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nomadismo ad una ipertrofia dei non luoghi, le situazioni metropolitane

standardizzate, su cui si innesta la nostra esperienza personale, fatta di una pluralità

di livelli e d'identità. La radio è qui come un tappeto sonoro che si oppone al silenzio

con il suo carico di implicazioni emotive. Essere connessi con gli altri prova sempre un

senso di come va a finire una cosa, come possiamo gestire i nostri ritmi eccetera; la

radio rappresenta invece una testimonianza del qui e ora, un segnale della vita

attuale. Il testo radiofonico non si può rileggere, fugge davanti alle orecchie di chi

ascolta. Per alcuni, specie più giovani, la miglior forma di connessione è rappresentata

da una colonna sonora musicale, con brevi inserti parlate all'interno di un continuum

musicale nel quale muoversi in ogni momento della giornata. Il genere musicale deve

essere gradito, ma è meglio se si distacca da quel ristretto numero bravi preferiti che

si ha sempre con sé. La radio serve piuttosto ad aggiornare questa playlist personale.

La musica non parla sulla la testa ma tutto il corpo e l’ascoltatore ricerca proprio

questo quando si muove tra le stazioni radiofoniche. Gli spettatori meno esigenti sono

alla ricerca della colonna sonora che possa andare maggiormente d’accordo con il

ritmo richiesto in quel particolare momento; altri invece danno la loro preferenza a una

programmazione parlata. Può trattarsi di una conversazione leggera, di un

accompagnamento, anche con telefonate degli ascoltatori; alcuni più critici e severi

invece preferiscono una programmazione più strutturata, con uno specifico intento di

offrire alle persone un continuo bricolage di concetti e di pensieri, il cui tono esprima il

ritmo della società cui si ritiene di appartenere. La radio di oggi assomiglia al nuovo

telefono, tutti e due i mezzi producono una strana mescolanza di distanza e intimità.

Con la possibilità di telefonare in trasmissione, la radio fornisce non soltanto una

prospettiva di interattività, ma anche il compiacimento acustico dell’ascoltare le

conversazioni degli altri (una sorta di voyeurismo, un concetto totalmente legato

all'occhio ma che comunque si può avvicinare ad un piacere dell'origliare). Nel

comunicare mentre si cammina, nell’ascoltare mentre si lavora si reagisce all'ansia di

un tempo che sembra non bastare mai, si ha l'impressione di mettere a profitto tempi

obbligati e di raddoppiare le proprie facoltà espressive, di aderire ad una modalità

dinamica che sembra proprio di questa società, imitandola con una nostra

rappresentazione dell'attivismo. Oggigiorno le modificazioni nell'organizzazione sociale

del tempo urbano sono state indispensabili per questo passaggio: gli orari diventano

più flessibili, le attività non sono più obbligatoriamente sincrone (si può fare la spesa

di notte, si può utilizzare il telefono per guardare la televisione in giro, la radio si può

sentire mentre si lavora eccetera). La televisione svolge tante altre lodevoli funzioni,

ma questa dell'integrazione mobile e asincrona si muove con lentezza. La mobile TV è

una pratica di nicchia, anche per la piccolezza del display dello smartphone a meno

che non siamo nella sala d'aspetto di un aeroporto.

4. Funzioni identitarie

In un mondo fatto di nicchie di tribù, molti di noi chiedono alla radio di aiutarli a

riconoscersi nell'identità che hanno scelto e a rispecchiarsi in essa. Ci troviamo in una

comunità di adesione e di riconoscimento che può essere anche temporanea, perfino

della durata di una sola sessione di ascolto; una comunità senza membership e senza

pagamento di quote, tasse, bollettini, senza momento vero e proprio di accettazione

del nuovo arrivato, senza attività sociali se non l'atto unilaterale di accendere la radio;

si tratta di una comunità largamente immaginata, ma non per questo meno reale,

poiché aperta, inclusiva e senza barriere. La radio è il luogo dove questa identità viene

confermata e rifornita di sempre nuovi complementi e addizioni, identità che in gioco

può essere la musica, una certa musica ma anche un'identità culturale. L'importante è

che quella specifica emittente sia percepita come uno dei luoghi dell'arcipelago su cui

insiste tale identità. Un esempio lo troviamo nella radio di preghiera che punta tutto

sulla condivisione di un rito, sulle continue varianti di uno stesso ciclo di preghiera,

esattamente come in quella recitazione corale del rosario che non casualmente è uno

dei formati più intensamente praticati. (interazione continua).

5. Funzioni partecipative

È stato spesso definito con l'espressione “radio di servizio” quel complesso di

informazione, aggiornamento, previsioni meteorologiche e bollettini sul traffico, ma si

tratta anche di una definizione riduttiva. Si tratta di informazioni utili per la nostra

società, ma sono anche delle informazioni e delle indicazioni utili o curiosità che ci

teniamo in memoria perché ci possano sempre tornare utili. La radiofonia permette di

esplicare queste funzioni in forma ripetuta e decentrata. La radiocronaca ne è

l'esempio trasparente, non si tratta di accompagnare con un parlato le immagini e i

suoni di un evento ma di condividere quell'evento di cui il cronista si fa mediatore

puntando a ricreare per noi le emozioni più che le circostanze. Veniamo così inclusi in

quell'evento che dall'ora è nostro e che ci riguarda quindi in prima persona. Anche se

non sempre utili, quelle informazioni ci fanno capire che siamo sempre immersi in

un’arena pubblica, collettiva che esiste anche se non ci si identifica in nessun luogo

fisico esclusivo. La radio dà la sveglia al paese, con un linguaggio fortemente timbrico,

veicola la nostra attività per costruire insieme la giornata che comincia.

Cap 5 - La rivincita dell’oralità –

1. La voce non trascritta e senza immagini

Nella società attuale la radio è una delle poche fonti da cui la parola

non arrivi in forma scritta e una delle pochissime in cui non si presenti accoppiata

all’immagine. Nella sua forma radiofonica la parola è una voce, non la sua trascrizione.

Ricorda la forma di comunicazione antica che si basava sul pensiero, senza documenti

o registrazioni: la mente appariva come un prolungamento della memoria.

2. L’avvento della scrittura

Poi è arrivata la scrittura e la parola non è stata più la stessa. È stata

estrapolata dal contesto caotico dell’esistenza per essere messa in uno spazio neutro:

la pagina bianca. La parola ora è precisa e industrializzata dalla stampa: non ci si deve

più riunire per ascoltare un discorso a voce alta, non si deve più ricorrere a brevi frasi

per poter ricordare tutto; ora c’è la carta che imprigiona pagine su pagine di discorsi

infiniti. La scrittura può essere studiata, cambiata, modificata; la parola una volta

detta non può essere cancellata.

