Introduzione
Che cos'è il linguaggio radio-televisivo? In realtà sarebbe meglio parlare di linguaggi e distinguere fra quello radiofonico e quello televisivo: queste due sono le forme attraverso cui i media comunicano al pubblico contenuti, testi e messaggi.
Parte prima - i media elettronici
I media e la comunicazione
La comunicazione: che cos'è e a che serve
La radio e la televisione sono media: strumenti tecnici e apparati di rilevante importanza sociale che servono a comunicare, ovvero permettono uno scambio di messaggi dotati di significato tra individui che condividono un codice comune per interpretarli. La più elementare e diffusa forma di comunicazione è quella interpersonale, ovvero “punto a punto”; la comunicazione di massa è invece una forma di comunicazione “da uno a molti”: in questo tipo di comunicazione le funzioni di emittenza e ricezione tendono a polarizzarsi ai due estremi, dando vita ad una comunicazione unidirezionale. Perché questo tipo di comunicazione avvenga, i media da soli però non bastano, ma è necessaria una “rete”: nel XX secolo la trasmissione immateriale ha avuto un enorme esplosione grazie a radio e televisione, consentendo l’emergere di una nuova cultura della simultaneità e della contemporaneità.
Leggere e scrivere
La storia modifica profondamente le modalità della comunicazione umana. L’invenzione della scrittura può essere vista come la prima forma di industrializzazione della comunicazione: essa nasce come “comunicazione di Stato” e solo più tardi sarà introdotto l’uso della scrittura nella comunicazione privata. L’efficienza della scrittura si rivelerà tale che l’immagine perderà di centralità nella comunicazione umana, centralità che riconquisterà solo nell’Ottocento, con la fotografia e la pubblicità, e poi nel Novecento con il cinema, la televisione e la stampa illustrata. L’invenzione della stampa è ovviamente un decisivo passo in avanti verso l’ulteriore industrializzazione della comunicazione scritta.
La comunicazione di massa rivolta al vasto pubblico assumeva forme diverse dalla comunicazione scritta, e alcune di queste forme saranno riprese e fatte proprie dai media moderni:
- La comunicazione orale “da uno a molti” in piazze, chiese e spazi aperti
- Le arti figurative e l’architettura
- Lo spettacolo teatrale, i giochi sportivi, le attrazioni itineranti, sempre di carattere festivo
- La festa, il carnevale, ovvero momenti ricorrenti di trasgressione e rovesciamento delle regole
- La fiera e il mercato
Mentre la comunicazione di massa destinata al grande pubblico rimaneva di carattere effimero, la comunicazione stampata rappresentava un grande passo verso la riproducibilità tecnica e la serialità delle opere. La stampa è il passo decisivo verso la riproducibilità tecnica perché genera in grande quantità oggetti seriali non particolarmente costosi, trasportabili, di facile commercio e accentua inoltre il predominio della scrittura su tutte le altre forme espressive, predominio che giungerà a far coincidere libri e cultura.
I media nella società di massa
Nascita dei media
Fin qui si è vista una grande prevalenza della scrittura e della stampa nella cultura della comunicazione, che però esclude grandi maggioranze di persone analfabete, per le quali la comunicazione di massa è una risorsa molto scarsa e limitata alle occasioni festive. L’Ottocento è il secolo in cui tutto questo viene radicalmente messo in discussione: la libertà e la diffusione della stampa ricevono dalla Rivoluzione francese un grandissimo impulso, mentre la Rivoluzione industriale introduce le tecnologie con cui nasceranno altri media centrati sul suono e l’immagine, che metteranno in discussione il primato della scrittura.
L’Ottocento è il secolo dell’elettricità (1844) e del telefono, realizzato nel 1876 da Graham Bell: il telefono è uno strumento molto semplice da usare, che non richiede la mediazione di un operatore (come ad esempio era invece per il telegrafo) e questo lo rende estremamente moderno. Telegrafo e telefono in sé non sono veri e propri mass media, ma perfezionamenti della comunicazione “punto a punto”. Il giornale, il cinema, la radio, la televisione saranno invece “media pieni”, perché i comunicatori sono loro stessi, in quanto trasmettono ai riceventi un contenuto proprio.
