaria. La radio dà la sensazione di partecipare a qualcosa. Nella funzione identitaria giocano un ruolo particolare le

nicchie musicali molto caratterizzate. 3- La radio ci fornisce buona parte delle informazioni che ci servono per affrontare la

vita sociale e svolge in questo senso funzioni partecipative. Questo complesso di informazioni ci richiamala presenza

costante di una sfera pubblica che pure frequentiamo saltuariamente, immersi come siamo nei nostri interessi e problemi

privati.

Le Osservazioni si riferiscono solo alle radio nelle società occidentali. In Africa la radio è il primo medium. In USA Latina

la radio si presta ad una comunicazione comunitaria e antagonista.

Capitolo secondo: Fare la Radio

Fare la radio comprende 4 concetti: 1- predisporre e assemblare i contenuti da trasmettere a seconda del formato e della

tipologia dell’emittente. 2- mettere in onda tali contenuti. 3- ricercare la risposta del pubblico. 4- promuovere la radio

attraverso altri mezzi, quindi realizzare contenuti multipiattaforma e intrecciare il broadcasting con eventi del vivo (on air,

on site, on line). Le prime 2 attività formano il broadcasting. Adesso non c’è più una frequenza disponibile e tutte quelle

impegnate sono state assegnate agli occupanti. L’unico modo allora è comprarne una da una radio che la mette in vendita.

Formalmente la frequenza è un bene pubblico inalienabile, che è oggetto di concessione alla singola emittente e quindi

non potrebbe essere venduta. Basta però che una società ceda ad un’altra il ramo d’azienda che ha la concessione

radiofonica, ed è tutto a posto. Il problema è l’elevato costo. Inoltre una frequenza non basta: occorre proteggere il segnale

acquistando le frequenze vicine e altre per i coni d’ombra. La bassa frequenza comprende tutto ciò che riguarda la

registrazione e il trasporto del suono all’interno degli studi e dei locali tecnici di una emittente; l’alta frequenza riguarda il

segnale trasmesso nell’etere. Il segnale irradiato da un trasmettitore può avere maggiore o minore potenza (misurata in

watt). La ricezione è migliore la notte, quando i raggi del sole non interferiscono con la ionosfera. Se due onde con la

stessa frequenza, provenienti da diverse stazioni si toccano c’è un’interferenza e non si sentono bene entrambe. Quando il

segnale si affievolisce è necessario un impianto ripetitore, che capta il segnale e lo ritrasmette secondo un’altra frequenza

molto diversa dalla precedente. I piani di frequenze sono come un vestito di arlecchino e l’RDS (Radio Data System)

permette di memorizzare le frequenze per poterle recuperare in qualsiasi momento.

I prodotti possono essere prodotti appositamente per la radio o provenire da eventi esterni. In radio la porzione di

trasmissioni in diretta sul totale è altissima. La parte di programmazione radiofonica che da sempre è registrata è la

musica. Oggi anche le emittenti private pagano i diritti d’autore. In generale in radiofonia tutta la musicatende ad essere

registrata e tutto il parlato tende ad essere in diretta.

Il cuore della produzione radiofonica è dunque lo studio, una stanza di ridotte dimensioni, insonorizzata con materiali

fonoassorbenti e una porta molto spessa e silenziosa, in cui è collocato un tavolino ricoperto da un panno di feltro su cui

penzolano alcuni microfoni, in vista di un grande orologio. Nella radiofonia pubblica e nelle radio più importanti un

doppio vetro divide lo studio dalla regia. In quest’ultima stanza si trovano anche altri collaboratori al programma. Chi

parla nello studio, sistema con attenzione davanti a sé i fogli con la scaletta del programma, sistema il microfono e fa una

prova voce. Nelle cuffie giunge il parlato della trasmissione ed eventualmente il consiglio del regista quando non si è in

onda. Una luce rossa segnala che la trasmissione è in corso. In uno studio come questo la difficoltà era la comunicazione

tra speaker e regia, che avvenivano con gesti o con un monitor collegato ad una telecamera con davanti una lavagna dove

si scriveva, poi è arrivato il computer. Nelle radio private c’era un bancone da discoteca, il disc-jokey parlava al microfono,

metteva i dischi di suo gradimento, li mixava e rispondeva al telefono. Altri suoni e parlati sono raccolti da operatori che

con strumenti portatili viaggiano, realizzano interviste e reportage, partecipano a conferenze stampa. Lo strumento

tradizionale per questo lavoro era il “Nagra”, un registratore a bobine da portare a tracolla molto affidabile. Poi si è diffuso

un apparecchio Sony a cassette e più leggero. La radiocronaca è l’ogetto più pregiato di tutte le attività comunicative. Ai

sistemi empirici si sostituì quello del montaggio digitale.