3. L’oralità secondaria

L’oralità adesso è rilegata soprattutto alla lettura ad alta voce di testi

scritti, quindi è asincrona e non più un flusso di coscienza proveniente direttamente

dai propri pensieri. È un’enunciazione di servizio, non un’esternazione in presa diretta.

In questo modo prende le distanze, la parola scritta si allontana e si isola dalle radici e

dalle profondità emotive della lingua con cui siamo nati.

4. La terza oralità

Oggigiorno però ci troviamo di fronte ad una nuova oralità, non fondata sulla

recitazione di testi, ma su un flusso e su un ritmo che lasciano uno spazio primario alla

ripetizione di frammenti parlati e sonori dedicati a quei particolari temi che sono

caratteristici di quella singola emittente. Le stazioni radio preferiscono allontanarsi il

più possibile dagli imperativi di un testo scritto da leggere, per aderire in pieno agli

stilemi della lingua parlata. La radio attuale è ritmo e flusso, vocale e sonoro, una

proposta di ritmizzazione della vita e di intreccio fra sfera personale e pubblica,

totalmente priva di immagini: qualcosa di veramente simile ad una oralità primaria:

una terza oralità.

Cap 6 - L’oralità sonora -

1. Musica e parlato

Ma la vita non è solo parola, e anche musica e suono. In una cultura orale la differenza

tra questi concetti è assai meno forte che in una società della scrittura. La musica dà

un senso particolare alle parole, anche a quelle che non ne hanno. La notazione

musicale è totalmente diversa dalla scrittura delle parole; molte persone sanno

leggere le parole ma non la musica: la radio è uno dei pochissimi luoghi in cui questo

nesso viene ristabilito e reinterpretato. La musica è convenzionalmente definita una

forma particolare di oralità: non ha parole e non ha vocabolario. Tuttavia, ascoltare la

radio è come un flusso continuo di parole in musica.

2. Musica e radio: l’avvento del rock

Nella metà degli anni ‘50 avviene una rottura profonda che segnò il

destino della radio: essa ha costituito il principale vettore attraverso il quale le culture

giovanilistiche tenute insieme dal rock hanno potuto rapidamente diffondersi. Il rock

musicalmente parlando rappresenta il momento in cui la musica dei neri americani,

prima raccolta in nicchie come il jazz, il blues, il soul, riesce ad influenzare e a

plasmare una musica destinata alle maggioranze e come tale ibridata con le culture

del consumo, riuscendo quindi a fondersi con il blues, la country music e il pop. Una

leggenda narra che Alan Freed, dj di una trasmissione radio, decidesse di indicarlo con

il nome Rock'n'Roll per allargare l'accettabilità del genere. Nel 1955 “Rock Around the

Clock” diventa la colonna sonora del film “Il seme della violenza”, film sulla condizione

giovanile nelle città. L’ascendenza della cultura nera porta nel rock una vena

antimelodica, un primato dell'interprete sul testo, un ritmo rullante che fa ballare e

non con le movenze misurate e controllate di una canzone che deriva dalla romanza. Il

rapporto di questa musica con la corporeità è totalmente diverso. Inoltre, le stringhe di

motivi musicali vengono ripetute più volte, quasi ripetizioni ossessive, volte a essere

continuamente ripetute nelle stazioni radio e gettonate nei Jukebox. Le canzoni rock

diventano ineducanti e provocatorie e accompagnano così l’individualismo nel

consumo degli anni ‘50, dove nel cinema troviamo come punto di riferimento la

ribellione di James Dean e come colonne sonore il rock, la musica e il ballo. Il rock non

è più una subcultura giovanile, ma è un linguaggio unificante che prende grandi

maggioranze di giovani. L'idea era che la giovinezza non era più una età preparatoria

verso l'età adulta, ma una fase autonoma della vita.

3. La radio come “rock-medium”

Attraverso le stazioni radio il rock si diffonde in tutti gli Stati Uniti e

poi approda in Europa. È la prima cultura giovanile che parli il linguaggio globale,

mondiale: un punto di non ritorno. Le radio non svolgono solo un ruolo tecnico di

propagazione della musica; la radiofonia diventa un vero e proprio rock-medium. Le

nuove radioline a transistor sono strumenti personali che aiutano i giovani a isolarsi

dal resto della famiglia e ad esercitare il controllo in modo autonomo sulle loro

camere, sui loro ritrovi, sui loro angoli di strada. L'audio è molto migliorato grazie alla

nuova banda trasmissiva, la modulazione di frequenza FM capace di trasmettere un

segnale qualitativamente migliore. La FM però ha un raggio di trasmissione molto più

ridotto dei grandi impianti AM: essa si adatta perfettamente alla tendenza della radio

americana verso stazioni locali, che sono punti di riferimento e centri di aggregazione

per i giovani, con il tramite della musica che trasmettono. Il rock si unisce anche dal

punto di vista del parlato, il disc jockey non è più presentatore di canzoni, ma sempre

più una voce caratteristica distinguibile, il personaggio è una star ma anche un

consigliere. Un esempio lo troviamo nel film “American Graffiti” dove troviamo il ruolo

del disc jockey come voce degli dei della loro esistenza.

4. Il rock sbarca in Europa

In Europa mancava un’emittenza radiofonica adatta al rock e alle

culture giovanili. In America la radio era completamente privata e commerciale, invece

in Europa la radio offriva un servizio di natura culturale svolto direttamente o

indirettamente dallo stato. La BBC aveva affiancato nel 1945 al programma nazionale

un secondo programma più leggero, fondato su un intrattenimento sia parlato che

musicale. Nel 1946 fu aggiunto un terzo programma culturale seguito da una

minoranza di ascoltatori. La Rai Italiana aveva fatto altrettanto, nel 1951 viene definita

l'identità dei suoi tre programmi in modo analogo di quello della BBC. Un nobile

progetto, assai distante dalle culture rock almeno quanto lo erano i giovani italiani

appena usciti dal trauma del dopoguerra. L'unica ad avere un carattere più americano

era radio Lussemburgo già attiva nel 1933. Inizialmente era utilizzata come

propaganda nazista verso l’Inghilterra, per poi sfociare ad assomigliare più di tutte allo

stile americano e commerciale tra le radio europee. Quando il rock cominciò a

premere sull' Europa, trovò la radio pubblica non solo impreparata ma prevenuta. Il

mercato inglese per la sua relativa vicinanza linguistica e culturale agli Stati Uniti

rappresentava la prima testa di ponte per affermarsi in Europa, ma la BBC in realtà è

restia a separare l'intrattenimento dell'educazione per far passare il rock. Il rock si

diffuse nella radio Lussemburgo, i giovani dovevano comprare dischi dall’America e le

case discografiche dovevano pagare per far trasmettere i loro dischi.

