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Parte terza: il tempo dell'azione

Capitolo 10: I romani e il tempo

Il tempo non è un dio

Esiste il tempo a Roma? Il tempo non è una forza divina. A Roma, gli unici dèi che abbiano a che fare con il tempo sono:

  • Giano, il quale è prima di tutto il dio della porta, e
  • Giunone, dea delle nascite.

Il tempo non viene concepito in quanto tale, ma solo in quanto stabilisce degli inizi. Infatti, il tempo non è a Roma una categoria specifica per mezzo della quale si concepisce l’ordine del mondo, ed è per questo che nessuna divinità ne è garante.

I romani della Repubblica:

  • Conoscono soltanto il tempo vissuto.
  • Non fantasticano sull’origine del mondo e
  • Non possiedono uno spirito storico;
  • Non credono a un tempo che trasforma gli uomini e le cose, e
  • Non credono nemmeno a una storia dell’umanità.

Quando una forma di tempo storico appare alla fine della Repubblica, si tratta soltanto del tempo di una città, di un popolo. Questo tempo ha allora degli effetti disastrosi; il tempo degli storici romani è il tempo della decadenza, che rivela non una necessità storica, ma un contingente degrado morale. I popoli felici non hanno storia, ecco una verità romana.

L’ideale del popolo romano è un mondo stabile, un ordine perpetuo che è quell’umanità civilizzata, cioè degli dèi e del culto che è reso loro. Quando il poeta Orazio cerca di definire l’eternità, dice che essa non corrisponde alle tavole di bronzo della legge, non è la piramide del faraone, ma dice: «No, non sarà la fine: gran parte di me sfuggirà alla morte. E finché sul Campidoglio salirà la vergine muta un pontefice, nel futuro sempre più rifiorirò di gloria».

Ecco perché i romani organizzano l’anno e il giorno in funzione del tempo vissuto, dell’azione umana, della vita del corpo e dell’anima. Il tempo appare innanzi tutto come il contesto di un’alternanza:

  • Di fatica e di riposo,
  • Di lavoro e di relax.

L'inverno e l'estate

Il tempo a Roma non è dunque il tempo degli dèi, né il tempo degli storici. Non esiste altro tempo che quello umano, suddiviso dall’azione, sacra o profana. Il tempo è sempre la circostanza. L’anno è diviso in due stagioni:

  • L’estate, la stagione della guerra che va da marzo a ottobre, e
  • L’inverno, da ottobre a marzo, in cui normalmente il cittadino torna a casa.

A volte i soldati devono rimanere sotto la tenda durante la brutta stagione, e vivono questa esperienza molto male. Un grave errore potrebbe essere quello di dichiarare guerra dopo ottobre, perché significa andarsi a cercare la sconfitta. Niente, però, impedisce di continuare d’inverno una guerra cominciata d’estate. Comunque, se l’estate è la stagione della guerra, non è detto che ci debba essere una guerra ogni estate.

L’estate, in linea di massima, è la stagione del lavoro, durante la quale il cittadino:

  • Può essere chiamato alle armi,
  • Coltiva la terra,
  • Esegue tutti i lavori agricoli più importanti, l’irrigazione, l’aratura.
  • È anche il tempo dei viaggi, quando le navi sono tirate a mare e armate per i trasporti commerciali.

L’estate, insomma, fa uscire il romano dal suo villaggio. Se non va in guerra, si dice che resta a riposare, anche se lavora la terra tutti i giorni, perché rispetto alla vita degli accampamenti e alle sofferenze della guerra, la fatica dei campi è un riposo.

Più in generale, ogni attività economica, che è privata e domestica, appartiene al tempo del riposo, otium. Tuttavia, la vera stagione del riposo è l’inverno:

  • Oltre al fatto che di solito i soldati sono tornati dalla guerra,
  • D’inverno i lavori agricoli diminuiscono e la pioggia tiene a casa il contadino.
  • È il tempo degli inviti, delle feste familiari.

Il riposo rende il contadino disponibile per la città, cioè per la vita politica. Le elezioni che hanno luogo ogni anno in novembre, dicembre o marzo, animano la collettività dei cittadini. Gli emissari dei candidati percorrono la campagna romana, ci sono riunioni, feste, conciliaboli nelle piazze; i candidati, con la scusa di onorare i parenti defunti, offrono degli spettacoli di gladiatori e dei giochi funebri.

