La vita quotidiana nella Roma repubblicana
Prefazione
La Repubblica Romana è un periodo della storia o una cultura? Questo libro afferma che la seconda risposta è quella giusta, poiché descrive la vita quotidiana del cittadino romano senza distinguere un periodo particolare, dalla caduta dei re nel 509 a.C. fino all’avvento del potere monarchico da parte di Augusto nel 27 a.C. La Repubblica romana è una cultura, un sistema di vita, che ruota interamente attorno a un tipo d’uomo ben preciso: il cittadino romano.
Parte prima: L'uomo nella città
Capitolo 1: Il nome e l'onore
Siamo nell’anno 46 a.C. Il sole, in Africa, sta per spuntare l’ultima volta per l’ultimo dei Romani liberi. Domani, Roma verrà assoggettata e Cesare regnerà. Catone ha scelto di morire: Cesare si avvicina, l’esercito repubblicano è sconfitto; il giorno prima, Marco Porcio Catone possedeva ancora il controllo di Utica, ma i suoi abitanti hanno deciso di arrendersi. Catone ha vissuto per la gloria. Ma ora che la libertà sta per morire, la vita non ha più senso per lui, perché un uomo monopolizzerà tutti gli onori e Catone non saprebbe mai vivere fiaccamente come uno schiavo che attende i favori del padrone.
Catone conquista l’immortalità perdendo la vita: sarà per sempre Marco Porcio Catone Uticense. Lo sconfitto trasforma la disfatta in vittoria grazie al sacrificio volontario della sua vita:
«Catone sguainò la spada e se la infisse sotto il petto; ma avendo dovuto usar la mano alquanto debolmente a causa dell’infiammazione, non uscì subito di vita, e soffrendo gli spasimi di una penosa agonia, cadde dal letto. Nel cadere avuto giù una tavoletta di quelle usate dai geometri, che si trovava lì presso, e fece rumore; onde i servi, accortisi della cosa, si misero ad urlare, e il figliolo e gli amici entrarono subito nella camera. Vedutolo tutto intriso di sangue, e con gl’intestini usciti fuor del ventre, ma ancor vivo e in atto di guardarli, rimasero tutti atterriti. Il medico, nondimeno, avvicinatosi, tentò, dato che gl’intestini erano rimasti illesi, di collocarli a posto e ricucir la ferita. Ma Catone, riavutosi un poco, e riacquistata la coscienza, respinse da sé il medico, si stracciò con le mani gl’intestini, lacerò la ferita, e così morì».
Un dramma sanguinoso ed estremo. Ecco, però, che nella fine esemplare di Catone Uticense, appare il ritratto esasperato ma fedele dell’uomo romano così com’è. A Roma ogni adolescente era, all’alba della sua vita d’uomo, un potenziale Catone. Ma la vita avrebbe rivelato il suo carattere, l’ingenium, la vita intesa come Fortuna, la sua e quella di Roma.
L’esistenza dei cittadini è legata a un nome. Il nome:
- È la cittadinanza,
- Distingue l’uomo libero dallo schiavo che sorride solo un nomignolo, un soprannome.
«Salve Caio!»: i Romani fra di loro si chiamano per nome, non in segno di confidenza ma di onore. Il nome è la prima e la più piccola forma di dignità civile. Queste buone maniere dei cittadini hanno le loro radici nel fondamento dell’identità romana per cui l’uomo è il suo nome, che non è distinto dalla sua fama. Essere riconosciuti cittadini significa innanzi tutto ricevere dalla città un titolo: il proprio nome.
L'uguaglianza geometrica
Prima di tutto c’è il censimento, census. Ogni 5 anni, il cittadino romano deve presentarsi a Roma per essere censito. Denuncerà:
- La sua famiglia,
- La moglie,
- I figli,
- Gli schiavi,
- Il suo patrimonio.
In caso contrario, i suoi averi verrebbero confiscati e lui stesso sarebbe venduto come schiavo. L’iscrizione nei registri equivale alla libertà. Il padrone che vuole liberare il suo schiavo può accontentarsi di iscriverlo nei registri del censimento. Il censimento è quindi il solo modo per un Romano di far riconoscere:
- La sua identità e
- La sua cittadinanza.