5. Radio pirata, radio estere, radio private

Radio Lussemburgo rimase senza concorrenza finché nel 1964

nacquero le rati pirata come Radio Veronica e radio Caroline, sistemate precariamente

su vecchie navi in acque internazionali ma vicino alle coste inglesi, consentendo loro di

affermarsi in Europa. Quando il rock giunse nella radio europea la figura del disc

jockey fu la prima consistente ibridazione fra parole e canzoni innovando decisamente

i linguaggi della radio e aprendo la strada alla radiofonia privata. Nel 1967 la BBC

ristruttura radicalmente i suoi programmi radiofonici, trasformando Rai1 nella radio

per giovani. La RAI aprì gradualmente nei suoi palinsesti degli spazi come rubriche

musicali e giovanilistiche: “alto gradimento”, “bandiera gialla”, “countdown” e molte

altre. Queste trasmissioni erano spesso fatte con grande intelligenza e largo seguito,

talvolta collocate in orari marginali secondo una tradizionale strategia quella della

“riserva indiana”. Certo non ebbe il coraggio di seguire il modello della BBC

trasformando uno o più interi canali radiofonici in programmi di radio di flusso con

un’emissione musicale parlata a tema. Per radio estera in Italia si intendeva

soprattutto Radio Montecarlo che dal Principato comincia a diffondere una

programmazione in italiano dal 1960, ispirata ad una musicalità più melodica di quella

delle radio pirata, con notevoli inserti di canzoni francesi. Gli esordi della radiofonia

privata italiana sembrano delicatamente compresi tra due pregevoli film nazionali, lo

spleen Padano di Radiofreccia e il ribellismo della Sicilia immobile de “I cento passi”.

Oggi ci appare più chiaro che nella nascita della radiofonia libera si intrecciano due

aspetti intimamente contraddittori: da un lato essa era espressione di esigenze e

culture giovanili diffuse (le quali la società sopprimeva perché trasgressive); dall’alto

non c’è dubbio che dietro lo scudo della radiofonia “libera” si affermò la radio

“privata” e “commerciale”.

6. Musica gratis?

Ascoltare una radio estera o privata da un transistor per il quale sicuramente non si

era pagato il canone RAI rappresentava per i giovani ancora negli anni ‘70 una di

quelle blande trasgressioni. L'associazione fra radio e registratore a cassetta

permetteva inoltre la possibilità di un'altra trasgressione che avrebbe fatto strada, cioè

la registrazione fuori diritti di brani musicali, che peraltro la radio trasmetteva

generalmente senza pagare diritti d'autore a nessuno. Il danno poi è talvolta più

virtuale che reale, non è detto che giovane che si registra la cassetta di un cantante

sarebbe disposto a spendere per comprare il disco originale.

7. Radio e ritmi urbani

La musica leggera attuale deriva in gran parte dal rock in forma più o

meno diretta o paga ad esso un forte tributo timbrico e ritmico. Essa è ormai

onnipresente, la radio si sente ovunque e la pubblicità sembra non saper fare a meno

di un sottofondo musicale. La radio così ha percorso tutto l'arco della comunicazione di

massa, fino alla sua potenziale dissoluzione. Si è dissolta come istituzione-apparato e

come supporto fisico: non si parla più della radio, ma delle radio.

Cap 7 - Effetti radiofonici –

1. L’organizzazione del broadcasting fra pubblico e privato

L'organizzazione del broadcasting radiofonico è stata molto

diversa negli stati americani. Dopo essere stato utilizzato nel periodo bellico come

scopo militare, il broadcasting si è rapidamente evoluto verso un'attività commerciale

gestita quasi esclusivamente da soggetti privati che traevano i loro provenienti della

vendita degli apparecchi e, dopo, dagli inserzionisti pubblicitari attraverso le

sponsorizzazioni e più tardi dagli spot. Esiste anche un settore pubblico molto piccolino

dove lo stato ha conservato la sua autorità attraverso la Federal Radio Commission del

1927 con una particolare attenzione alla concessione delle licenze, gli standard di

trasmissione, alla disciplina contro le concentrazioni monopolistiche. Un modello in

atto ancora oggi è che la televisione ha ereditato totalmente. In quasi tutti i paesi

d'Europa invece la radio più quasi subito monopolio dello stato, gestito da organismi

specializzati di natura pubblica o parastatale. L'unica eccezione era il Granducato del

Lussemburgo che gestiva una stazione commerciale rivolta agli ascoltatori dei paesi

confinanti. In Europa quindi la radio si consolida come un monopolio diretto o indiretto

dello stato, che si sovvenziona attraverso una tassa detta un canone di abbonamento

ed esclude la pubblicità. Uno stato che mostrava una vera pedagogia dell'informazione

e che si realizza nel passaggio della prima BBC alla nuova British Broadcasting

Corporation era l’Inghilterra: un ente rigorosamente pubblica e dirotta da una persona

energica come John Reith. Quest'uomo alla guida fino al 1938 dette corpo e sostanza a

quell'ideale di educazione dello stato: “educare, informare e intrattenere”, principi

cardine della BBC. La BBC non ammette la pubblicità e si finanzia soltanto attraverso

fondi pubblici. La radio è dunque vista come un servizio culturale che lo Stato eroga

potenzialmente a tutti i cittadini; la tv poi sarà vista come una continuazione della

missione della radio.

