Parte seconda: gli spazi della vita
Capitolo 4: l'organizzazione dello spazio a Roma
La struttura dello spazio a Roma
Il Romano si realizza nell’ambito della società, e perciò vive più volentieri fuori casa. I Romani vivono gran parte della giornata nei campi, nelle strade, nelle piazze, alle terme; altrimenti partono per le campagne militari, in lontane province, restando assenti da casa per diversi mesi. È fuori di casa, e il più delle volte all’aperto, che i Romani vivono ed agiscono. Anche quando torna a casa il cittadino romano non dedica molto tempo all’intimità della famiglia. La parte principale della casa serve soltanto alla vita sociale, ai ricevimenti e ai banchetti che portano in casa molte persone estranee. La casa del Romano è, come lui, rivolta verso l’esterno.
Lo spazio romano è quello esterno, ed è diviso in luoghi fra di loro contrapposti:
- La città e
- La campagna, l’Urbe e il mondo, i campi, i prati e le foreste, le province e i popoli barbari, la terra abitata e i confini del mondo, la terra e il mare, la casa e l’esercito.
La memoria, il tempo e lo spazio
I Romani vivono e pensano secondo lo spazio, più che secondo il tempo. Non celebrano le lunghe genealogie e non fanno risalire le loro origini al tempo degli eroi. Roma sacralizza i luoghi: il ricordo, lungi dall’essere fissato nelle opere ispirate dai vecchi poeti, affonda le radici nel ruolo sacro dell’Urbe. Passeggiare a Roma significa percorrere il suo passato, vedere la capanna di Romolo, la caverna di Caco, il bosco di Egeria. Non si sa cosa sia successo veramente in quei luoghi; si raccontano delle storie molto diverse l’una dall’altra. Quel che importa è che siano sacri, e in quanto al perché, ognuno racconti la storia che preferisce.
Uno spazio polivalente
Gli dèi romani sono presenti sul suolo della città e hanno lasciato le loro tracce in antichissimi luoghi sacri. Il numero degli dèi romani non smette di aumentare, così come quello dei santuari costruiti sul territorio dell’Urbe. Questi dèi, però, non sono presenti dovunque; ogni divinità corrisponde a delle attività umane differenti, ed è perciò venerata in un punto preciso:
- Dèi della guerra,
- Dèi della vita domestica,
- Dèi della terra coltivata,
- Dèi dei giardini,
- Dèi delle foreste e della caccia,
- Dèi dei pascoli, ognuno impone i suoi siti e i suoi doveri nel luogo in cui regna.
Il Romano passa la vita ad andare da un luogo a un altro, cambiando dio e comportamento. Questa è la formula particolare del politeismo a Roma, quello di uno spazio polivalente. Ogni attività umana è un culto reso alla divinità che la protegge. Quando si comincia un lavoro, un pasto, una campagna militare, conviene offrire sacrifici alle divinità dei luoghi in cui ci si fermerà per qualche tempo. Il Romano fa vivere gli dèi compiendo le attività che quegli dèi presiedono e che, in un certo senso, costituiscono. Quando il cittadino avrà terminato la sua opera, darà al dio la parte che gli spetta, le primizie dei raccolti o le armi prese al nemico. Non è per puro caso che nella lingua poetica il pane viene chiamato Cerere, dal nome della dea del grano, e che si dice «rendere un culto a Venere» per dire «fare l’amore».
Marte è la guerra, e fare la guerra significa rendere omaggio a Marte facendolo sentire fra gli uomini, «rendendolo presente». In questo modo, ogni azione viene compiuta sotto la protezione di un dio e deve essere compiuta nel luogo a lui consacrato; contravvenire a questo dovere sarebbe un’empietà. Fare l’amore all’aria aperta, in una foresta o sul prato, è una profanazione, perché è necessaria l’oscurità di una stanza rischiarata soltanto da una lucerna ad olio, tradizionale accessorio di Venere. Allo stesso modo non ci può essere violenza guerriera nell’Urbe, perché essa appartiene a Marte, mentre l’Urbe è dominio di Giove.
L'Urbe e il mondo: Urbs et Orbis
I due spazi fondamentali che strutturano l’universo mentale dei Romani, espressi in una coppia di termini opposti e allitteranti, sono:
- L’Urbe e
- Il mondo: Urbs et Orbis Terrarum.