Il censimento permette di contare i cittadini e di valutare così i potenziali militari come futura fonte di entrate fiscali. Ma soprattutto struttura la città come collettività politica e militare, fa dei Romani non una folla indistinta, una tribù che scivola via dalle dita come un pugno di barbari, ma un popolo, il populus, capace di agire collettivamente obbedendo liberamente a dei magistrati eletti. Per questo il censimento non è affidato semplicemente a degli schiavi pubblici, ma anche a degli uomini seri che hanno provato il loro valore e la loro autorità, ovvero i censori eletti (la loro carica è la magistratura più elevata).
Prendendo in considerazione ogni uomo, valutandone il patrimonio allo scopo di assegnargli il giusto posto nella gerarchia civica, il migliore per lui e per gli altri.
Quando giudica i meno abbienti, il censore viene conto praticamente solo dei suoi beni, ma via via che il cittadino ha una posizione più elevata nella gerarchia, lo sguardo del censore si fa più penetrante, e valuta la sua vita pubblica e la sua vita privata; il magistrato può far retrocedere nella scala sociale un cittadino:
- Che ha chiuso un occhio sugli adulteri della moglie,
- Che non ha figli,
- Che è spergiuro o
- Che ha fatto l’attore, oppure
- Che sfrutta male le sue terre.
Ognuno, perciò, si vede attribuire una classe, o un ordine (l’ordine equestre o senatorio) e nell’ambito di questa classe o di quest’ordine, una centuria:
- Al grado più alto della gerarchia, i due ordini privilegiati (i senatori che costituiscono la nobiltà, spesso chiamati optimates, i migliori, e il cavalieri) sui quali ricadono le cariche militari e fiscali più importanti.
- Successivamente ci sono le 5 classi di coloro che spesso sono chiamati plebei.
- In fondo alla scala ai sono i senza casa e i senza terra, esclusi dal servizio militare.
Questo sistema è giustificato da una teoria detta dell’uguaglianza geometrica che si oppone all’uguaglianza aritmetica. Così, per ogni cittadino i doveri sono proporzionati ai diritti, e il loro rapporto resta invariato. I diritti sono essenzialmente diritti politici; in questo modo soltanto i senatori hanno l’accesso alle magistrature superiori, e nelle elezioni il voto di un ricco ha più peso di quello di un povero.
La libertà o la morte
Caio è cittadino, figlio libero di un uomo libero. ‘Ingenuus’ Si dice a Roma che è «ingenuus» (l’aggettivo latino vuol dire letteralmente «nato libero da genitori liberi, di buona famiglia», oltre che «nato nel luogo stesso». In senso figurato significa «degno di un uomo libero, onesto, nobile», da cui proviene l’italiano ingenuo, sia pure con mutamento semantico).
Essere cittadino vuol dire essere libero; e la libertà è un ideale umano. Questo ideale governa tutta la vita di Caio. Dal momento che è romano e libero, Caio sarà volta per volta:
- Soldato,
- Elettore,
- Padre di famiglia,
- Amministratore di un patrimonio,
- Padrone di casa.
Caio, inoltre:
- Celebra i sacrifici domestici,
- Segue le cause,
- Assiste ai giochi.
- Va a Roma più o meno regolarmente se non vi abita, mentre è obbligatorio abitarvi per i senatori e i cavalieri.
- Il giorno del suo primo censimento, dopo aver indossato la toga virile, il mantello di colore chiaro per mezzo del quale gli uomini liberi si distinguono nella strada dal popolino in abiti brunastri, ha ricevuto ufficialmente:
- Un cognome,
- Un nome,
- Una tribù e
- Una centuria, nell’ambito della quale sarà chiamato tutta la vita per fare la guerra o per votare.
Ora, Caio, non ha che un dovere da compiere: vivere da cittadino rendendosi illustre e rendendo illustre il suo nome. Se gli antenati sono nobili e la famiglia possiede beni a sufficienza perché venga iscritto in una centuria equestre, egli cercherà di diventare magistrato. Il Romano non ha che uno scopo: rendere illustre il suo nome agli occhi del popolo, guadagnare merito e riconoscimento; la libertà è il diritto alla gloria. Essere un uomo e essere un cittadino sono una cosa sola. La libertà o la morte. Prigioniero dei nemici o schiavo nel proprio paese, il cittadino dispera della vita. Per lui è inconcepibile la sopravvivenza costi quel che costi; se un tiranno prende il potere a Roma, i Romani si ritrovano allo stato servile e hanno soltanto un’alternativa:
- Uccidere il tiranno o
- Suicidarsi.