2. La radio dei regimi totalitari

L'avvento della radiofonia determina negli anni ‘20 una revisione del

paradigma legislativo pensato per la stampa e fondato sul concetto di libertà di

stampa come determinazione pratica della libertà di pensiero. La grande complessità

dei costosi apparati di produzione e trasmissione radiofonica, la necessità di occupare

porzioni di territorio per trasmettitori e ripetitori rendevano inapplicabile alla radio il

paradigma della libera stampa e la spingevano, invece, verso una gestione

monopolistica del nuovo medium da parte dello stato. L'aspetto della radio quindi era

largamente compatibile con i regimi totalitari che proprio allora sorsero in Italia,

Germania e Unione Sovietica. I principi reithiani erano largamente compatibili con una

dittatura autoritaria: educare, informare, intrattenere. La radio propagandistica del

fascismo e del nazismo rappresenta una torsione a fine autoritario che spiega questo

ideale pedagogico alle esigenze di uno Stato totalitario. Nel 1919, per esempio, il

governo rivoluzionario dell'Unione Sovietica emana un decreto sulla centralizzazione

della radio diffusione: Radio Mosca inizia le proprie trasmissioni regolarmente nel

1922. Quindi possiamo dire che la radio fu molto importante per la propaganda dei

regimi totalitari che non si limitavano a trasmettere i loro valori, ma si concentravano

sulla mobilitazione e l'obbedienza dello stato, tramite l'inserimento

dell'intrattenimento.

3. Nell’America degli anni Trenta

In America la radio è stata molto studiata negli anni ‘30. La ricerca si

occupò di musica, intrattenimento informazione e molto sulle audience radiofoniche.

Molto affascinante era il metodo di ascolto da parte del pubblico e il modo di

approcciarsi dello speaker radiofonico. Un esempio divertente fu quello del 1938: anno

in cui andò in onda la celebre trasmissione radiofonica di Orson Wells sul network

americano CBS in cui era stata ricostruita un'invasione ostile della terra da parte di

alcuni marziani. Il testo era di teatro radiofonico ma la sua ambiguità consisteva nel

fatto che il suo carattere di riduzione teatrale veniva letteralmente travolto dal

realismo della narrazione, condotta simulando una serie di drammatici collegamenti

tra vari luoghi e con vari personaggi coinvolti dall'attacco degli alieni che sembrava

fosse in diretta. Molti radioascoltatori furono presi dal panico tempestando di

telefonate i centralini della polizia, fuggendo e provocando incidenti stradali. C'era

naturalmente un substrato psicologico particolare, connesso alla percezione della pace

minacciata da un’aggressione esterna: i marziani come nella fantascienza

cinematografica degli anni ‘50 saranno una metafora del comunismo sovietico. La

trasmissione pescava a piene mani in queste paure largamente diffuse ma non sempre

contestate e su di esse costruiva la fascinazione dell'ascoltatore. Tuttavia, la

percezione diffusa della trasmissione delle conseguenze che ne derivarono rafforzò la

convinzione che la radio aveva effetti forti sul suo pubblico.

4. La radio in guerra

L'informazione radiofonica fu mobilitata a cominciare dall'annuncio

dell’entrata in guerra, un vero e proprio evento mediale. La BBC trasmise anche le

radiocronache in diretta delle battaglie aeree tra caccia inglesi e tedeschi sui cieli della

Manica; la radio italiana inviò i suoi corrispondenti di guerra su tutti i fronti. Ma il

principale uso politico della radio nel conflitto, una vera guerra delle parole e anche

delle musiche, fu fatto da un complesso assai vario di trasmissioni specifiche:

emissioni propagandistiche rivolte ai paesi nemici, falsi annunci e comunicati, disturbo

di trasmissioni altrui e interruzione con messaggi di contestazione, radio di

intrattenimento per le truppe, programmi rivolti al fronte interno e infine tristi

programmi di servizio che avvertono tempestivamente degli attacchi aerei dei

bombardamenti. L'esperienza bellica segna profondamente la radio, anche in maniera

negativa, perché la associò nella mente di molti all'emergenza, alla propaganda

totalitaria, ai drammi della guerra, mentre la tv è la figlia del benessere, della pace e

della ritrovata serenità. Tuttavia, la radio rappresenta soprattutto un'esperienza

privata e intima e spesso clandestina, in un mondo in cui le comunicazioni erano

ovunque proibite o interrotte per i danneggiamenti bellici. La radio in guerra

rappresenta qualcosa di diverso e più profondo: un oracolo quotidiano che veniva

interrogato per conoscere le sorti della guerra e per orientare le proprie opinioni e i

propri comportamenti nei momenti drammatici. Un esempio importante fu il 25 luglio

o l’8 settembre del 1943 per l’Italia, o per la Francia la capitolazione del ‘40, in cui

bisognava letteralmente scegliere da che parte stare.

5. La ricerca di fronte all’arrivo della televisione

Nel dopoguerra gli studi sui media effettuarono una

convergenza pressoché totale sulla televisione e sui giornali. La ricerca dei media si

era infatti concentrata su due direzioni, due veri programmi di indagine che non erano

certo fatti per mettere in luce le caratteristiche della radio. La prima era dedicata

soprattutto sulle informazioni, la comunicazione e la politica e puntava decisamente

sugli aspetti cognitivi, conoscitivi, informativi del sistema dei media ai fini della

formazione dell'opinione pubblica. La radio in epoca televisiva è un'avanguardia

dell'informazione: arriva talvolta per prima con i suoi radiogiornali, che possono anche

interrompere i programmi per dare informazioni eccezionali; la leggerezza dei suoi

apparati gli permette rapide radiocronache precluse ai pesanti apparati televisivi. La

radio però quando arriva prima a comunicare sinteticamente una notizia, poi questa

sarà inevitabilmente approfondita, commentata, tematizzata da quotidiani e

telegiornali, dall’infotainment televisivo e dai settimanali. Per questo tale filone di

studi si sofferma poco sulla radio e sotto l'etichetta “sistema dei media” vengono

descritte soprattutto le caratteristiche di altri mezzi, come giornali e tv. La seconda

direzione di ricerca è rivolta soprattutto alla fiction, all'intrattenimento e alla loro

capacità di creare una realtà mediale attorno all'individuo, comunicargli

socializzazione, mode e stili di vita. Qui è la tv a farla da padrona, stabilendo sul

terreno della fiction rapporti da potenza a potenza con il grande cinema

hollywoodiano, ma ancora una volta, modesto è l’apporto della radio. Qui si sono

inseriti anche gli studi sul pubblico che hanno riabilitato la soap opera e il quiz

disegnando un loro ruolo sociale positivo nella coesione nella promozione sociale, ma

anche qui poco c'entra la radio. Se dovessimo soffermarci a questi filoni mainstream

possiamo dire che la radio in epoca televisiva era un mezzo minore, correva

debolmente all’agenda setting o alla socializzazione.