Tutta questa attività politica interrompe in qualche modo il riposo successivo alla fine delle guerre. Quello che i romani chiamano otium fa nascere il suo opposto, negotium, o attività civile. Se il negotium tiene occupati i contadini soltanto per qualche giorno al mese, mentre gli artigiani e tutti i cittadini restano al di fuori della carriera degli onori, la classe politica è oberata dal negotium. Per i romani, andare in campagna vuol dire veramente riposarsi.

Otium = Riposo, Negotium = Attività civile

La mattina e la sera

Che siano in città o nella loro fattoria, i romani riproducono nel ritmo quotidiano l’alternanza annuale fra la fatica e il riposo. La giornata è divisa in due:

  • La mattina è il tempo dell’azione,
  • La sera è il tempo del riposo.

Il romano, che dorme vestito della tunica, si alza all’alba; se sta in città indossa la toga e si mette immediatamente al lavoro. I clienti affluiscono nell’atrio, ricevuti in piedi e tutti insieme. Non appena il sole è spuntato, il cittadino si reca al Foro, dove si svolge la vita della città. Il contadino, invece, va a lavorare nei campi se le condizioni meteorologiche lo permettono. È il tempo della fatica, del labor.

Tutti lavorano fino a mezzogiorno; a quell’ora, a poco a poco ciascuno torna a casa secondo le forze e la voglia di lavorare; nel pomeriggio tutti stanno a casa oppure alle terme. I tribunali sono vuoti e le botteghe sono chiuse. Allora comincia la sera, il tempo del piacere, della soavità dei banchetti. Il corpo si rilassa, e con l’aiuto del vino l’anima dimentica le preoccupazioni del giorno; il Foro si riempie di nuovo, ma questa volta di una folla più allegra.

Al posto delle toghe, la folla indossa tuniche brillanti e colorate, grossi mantelli con il cappuccio. Uomini, donne, libere e schiave, passeggiano; cortigiane riconoscibili dalla toga, uomini che si prostituiscono, depilati e truccati, liberte che non hanno l’austerità delle matrone e parlottano con la loro serva guardando i giovani uomini. È l’ora dei venditori ambulanti che offrono dolci al miele, salsicciotti e bevande calde.

Equilibristi, cantastorie, profeti, imitatori: la piazza e le strade offrono tutti i piaceri dell’Urbe al passante della sera. Il giorno termina con l’unico vero pasto quotidiano, cena, in famiglia o da un amico che dà un banchetto. Questo pasto è il migliore momento della giornata e la massima espressione del riposo: sdraiato, il cittadino beve vino e mangia cibi raffinati e gustosi, dimenticando le fatiche del mattino.

L'ansia dell'inizio

Quando il tempo interviene nella vita del romano, è nel momento in cui questi deve cominciare qualcosa. Il tempo allora viene vissuto in modo drammatico; l’ansia dell’inizio è una delle malattie della cultura romana. Visto che tutto si decide all’inizio, conviene prendere più precauzioni possibili prima di cominciare: quale migliore garanzia di quella divina? Per questo motivo, la metà della religione romana è consacrata alla ricerca e all’interpretazione dei presagi.

Roma non utilizza indovini, né profeti e oracoli, a differenza dei greci. I presagi si manifestano a Roma per mezzo di segni naturali, che sono di tre tipi:

  • Quelli che si chiedono a Giove, cioè gli auspici,
  • Quelli che si osservano senza averli chiesti, e infine
  • I prodigi, fenomeni straordinari che s’impongono all’attenzione degli uomini.

Un magistrato è prima di tutto un uomo che ha la possibilità di raccogliere gli auspici per la Repubblica. Quando Roma deve impegnarsi in una faccenda che riguarda tutto il popolo, come ad esempio votare una legge o cominciare una guerra, il console o il magistrato superiore che convoca l’assemblea consulta gli dèi mediante gli auspici, cioè l’osservazione dei segni del cielo, tuoni, fulmini, uccelli. La parola auspicio significa «osservazione degli uccelli». Il cielo è lo spazio di Giove, il dio che il magistrato consulta. Quando si raccoglie un auspicio non si tratta di ottenere una spedizione né di chiedere quale sarà l’esito di una certa azione, ma di assicurarsi che non ci sono problemi con gli dèi.

