Parte prima: il lungo addio di Gutenberg
Era la stampa, bellezza
La crisi degli imperi di carta nell’era di vetro
La scomparsa di un quotidiano come il Rocky Mountain di Denver è diventata la vicenda-simbolo di una crisi della stampa USA che è ormai generalizzata: gli imperi di carta crollano uno dopo l'altro. Per il mondo dei mass media si tratta di un clima da ultima spiaggia. Mentre gli editori si interrogano sulla reversibilità della crisi, ci si comincia a chiedere cosa accadrebbe sul piano politico e sociale se grandi metropoli come San Francisco o Philadelphia restassero senza nemmeno un giornale.
C'è chi sostiene che in una città senza quotidiani, i cittadini sotto i trent'anni non se ne accorgerebbero nemmeno. In molte città in realtà la crisi dell'editoria ha già indebolito il ruolo di "cane da guardia" svolto dalla stampa scritta. Il problema è la necessità di evitare che, non dovendo più fronteggiare un puntiglioso sistema di controlli incrociati da parte dei media, il potere debordi.
Obama alla fine del 2009 ha improvvisamente riscoperto la centralità dei giornali. Con un'iniziativa inedita per la storia americana, Obama si è anche detto disponibile a varare interventi a favore della stampa in crisi. Ma dare ai cittadini la sensazione che i giornali vogliano sopravvivere con l'aiuto dei contribuenti rischia di deteriorare ulteriormente la loro immagine presso il pubblico.
È forse meglio prendere atto dei cambiamenti radicali determinati dall'affermarsi delle nuove tecnologie digitali e del mutamento degli interessi e dei gusti di una parte consistente del pubblico, soprattutto quello giovane, cominciando ad elaborare strategie di adattamento.
In molti casi i lettori chiedono per sé un nuovo ruolo. L'era digitale offre la possibilità tecnica di contribuire alla produzione dell'informazione: quella che fino ad oggi era un’audience passiva, ha adesso la possibilità di partecipare con blog, foto, video, perfino messaggini di Twitter. I profeti della Rete giurano che l'informazione digitale si rivelerà molto più democratica di quella cartacea. Può essere vero, ma potrebbe anche materializzarsi uno scenario più cupo, con l'informazione frammentata in mille rivoli digitali che non riescono a raggiungere un minimo di massa critica, a fare opinione.
Cosa e come leggono i «nati digitali»
Multitasking, lettori elettronici e il giornale di Harry Potter
La divisione è netta: chi ha maggior dimestichezza con le tecnologie elettroniche ed è abituato a vivere "sempre connesso", non considera l'arretramento o la scomparsa dei giornali di carta come un problema. Chi è rimasto fuori dalla rivoluzione digitale rifiuta la schiavitù della connessione che ti segue ovunque e guarda con molta preoccupazione al declino della stampa tradizionale.
Complici della situazione generale sono anche le abitudini che cambiano la società. Il tempo è tiranno, le giornate lavorative si allungano, con una conseguente redistribuzione del tempo dedicato alla comunicazione nella vita quotidiana.
Come si vivrà in una città paperless? Come in ogni altra città, risponderebbe chi è convinto che l'informazione online possa non solo sostituire quella dei giornali, ma addirittura offrire uno spettacolo molto più vasto di contenuti e opinioni.
Che negli ultimi anni la professione giornalistica abbia perso buona parte della propria credibilità è indicato chiaramente dai sondaggi, e a causa di Facebook, Twitter e Youtube catturare l'attenzione della Internet generation è sempre più difficile: il sovraccarico multisensoriale a cui è sottoposto il lettore digitale lo spinge a selezionare con rapidità gli stimoli in arrivo. Alle proposte generaliste tenderà sempre più a preferire quelle mirate ai suoi interessi. Alla moltiplicazione dei messaggi e delle fonti si somma poi una crescente diversificazione degli strumenti di lettura.
È la prima vera rivoluzione del modo di leggere dall'epoca di Gutenberg. Le imprese editoriali vengono accusate di essersi fatte prendere di sorpresa da questa incredibile evoluzione delle tecnologie e di aver reagito con grande ritardo. In molti casi è vero. Il quadro comunque è molto fluido e in rapidissima evoluzione: alcune tecnologie apparentemente rivoluzionarie non riescono a conquistare i consumatori, mentre altre, che rimangono per anni a livello sperimentale, esplodono improvvisamente.
Spuntano di continuo nuovi blog e le testate tradizionali cercano di associare alcuni di quelli più stimolanti alla loro offerta online, nel tentativo di presentare al mercato un prodotto più appetibile. Ma fino a che punto ci si può affidare a dei volontari per una funzione chiave dei sistemi democratici come la sorveglianza delle attività svolte da politici e amministratori? E chi garantisce che il cittadino-elettore riesca a distinguere tra il blog indipendente e quello che accetta la sponsorizzazione di un’azienda o di un gruppo politico?
La casa di vetro affascina per la sua bellezza e la sua trasparenza, ma è anche molto fragile. C'è poi da interrogarsi sulla tenuta di lunga periodo di queste nuove dinamiche sociali e professionali. L'era di Gutenberg e del giornalismo top-down, mentre le prospettive del nuovo giornalismo sono tutte ancora da definire.
Un'opinione pubblica divisa in mille tribù
«Complete Community Connection», un esperimento in Iowa
Il giornale non è solo un flusso di notizie. Nel tempo si è configurato anche come un punto di aggregazione, se non addirittura di costruzione, delle comunità. Il suo indebolimento frammenta il flusso delle notizie, rende difficile interpretarle, individuare una gerarchia. La prospettiva è quella di un proliferare di nicchie geografiche e soprattutto mentali, nelle quali rinchiudersi perdendo di vista il quadro d'insieme.