Capitolo terzo: I generi radiofonici

La radio, quando lasciò il passo alla tv che divenne sempre più generalista, essa si dedicò al pubblico giovanile. Negli USA

degli anni 50 la radio adottò un nuovo schema delle trasmissioni, detto “formato”. Il formato di una radio prende in

considerazione una sola giornata e si ripete ogni giorno nello stesso modo con una sola distinzione tra i giorni feriali ed il

weekend. Il formato è studiato sulla nicchia che si vuole perseguire e contiene una miscela tra generi e stili musicali a cui

l’emittente si affida per rivolgersi al suo pubblico potenziale, identificato secondo parametri di età, di sesso, di reddito,

etnici, indispensabili per accedere alla pubblicità. Gli ingredienti della programmazione sono in un rapporto reciproco

costante. Il formato tiene conto di una modalità di fruizione della radio più individuale e casuale. Il concetto

fondamentale della radio di formato è la rotation, l’emittente viene incontro al pubblico ripetendo la programmazione in

cicli periodici. Per trasmettere qualcosa di importante al pubblico si fa ricorso ad una “heavy rotation”, una ripetizione più

accelerata e più frequente. L’intervallo, tra due successivi inizi della programmazione dalla durata di un’ora, è chiamato

“clock”. Ogni clock ha dento degli isoritmi, annunci e jingles, cioè brevi motivi musicali, realizzati appositamente o

adattati da brani preesistenti, che rappresentano il marchio dell’emittente e permettono la sua piena riconoscibilità. Il

clock distingue una radio professionale dalle improvvisazioni dilettantesche, rappresenta il passaggio da una fase

artigianale a un’industria culturale matura, l’elemento di continua identificazione da parte del pubblico, di fidelizzazione

attorno ad un tema e alle sue mille varianti. Il primo dei nuovi formati radiofonici è molto semplice, e proprio per questo

si è diffuso con una certa rapidità: Top 40, consiste nella ripetizione partendo dalla posizione più bassa in classifica di una

hit parade di canzoni condotta e commentata dal disk-jokey. Oggi i formati più diffusi della radio americana sono: 1-

News/Talk/Information, parlato. 2- AC, Adult Contemporary, musicale e parlato. 3- CHR, Contemporary Hit Radio,

musicale, l’evoluzione del Top 40. /Nelle radio di parola, le più diffuse, emergono conduttori. In EU la radio di formato

giunge 10 anni dopo con Radio Luxemburg, Radio Montecarlo e le radio pirata. In ITALIA arriverà ancora più tardi,

all’inizio degli anni 80, per ragioni di legge e per la particolare situazione della musica leggera italiana. RTL 102.5 sarà la

prima radio privata nazionale a presentare un formato Contemporary Hit. Negli anni 90 “Radio di flusso” è diventato

sinonimo di “Radio di formato”. Dal 1983 l’ascolto della radio ha cominciato a crescere in occasione della guerra del

Golfo del 1991. L’ascolto radiofonico ha un andamento perfettamente complementare alla fruizione televisiva. Le ore del

primo mattino sono le più pregiate, perché tra le 7 e le 9 del mattino quasi 12 milioni di persone ascoltano la radio, e tra

esse la classe dirigente del paese. Successivamente il ciclo vitale della radio, nella giornata, coincide con quello della vita

attiva e del lavoro e tende a decrescere col ritorno a casa.

La scelta della musica rispetta con grande fedeltà il formato adottato. La selezione dei brani si svolge tutta all’interno delle

tipologie musicali scelte dall’emittente. I formati più raffinati sono quelli che tengono conto di tutta una serie di fattori e

più una radio punta a una nicchia larga, più numerose sono le variabili di cui deve tener conto, ancor più se ambisce ad

avvicinarsi ad essere generalista. Le regole variano da un’emittente all’altra, venendo tenute nascoste come una segreto

aziendale , costituendo l’identità stessa dell’emittente. Da circa 20 anni sono in circolazione software per generare playlist

sulla base delle convenzioni proprie di quella emittente (scheduling, cioè mettere in scaletta).