I magistrati sono aiutati in questo compito da un collegio di sacerdoti, gli auguri. S’inaugura un luogo, un’assemblea, un uomo; inaugurare significa chiedere a Giove: «È il posto buono, il momento buono?» oppure «Sono proprio io l’uomo di cui c’è bisogno?». Il rituale è strettamente codificato, gli auguri stabiliscono in anticipo quali segni si aspettano di vedere nel cielo, e in quale parte della volta celeste.

L'impero dei segni

Ci sono gli auspici che vengono chiesti e c’è la marea di segni che non si chiedono ma che compaiono dappertutto. Le cose si manifestano perché sono gli dèi che inviano il segno:

  • Gli uccelli passano,
  • Il temporale imperversa lontano,
  • Un serpente cade nell’impluvio,
  • Un gallo canta nella notte,
  • Una parola viene detta inavvertitamente: cosa bisogna scartare e cosa bisogna invece interpretare?

Forse si tratta di un avvenimento senza importanza, oppure dietro ad esso si nasconde un segno essenziale per il futuro di Roma o di un suo cittadino. I magistrati vivrebbero in un inferno se ad aiutarli non ci fossero gli auguri con la loro scienza. Gli auguri hanno classificato e previsto tutto:

  • Le diverse specie di uccelli,
  • Quelli di cui bisogna guardare il volo e quelli il cui solo grido ha valore di segno,
  • Quelli che portano bene e quelli che portano male.
  • Sanno interpretare l’altezza del volo e il modo di volare,
  • Il luogo in cui si posano, il modo con il quale si posano.

Esiste anche un’aritmetica dei segni; se un picchio ha mandato un segno e un’aquila lo segue, il segno dell’aquila annulla quello del picchio. Infine, gli auguri hanno messo a punto, per le campagne militari, un sistema particolare per raccogliere gli auspici: quello dei polli sacri. La mattina della battaglia, si guarda se i polli mangiano tranquillamente lasciando cadere del cibo dal becco: in questo caso gli auspici sono favorevoli. In caso contrario, è meglio non aprire le ostilità.

Durante la prima guerra punica, Publio Claudio Pulcro, che comandava la flotta romana, aveva a bordo dei polli che non avevano fame, forse perché soffrivano il mal di mare. Furioso, li gettò a mare dicendo: «Poiché non vogliono mangiare, bevano». Fu sconfitto e poi condannato dal popolo, perché la sua empietà era stata causa della morte di numerosi cittadini. I segni più sinistri sono le parole pronunciate inavvertitamente, che i romani chiamano omen. In questo caso, la scienza degli auguri è inutile, e tocca a ciascuno cogliere al volo ed accettare il presagio. La buona conoscenza dei presagi fa parte della scienza politica.

Così, dopo la presa di Roma da parte dei galli, ci fu un presagio inatteso che decise del futuro della città. Il Senato deliberava per sapere i romani dovevano ricostruire l’Urbe interamente distrutta e profanata dai galli oppure se dovevano emigrare a Veio, recentemente conquistata agli etruschi e le cui case erano intatte. Un centurione che tornava da un posto di guardia con la sua truppa (Roma distrutta e senza mura era diventata una specie di accampamento) si fermò sul comitium, molto vicino al Senato, e gridò l’ordine seguente: «Portainsegna, pianta la bandiera, resteremo qui, è perfetto». I senatori sentono la frase, si precipitano di fuori e proclamano: «accettiamo il presagio». La plebe che aspettava davanti alla porta della curia approva fragorosamente.

Se i presagi sono continuamente presenti nella vita pubblica, non lo sono di meno nella vita privata. Anche nella vita più intima, i romani fanno ricorso ai presagi, uomini e donne. Cecilia, la sposa di Metello, verso il 132 a.C. trovò uno sposo a sua nipote in questo modo: «Al contrario Cecilia, sposa di Metello, mentre secondo l’antica tradizione chiedeva nel cuore della notte un pronostico nuziale per la figlia di sua sorella c’era in età da marito, si fece l’augurio da se stessa: infatti, la giovane, fermatasi alquanto con lei in una cappella per avere quel pronostico e non avendo udito voce alcuna conforme al proposito, stanca di stare da lungo tempo in piedi, chiese alla zia di farle posto per un po’. Quella le rispose: “Sì, che ti lascio volentieri il mio posto!”. Queste parole, originate da una cura affettuosa, finirono per realizzarsi, perché Metello di lì a qualche tempo, morta Cecilia, sposò la nipote».