6. La difficile prosecuzione degli studi sulla radio

Si comprende così una certa rarefazione degli studi sulla radio

dedicati all’attualità. Non a caso tra gli studiosi dei media c'è una prevalenza di storici

o di studiosi che provengono da un ambito storiografico: quasi una divisione del lavoro

che assegna alla radio solo il territorio, ormai storicizzato, in cui prevaleva prima

dell'arrivo della televisione. In realtà quando si dice di effetti sociali dei media, o anche

del sottosistema mezzi elettronici o della “radio-televisione” si intendono

prevalentemente gli effetti sociali della televisione. Ovviamente al di sopra delle varie

teorie del ruolo dei media e dei loro effetti, c'è l'idea un po' funzionalistica di un

sistema dei media interrelato: in altre parole si ritiene implicitamente che tutti i media

concorrono alla creazione di questa realtà mediale, l’idea di un sistema dei media che

presuppone continui apporti reciproci, una divisione del lavoro.

7. La radio dentro e fuori al sistema dei media

Comunque se fiction, informazione ed entertainment sono in tre

macro generi dei contenuti a cui questi media si affidano per giungere al loro pubblico,

la radio insiste su questa triade solo con l'informazione e con una parte specializzata

dell’entertainment. La fiction, grande costruttrice e stabilizzatrice di immaginario

mediale collettivo, è secondario nella nuova radio. Nel mondo radiofonico i rapporti

che un'emittente intrattiene con altri media sono minori rispetto a cosa intrattiene con

altri mondi: per esempio con il mondo della musica, con le culture giovanili e, per le

radio targettizzate, con le rispettive tribù sociali, culturali, musicali, politiche, religiose

ed identitarie. Inoltre, le radio vivono in genere in una economia di varietà con i

soggetti economici e culturali del suo stesso gruppo: molto forti sono poi i legami con i

new media e con internet, più di quelli intrattenuti da qualunque altro medium.

Possiamo dire quindi che la l'esperienza radiofonica tenda a collocarsi almeno in parte

fuori dal territorio ai due estremi del quale ci sono la costruzione dell'immaginario e gli

effetti cognitivi. Questo modo di essere modifica una visione persistente secondo cui

ogni medium è un perfezionamento dei precedenti e che quindi la riflessione sulle loro

funzioni sociali e sui loro effetti assume un carattere rettilineo; la radio sembra dare un

contributo esiguo a quel processo di creare la realtà, non a mediarla, è più

rappresentazione sociale che informazione. Le radio commerciali occupano largamente

i campi dell’entertainment, tentano di mantenere il loro pubblico giovanile attirandone

uno nuovo con inedite connotazioni generaliste, transitando dalla radio di parola,

all'intrattenimento parlato o all'informazione.

Parte Seconda – L’Italia in onda

Cap 8 - Flussi e formati –

1. Format radio Mentre da un lato abbiamo la radio che si è spostata su un pubblico

giovanile e sulla fidelizzazione di nicchie di pubblico precise, dall'altro abbiamo la

televisione che è diventata rapidamente generalista, specializzata in un

intrattenimento familiare mutuato dei modelli radiofonici degli anni ‘30, ‘40 e ‘50. La

radio inizialmente aveva una forma culturale composta di programmi cuciti insieme in

un palinsesto settimanale, studiato per raccogliere di volta in volta il maggior numero

di ascoltatori che potevano trovarsi davanti all'apparecchio in quella determinata ora e

giorno della settimana. La crisi di questo modello radiofonico segue passo passo

l’avvento della televisione, dove nei primi anni ‘50 si sviluppa negli Stati Uniti e 10

anni dopo in Europa. Gli Stati Uniti sono il primo paese al mondo in cui la radio avvertì

le conseguenze distruttive dell'avvento della tv: con il rock la radio introdusse un ritmo

rullante che mise sotto pressione le convenzioni enunciative della radio, la sua

cadenza settimanale, sostituendola con la frequente iterazione di brani musicali del

momento, sorretti da un parlato informale e confidenziale. Le tradizionali

programmazioni della radio incominciano a sgretolarsi per arrivare poi al

mescolamento della musica con le parole; il ritmo del rock invade anche la parola, la

recitazione di un annunciatore è sostituita dal parlato caratteristico del disc jockey. Il

nuovo formato radiofonico era semplicissimo, si chiamava “Top 40” ed era formato da

una playlist di classifiche settimanali condotta e commentata dal disc jockey. Nel 1961

la Federal Communication Commission autorizza la trasmissione stereofonica a

modulazione di frequenza FM e per la prima volta la qualità del suono raggiunse livelli

di eccellenza che ne facevano standard obbligatorio per le radio musicali. Alla fine

degli anni ‘60 in America le radio FM avevano conquistato un quarto dell’ascolto

radiofonico. La FM però aveva un raggio di trasmissione molto più ridotto dei grandi

impianti AM: queste radio AM reagirono alla concorrenza introducendo altri formati

prevalentemente parlati come le news e i talk e abbandonarono comunque la

consolidata radio di programmi. Intanto il formato musicale “Top 40” veniva evoluto

con l'introduzione di parole, speciali per le notizie, aggiornamenti sul traffico,

previsioni metereologiche etc.. detti “Talk & music”. In Italia questo modello chiamato

“Contemporary Hit” fu introdotto da RTL 102.5, in seguito alle radio nazionali come

rete 105 e radio 101 che applicavano il formato genericamente musicale costruito per

analogia apparente con i modelli americani e distinguibili soprattutto per una

percentuale schiacciante di musica straniera. Le radio locali e provinciali invece

preferivano una programmazione più generalista e multitarget. Il concetto

fondamentale della radio di flusso è la rotation: non è il pubblico a doversi adeguare a

orari precisi, ma l'emittente gli viene incontro ripetendo la programmazione in cicli

periodici. In questo tempo circolare l'intervallo tra due successivi inizi della

programmazione, il clock, è generalmente diviso in ore, in qualche caso in mezz'ore.

Ogni clock ha i suoi “isoritmi”: elementi cadenzati come sigle, spot, nomi eccetera che

permettono una piena riconoscibilità dell'emittente. Lo stesso ripetitivo andamento

circolare si estende alla pubblicità che proprio grazie alle ripetizioni trasmette il loro

messaggio e aumenta la sua efficacia. Il clock rappresenta la carta d'identità della

radio e permette di distinguere il lavoro creativo di individualizzazione di un particolare

formato comunicativo: quello che è la serialità per la televisione è il clock per la radio.

2. Il flusso radiofonico

Il concetto di flusso è stato elaborato in ambito televisivo da Raymond

Williams nel 1974. Nasce infatti da un'analisi comparata della televisione inglese e di

quella americana da cui risulta evidente che la trasmissione di programmi specifici e

delimitati, composti in un laborioso dosaggio tra generi e rubriche, tipico della

televisione inglese, nel sistema commerciale della tv americana non era mai esistita.

