Una scelta strategica: sotto tutela a vita
A Roma, in età arcaica, la tutela non era un istituto protettivo (come oggi), ma potestativo. Non serviva, cioè, a proteggere le persone considerate incapaci. Serviva a impedire a queste persone di intaccare il patrimonio familiare. E, infatti, la potestas tutoria spettava a coloro che alla morte della persona sotto tutela sarebbero stati i suoi eredi: e cioè, nel caso delle donne (dato che le donne non potevano avere heredes sui), all’adgnatus proximus, cui spettava la tutela legittima (o adgnatitia).
Come agivano i tutori?
Esercitavano il loro diritto:
- Di affiancare la donna nel compimento di tutti gli atti di maggior importanza e
- Di prestare la loro autorizzazione (auctoritas), in mancanza della quale l’atto era invalido.
E così una donna, da sola:
- Non poteva, ad esempio, concludere contratti che comportassero l’assunzione di obbligazioni,
- Non poteva partecipare a un processo privato,
- Non poteva compiere atti di alienazione delle cose di maggiore importanza sociale (res mancipi).
- E ovviamente, non poteva fare testamento.
Anche quando acquistarono il diritto di fare testamento, dunque, alle donne non fu concesso di farlo liberamente e autonomamente. La capacità di disporre dei propri beni mortis causa restò per lungo tempo più formale che sostanziale.
La levitas animi delle donne, e cioè la «leggerezza dell’animo» alla quale ci si appellava per giustificare la regola che le sottoponeva a tutela a vita era un pretesto.
Schema
- A Roma, in età arcaica, la tutela non era un istituto protettivo (come oggi), ma potestativo, cioè, non serviva a proteggere le persone considerate incapaci, ma a impedire a queste persone di intaccare il patrimonio familiare;
- La potestas tutoria spettava a coloro che alla morte della persona sotto tutela sarebbero stati i suoi eredi: e cioè, nel caso delle donne (dato che le donne non potevano avere heredes sui), all’adgnatus proximus, cui spettava la tutela legittima (o adgnatitia);
- La levitas animi delle donne, e cioè la «leggerezza dell’animo» alla quale ci si appellava per giustificare la regola che le sottoponeva a tutela a vita era un pretesto;
Tutori
- Avevano il diritto di:
- Affiancare la donna nel compimento di tutti gli atti di maggior importanza;
- Prestare la loro autorizzazione (auctoritas), in mancanza della quale l’atto era invalido.
Ribellione femminile e pericolo sociale
Nonostante il ferreo controllo, però, i Romani temevano le donne: essi, a differenza di altri popoli antichi, avevano affidato alle donne il compito delicato e difficile di educare i figli alle civiche virtù, per questo una qualsiasi devianza non era ammessa né tollerata ed era severamente punita. Le donne dovevano sapere che se avessero rispettato le regole sarebbero state premiate, ma con altrettanta fermezza, se non le avessero rispettate, sarebbero state punite.
Schema
- I Romani temevano le donne, anche se a esse avevano affidato il delicato e difficile compito di educare i figli alle civiche virtù (per questo una qualsiasi devianza non era ammessa né tollerata ed era severamente punita);
- Le donne dovevano sapere che se avessero rispettato le regole sarebbero state premiate, ma con altrettanta fermezza, se non le avessero rispettate, sarebbero state punite;
Processi
- Alle matrone impudiche, donne accusate di mancanza di pudicitia; furono due:
- Nel 295 a.C., donne accusate da Q. F. Gurgie di stuprum, di rapporti sessuali illeciti; condannate a pagare una multa;
- Nel 213 a.C., promossa un’azione contro «un certo numero di matrone», accusandole di probrum;
- Alle avvelenatrici: donne accusate di avvelenamento (veneficium).
I processi alle matrone impudiche
Due furono i processi celebrati contro donne accusate di mancanza di pudicitia che suscitarono particolare scalpore a Roma.
- Il primo ebbe luogo nel 295 a.C.: alcune matronae (aliquot matronas, dice Livio), in quella data, vennero accusate dall’edile Quinto Fabio Gurgie di stuprum, ovvero di rapporti sessuali illeciti. E vennero condannate a pagare una multa, con la quale venne costruito un tempio a Venere Obsequens (Venere “Obbediente”, rispettosa delle regole): evidentemente, o l’ammontare delle multe era smisuratamente alto, o era altissimo il numero delle condannate.
- Il secondo processo fu celebrato nel 213 a.C., quando gli edili L. Villio Tappulo e M. Fundanio Fundalo promossero un’azione contro «un certo numero di matrone», accusandole di probrum. E alcune di esse furono condannate: questa volta all’esilio.
