L'ultima notizia: dalla crisi degli imperi di carta al paradosso dell'era di vetro
Massimo Gaggi e Marco Bardazzi
La crisi dei giornali nel 2009
Il 2009 è stato l'anno nero per i giornali: molti hanno chiuso e hanno ridotto drasticamente il personale nelle redazioni. A risentirne sono stati soprattutto la cronaca estera e il giornalismo investigativo, perché richiedono più risorse. La principale causa di questa crisi è stata lo spostamento della pubblicità dai giornali verso internet. Google, con la sua pubblicità mirata, concentra il 30% del mercato pubblicitario online, e Google News, aggregatore di notizie, guadagna sfruttando i contenuti dei giornali, "rubando" lettori alle testate online.
Rupert Murdoch e il cambiamento di strategia
Rupert Murdoch, che nel 2007 aveva acquisito il Wall Street Journal e aveva provato a offrire contenuti gratuiti online supportandosi con la pubblicità, si ricredette poco dopo, sostenendo che la pubblicità sola non bastava a garantire la sopravvivenza delle testate. Oggi è tra gli editori che sostengono fermamente che i giornali devono far pagare i contenuti online. Il problema dei giornali oggi è proprio questo: come si possono far pagare i contenuti in un'epoca in cui le persone fruiscono di internet cercando informazioni da una fonte all'altra, senza fidelizzarsi a nessuna?
I nativi digitali e il multitasking
Soprattutto i giovani e giovanissimi, i nativi digitali, non pensano sia più utile formarsi un bagaglio culturale perché basta cercare di volta in volta quello che serve su Google. Fruiscono dell'informazione in via estemporanea, senza immagazzinarla. Si è profilato un nuovo lettore, il lettore digitale, caratterizzato dal multitasking, desideroso di testi più brevi, più facili e scaricabili su diverse piattaforme. Le notizie si leggono sull'iPad, sul telefono o si vedono da YouTube.
È la prima vera rivoluzione sul modo di leggere dall'epoca di Gutenberg. Il giornale non serve solo a informare, ma anche a creare un collegamento tra le persone, a sviluppare il senso identitario di una comunità. Ad esempio, in una cittadina del Colorado, quando il giornale locale è stato chiuso, la comunità, con vari finanziamenti interni, ne ha aperto un altro: il giornale era un pezzo di loro, un pezzo della loro comunità.
Stop al "tutto free": la controrivoluzione degli editori
Se le informazioni possono sempre essere copiate con facilità, si arriverà (come si è arrivati oggi) alla necessità di vendere le proprie notizie a un prezzo bassissimo o addirittura gratis. Dare tutto gratis sarebbe un suicidio per l'editoria, che per sopravvivere deve farsi pagare i contenuti che diffonde online.
Con la digitalizzazione è emersa la regola delle tre C: condivisione, comunità, conversazione. I lettori/utenti vogliono condividere, conversare (basti pensare al grande successo dei social media), vogliono avere un ruolo attivo e non più passivo come in passato, quando i giornali selezionavano le notizie e il lettore ne fruiva in modo passivo, vi era una comunicazione unidirezionale.
A queste 3 C devono però essere aggiunte anche altre 3 C, che fanno parte del patrimonio tradizionale dei media: contenuti, creatività, credibilità. In questo magma indefinito e ribollente di informazioni, i lettori online possono trovare di tutto, baggianate e notizie pressapochiste; per questo i giornali devono offrire contenuti di qualità, originali e soprattutto ben verificati.
Si forma così una sorta di regola delle sei C, a cui i giornali devono rifarsi se vogliono sopravvivere in futuro. Importante: online, da Google ai "piccoli pesci" come i blogger, si rifanno tutti alle fonti più credibili e autorevoli, che restano i giornali. Essi sono il plancton dell'ecosistema; se dovesse venire a mancare, l'ecosistema smetterebbe di funzionare.
Il futuro del libro
Robert Darnton, storico, dice che il libro non è morto, sta solo andando verso una trasformazione. La crisi delle case editrici non lo preoccupa; il vero problema è il diritto d'autore. In internet è norma comune quella del "copia incolla" e anche molti siti, in particolare gli aggregatori, sfruttano contenuti senza retribuire gli aventi diritto, come Google News.
La novità introdotta dalla digitalizzazione è il self publishing, già esistente prima di internet. Basti pensare a Moravia che si è autofinanziato il suo "Gli indifferenti", ma in passato era un'attività ai margini. Oggi, grazie a internet, è entrata nel mainstream; c'è chi l'ha definita una "svolta democratica", ma senza la mediazione di un editore si può parlare davvero di libro? La concezione tradizionale di libro, con contenuti selezionati dall'editore, viene meno.
Il boom inarrestabile dei social media
La radio ha impiegato 38 anni a raggiungere la soglia dei 50 milioni di ascoltatori. La TV ne ha impiegati 13. Internet solo 4 anni: la rapidità con cui sta mutando l'ecosistema dell'informazione è incredibile. Oggi la chiacchiera, la conversazione, tende a prevalere sulla notizia.
La nascita di internet
Negli anni '60, il Pentagono incaricò gli scienziati dell'ARPA di studiare un network che unisse tutti i computer dei centri di ricerca della Difesa del paese e permettesse di accedere ai dati e alle ricerche reciproche. La rete creata prese il nome di ARPANET e collegava 4 centri di ricerca. Il 29 ottobre 1969 uno studente, Ray Tomlinson, inviò il primo messaggio email.
Nel 1972 vennero presentate ad una conferenza le caratteristiche del progetto e gli scienziati dovettero ammettere che gli utenti, invece di scambiarsi dati e ricerche, passavano la maggior parte del tempo a scambiarsi mail: il 75% del traffico su ARPANET era, infatti, rappresentato da email.
La rete, così, si rivelò non tanto uno straordinario strumento di connessione fra computer, ma come un'opportunità di contatto fra le persone. Nel 1991, poi, Tim Berners-Lee impreziosì il network con il World Wide Web.
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