In America l'offerta televisiva era costituita da un flusso di brevi sequenze. Il flusso

americano è un susseguirsi di programmi uniti agli spot pubblicitari che non hanno un

vero e proprio inizio e una vera e propria fine e compongono quindi il vero

broadcasting. La teoria del flusso ha rappresentato la principale guida alla

comprensione dei linguaggi della televisione europea nell'era della concorrenza,

sviluppatasi negli anni ‘80 che è stata chiamata neotelevisione. Negli anni ‘90 il

concetto di flusso fu applicato alle radio private italiane. L'ascoltatore odierno chiede

alla radio di condividere un'emozione, di venire incontro ad una sua richiesta di

benessere, vuole quindi un flusso al quale collegarsi quando può e quando ne ha

voglia. Spesso l'ascolto è puramente causale ed è sempre condiviso con altre attività.

Non è più un appuntamento da rispettare nella sua giornata.

Cap 9 - L’universo radiofonico –

1. L’ascolto della radio

In Italia la radio è il secondo dei media nei consumi, subito alle spalle della televisione,

e molto sopra i giornali e i quotidiani. La radio riesce a mantenere questa posizione in

un paesaggio mediatico così affollato, non solo perché è un medium multipiattaforma,

ma perché è l'unico che può essere fruito su tutte le piattaforme fisse e mobili. L'ipod,

nato senza una radio al suo interno, ne monta una dal 2006. Il cellulare e internet non

sono avversari della radio ma un'opportunità di maggiore diffusione e hanno prodotto

quella rarefazione dei consumi che ha colpito i quotidiani e periodici. La radio ha

comunque due assi nella manica che l'hanno molto aiutata nell'era del web 2.0: da un

lato questa è gratuita alle origini, non è il problema di farsi pagare che affligge gli altri

media; dall'altro non essendo un medium visivo, non è penalizzata dalla piccolezza

degli schermi o dei caratteri, soprattutto sui dispositivi portatili. La radio non è molto

diffusa, ma è anche circondata da una buona reputazione, superiore a quella dei

media classici e inferiore solo ad internet, percepita come fonte di informazione

maggiormente plurale e disinteressata. La radio dunque è un mezzo indispensabile per

chiunque voglia parlare con i giovani ed essere ascoltato. Gli ascoltatori sono sempre

aumentati negli anni fino a toccare nel 1996 35 milioni di ascoltatori giornalieri.

L'ascolto rimasto sostanzialmente stabile fino al 2003 è poi ricominciato a crescere

fino a sfiorare i 40 milioni di ascoltatori al giorno. L'ascolto radiofonico ha un

andamento complementare a quello televisivo. Le ore del primo mattino sono le più

pregiate, l'informazione con cui si inizia la giornata è sempre quella radiofonica in casa

o in auto. L'ascolto ha un calo nelle ore meridiane, quelle del ritorno a casa o della

pausa pranzo, dove probabilmente si fa sentire la concorrenza del telegiornale. La

radio risale il pomeriggio anche grazie ai spettatori giovani che erano a scuola, ma

scende bruscamente verso la sera all'aumentare degli spettatori televisivi. La notte

rimane per pochi appassionati.

2. La rilevazione degli ascolti. Nascita e fine di Audiradio

La rilevazione dei dati dell'ascolto radiofonico ha sempre

presentato aspetti problematici ed esplose nel 2010 in seguito a forti problematicità

che hanno portato alla liquidazione di Audiradio, la società che aveva rilevato gli

ascolti dal 1998. Questa era stata fondata per iniziativa dell’UPA, l'associazione degli

utenti pubblicitari sull' esempio di Auditel del 1984, comprendendo nel capitale sociale

emittenti nazionali, agenzie pubblicitarie e naturalmente la RAI. Rilevare la radio

comunque era sostanzialmente diverso dalla Auditel ovvero il monitoraggio di un

campione di famiglie grazie allo strumento elettronico collegato telefonicamente ai

centri per raccolta di dati (meter collegato minuto per minuto). Nel caso della radio

quindi troviamo Audiradio che si basava su una filosofia propria delle ricerche di

mercato. Questa si occupava di fare delle interviste che si basavano soprattutto sul

numero degli ascoltatori negli ultimi sette giorni e il numero di ascoltatori nel giorno

medio; ciascuno di questi dati era articolato per variabili geografiche e socio-

demografiche che venivano incrociate sulle singole emittenti e sull'esclusività

dell'ascolto (attraverso il CATI, Computer Assited Telephone Interview). Dopo molti

problemi nel 2009 Audiradio introduce insieme al CATI una nuova indagine il “panel

diary”. Nel 2010 sono stati rilevati con il primo le radio locali e con il secondo le radio

nazionali. I soggetti dovevano compiere un diario delle loro scelte di ascolto per tre

settimane, molto differente da uno dei difetti iniziali di Audiradio che era di fornire solo

l'ascolto per un periodo di 7 giorni. Questo portò ulteriori problemi e ulteriori indagini

relativi a distorsioni nella compilazione del campione dati, così gravi da inficiarne

l'attendibilità e arrivando così alla liquidazione.

3. Il mercato e le risorse della radio in Italia

Le risorse più importanti per la radio sono le entrate pubblicitarie in sport, promozioni,

sponsorizzazioni, che si aggiungono alle entrate del canone RAI, nella parte che

attribuita alla radiofonia. La radio non viene distribuita su un supporto materiale che

sia possibile vendere o affittare, condivide con la televisione una distribuzione via

etere ma diversamente da essa non ha la possibilità di far pagare il cliente finale,

come avviene con la pay tv o la pay per view. Inoltre, il concetto immateriale della

musica si organizza al di fuori della radio, mentre la televisione riesce a controllare

una parte delle transazioni che riguardano il materiale. L'Italia è uno tra i paesi la

quale percentuale di investimenti assegnata alla radio è la più bassa. Il dato

radiofonico italiano è particolarmente basso perché la televisione fa la parte del leone:

la sua percentuale è superiore a quella degli stati europei e del Giappone e seconda

solo agli Stati Uniti. Come ormai è ben noto, all'inizio degli anni ‘80 la pubblicità in

Italia comincia una tumultuosa crescita determinata dall'avvento della televisione

privata nazionale. Nei primi vent'anni gli investimenti pubblicitari sono applicati in lire

correnti raddoppiando la quota di mercato della televisione a scapito della stampa e

della radio. L'assegnazione inoltre delle risorse dei vari settori della Rai era oggetto

delle sue opache contrattazioni interne e non riusciva bene a comprendere la

ripartizione fra i mezzi. La legge Gasparri di riordino del sistema radiotelevisivo ha

finalmente stabilito che la RAI è tenuta aduna contabilità separata. Anche se

comunque questa legge separata non permise un aumento delle risorse devolute alla

radio che comunque giravano intorno al 7% dei provenienti del canone chevanno alla

tv.