Nell’Ottocento vi è un grande sviluppo di culture e tecnologie che interessano la comunicazione: il fonografo, il grammofono sono solo alcuni esempi. Inoltre, nel 1836 in Francia, il giornale “La Presse” ospita a pagamento per la prima volta la pubblicità su una propria pagina. Le nuove tecnologie si affermano quando c’è una domanda sociale ampia, che determina gli “usi sociali” della nuova invenzione. L’Ottocento è il primo secolo in cui la comunicazione ha un uso sociale forte: sta nascendo una società di massa. In questa società massificata la comunicazione di massa tecnicamente riprodotta è il modo più efficace, ma anche l’unico possibile, di mettere in circolo idee, di proporre acquisti, di tenere unita la società.
Spazio pubblico e spazio privato
Nella città moderna, nella metropoli, vi è un ampio spazio pubblico, palestra nella quale si esercitano l’opinione pubblica, i movimenti e le forze sociali. Questo luogo racchiude due concetti distinti:
- Una sfera pubblica di libera espressione, comunicazione e discussione di idee e progetti
- Una scena pubblica
Accanto allo spazio pubblico, condiviso con tutti coloro che ne fanno parte, c’è poi uno spazio privato in cui si svolge la vita individuale e familiare, preclusa agli altri. Tra i media saranno soprattutto la radio e la televisione a coltivare questo spazio domestico, prolungando la conversazione che vi si svolge.
Il cinema
La città è l’ambiente in cui nasce il cinema (le prime proiezioni cinematografiche pubbliche dei fratelli Lumière (1895) si svolgono infatti al Grand Café di Parigi). Il cinema riproduce e industrializza l’immagine in movimento e fin dall’inizio si presenta come spettacolo pubblico, imboccando decisamente fin dai primi anni la strada della finzione. I vantaggi rispetto al teatro sono notevoli in termine di costo e diffusione, inoltre il cinema fa cose che per il teatro non erano possibili (riprese in esterni, trucchi ed effetti, utilizzazione di grandi masse, ecc.). Il cinema obbedisce a standard di formato, di lunghezza, di tempi e modalità di lavorazione che ne fanno un prodotto industriale, sia pure non seriale, e reclama a buon diritto il suo statuto di arte. Nel Novecento non vi saranno mass media a carattere individuale. Tutta la loro produzione sarà il frutto di un lavoro di squadra.
Lo spettacolo riprodotto
Il cinema coltiva il nuovo tipo di pubblico, i ceti popolari urbani, rappresentando la prima forma di svago industriale comprensibile a tutti, perché fondato sull’immagine e non sulla parola scritta (eccezion fatta per le didascalie), contrariamente ad altre forme di comunicazione di massa come i giornali, che richiedevano l’alfabetizzazione del lettore. L’immagine comincia così la sua risalita nei confronti della scrittura. All’inizio del Novecento il cinema è già un mezzo espressivo potente, capace anche di orientare gruppi sociali. Il film è il primo testo moderno che si dedica al grande pubblico e che si pone l’obiettivo di riunire davanti allo schermo ogni tipo di umanità (oggi diremmo un pubblico generalista). Ciò richiede un lavoro rigoroso di selezione dei temi e delle forme espressive, al quale si ispireranno in seguito i responsabili dei palinsesti televisivi.
La radio dalla telegrafia al broadcasting
Wireless
La radio è stata inventata nel 1895 ed è il primo strumento di comunicazione di massa che non richiede alcun tipo di supporto materiale. Essa infatti si fonda esclusivamente su una trasmissione di natura immateriale, cioè sulla generazione di onde elettromagnetiche che vengono captate da un apparecchio ricevente e decodificante. L’invenzione di Guglielmo Marconi non è in realtà la radio così come la conosciamo oggi: Marconi l’aveva immaginata in principio come una sorta di telegrafo senza fili che quasi nulla aveva a che vedere con il mezzo di comunicazione odierno essendo concepito come strumento per una comunicazione punto a punto, mentre la radio moderna è una forma di comunicazione di massa.
On air
Nel 1906 l’americano Lee De Forest inventò una valvola elettronica, il triodo, che permetteva di trasmettere la voce umana invece dell’alfabeto telegrafico Morse. Dopo la guerra mondiale gli Stati Uniti ritennero conveniente lanciarsi nella produzione seriale di semplici apparecchi radio solo riceventi per uso domestico: era nata la radio come mezzo di comunicazione di massa. Che cosa si poteva ascoltare con la radio? Musica e parole, per una rete piramidale discendente al cui vertice vi è la stazione emittente e una base costituita da apparecchi solo riceventi che non possono comunicare né con l’emittente né fra di loro. La trasmissione via etere in questa forma viene definita broadcasting.