Questa storia è una testimonianza rara e preziosa sulla:

  • Vita delle donne e
  • Le loro pratiche di divinazione.

Si vanno delineando una parentela per via femminile e delle pratiche religiose di cui le donne prendono l’iniziativa. Esistono dunque dei santuari e delle divinità che vegliano sulle donne e sui fidanzamenti. Si tratta della Dea Aurora, divinità delle zie materne? In ogni caso, la pratica divinatoria è perfettamente riconoscibile. L’oracolo si aspetta seduti, e, infatti, sembra che in questa cappella ci fosse una sedia divinatoria. Il periodo della notte in cui Cecilia aspetta il presagio è, secondo la tradizione, la prima metà della notte. La frase della nipote ha necessariamente valore di oracolo. Ecco perché quando si aspettano i presagi, contiene che tutti osservino il silenzio più assoluto. Allo stesso modo i magistrati utilizzano al meglio i numerosi segni che attraversano la loro vita, mentre i cittadini, nella vita privata, usano e abusano di pretesti religiosi quando fa loro più comodo. Si può per esempio ritardare all’infinito un matrimonio che non si vuole celebrare e al quale ci si è impegnati.

Prodigi ed espiazioni

Infine, ci sono i mostri, monstra, altrimenti noti come prodigi, gli avvenimenti miracolosi che indicano che c’è disordine nel mondo e annunciano altri disordini più gravi: guerre o rivoluzioni. Ad esempio, nel 102 a.C., fra gli altri prodigi, si registrano i seguenti avvenimenti:

  • Una pioggia di sangue è caduta sull’Aniene,
  • Ad Aricia un ragazzo libero è stato avvolto dalle fiamme senza che si sia bruciato,
  • Uno sciame di api si è posato su una cappella del Foro Boario,
  • Il tempio di Giove è stato colpito da un fulmine.

Niente di strano, visto che i Cimbri e i Teutoni sono paesi per la valle del Rodano e minacciano la Narbonese. Per scongiurare questi prodigi e toglier loro il carattere malefico, i romani utilizzano dei riti espiatori e consultano gli aruspici. Questi sono dei sacerdoti etruschi e sanno interpretare i fulmini secondo il punto in cui si abbattono. Ma la Repubblica domanda loro soltanto di suggerire dei riti di espiazione, e non di interpretare i segni; sono le persone del popolo che vanno a sollecitare gli aruspici perché dicano qualcosa di più e facciano delle profezie. Questi ultimi svolgono la loro attività nella strada, e si fanno venire le vene varicose a forza di stare in piedi fra il fornaio e il macellaio.

Quando la scienza degli aruspici si rivela insufficiente, il Senato chiede di consultare i Libri Sibillini. Alcuni sacerdoti, mediante delle pratiche di natura sconosciuta, quali riti espiatori vadano celebrati. In questo caso, tutto il popolo partecipa:

  • Vengono sacrificate delle vittime animali in gran quantità,
  • Le donne vanno in massa a supplicare le divinità femminili,
  • Si organizzano dei lettisterni, banchetti in cui sono invitate le divinità maschili,
  • E dei selli sterni, in cui sono inviate le divinità femminili.

Di tanto in tanto, Roma viene presa da una grande paura collettiva:

  • La paura della fine del mondo,
  • Della morte della città,
  • Dell’abbandono degli dèi.

Questa paura raggiunge l’apice nel momento delle guerre civili e permise l’avvento al potere di uomini provvidenziali che guarirono il popolo dai suoi terrori apocalittici, per tornare tutte le volte che la città viene colpita dalla sconfitta militare, dalla discordia o dalla peste, flagelli che rappresentano in fondo la stessa cosa, e cioè la disgregazione del corpo dei cittadini. È per questo che nel 364 a.C. vennero introdotti i primi giochi scenici per mettere fine al più terribile dei prodigi, la peste. La peste comincia verso il 367 a.C. Alcuni alti magistrati muoiono insieme a molti cittadini. Siccome la situazione non cambiava, si decide di far venire dall’Etruria un nuovo tipo di giochi: i giochi scenici. Per la prima volta, si costruisce un palcoscenico e uno sfondo davanti al quale alcuni danzatori eseguono delle pantomime accompagnate dalla musica dei flauti. I romani si entusiasmano per questo nuovo spettacolo, e il teatro fa il suo ingresso a Roma.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher tatiana1988 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antichità romane e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Pasqualini Anna.
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