Possiamo dire che stiamo entrando in un’era di informazione "liquida" nella quale un sistema di produzione di news e analisi non gerarchico e a zero costi d’accesso tende a rendere tutte le informazioni uguali, a mettere tutti i contenuti sullo stesso piano. Per molti questo non è un limite, ma una conquista. Anche gli entusiasti ammettono però che i nuovi media digitali, oltre che della fragilità tipica della "casa di vetro", soffrono anche di una debolezza economica strutturale. È infatti difficilissimo far esplodere il fatturato pubblicitario.
Generalmente l’utente di Internet cerca la singola informazione, non un quotidiano che lo porti per mano attraverso le notizie. Di volta in volta perciò si collega con il sito che ritiene possa soddisfare meglio la sua esigenza immediata. Negli ultimi anni inoltre sono aumentati gli strumenti che fanno sì che sia l’informazione a "cercare" il lettore, e non viceversa (per esempio con lettori e aggregatori RSS).
Stop al tutto free: la controrivoluzione degli editori
Il ruggito di Murdoch e la «regola delle sei C» per sopravvivere in un ecosistema mediatico che cambia
La rivoluzione della comunicazione gratuita in Rete ha radicalmente cambiato anche le prospettive del mercato editoriale, ma fornire informazione completamente gratuita, contando solo sulla pubblicità, sarebbe una scelta suicida per l’editoria.
Nel 2009 è iniziata una vera e propria lotta per la sopravvivenza, in cui le grandi testate possono restare a galla e forse anche prosperare, recuperando un ruolo di grandi player mondiali e multimediali dell’informazione. Per sopravvivere alla crisi bisogna farsi pagare anche i contenuti diffusi online. Una sfida formidabile alla quale, come detto, si stanno applicando tutti i giganti della comunicazione e molte società specializzate. Guardando le forze in campo, lo scontro sembra impari: da un lato gli editori, dall’altro un pugno di innovatori geniali e spregiudicati.
Un dato certo dello scenario del futuro è che i lettori avranno sempre più voce in capitolo non solo in relazione alle modalità con cui le notizie vengono distribuite, ma anche sulla loro stessa raccolta e promozione. Internet e i social network hanno fatto emergere quella che potrebbe essere definita la "regola delle tre C" della comunicazione del futuro: condivisione, comunità e conversazione.
Nel frattempo, il mestiere stesso dei giornalisti sta entrando in una nuova era, segnata dall’avvento del digitale. Ai giornalisti toccherà il compito più complesso e delicato: stimolare sì il dialogo con il pubblico, ma anche continuare a produrre informazione originale e di alta qualità. Alle tre C della web generation occorrerà affiancare altre tre C, che già fanno parte da sempre del patrimonio dei media: contenuti, credibilità, creatività. Ci sarà più che mai bisogno di chi riesce a mettere ordine, verificare le informazioni, dar loro una scala di priorità, e anche a proporle in modo creativo.
Serviranno insomma spazi e soggetti che sappiano attingere a tutte le informazioni disponibili e le trasformino in prodotti di qualità. Ma spazi e soggetti del genere esistono già: si chiamano giornali.
Il futuro del libro: funerale o «nuovo illuminismo»?
Editori alle corde, boom dell’e-book e la lettura come esperienza evolutiva. Che travolge anche il copyright
Indici di lettura in calo e diminuzione di vendite e fatturato non sono solo un problema dell’industria dell’informazione. Negli Stati Uniti il connubio fra crisi economica e rivoluzione tecnologica è ormai percepito come una minaccia potenzialmente mortale anche dall’industria libraria. Tutte le case editrici USA sono accomunate da un presente fatto di anni di stagnazione.
In Italia la situazione è diversa, perché i lettori abituali di libri non sono molti, ma sono accaniti e hanno fin qui resistito meglio alla crisi. C’è quindi, tra gli editori, meno allarme, ma anche un minor dinamismo.
Un concetto che soffre molto in questo periodo è quello classico di copyright: sono in molti infatti i frequentatori della Rete che sostengono che nell’era di Internet il copyright abbia perso il suo valore. Lo sviluppo delle tecnologie digitali produce una sorta di "cambio di paradigma" che rende di fatto obsoleti gli assetti giuridici esistenti. Ma chi dedicherà anno della sua vita alla costruzione di un’opera letteraria complessa, se poi non ne potrà ricavare un guadagno? È una vera e propria collisione fra due mondi: quello dei produttori di contenuti che cercano di difendere i loro diritti e quello dei protagonisti dell’era digitale che hanno scelto di ignorarli perché nel loro mondo il valore aggiunto viene prodotto attraverso la collaborazione e la ricombinazione di contenuti di diverse provenienze.
Quella di usare spezzoni di documenti, libri, foto o altro per creare collage dal significato profondamente innovativo è ormai una nuova forma di cultura che non può essere bollata come illegittima.
Certo che non bastano alcuni saggi e le tesi più o meno illuminate di qualche interprete della modernità per sciogliere in una vasca d’acido diritti riconosciuti da secoli, che sono uno degli elementi fondanti delle costruzioni culturali dei popoli dell’Occidente. Ma non si può nemmeno ignorare che l’intera esperienza della lettura sta andando incontro a una trasformazione radicale.
In un mondo che usa un numero crescente di piattaforme...
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