4. Un punto di non ritorno

Nel 2002 nasceva Sky dalla fusione di stream e di Telepiù, per iniziativa del nuovo

proprietario Rupert Murdoch. Nel 2006 Sky annuncia di aver raggiunto il punto di

pareggio, tanto che nel 2008 Sky supera il fatturato di Mediaset e si colloca subito alle

spalle della RAI. La televisione generalista comincia a perdere centralità, ad

invecchiare e a perdere pezzi. Il digitale terrestre della Rai e Mediaset accelera, la

diffidenza nei confronti di internet salta e si riempie in Italia di nuovi canali televisivi

per altrettante nicchie di utenti. Il nucleo di utenti sono le nicchie paganti che seguono

nuovi canali digitali e anche la radio è sottoposta ad un cambiamento: il suo compito

di reclutamento dei giovanissimi non è più così facile per colpa dei social network, la

tendenza è quella di assumere un volto più generalista o almeno nini-generalista. La

radio si conferma un tramite pregiato e per certi aspetti unico verso una fascia di

mercato e di pubblico pregiata, a cominciare da quei giovani che devono affrontare la

propria vita sociale, compiendo appropriate scelte di consumo. Tutte persone curiose

piuttosto indifferenti alla televisione. I grandi investitori, i “Big spender” e le agenzie

pubblicitarie si erano originariamente indirizzate alla radio. Questo atteggiamento è

radicalmente cambiato per vari motivi: il primo elemento degli ascolti è la

maturazione delle radio nazionali, ormai centrali nel panorama radiofonico; secondo

perché si sommano alla capacità di segmentazione del pubblico, una marca d'identità

di ciascuna emittente e un legame che instaura con i suoi ascoltatori fatto di

riconoscimento, fiducia e partecipazione. La pubblicità radiofonica non è più una

trasposizione povera di messaggi e contenuti pensati per la televisione, ma ormai ha

varcato una soglia che consente lo sviluppo di una creatività specifica legata alla

forma culturale della radio.

5. Tra leggi televisive e digitalizzazioni mancate

Per molto tempo la radiofonia privata italiana si è battuta contro le disparità di

trattamento rispetto all'emittenza televisiva. Adesso una regolazione del sistema

esiste: nella legge Gasparri, si cercò di annegare le posizioni dominanti nel mare

magnum del SIC, ovvero il Sistema Integrato della Comunicazione e anche di cercare

di raggiungere la privatizzazione della Rai (cosa che non venne mai attuata). Nel

frattempo, le trasmissioni televisive hanno interamente compiuto la transizione al

digitale terrestre che si è conclusa alla fine del 2011. Nel 2001 con un voto quasi

unanime del parlamento si era stabilito al 2006 il termine per il passaggio al digitale

terrestre. Una digitalizzazione solo televisiva anche se alla radio venne concessa

quella sperimentazione di tecniche standard digitali che non si nega a nessuno, ma il

processo di digitalizzazione era comunque ancora confuso. Lo dice un documento

ufficiale della Agcom: un'altra differenza tra televisione e radio è costituita dalla

mancata previsione di una data di spegnimento delle reti radiofoniche analogiche.

Pertanto, il periodo di convivenza tra radio analogica e radio digitale risulta indefinito.

Cap 10 - Privati e nazionali –

1. Le radio nazionali Le radio nazionali sono il segmento più attivo sia del segmento

privato che del settore radiofonico nel suo complesso. La radio non ha un assetto

duopolistico come la televisione; una pluralità di emittenti radiofoniche nazionali si

divide il pubblico in modo che nessuna realizzi più del 20% dell'ascolto. Con il tempo si

ha il consolidamento e la maturazione dell'imprenditoria radiofonica che ha ormai

superato da tempo la struttura personalistica e artigianale. Non si tratta soltanto di un

passaggio generazionale ma dell'integrazione in gruppi editoriali multimediali, nel

tempo si sono eliminate le emittenti troppo piccole, i radiofonici improvvisati e quelli

molti utopisti ma bravi e onesti che non hanno avuto fortuna. L'offerta radiofonica si

può Infatti articolare in tre diversi ambiti:

un primo gruppo raccoglie i gruppi editoriali multimediali, attivi su più mezzi di

 comunicazione, verticalmente integrati anche nel versante della raccolta

pubblicitaria (Rai, Mondadori, RCS, l'Espresso, Il Sole 24 Ore);

nel secondo troviamo gli operatori commerciali indipendenti (RTL, Radio

 Dimensione Suono, Radio Italia e Radio Kiss Kiss: i primi due raccolgono

direttamente la pubblicità, gli altri sono collegati alle concessionarie di due

gruppi editoriali);

Infine, ci sono due emittenti nazionali non commerciali che offrono contenuti di

 servizio, politico e religioso, come Radio Radicale e Radio Maria.

Ognuna di queste emittenti raccoglie un pubblico giornaliero ampio, dai 6 milioni della

più ascoltata Rai Radio1 a quella più piccola Radio Radicale che ha mezzo milione.

2. La cultura della radio nazionale in Italia

L'offerta delle radio nazionali private non è più rivolta ai giovanissimi

ma il suo pubblico è più giovane, di quello della radio pubblica. Più che di una

giovinezza anagrafica, stiamo parlando di un pubblico animato da una cultura della

contemporaneità e della cronaca piuttosto che di tradizione e approfondimento. Il

successo di pubblico delle radio nazionali è riuscito già nei primi anni 2000 ad

accompagnare la crescita del proprio bacino di utenza, poi ha cominciato a

diversificarsi nel settore informativo proponendo informazione di servizio e formati

brevi. Contemporaneamente, mantenendo fermi i concetti di flusso e di clock, ha

inserito programmi-contenitore di intrattenimento leggero, comicità, ospiti, canzoni

con conduttori e testimonial dell'emittenza. Ha proposto eventi in diretta trovando

spesso una sponda con i sindaci e gli amministratori locali. Se da un lato abbiamo una

socializzazione verticale della scuola, della famiglia e della televisione comunicando al

pubblico stili di vita e di consumo; dall’altro lato abbiamo la radio che enfatizza una

comunicazione orizzontale, fondata sul gruppo dei pari, dunque stabilire legami

orizzontali e amicali fondati sulla condivisione del nucleo emotivo che la musica

rappresenta. Questo suo stile amichevole lo rende perfetto per l'ambiente

pubblicitario, la scelta del formato deve essere molto precisa e competitiva e i

personaggi che lo rappresentano devono essere riconoscibili emotivamente e

diventare personaggi dotati di visibilità. La fidelizzazione di quote crescenti di pubblico

giovane e di popolazione attiva è probabilmente la chiave di un trend pubblicitario

particolarmente vivace. La radiofonia nazionale è un fenomeno metropolitano: da

Milano, Radio 105 diventa la prima rete nazionale privata, dall'inizio degli anni 80; RTL