L’Urbe, cioè Roma, è il centro del mondo. Roma è la città per eccellenza, lo spazio consacrato a Giove Ottimo Massimo, il cui tempio s’innalza in cima al Campidoglio e che attira tutti gli sguardi per lo splendore del tetto d’oro. Roma è la città del potere, dei templi, dei piaceri, e della vita sociale, della ricchezza, della cultura, della raffinatezza. Possedere una casa a Roma rappresenta per i ricchi, che costituiscono la classe politica, un obbligo giuridico. Tutto parte da Roma e tutto vi ritorna. Quando sopra la cittadella sventola la bandiera rossa i Romani vengono ad arruolarsi, per tornare a deporre le armi nel Campo Marzio, per godere i piaceri della città prima di ripartire per le loro terre.
A Roma affluiscono le ricchezze di tutto il mondo, i bottini di guerra, gli animali di paesi lontani e le migliaia di prigionieri venduti all’asta come schiavi. Alcuni andranno a lavorare nelle campagne come agricoltori o pastori; altri resteranno in città, e cioè quelli che conoscono una delle tante arti estetiche, cuochi, parrucchieri, profumieri, massaggiatori, medici. I più giovani, i più dotati e i più belli vengono mandati nelle scuole per studiare musica, danza, poesia, teatro, contabilità, agronomia, architettura, retorica. È a Roma che arrivano gli dèi adorati dai nemici sconfitti, affinché possano estendere la loro protezione ai vincitori. Questi dèi stranieri portano con sé degli strani culti, e le strade di Roma vengono percorse da curiose processioni come quella dei sacerdoti di Iside Egiziana, dal cranio rasato e che indossano una veste gialla, oppure quella dei Galli, sacerdoti della Grande Madre Frigia, degli eunuchi che si flagellano al suono del gong.
Da Roma partono i governatori delle province, gli emissari del governo, gli eserciti di magistrati, scribi e pubblicani che raccoglieranno le tasse e faranno regnare la pace romana sull’Imperium, l’impero, cioè il territorio sottomesso al potere di Roma. Roma è una grande macchina che costruisce Romani; essa accoglie presso di sé i barbari, i quali diventano schiavi esotici, ottengono successivamente l’affrancamento e lavorano come specialisti di svariate tecniche straniere, e vengono riconosciuti alla fine come cittadini romani, che si occupano di politica ed agricoltura.
Roma e le sue colonie
Perché Roma è diventata una metropoli, e addirittura una megalopoli a partire dal I secolo a.C., con un milione circa di abitanti? Perché per i Romani la loro città è unica, è l’unica città al mondo. Le città greche germogliavano e la popolazione si sparpagliava; quando i cittadini erano troppo numerosi, la città mandava una generazione a stabilirsi altrove in una colonia:
- In Asia Minore,
- In Africa,
- In Italia o
- In Gallia.
La nuova città coloniale diventava importante come la città che l’aveva generata, anche se continuava a mantenere con essa dei rapporti privilegiati. Autonoma, possedeva il suo governo, il suo esercito, la sua politica. Era situata lontano dalla Grecia, in un padre barbaro; questo perché una città greca non annetteva mai una città vicina per insediarvi i propri cittadini.
Tale sistema costituiva la libertà greca, e sembra che le città italiche eccetto Roma abbiano praticato questo tipo di colonizzazione. Roma non usa questo sistema, s’ingrandisce ma non allontana i suoi cittadini. Per i Romani non c’è che una città, situata sul Campidoglio e i colli prospicienti il Tevere, Roma è unica perché è unico il luogo in cui sorge e non potrebbe sorgere altrove. I Greci non collegano la loro cultura a un territorio. Essere Greco vuol dire essere di cultura greca, in Africa, in Italia o in Gallia; non esiste una capitale dell’ellenismo. Al contrario, la cultura latina non basta a fare vero Romano, bisogna che sia cittadino della Città Eterna.
Le colonie romane sono perciò molto differenti dalle colonie greche. Roma si è estesa progressivamente attorno al suo territorio, annettendo:
- Dapprima le città libere del Lazio,
- Poi quelle italiche,
- Ed infine i popoli della Spagna, della Gallia meridionale, dell’Africa settentrionale, della Grecia e dell’Asia minore.