Mentre il cinema si assesta saldamente nello spazio pubblico e costruisce le sue sale sempre più grandi e imponenti, la radio tesse una rete immateriale, che arriva gradualmente in tutte le case. La radio diventa un servizio “a flusso”, disponibile quando lo si desidera ed erogato fino a che non si chiude il collegamento. Si tratta dunque di una comunicazione di massa quotidiana, abbondante e sentita come gratuita; la fruizione è domestica, e quindi ciascuno ne usufruisce come e quando crede, anche in contemporanea con altre attività.
I concetti di pubblico e privato ne escono stravolti: lo spettacolo era sempre stato associato allo spazio pubblico e si parla di un pubblico della radio anche se i soggetti che lo compongono non sono fisicamente compresenti, trovandosi infatti tutti nel loro privato. Inizialmente della radio (come della televisione) è stato fatto un uso collettivo. Di questa dimensione collettiva per necessità fu fatto negli anni Trenta un uso politico: il fascismo e il nazismo hanno usato la radio all’interno di un paradigma informativo del regime, in tempo reale, come un altoparlante per i propri comizi, ma il mezzo radiofonico era piegato ad un uso che non era suo. L’uso più congeniale della radio è infatti quello intimistico e privato. Il livello di attenzione e di concentrazione che richiede e che le viene prestato è minore rispetto ad altri mezzi di comunicazione di massa, come avverrà anche per la televisione. Si tratta di una rivoluzione sociale di notevole portata, perché è in grado di raggiungere le fasce sociali più basse, perché è gratuita, perché non richiede la capacità di saper leggere e scrivere, perché è compatibile con le attività quotidiane e non richiede uno spostamento nello spazio pubblico né un atto di acquisto.
Il broadcasting in USA e in Europa: due modelli
Nel 1927 fu emanata una legge il “Radio Act”, che sostanzialmente diceva che chiunque poteva effettuare trasmissioni radiofoniche, purché in possesso di una licenza, in cui erano indicate anche le frequenze su cui trasmettere. Lo Stato lasciava ai privati l’attività di trasmissione, tenendo per sé la regolazione e la concessione delle licenze. La radio americana si organizzò in tre grandi network: NBC, CBS, ABC, che poi diventarono anche televisivi. Ciascun network è collegato con un gran numero di stazioni locali affiliate, che ripetono il loro segnale. I network forniscono solo una parte della programmazione giornaliera, comprensiva della pubblicità, mentre nelle altre fasce orarie le emittenti locali mandano in onda programmi propri, con pubblicità locale.
In Europa il problema si presentava in modo completamente diverso e la radio si sviluppò secondo un modello opposto. In quasi tutti i paesi europei la radio si consolida come un servizio pubblico, monopolio diretto o indiretto dello Stato, che si sovvenziona attraverso una tassa o un canone di abbonamento ed esclude, o lascia ai margini, la pubblicità. L’esempio più tipico fu quello inglese. Nel 1926 venne costituita un’impresa pubblica, la BBC, che aveva il monopolio delle trasmissioni radiofoniche ed era dotata di una precisa missione di servizio: istruire, informare, intrattenere. I paesi autoritari, come l’Italia fascista, la Germania nazista e l’Unione Sovietica, non si lasciarono sfuggire le opportunità propagandistiche del nuovo mezzo, ma dopo la guerra anche Italia e Germania si ispirarono al modello della BBC. In Italia la EIAR lasciò il posto alla RAI (1944).
La televisione
Nasce la tv
Tra la radio e il cinema muto si era stabilita una tacita spartizione di campi. Il cinema era il leader dello spettacolo nello spazio pubblico, la radio era la regina dell’intrattenimento domestico. L’uno aveva le immagini, l’altra i suoni. Dal 1927 però il cinema diventò sonoro, con immediato successo. I dirigenti delle aziende radiofoniche compresero che il loro spazio sociale non era più intoccabile ed era minacciato. La televisione apparve loro come una risposta efficace e insieme un’evoluzione desiderata della radio, e finanziarono la ricerca su di essa. La tv ebbe come contenitore naturale le stesse imprese, la medesima filosofia aziendale, lo stesso quadro di riferimento giuridico della radio. La tv eredita gli usi sociali della radio potenziando rispetto a essa la concorrenzialità con il cinema. Il gradimento popolare della televisione è dovuto al fatto che essa offre una percezione quasi completa.