102.5, la rete emergente degli anni ‘90. A metà degli anni ‘90 si consolida la radiofonia

nazionale nel centro- sud soprattutto con l'exploit di Radio Dimensione suono. Nata

come un fenomeno del nord, la radiofonia privata nazionale è progressivamente scesa

verso sud, in circa vent'anni ha dato vita a una ricca varietà di soluzioni, di formato e

di stile e dall’emulazione delle radio americane, dalle radio pirata si arriva alle

trasmissioni giovanilistiche della Rai. Ogni emittente cerca una caratteristica che la

distingue dalle altre. I notevoli passi avanti della radiofonia privata nazionale hanno

cambiato anche i modi di fare radio: in RAI per esempio si lavora in una saletta o

studio, seduti attorno ad un tavolo, fisicamente separati dalla regia che li vede

attraverso un vetro; in regia due o più tecnici abbinano le varie piste musicali

trasmettendo in studio le telefonate, sfumando e alternando le voci. Gli studi

diventano sempre più digitalizzati, con parti tecniche affidate a dei veri e propri

professionisti del settore e anche un'integrazione di internet poiché si diventa sempre

di più dinamici dell'editoria stampata. La necessità di un continuo adattamento

tecnologico e relazionale mette più in difficoltà le radio di dimensioni medie. Una

soluzione può però essere la syndication, nata negli Stati Uniti costituisce una catena

di radio che per alcune ore al giorno mandano in onda programmi in collegamento

nazionale o sovraregionale, eventualmente con inserti pubblicitari e sponsorizzazioni.

3. Le syndications

Negli Stati uniti, la patria della radiofonia commerciale, una parte significativa delle

emittenti locali è collegata a grandi circuiti nazionali. L'emittente locale sceglie il

proprio formato, lo caratterizza e lo riveste di colore locale, realizza una quota dei

programmi, ma una parte del tempo radiofonico lo utilizza per le trasmissioni nazionali

del circuito, fra cui primeggia sempre l'informazione. Questa forma organizzativa è

detta syndication ed è tipica della filosofia federalista americana. Il circuito nazionale

può non avere stazioni proprie, i suoi programmi vanno in onda sulle stazioni affiliate.

In maniera analoga la risorsa pubblicitaria è fornita col metodo dello splitting, ossia

una separazione netta tra raccolta nazionale e locale. Le trasmissioni nazionali del

circuito sono oggetto di una raccolta centralizzata che punta sulla grande diffusione e

popolarità degli appuntamenti e si rivolge a inserzionisti nazionali. Al contrario la parte

della programmazione che si caratterizza fortemente come locale viene proposta in

loco a inserzionisti radicati sul posto che intendono affermarsi in una certa comunità o

etnia. Questo metodo delle syndication entrò in crisi con l'arrivo della televisione e del

rock: anche perché il tratto distintivo delle radio era il DJ che quindi non poteva essere

portato all'estero poiché legato ad un contesto e ad un modo personale di porsi. In

Europa la distinzione non è così chiara, anche per l'esistenza di barriere linguistiche

ancora forti che riducono la convenienza allo scambio internazionale di

programmazione. In Italia la situazione è ancora più confusa perché la legge Mammì

non prevede alcuna forma di consorzio, per evitare che l'esempio si estendesse alla

televisione dove avrebbe turbato il duopolio della Rai-Fininvest, apparentemente in

discordia su tutto ma saldamente unito nell'impedire l'affacciarsi all'orizzonte di altri

modi di fare televisione. Un concessionario di radiofonia locale, se possiede emittenti

in altri bacini può trasmettere lo stesso programma per tutto il tempo che vuole senza

limite.

Cap 11 - Nella concessionaria pubblica –

1. La radio della Rai La Rai, concessionaria del Servizio Pubblico radiofonico insieme a

quello televisivo, dispone di tre canali radiofonici nazionali in FM. La rete in onde

medie AM, è stata di fatto accantonata nel 2004. Accanto ai canali principali troviamo

GR Parlamento e la radio per automobilisti Isoradio. Di rilievo minore ma comunque

molto rispettabili e di funzione sociale sono il servizio di audiodescrizione per i non

vedenti, le trasmissioni regionali per le minoranze linguistiche, mentre ad Aosta si

segue un'altra strada, le trasmissioni sono un po' in italiano e un po' in francese.

Infine, ci sono in convenzione con la presidenza del consiglio le trasmissioni per

l'estero di Rai International. La produzione è dunque una complicata macchina

radiofonica, un po' creativa e un po' ministeriale, che fatica ad imprimere un'immagine

di marchio a tutti mille ruoli di cui si occupa e a individuare una chiave moderna in cui

interpretare la sua missione che ormai ha più di 90 anni di vita.

2. Radio e televisione secondo la Rai

Lo sviluppo della televisione mostrava la capacità di raggiungere

con rapidità quelle fasce della popolazione italiane in cui la radio era penetrata con

grande lentezza o non era penetrata affatto. In Italia, il cellulare impiega solo 10 anni

per superare il numero di clienti che la telefonia fissa aveva raggiunto in 110 anni di

attività; in modo analogo la televisione in 11 anni nel 1965 supera quel tetto dei 6

milioni di abbonati che la radio IN 30 anni, dal 1927 al 1957, era riuscita a racimolare.

La televisione però era anche un programma politico. Non solo perché incarnava un

modello proprio del centro-destra del 1960 ma anche perché Ettore Bernabei aveva


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Corso di laurea: Corso di laurea in discipline delle arti, della musica e dello spettacolo - DAMS
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecconimarta96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Culture e formati della televisione e della radio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Menduni Enrico.

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