Le radio hanno puntato a stabilire legami orizzontali, amicali, fondati sulla condivisione da parte di un gruppo di un

nucleo emotivo che la musica rappresenta e descrive. Le radio nazionali italiane si sono specializzate in un’offerta

prevalentemente rivolta a giovanissimi, giovani o giovani adulti. Il problema di questa programmazione è che i giovani

crescono e tendono ad “uscire” dal target della radio. Una prima risposta è stata la creazione, da parte delle principali

radio, di marchi bis con un formati musicale più oldie e uno spazio più ampio attribuito alla parola e all’informazione. Si

è operata una mediazione tra i formati giovanilistici e metropolitani delle origini nordiste e una miscela piè soft, in cui

entrano i formati classic e una contaminazione della musica con l’intrattenimento parlato. La differenza tra radio di

formato e radio di palinsesto è in una fase di attenuazione.

Un buon esempio di radio di palinsesto è costituito dalla RAI. La radio pubblica italiana dispone di 3 canali in FM che

danno spazio a vari generi radiofonici e li compone in una serie di appuntamenti distribuiti nella giornata e nella

settimana. Il 1 canale ha una vocazione informativa. Il 2 canale è dedicato all’intrattenimento leggero. Il 3 canale ha

un’impostazione culturale e musicale, nel senso della classica e della sinfonica, del jazz e del folk. L’offerta RAI si completa

con un canale specializzato nell’informazione parlamentare e un servizio di informazioni sul traffico e intrattenimento per

gli automobilisti, non particolarmente brillante, che si chiama Isoradio ed è svolto in convenzione con la società

Autostrade per l’ITALIA. È una rete in isofrequenza, dove non è necessario cambiare sintonia durante il viaggio. Lo sport

è uno dei punti Forza della RAI, con una copertura molto ampia degli aventi. La radio pubblica parte da modelli “alti”

come letterari, teatrali e ha sviluppato una cultura di servizio con un’informazione molto capillare, la copertura degli

eventi istituzionali, della politica internazionale, della cronaca e della società. Molto importante per l’evoluzione della

radio di palinsesto è l’arrivo del telefono, perché ha modificato radicalmente le rubriche dedicate ai vari temi e gruppi del

pubblico che punteggiavano il palinsesto. Esse avevano la forma del discorso esperto. Con il telefono le rubriche sono

diventate una sorta di contenitore tematico in cui uno o più conduttori dialogano con gli ascoltatori a casa, intervistano

brevemente qualche esperto al telefono, propongono brani musicali, presentano libri e film.

I generi sono definitivamente tramontati per l’arrivo del telefono e per le modalità di ascolto più casuali e frammentarie,

per gli effetti della concorrenza tra numerose emittenti radiofoniche e per la plurima offerta mediale in cui la radio ha

dovuto destreggiarsi fra televisioni in chiaro e satellitari, Internet e supporti per il suono digitale, come i CD, che fra

l’altro riproducevano il suono con maggiore qualità. Il risultato è stata un’ibridazione tra i generi che riguarda sia il

pubblico che il privato. Siamo in presenza di una virtualizzazione della comunicazione radiofonica, sempre più mediata

dal telefono, sempre più dominata da formati brevi. Essa si è rivelata uno strumento di grande freschezza, ma la lasciato

l’inchiesta, la grande intervista, il reportage, il radiodramma.

Parlare alla radio richiede molta attenzione. Il microfono è molto sensibile che non registra e amplifica tutti i rumori dello

studio. Occorre quindi prepararsi bene ed essere sicuri di ciò che si vuole dire e utilizzare una intonazione e una emotività

coerenti con in tipo di messaggio. Bisogna ricordare che chi ascolta non dispone di immagini. L’accesso al contenuto è

lineare ma volatile, cioè quello che non viene compreso subito, anche perché l’attenzione è spesso scarsa, si perde per

sempre. Per questo i brani devono essere più brevi che nella scrittura, poveri di aggettivi, e di proporzioni subordinate,

evitando sempre flashback, parentesi, virgolette, digressioni e tutto ciò che non è sequenziale. Se si deve dire qualcosa di

importante o dare qualche informazione, si deve dare senza preliminari e introduzioni, bisogna scegliere solo elementi

fondamentali eliminando quelli meno significativi e non dare nulla per scontato.