La guerra però bloccò tutto, e soltanto nel dopoguerra si verificarono le condizioni sociali di fondo che potevano rendere plausibile la televisione. Negli Stati Uniti il decollo della tv fu molto rapido e si colloca fra il 1948 e il 1952. In Europa la televisione giunge più tardi, negli anni Cinquanta. In Italia il servizio televisivo inizia il 3 gennaio 1954 ed è svolto dalla RAI, in regime di monopolio e sotto controllo governativo. La grande espansione della tv in Italia avviene tra il 1956 e i primi anni Settanta; dal 1961 ci sarà un secondo canale, dal 1979 un terzo e la tv a colori.
TV all’americana
Il modello televisivo americano riprende le caratteristiche del sistema radiofonico. Esso è fondato sulla competizione fra più network, finanziati dagli investitori pubblicitari e gratuite per lo spettatore. L’obiettivo di un network è quello di realizzare il massimo di ascolto e di farlo diventare costante e fedele. Per perseguire questi obiettivi i programmi della tv americana sono basati sull’intrattenimento (giochi, quiz, varietà, fiction ad elevata serialità). La centralità dell’intrattenimento tuttavia lascia anche un ampio spazio ai notiziari, e all’informazione si aggiunge l’offerta di eventi spettacolari, sportivi o anche politici, in diretta.
TV all’europea
Anche le televisioni europee si ispirarono per i loro programmi all’esperienza radiofonica, e ne proseguirono le caratteristiche di monopolio e di servizio pubblico. Questa televisione aveva un palinsesto settimanale e non giornaliero: nel palinsesto, ogni serata era dedicata a un diverso genere e si pensava dunque ad una televisione di appuntamenti attesi con ansia, e che veniva accesa solo quando si era interessati a un determinato programma (non destinata quindi alla fruizione continua come negli USA). L’indice di ascolto, così importante per la televisione americana, non interessava i dirigenti delle televisioni europee: per loro era invece importante valutare il gradimento dei programmi, essere cioè rassicurati circa la loro qualità e la funzione svolta verso il pubblico. L’intrattenimento era rappresentato da misurati spettacoli di varietà, con cadenza settimanale, e da quiz e giochi. I primi quiz richiedevano una tenace erudizione, trasparente metafora della difficoltà dell’affermazione sociale, poi progressivamente diventarono semplici indovinelli e giochi. Il film in tv fu un genere scarso, per l’intenzione di non far concorrenza al cinema nelle sale. Infine, la pubblicità: esigua in Italia e relegata al solo Carosello (dal 1957 al 1977, anno di nascita delle televisioni libere), addirittura assente in Inghilterra.
Radio libera
La televisione tolse rapidamente alla radio il ruolo di medium mainstream. La radio seppe tuttavia trovare un nuovo ruolo e ridefinire i suoi linguaggi e le sue modalità di rapporto con il pubblico. Negli Stati Uniti in particolare, si inserì stabilmente nei consumi di una precisa fascia di pubblico, i giovani, grazie al boom della musica rock. In Europa le emittenti radiofoniche del servizio pubblico faticavano a cogliere, per la loro funzione pedagogica, le novità della programmazione musicale americana perché consideravano la musica leggera un genere minore. Nacquero però radio pirata che facevano concorrenza alla BBC, che trasmettevano da vecchie navi in acque internazionali al largo delle coste inglesi, francesi, tedesche, ecc. Il successo di queste emittenti, in cui il loro dei deejay come collanti fra musica e parole era decisivo, fu così ampio che sfondò le resistenze inglesi alla musica rock. La BBC ingaggiò dunque i deejay più seguiti e trasformò il suo primo canale in una radio musicale e parlata per giovani. La RAI, dal canto suo, cedette qualche ora di programmazione alla musica giovanile, anche se nell’Italia settentrionale si cominciava già a ricevere dal 1966.
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