Nonostante non potessero partecipare ai comizi, dunque, e nonostante di regola venissero punite da padri e mariti, le donne potevano subire dei processi criminali. Ciò che stupisce però sono le perplessità sollevate dai resoconti di questi processi. Le donne accusate, infatti, vennero processate in gruppo, e Livio, che ci racconta la loro storia, non si preoccupa di indicare né il loro nome né il numero, parlando con un certo disprezzo di un tot di matrone. Nasce il sospetto che queste donne, evidentemente prive di famiglie interessate a evitare lo scandalo di un processo, non fossero accusate di un singolo rapporto delittuoso, ma di malcostume abituale. Secondo alcuni, addirittura, che si trattasse di vere e proprie prostitute. Ma l’ipotesi è inaccettabile: la prostituzione femminile non era penalmente perseguita, e le prostitute, per definizione, non commettevano stuprum.
Assai più probabile, invece, che si trattasse di un tipo di donne che si comportavano con estrema disinvoltura, intrecciando relazioni più o meno durature, e consentendosi una vita più o meno lussuosa grazie alla generosità degli amanti. Ecco, forse, la ragione del processo pubblico: forse queste donne vivevano sole, lontane dal controllo dei familiari che, ammesso che esistessero, le avevano cancellate dal numero delle donne che meritavano di essere protette con l’esercizio dei poteri domestici.
Ma rimane un altro problema: perché nel 295 le matrone probrosae vennero condannate a una semplice pena pecuniaria, e nel 213 vennero costrette all’esilio? Si potrebbe pensare che:
- Nel primo caso le matronae fossero state processate per aver tenuto un comportamento eccessivamente disinvolto in un’occasione che, se certo non le giustificata, tuttavia forniva loro un’attenuante: vale a dire dopo aver partecipato alla festa Vinalia, celebrata in onore di Venere Obsequens (il 19 agosto).
- Nel secondo caso, invece, la severità della condanna potrebbe essere collegata allo sgomento che pervadeva la città di fronte al pericolo cartaginese. I Romani, infatti, usavano attribuire le sciagure pubbliche al malcostume femminile: e gli dèi li aiutavano a evitarne le conseguenze, avvertendoli del pericolo con appositi segnali, rappresentati da eventi sorprendenti, spaventosi o comunque inspiegabili (prodigia). Consapevoli del rischio, gli uomini potevano individuare le colpevoli e punirle.
Di sicuro, dunque, non appartenere alla categoria delle donne di sicura onestà e, di conseguenza, non protette da un gruppo familiare poteva risolversi, a volte, in un notevole vantaggio.
I grandi processi alle avvelenatrici
Vi furono numerosi processi contro donne accusate di avvelenamento (veneficium), un reato che i Romani, e prima di loro i Greci, consideravano, da sempre, tipicamente femminile.
Il primo di questi processi venne celebrato nel 331 a.C. Durante il consolato di M. Claudio Valerio e C. Valerio Potino, alcuni notissimi personaggi erano morti in circostanze misteriose. Ma una schiava, dopo aver chiesto e ottenuto l’impunità in cambio della rivelazione, raccontò all’edile curule Q. Fabio Massimo che la strage era stata la conseguenza di una “frode femminile” (muliebris fraus): alcune matrone avevano preparato e somministrato alle vittime dei potenti veleni. E fece dei nomi.
A questo punto gli eventi precipitarono: nelle case delle accusate furono trovate delle pozioni misteriose, che furono portate nel Foro, ove vennero convocate una ventina di matrone. Due di esse, Cornelia e Sergia (ambedue di stirpe patrizia), dissero che si trattava di venena bona, vale a dire di farmaci benefici: medicinali, dunque. Ma la loro accusatrice le sfidò a berli, e dopo averli bevuti le matrone morirono. Tutte e venti.
Il fatto era così grave che fu necessario purificare la città: quanto era accaduto non poteva essere che un prodigium, un segno dell’ira divina, che andava placata con un atto espiatorio. Le altre indiziate, ben 170, furono tutte condannate a morte. Questo episodio sconcertante è stato interpretato negli anni settanta come un atto di rivolta femminista, come un momento di lotta femminista, combattuta contro gli uomini con le armi che le donne ritenevano giusto venissero utilizzate tra uomini nella lotta di classe.
Questi numerosi processi indicavano l’inizio di una rivolta femminile e l’esistenza di un serio problema nel rapporto fra i sessi, chiaramente turbato da un’atmosfera di diffidenza e di sospetto, che col passare del tempo diventava sempre più pesante. Gli uomini, infatti, erano sempre più assenti, in guerra o ad adempiere il loro dovere nelle province: e questo fatto, anche se avvantaggiava patrimonialmente le donne e dava loro maggior libertà, era tuttavia al tempo stesso fonte di disagio d’irrequietezza.
E così, si diffusero rapidamente a Roma i culti bacchici, che nei primi decenni del II secolo a.C. lo Stato represse ferocemente. Questi culti portavano con sé una promiscuità sessuale doppiamente inammissibile, perché al culto di Bacco erano ammessi anche gli schiavi. Il pericolo sociale era evidente.
Cos’erano i venena?
I venena, che le donne conoscevano e preparavano, di regola, non erano farmaci letali, bensì medicamenti. Dall’antichità più remota, le donne raccoglitrici avevano imparato a conoscere le proprietà buone e cattive delle erbe, delle bacche e delle spezie. Non a caso dunque, nel mondo greco, le donne erano tradizionalmente... (testo interrotto)
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