La radio sta compiendo il suo passaggio al digitale. Il DAB (Digital Audio Broadcasting) permette di mantenere costante

sul territorio la modulazione, e quindi di non dover cambiare frequenza, sfruttando meglio lo spettro elettromagnetico

perché la compressione digitale permette di trasmettere fino a 6 canali su una sola frequenza. È possibile così trasmettere,

oltre alla musica e al parlato, dati di vario tipo. In molti paesi d’EU, tra cui l’ITALIA, si prevede per il DAB di utilizzare le

reti terrestri, con piattaforme nazionali DAB, su cui vengono collocati i vari broadcaster pubblici e privati. Il compito del

DAB è più difficile rispetto alla televisione digitale perché richiede un apparecchio radio più ingombrante dell’attuale e

ingenti finanziamenti per costruire le reti.

La radio attraversa una nuova e straordinaria ibridazione. Lo streaming permette di ricevere dati in un flusso continuo,

praticamente in tempo reale. MP3 è uno degli standard di compressione di file audio messo a punto dal MPEG (Moving

Picture Experts Group), un gruppo di tecnici di altissimo livello delle varie case produttrici di hardware, messi al lavoro

per definire standard comuni ed evitare le guerre commerciali. Da MPEG sono usciti gli standard della multimedialità. La

radio è favorita dall’agilità dei file MP3, ma ancor più dalla forte sovrapposizione del proprio pubblico con quello della

rete, perché oltre 2.000 radio in tutto il mondo trasmettono solo via Internet. Una Internet Radio non richiede licenze,

frequenze su cui trasmettere o autorizzazioni, evitando complicazioni burocratiche, costi e censure, e può essere ascoltata

in diretta in tutto il mondo a costi bassissimi. Con Internet si supera ogni frontiera. Oltre a trasmettere la radio in tutto il

mondo, Internet la rende visibile, le permette di elencare le proprie frequenze, di scaricare materiali audio, diffondere foto

dei suoi personaggi, organizzare chat e conoscersi tra gli ascoltatori. Si diffondono programmi radiofonici che nascono con

un’intenzione triangolare Internet-radio-telefono cellulare, per questo si punta su contenuti multipiattaforma, con eventi

dal vivo, trasmissioni broadcast, streaming sul web, archivi testuali sempre in rete, collegamenti continui e bidirezionali via

e-mail, cellulare, SMS, ed è in corso l’esplorazione di nuovi formati. La radio ha buone possibilità di implementare

Internet fornendole l’interfaccia audio. La sonorità di Internet rappresenta un passaggio chiave per la sua accettabilità

popolare. L’ambiente sonoro di Internet è un tema di crescente importanza e in cui non mancano aspetto problematici,

per la banalità di molte sue interfacce audio, per la durezza di certi stacchi sonori e dei rumori di accompagno di tante

pagine in rete, per il silenzio imbarazzante che promana da molti siti internet. La radio è il luogo del contatto tra il suono

e la vita quotidiana di migliaia di persone e il suo modo di trattare la musica e la voce può diventare la sonorità della rete

Internet.

• Parte terza: I linguaggi della televisione

Capitolo primo: Grammatica e sintassi delle immagini

Se è un’arte, la televisione è un’arte popolare, che ha un pubblico composito in cui prevale la gente semplice. L’immagine

televisiva non ha solo un significato documentario, ma un intento narrativo e rappresentativo con una forte connotazione

emotiva e sentimentale. Gli stimoli sonori e visivi devono raccontare una storia, e il regista deve selezionarli in base a

questa loro capacità, modificando i dati esistenti quando non si prestano. L’illuminazione artificiale e il trucco servono a

modificare i dati di partenza. Le immagini hanno una loro grammatica. Occorre che gli elementi di una scena siano

disposti nell’inquadratura in un modo facilmente e piacevolmente leggibile. Gli elementi più importanti dell’immagine

sono 3: 1- La composizione dell’immagine televisiva deve tener conto di due handicap, il primo è lo schermo piccolo, il

secondo è della definizione molto più bassa dell’immagine cinematografica e delle foto. L’immagine quindi non deve

essere statica ma richiede qualche movimento dell’occhio. Gli oggetti sono collocati agli incroci di un reticolo ideale che

divide lo schermo in 3 parti, in altezza e in larghezza. Inoltre lo schermo ha solo 2 dimensioni quindi la profondità deve

essere ricostruita privilegiando sempre linee oblique e curve. Quando il soggetto dell’immagine è una persone deve avere

abbastanza aria sopra la testa e per parlare. Se il soggetto cammina deve avere uno spazio vuoto davanti a se, per far capire

dove sta andando. Spesso i personaggi in campo sono più di uno e in questo caso i personaggi televisivi vanno riuniti in

immagini collettive che siano di facile lettura senza troppa distanza te l’uno e l’altro. Le regole sono simili a quelle della

fotografia. 2- L’inquadratura è lo spazio visivo ripreso dall’obiettivo della telecamera. La TV ha seguito il cinema nella

denominazione delle varie inquadrature, distinte in “piani” e “campi”. Nei piani appare solo una persona o un oggetto;

nei campi una scena più ampia. Nelle sceneggiature compare l’indicazione del tipo d’inquadratura per ogni scena. 3-