Quando Tarquinio il Superbo violenta Lucrezia, la moglie di un patrizio, quando Appio Claudio il decemviro vuole rapire la figlia di un plebeo per farne la sua amante, l’uno e l’altro trattano i romani come degli schiavi, che non hanno né sposa né figlia legittime. L’orrore si impadronisce dei Romani, nobili e plebei abbandonano atterriti il colpevole, la comunità lo respinge come un mostro. La città chiude le porte al re Tarquinio che deve andare in esilio per sfuggire alla morte. Appio è costretto al suicidio.
La città o la morte
Se senza libertà la vita non è concepibile per un Romano, questa libertà non lo è a sua volta senza il solo contesto in cui possa esercitarsi: la città. L’uomo romano è un uomo sociale, non può essere umano senza appartenere a una sia pur minima società, qualunque essa sia. L’uomo romano ha bisogno di una famiglia o di un gruppo di compagni. E fra il mondo e lui, l’uomo romano ha bisogno della mediazione di una collettività che si chiamerà indifferentemente città, cultura o civiltà. Civis, civitas, civilis, il vocabolario latino ha lasciato in italiano le tracce della parentela che univa a Roma città e civiltà. La città romana, infatti, non è soltanto un regime politico, la città è una cultura; per gli Antichi, i Romani come i Greci, non ci può essere uomo civile che nelle città. La città è una cultura perché l’uomo romano non è l’Homo faber di Daniel Defoe, ma è completamente cittadino, nient’altro che cittadino. La dimensione morale dell’uomo è invisibile dalla sua dimensione politica. L’uomo romano appartiene a diverse comunità:
- La famiglia,
- Il villaggio o il quartiere,
- La sua tribù amministrativa,
- Un collegio professionale,
- Un’associazione religiosa oppure
- Il borgo provinciale dal quale proviene, quello che Cicerone chiamava la «piccola patria».
In ognuna di queste comunità egli realizza un aspetto della sua umanità. Tuttavia, gli uomini migliori hanno altre ambizioni, quegli uomini a cui i Romani riconoscono un «grande animo».
Per manifestarsi, la grandezza d’animo ha bisogno del contesto cittadino e dello sguardo di tutto il popolo. Soltanto la città è a dimensione dei grandi uomini, e più questi uomini saranno grandi, più grande dovrà essere la città: per questo motivo la città degli eroi si estenderà fino ai confini del mondo. Ma che cos’è lo spirito romano? In latino animus, esso è costituito dall’insieme degli stimoli morali di un uomo. L’animus:
- È ciò che lo fa agire istintivamente da uomo,
- È ciò che lo spinge verso il bene,
- È ciò che gli dà la forza di sopportare il dolore e la fatica,
- È ciò che rende saldo il suo corpo per resistere al dubbio o all’avversità.
Si potrebbe dunque dire che lo spirito, l’anima, corrisponde ai valori culturali interiorizzati, i quali strutturano la personalità romana psicologicamente e moralmente. La gerarchia sociale è dunque una gerarchia di animi più o meno grandi, più o meno forti.
Lo sguardo degli altri
La città è dunque il contesto necessario alla realizzazione dell’uomo romano. L’uomo romano cerca negli altri il senso della sua esistenza e la valutazione di sé. Lo sguardo altrui lo spia e lo giudica in tutti i luoghi della sua esistenza. Il Romano non è mai solo, c’è sempre un testimone delle sue buone o cattive azioni, un vicino che passa su una terrazza, una resta che si reca a chiacchierare alla fontana, ecc. Così, a Roma:
- Non esiste altro bene che ciò che è onorevole, cioè onorato;
- Non esiste altro male che ciò che è vergognoso, cioè disonorante.