Una colonia romana è un insediamento di contadini romani, per lo più di ex combattenti chiamati veterani, in territorio conquistato. L’antica città viene rasa al suolo, come per esempio Cartagine, e al suo posto è costruito un nuovo centro urbano che riproduce la pianta quadrata di un accampamento militare, con due assi principali:
- Il Cardo e
- Il Decumanus, che s’incrociano ad angolo retto al centro della città, mentre le altre strade sono parallele l’una all’altra.
Le città coloniali romane sono situate nelle pianure, dove s’incrociano le vie di comunicazione. Esse non possiedono alcuna autonomia politica o militare, alcuna cittadinanza propria. Roma in formato ridotto, Roma illusione ottica, i Romani non concepiscono una città diversa da un’imitazione di Roma; non basta nessuna definizione astratta, giuridica o religiosa, nessuna cerimonia di fondazione per creare una città nuova. Bisogna riprodurre l’immagine materiale di Roma, poiché l’Urbe è il modello di ogni città. In questo modo i due termini di paragone sono sempre l’Urbe e il Mondo, perché la mozione stessa che i Romani hanno della loro città destina Roma ad essere il centro del Mondo.
Le carte geografiche del mondo
Come si rappresentavano i Romani l’estensione geografica dell’impero? Mediante una raffigurazione disegnata dello spazio. Durante i numerosi trionfi, dopo gli uomini, i carri pieni di bottino e le colonne di prigionieri, sfilavano dei soldati che recavano ben visibili degli stendardi che enumeravano le vittorie e ricapitolavano tutte le conquiste:
- Su alcuni erano scritte liste di città, di fiumi e montagne conquistati;
- Su altri erano disegnate delle carte geografiche che mostravano la forma e la distanza dei paesi sottomessi.
Queste carte, proiezioni di un territorio su di un piano, erano di scala troppo grande per possedere una sia pur minima utilità pratica (i viaggiatori e i generali usavano un altro tipo di carte, gli «itinerari»), e rappresentavano un supporto del pensiero, una forma materiale data alla potenza romana. Dopo il trionfo queste carte venivano riprodotte e dipinte sulle pareti dei templi. In tal modo i Romani non cantano il loro predominio sul mondo, ma lo visualizzano; questa rappresentazione è il punto di partenza delle speculazioni politiche e filosofiche. Quando Roma è padrona di tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, nel momento in cui Augusto proclama l’Impero, fa redigere da Agrippa, allo scopo di rassicurare i Romani, una carta universale che verrà posta nel Campo Marzio, sotto il portico di Vispiano; in essa si vede un mondo del quale Roma è il centro assoluto.
L'Urbe e la campagna: Urbs et Rus
I Romani amano Roma di un amore violento. Amano lo spettacolo superbo dei colli coronati dai templi, amano l’intensa e raffinata vita sociale che vi si conduce. L’amano fino a odiarla e a volergliene perché li divora corpo e anima. A questa insopportabile ed irresistibile signora non contrappongono nessun’altra città, perché non esiste; la sua unica rivale è la campagna, sposa calma e fedele. Città e campagna sono inseparabili, e i Romani vanno e vengono da entrambe, sulle strade e nel cuore: «A Roma desideri la campagna, in campagna, incostante come sei, porti alle stelle la città lontana».
In effetti, i Romani hanno bisogno dell’una e dell’altra, perché città e campagna si contrappongono come ricchezza e povertà, vita pubblica e vita privata. Due sostantivi astratti indicano qual è l’essenza di ognuna delle due vite:
- L’urbanità, urbanitas, è la raffinatezza della cultura, la vita sociale, i banchetti, l’educazione, lo spirito, la moda.
- La rusticità, rusticitas, è l’austerità, la durezza brontolona, la sporcizia, l’ignoranza, la grullaggine, l’ineleganza.