L’angolazione della camera è un altro fattore importante. Generalmente è collocata “in piano”, cioè all’altezza degli occhi

del soggetto principale, ma può essere angolata verticalmente; una ripresa “dal basso” accentua l’importanza della persona

che viene ripresa, mentre una “dall’alto” ottiene l’effetto opposto. Esiste anche la ripresa soggettiva, un’immagine più

coinvolgente. La camera ha anche un’angolazione orizzontale: può riprendere un personaggio frontalmente, di tre quarti e

di profilo. Quella che ha maggiore profondità è quella a tre quarti, quella frontale è più coinvolgente sul piano emotivo.

Quella di profilo si evita perché lo spettatore ha come l’impressione di incompletezza, di mancanza di un qualcosa.

C’è un tipo particolare di ripresa: il “guardare in macchina” che distingue il cinema dalla TV. Chi parla in camera

rappresenta se stesso, chi non guarda in camera rappresenta un altro e sottolinea il fatto che il suo discorso e la sua stessa

presenza si materializzano solo grazie alla TV. Molti spettatori televisivi grazie a questo artificio della messa in scena

sentono come una vera presenza che è invece ricostruita tecnicamente a distanza; come rivolto esclusivamente a loro

quello che è trasmesso; come dialogo quello che è monologo; come naturale ciò che è frutto di una raffinata macchina

scenica e della sua riproduzione tecnica.

Passiamo alla sintassi delle immagini. Le telecamere possono cambiare inquadratura senza smettere di riprendere. Le

telecamere da studio sono montate su un pesante supporto (piedistallo) dalla testa snodata che permette spostamenti

(panoramiche) in orizzontale e in verticale. Quando la telecamera può ruotare sul suo supporto per 360° si chiama

panoramica orizzontale. La ripresa dal basso all’alto di 60° si chiama panoramica verticale. Sulla telecamera è montato un

obiettivo zoom che permette di inquadrare una scena in campo lungo e poi “zoomare” restringendo la visuale fino ad un

particolare. Inventato nel 1948 in ambito fotografico è arrivato in TV negli anni ’70. Il carrello è una piattaforma mobile

a ruote su cui è montata la telecamera. La carrellata è una ripresa della telecamera su un carrello, che descrive in maniera

compendiaria l’ambiente nel quale avviene la ripresa. Il movimento può essere in linea retta o ad arco. Il dolly è un

carrello con un braccio telescopico che permette di sollevare il cameraman di oltre 3 metri, di riprendere una scena

dall’alto e di effettuare riprese in elevazione che si allontanano o si avvicinano gradualmente al set: ripresa chiamata

ascensore. Insieme alle telecamere fisse c’è anche una telecamera leggera a spalla, che dà vivacità alle riprese. Invece adesso

esibire le telecamere è quasi un obbligo, come se la televisione dovesse testimoniare la sua ricerca della realtà.

Un’evoluzione della camera a spalla in studio è la steadycam, un braccio meccanico con pesi e molle che letteralmente lega

la telecamera al corpo dell’operatore. Muovendosi egli può realizzare riprese continue di grande fluidità mantenendo la

stabilità della macchina.

Un insieme di immagini dotate di senso compiuto si chiama sequenza. La sequenza è composta da immagini provenienti

da varie telecamere, ma non sempre. Lo zoom, la steadycam o il carrello permettono di avere sequenze riprese da una sola

camera. Questa forma della narrazione, da una sola inquadratura senza stacchi o cesure, è chiamata piano sequenza e dà

un senso di immediatezza e di partecipazione allo spettatore. Non si può reggere una sequenza da un unico punto di vista

perché è monotona ed anche il passaggio da una telecamera all’altra deve essere curato con attenzione. La sequenza può

essere interrotta da un pubblico che applaude un passaggio del discorso, oppure da una panoramica di persone che

ascoltano direttamente o di un solo spettatore che abbia particolari caratteristiche. Nella trasmissione in diretta il lavoro