I doveri della nobiltà
L’ideale civile impone a ogni Romano una vita di restrizioni e di sforzi. Pesa su di lui, senza tregua, una massa di doveri che sono il prezzo più giusto da pagare per i suoi diritti e la sua ambizione. La sua vita è vera da una volontà, quella di coincidere con l’immagine di se stesso che propongono gli uomini «austeri» della famiglia, suo padre e i suoi zii paterni. Che sia nobile o semplice contadino del Lazio, deve provare sin dalla prima giovinezza la virtus, il suo valore di uomo. Qualunque sia il suo rango, l’uomo romano deve svolgere il mestiere di cittadino allo scopo d’essere un uomo, di essere riconosciuto come tale. La definizione politica del cittadino, attraverso il censimento, non per caso è una definizione militare.
La vita politica esige dal cittadino le stesse virtù che la guerra:
- Coraggio,
- Intelligenza,
- Costanza,
- Severità.
Quando un Romano è di famiglia nobile, l’attività politica divora la sua esistenza: tutta la sua vita pubblica è consacrata alla carriera. La sua vita privata è il momento in cui rinsalda le forze, riposa l’anima, ricostituisce i beni, rafforza le nuove amicizie nel corso di sfarzosi banchetti. Più illustri sono stati i suoi antenati, più gravoso sarà il compito, perché dovrà almeno uguagliarli; per far questo, dovrà unire le qualità:
- Di un oratore,
- Di un soldato,
- Di un giurista e
- Di un finanziere.
In effetti a Roma non esiste altra nobiltà che quella acquisita attraverso la partecipazione agli affari pubblici e l’accesso a quelle magistrature superiori che vengono chiamate honores. Nascere nobile per un Romano significa essere obbligati a diventarlo. Quelli che sono chiamati nobili appartengono a un centinaio di famiglie che possiedono ricchezza necessaria per iscrivere i figli nella classe equestre. Essere nobile, dunque, vuol dire appartenere a una famiglia senatoriale e dover a sua volta diventare senatore. Se, per pigrizia o per incapacità, un uomo manca il conseguimento degli onori, non solo lui stesso viene disonorato, ma anche la sua famiglia, dal momento che essa perde uno dei suoi membri. In questo modo, sin dalla fanciullezza, questi figli sono principi sono preparati a una vita di competizioni in cui dovranno continuamente mostrare che sono i migliori, gli optimates. Alla fine dell’adolescenza, il figlio del senatore presta servizio nello stato maggiore di un parente o di un amico di suo padre. Là è contemporaneamente sotto lo sguardo dei soldati e del generale. Ognuno osserva la sua capacità a obbedire, a resistere non soltanto alla fatica, al freddo e alla paura, alla fame, alla sete, ma anche alla seduzione del lusso e delle donne straniere, all’ebbrezza della vittoria. Soprattutto ognuno vedrà se questo giovane è vulnerabile alla tentazione dei vincitori che vogliono dimenticare nelle violenze del saccheggio e delle crudeltà inutili la loro paura della morte e del nemico; è proprio in queste occasioni che si rivelano gli animi mediocri.
Nella vita civile il giovane nobile, fra due campagne militari, deve sostenere una guerra diversa. Il suo dovere gli impone, quando è diventato adulto, di riprendere le antiche vendette familiari e di vendicare le umiliazioni di suo padre rimaste impunite. Il campo di queste battaglie è il tribunale, e l’arma è la parola. Accusa i nemici del padre per i crimini politici:
- Brogli elettorali,
- Corruzione,
- Malversazione in provincia,
- Violenza contro un cittadino.
La posta in gioco è alta, perché il giovane non cerca altro che la morte politica dell’avversario. Quando ci riesce, attira su di sé la stima di tutti e ottiene talvolta il posto al Senato, il rango di colui che ha fatto condannare. La peggior disgrazia per un padre e la peggior vergogna per un figlio è quella di non essere vendicato. Intorno alla trentina, il nobile Romano si lancia alla conquista delle magistrature superiori; è il momento più faticoso della vita. Egli infatti è chiamato a ogni porta di doveri per costruirsi una rete di appoggi costituita da amici politici, partigiani ed elettori. Lavora come un forsennato dalla mattina presto, quando riceve i clienti nel vestibolo, alla sera, quando va di banchetto in banchetto, senza parlare delle lunghe mattinate passate al Foro per difendere questo o quello davanti al tribunale. Va nelle campagne in cui abitano i suoi elettori, stringe la mano a tutti, impara a contare su di loro.
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