Ma questi valori possono invertirsi e la campagna può prevalere sulla città. Le abitudini frugali, l’orizzonte ristretto della fattoria, il lavoro ingrato della terra, l’aratro troppo pesante, le sfacchinate nei boschi, i pasti a base esclusivamente di verdura cotta, lasciano facilmente il posto a una campagna idillica. Essa diventa allora il luogo del riposo e della felicità lontano dalle navi che naufragano e degli elettori traditori. Una sposa fedele, dei figli rispettosi, degli schiavi amici con cui il contadino banchetta mangiando una densa minestra di fave e una fetta di lardo molto grasso.
La città, al contrario, diventa una giungla, il crogiolo dei vizi, della corruzione, dei colpi di fortuna. Oggi un commerciante possiede milioni, e domani si annega nel Tevere perché è rovinato, le sue navi sono affondate e i suoi soci l’hanno tradito. Un giorno l’oratore viene adulato e quello dopo insultato. In città bisogna essere ricchi e potenti, altrimenti si viene presi in giro e imbrogliati. Il Romano ha bisogno, per vivere bene, della città e della campagna. È un contadino incallito che ritrova la vita rude e la tranquillità della sua fanciullezza, visto che i bambini romani sono tutti allevati in campagna, in un’austera fattoria. Il Romano ha bisogno di ritrovare la linea vitale in quella sobrietà, quel rigore, lontano dalle raffinatezze e dalle feste; ma se durante la giovinezza e la pienezza degli anni resta troppo a lungo in campagna, s’intristisce e si annulla completamente come Scipione, esule volontario dalla politica e da Roma.
La rusticità non riguarda soltanto i contadini veri e propri. I sobborghi e le cittadine di provincia sono considerati luoghi più o meno rustici. Quando non si è romano di Roma, si è sempre un po’ «provinciale»; questo rimprovero toccò anche a Cicerone che era di Arpino. La grullaggine provinciale è una delle conseguenze della centralizzazione. L’unica città è l’Urbe e ogni provinciale è più o meno un contadino. Di fatto, Roma e lo spazio rurale sono cresciuti contemporaneamente; e l’estensione del territorio rurale è stata una delle cause del naufragio della cultura repubblicana.
I limiti, le frontiere e le porte: Giano e Termine
Fra ogni estensione di spazio esistono dei limiti che non sono delle linee astratte, che distinguono nettamente i diversi territori, ma delle zone intermedie attraverso le quali passano gli uomini compiendo dei rituali per il passaggio stesso; in questi luoghi vigila il dio Termine. A volte questi limiti sono delle mura, interrotte o meno da porte, ed allora sono consacrate a Giano. Termine è la pietra piantata nel suolo che delimita un terreno o un territorio occupato e lavorato, indicandone il proprietario. Queste pietre non solo si trovano al confine delle proprietà private, ma anche del territorio che appartiene al popolo, l’Ager Romanus. I riti che riguardano il dio Termine fanno di esso un dio del vicinato. Durante la festa annuale dei Terminali, il 23 febbraio, i due padroni dei campi confinanti vanno verso la pietra che delimita la proprietà e depongono una corona su Termine, il confine, offrendo inoltre un dolce. Successivamente i vicini banchettano insieme mangiando l’agnello o il maialino appena sacrificato. Termine è dunque il dio della separazione e della vicinanza; attraverso il sacrificio i vicini vengono distinti l’uno dall’altro, anche se il rituale simmetrico ribadisce la loro similitudine. È risaputo che in campagna il vicinato spesso diventa difficile e astioso, e dal diritto romano si intuisce quanto dovevano essere frequenti le liti e i sospetti fra gli agricoltori che avevano le terre confinanti, fino a sfociare nell’accusa di far passare il raccolto dell’altro nel proprio campo mediante riti magici: crimine, questo, punibile con la morte.
Termine garantisce:
- I limiti dei terreni impedendo i conflitti di vicinato e
- Lo spostamento degli stessi confini durante l’assenza del proprietario.
- Costringe i vicini a banchettare e festeggiare insieme, cioè a essere l’ospite l’uno dell’altro, creando in questo modo dei rapporti privilegiati di fiducia ed amicizia.
Lo stesso discorso vale per i territori delle città. Valicare un confine tutelato dal dio Termine quando non si appartiene alla città sovrana di quel territorio può essere fatto soltanto come ospiti o come nemici. Le due parole in latino, infatti, sono formate sulla stessa radice:
- Hostis, nemico,
- Hospes, ospite, che indica l’«altro che vi è simile».
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