del regista è molto impegnativo perché tutte queste scelte devono avvenire in tempo reale, davanti al mixer. Nella

trasmissione registrata c’è invece il tempo dell’editing, in cui avviene il montaggio. Il montaggio deriva dal cinema, ma è

tecnicamente assai diverso. In TV si tratta più di sequenze da punti di vista diversi, riprese contemporaneamente da una

pluralità di mezzi tecnici; queste sequenze devono essere intarsiate l’una nell’altra. Il montaggio non è solo un fatto

tecnico, la scelta dell’immagine migliore, la pulizia di errori e sbavature, il taglio di passaggi lunghi e noiosi, ma anche una

descrizione visiva di nessi casuali. Il montaggio è quindi una fase molto creativa ma anche piena di responsabilità, perché

può contenere una forte carica di manipolazione. Molto creativo è anche il ritmo del montaggio, cioè la cadenza con cui si

cambia inquadratura che ha un nesso con la rapidità degli zoom, delle carrellate, delle panoramiche. Un montaggio veloce

appare al pubblico come dettato da una sete di conoscenza, specie se è congiunto con movimenti di macchina altrettanto

veloci; viene usato con moderazione, perché la visione rilassate della TV è ritenuta più adatta ad un lento fluire di figure,

dove non si abbia mai la sensazione immagini fondamentali.

Oggi prevale il semplice stacco, e sono usati meno effetti come la dissolvenza (dissolve), lo sfumo (fade), la tendina (wipe),

l’intarsio (key). La dissolvenza: progressivo aumento di intensità dell’immagine che subentra. Lo sfumo: l’immagine perde

lentamente di intensità fino a diventare nera o di altro colore e si usa principalmente per la fine della trasmissione. La

tendina: un modo di passare da un’immagine ad un’altra coprendo progressivamente il quadro. L’intarsio: inserimento

nell’immagine di una scritta, di un effetto, di un’altra immagine. Con questo ultimo effetto si costruisce un’immagine

composta. L’impiego principale dell’intarsio è quello che usa come criterio il colore: il chroma key. Si ha un’immagine di

grande realismo che comporta un abbattimento di costi e una semplificazione produttiva notevoli. Tutti questi effetti sono

elettronici, perché sfruttano le proprietà del segnale video, ma analogici, senza digitalizzazione dell’immagine. Tutto

questo lavorando sul computer con software sempre più sofisticati.

Capitolo secondo: Fare la televisione

Ciò che chiamiamo televisione in realtà comprende 3 attività diverse: 1- Broadcasting: cioè comporre contenuti video in

un palinsesto continuo. 2- Produzione di contenuti. 3- Messa in Onda, la trasmissione dei contenuti del broadcasting, in

modo che siano ricevuti dagli apparecchi. / I contenuti video possono essere diffusi sul loro supporto fisico o attraverso

ad una rete di trasmissione. La televisione si caratterizza per l’invio in tempo reale di un flusso continuo di contenuti e

quindi richiede sempre una rete di trasmissione. La prima è stata quella via etere, basata su trasmettitori che emettono

segnali composti da onde elettromagnetiche, e da ripetitori sulle montagne che li captano e li ritrasmettono quando si

affievoliscono o sono impediti da un ostacolo naturale. Etere significa atmosfera, aria, anche chiamate reti terrestri. In

ITALIA sono queste quelle prevalenti. In USA si è diffusa quella via cavo, come successivamente anche in EU, che

permette di diffondere la TV a pagamento. Negli anni 90 i satelliti artificiali hanno compiuto un progresso tecnologico

che li ha resi recivibili direttamente dalle nostre abitazioni con un’antenna circolare (parabola). Sono chiamati satelliti

DTH (Direct to Home), detti anche DBS (Direct Broadcasting Satellite). Dalla metà degli anni 90 sono disponibili satelliti

digitali e reti in cavo a fibre ottiche che rendono possibile la TV digitale. Tutte le modalità di trasmissione possono essere

“in chiaro” o “codificate”.

I programmi appartengono a 2 distinte tipologie: 1- i programmi ad utilità ripetuta, mandati in onda quando si vuole, e la

serialità permette un’oculata gestione delle repliche. 2- i programmi a utilità istantanea, che hanno senso solo in una

determinata finestra temporale./ I programmi a utilità ripetuta richiedono grande impegno produttivo, quello a utilità

istantanea coincidono spesso con le produzioni “da studio”. Le produzioni “cotte e mangiate” vengono quasi sempre

prodotte in proprio e si tratta delle produzioni più economiche, per l’elevata serialità delle puntate e la presenza di molti

elementi costanti. Vengono mandate in diretta, che è il sistema più semplice oppure con una breve differita tecnica (live

on tape). Il discorso cambia per i prodotti a utilità ripetuta. Esiste un mercato internazionale dei programmi TV, a prezzi

inferiori. Per quanto riguarda la produzione americana il mercato domestico va talmente tanto che rientrano della spese,

ed inoltre i costi sono bassi anche per la integrazione con lo “studio system” di Hollywood. Questa cessione a prezzi

irrisori serve anche per creare domanda per questi prodotti, diffondendo “l’american way of life” e formando il gusto dei

consumatori locali. In JAP c’è una scuola di disegno semplificato a prezzi bassi. Questi cartoni animati hanno conquistato

il mercato della TV per bambini. Quando si compra un programma se ne acquista solo il diritto esclusivo di trasmetterli

per un certo numero di volte.

La TV ha sempre bisogno di nuove trasmissioni. La vecchia televisione tendeva a produrre in proprio gran parte dei

programmi che non avevano comprato dall’estero, poi si diffuse la tendenza ad appaltare all’esterno parti del processo di

produzione o l’intera realizzazione del programma, con procedure spesso poco trasparenti. Oggi esistono società che

progettano programmi televisivi in proprio, oppure acquistano i diritti all’estero di un format che adattano alla situazione

italiana e di cui talvolta realizzano un prototipo, un “pilota” o un “numero zero”. Spesso e volentieri le televisioni affidano

a società esterne sia la progettazione dei programmi o di intere fasce orarie, sia la loro esecuzione. In questi casa

l’emittente nomina un “producer” che segue tutti gli aspetti del progetto e della realizzazione, curando gli interessi

dell’emittente e garantendo che il prodotto sia congruo con la sua linea editoriale. Questa tendenza è irreversibile ed è

coerente con l’outsourcing che contraddistingue tutte le attività produttive.

La realizzazione di un prodotto televisivo passa attraverso 3 fasi: 1- La Preproduzione: comprende tutte le fasi di ideazione,

decisione e progettazione preliminari alle riprese. Qui si approntano le risorse umane necessarie alla realizzazione del

programma. Vengono prese decisioni importanti sul contenuto del programma, che deve essere scritto e quindi ha uno o

più autori che presentano un soggetto, un trattamento, una sceneggiatura. In questa fase vengono commissionate anche le

sigle, i costumi, gli abiti e le scenografie. Queste ultime definiscono l’ambientazione del programma (set) che può essere

realistica, o funzionale, o spettacolare. In questa fase comincia anche il marketing del programma, dove gli autori

dovranno vedere spazi per la pubblicità che non appaiano come interruzioni innaturali. Poi c’è anche il placement (ricerca

di aziende che forniscano gratuitamente i loro prodotti in cambio dell’inserimento nei tioli di coda, o sono pronte a

pagare l’esibizione del loro marchio o una citazione da parte del conduttore). Importante è anche il casting, cioè la ricerca

dei protagonisti della trasmissione. Questa fase di preproduzione che molti momenti collegiali perché i diversi nuclei

creativi e organizzativi che lavorano separatamente devono periodicamente confrontare i risultati. In questa fase il regista

assume un ruolo di coordinamento delle scenografie, dei costumi, delle luci e sulla sceneggiatura con l’aiutoregista

comincia a studiare la disposizione e i movimenti delle telecamere, il tipo di inquadrature e di sequenze necessarie. Se è

una produzione importante c’è anche il direttore della fotografia, per assicurare la migliore qualità delle riprese o

addirittura un art director. Sotto la direzione del regista si eseguono le prove, fondamentali se la trasmissione è in diretta.

2- La Produzione: comprende le riprese vere e proprie. Qui si utilizzano le risorse predisposte e si realizzano le immagini in

movimento. Come abbiamo detto la fase della produzione coincide con quella delle riprese del programma e prevede 3

diverse possibilità: a- il programma al termine passerà in postproduzione e verrà inserito nel magazzino programmi e usato

nel momento opportuno. b- il programma è in diretta e quindi la postproduzione deve essere fatta prima o durante le

riprese e assemblata in regia durante la trasmissione. Sono possibili piccoli errori, ma il pubblico a casa ha una sensazione

di tensione e di verità che la registrazione cancella, come una specie di sterilizzazione che rende il programma corretto ma

asettico. 3- Il programma viene trasmesso in una breve differita, correggendo qualche piccolo errore e cautelandosi da

piccoli o scandali./ la forma più semplice di produzione televisiva è in studio, è la più economica e preferita. Lo studio è

uno spazio tecnico insonorizzato e climatizzato, collocato generalmente al pianterreno e con ampie vetrate per

movimentare pesanti macchinari e scenografie. Le porte hanno controporte per evitare che polvere, luci e rumori filtrino

dall’esterno. Le dimensioni sono variabili. Lo studio ha due zone principali e ben distinte: l’area di ripresa (floor) e la regia

(control room). Nell’area di ripresa c’è vicino al soffitto il parco luci e anche un impianto di condizionamento dell’aria. Il

pavimento è ignifugo e liscio, stabile e opaco, generalmente di colore grigio. In quest’area vengono montate le scenografie

che sono facilmente smontabili per utilizzare lo stesso studio in trasmissioni diverse. Ci sono anche quelle digitali. Lo

scenografo deve costruire l’ambientazione. Può essere usato anche il chroma key. Fuori campo c’è un monitor che mostra

cosa sta andando in onda e il gobbo che suggerisce le battute. Più il gobbo è vicino alla telecamera più potrà guardare in

camera. Nell’area fuori campo c’è l’assistente di studio, collegato con la regia che coordina la ripresa. Egli alle volte è

sostituito dal “teller”, un radiomicrofono miniaturizzato fissato nell’orecchio con cui la regia comunica col conduttore. La

regia è come una specie di ponte di comando, in posizione elevata rispetto allo studio. I segnali video e audio vengono

inviati qui. Il regista e i suoi collaboratori stanno davanti ad una consolle e ai monitor. Col regista ci sono l’aiutoregista e

vari tecnici. C’è una scaletta del programma da seguire. Delle varie telecamere presenti una sola produce l’immagine che

va in onda, ed essa ha una luce accesa per facilitare anche i partecipanti per guardare in macchina. In sintesi le

professionalità coinvolte nella produzione sono: regista e aiutoregista; mixer video e audio; direttore della fotografia;

direttore della produzione; tecnico video; tecnico delle luci o capoelettricista; i cameramen; l’assistente di studio. Altre:

truccatore; parrucchiere; addetto al guardaroba; sarto; macchinisti che spostano corpi illuminanti o carrelli con le

telecamere, sostituiti da servomeccanismi o dall’evoluzione degli obiettivi; security man.

Oltre alla produzione in studio c’è anche quella in esterno. Le situazioni che si possono presentare sono

fondamentalmente di 2 tipi: EFP che sono riprese esterne che richiedono apparecchiature tecniche sofisticate, simili a

quelle da studio e la regia si trova in un pullman speciale, molto costoso perché prevede parecchie installazioni; ENG sono

riprese che richiedono solo un’attrezzatura leggera, telecamere a batterie con un microfono incorporato (camcorder) sulla

quale è possibile installare un diffusore luminoso.

3- La Postproduzione: comprende il montaggio, la grafica, gli effetti della grafica, gli effetti speciali, l’editing del prodotto.

Qui le immagini ottenute nella fase precedente vengono elaborate e trattate e poi confezionate in un prodotto finito e poi

archiviate nella library. La postproduzione si compie in “sala di montaggio” o “sala di produzione”. La soluzione più

semplice è avere 2 registratori uno slave e uno master, tra i quali c’è un editor o centralina di montaggio. Il digitale ha

modificato un po’ tutto. Si sono affermate tecniche di produzione completamente digitalizzate a partire dalle telecamere

che permettono di realizzare un montaggio su un unico computer con l’ausilio di software sempre più semplici da usare.

In ITALIA non è esistito fino ad ora l’obbligo della conservazione del materiale audiovisivo come per i libri e i periodici,

una parte notevole della documentazione storica della TV è affidata solo a ciò che riportarono i giornali.

Capitolo terzo: Culture e mezzi espressivi della neotelevisione

Nella neotelevisione si passa dai generi ai metageneri, ampie partizioni tematiche che contengono una trasfigurazione e

composizione dei generi tradizionali. L’ideale è una programmazione quotidiana che sia rivolta a tutte le età e a tutte le


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Liston93

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Corso di laurea: Corso di laurea in discipline delle arti, della musica e dello spettacolo - DAMS
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Liston93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Culture e formati della televisione e della radio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Menduni Enrico.

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