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Riassunto esame Antichità Romane, prof. Pasqualini, libro consigliato La vita quotidiana nella Roma repubblicana, Dupont: quarta parte

Sunto per l'esame di Antichità Romane e della prof. Pasqualini, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dalla docente La vita quotidiana nella Roma repubblicana, Dupont. Gli argomenti trattati sono i seguenti: il corpo, il corpo e la persona, gli abiti, l'acconciatura e il bagno, il cibo, i banchetti e i piaceri della sera.

Esame di Antichità romane docente Prof. A. Pasqualini

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ESTRATTO DOCUMENTO

Le DONNE, i BAMBINI e gli SCHIAVI si coricano solo per dormire, mentre gli

adulti liberi sono distesi sul letto durante i banchetti (le donne restano sedute) e le

feste che possono accompagnarli; è come se l’estrema tensione della giornata che

accompagna le loro attività di uomini liberi cercasse a mo’ di compensazione

l’estremo rilassamento della posizione sdraiata.

I letti da ricevimento servono soltanto in occasione dei banchetti, quando tutti

stanno sdraiati, padrone di casa e invitati.

Sarebbe maleducato per un Romano ricevere sdraiato degli amici che dovrebbero

rimanere seduti, a meno che il padrone di casa non sia malato.

Le posizioni del corpo intervengono anche nella vita pubblica e partecipano alla

simbologia del potere.

La SEDIA CURULE, poltrona senza schienale, appannaggio dei magistrati

superiori, permette loro di restare seduti durante le assemblee, quando il popolo

sta in piedi.

Si alzano per parlare, in segno di rispetto per la maestà popolare.

In presenza di un magistrato, deve stare in piedi e rimanere in silenzio, fosse

anche suo padre. 249

IL CORPO CHE SOFFRE.

A Roma, la MEDICINA non viene praticata come l’intendiamo noi, anche se ci

sono dei MEDICI.

In effetti, la medicina contemporanea cura tutti i mali del corpo e anche

dell’anima, senza distinzione sociale.

I Romani distinguono nettamente:

 le ferite di guerra

 dalle malattie,

e, fra quest’ultime:

 quelle che colpiscono un individuo e

 quelle che coinvolgono una delle comunità a cui appartiene il malato,

famiglia o città.

Per molto tempo, soltanto e FERITE richiamano l’attenzione del medico; sono

nobili e guariscono presto, lasciando delle belle e onorevoli cicatrici sui toraci

romani.

Per questo motivo lo Stato romano invitò a Roma un medico greco specialista di

chirurgia militare, ARCHAGATHOS, nel 219 a.C.

Ricevette la cittadinanza romana e gli venne dato un locale al bivio di Acilius.

Dapprima molto popolare, i suoi metodi energici gli fecero perdere la simpatia

della popolazione; bruciava le piaghe e tagliava le carni in modo così brutale che

fu soprannominato «IL BOIA».

Ma a Roma rimase la tradizione di mantenere dei medici specialisti di ferite

d’arma da taglio.

Così, quando CESARE cadde sotto le pugnalate dei senatori nella curia di

Pompeo, venne subito chiamato un medico, ANTISTIUS, che esaminò le ferite

di Cesare per vedere se ce n’erano di mortali.

La MEDICINA è riservata per molto tempo soltanto ai soldati, mentre le

MALATTIE e i malanni diversi che colpiscono le persone nella vita quotidiana,

sono curati direttamente dal PADRE DI FAMIGLIA.

250

La maggior parte delle malattie di stomaco vengono attribuiti agli abusi

alimentari e curate con il digiuno, i clisteri e il vomito.

I tiranni soffrono d’insonnia.

Generalmente le malattie del corpo sono collegate con i mali dell’anima, e il

malato è sempre sospettato di avere commesso qualcosa, o per lo meno di essere

moralmente debole.

La malattia non è una punizione, ma la normale conseguenza del rilassamento

dell’anima che rende il corpo meno attento e quindi vulnerabile.

251

LA MEDICINA DI CATONE.

CATONE era un nemico irriducibile dei MEDICI.

Questi ultimi, a quell’epoca tutti GRECI, sono accusati di avvelenare

premeditatamente la gioventù romana.

Avrebbero in odio tutti i barbari che li hanno sconfitti, e cercano di rovinarli in

questo modo.

Se si fanno pagare, è per crearsi l’alibi della CUPIDIGIA, mentre il loro scopo è

un altro.

D’altro canto, CATONE trova scandaloso farsi pagare per aiutare un proprio

simile; lui stesso pratica una medicina tradizionale e cura tutte le persone della

sua casa servendosi di un grosso libro di rimedi per la salute, ereditato dagli

antenati, e impedisce a suo figlio MARCO di andare da un medico.

Catone cura la SCIATICA con un vino al legno di ginepro, ha sempre a

disposizione un decotto di melagrana contro le COLICHE e i VERMI

INTESTINALI.

Secondo lui, il rimedio per eccellenza, la panacea, sono i CAVOLI:

 mangiare cavoli fa digerire e urinare.

 Prima di un banchetto, permettono di bere e mangiare quanto si vuole

senza che la salute ne risenta;

 usando questo alimento prepara un potente diuretico, un emetico e un

rimedio contro le coliche.

 Lavata accuratamente e applicata come cataplasma, cambiandola due

volte al giorno, la foglia di cavolo guarisce le ulcere, le ferite aperte, i

tumori, le piaghe infette che libera dal pus, e fa inoltre scoppiare gli

ascessi.

 Mangiando cavoli guarisce il mal di testa e il mal d’occhi, mette fine al

mal d’ossa, alle fitte intercostali.

 Fritti nel grasso e mangiati a digiuno sono buoni contro l’insonnia;

 ridotti in polvere e sniffati, fanno cadere i polipi nasali.

252

 Il succo di cavolo istillato tiepido nelle orecchie guarisce dalla sordità.

Molto spesso, la medicazione è efficace solo se accompagnata da un incantesimo,

che consiste a volte i poche parole 253

MEDICINA PREVENTIVA E RELIGIONE.

In ogni caso, i Romani si sbarazzano della maggior parte delle malattie, non con

la medicina greca o i rimedi tradizionali, ma proteggendosi per mezzo della

religione.

Ogni comunità si rivolge a un dio protettore che tiene lontano i mali, di solito

MARTE.

È così che tutti gli anni il proprietario di un podere celebra le AMBARVALI che

proteggono al tempo stesso i campi, gli animali e gli uomini.

Il padrone di casa offre a MARTE il sacrificio di:

 un vitello,

 un agnello e

 un porcellino

ancora piccoli, dopo averli portati a fare per 3 volte il giro della proprietà.

Poi chiede al dio Marte di proteggere la tenuta da «le malattie visibili e invisibili,

la carestia e la desolazione, le calamità e le intemperie; che i prodotti della terra,

le messi, le vigne e i piccoli arbusti crescano e arrivino a maturazione, che possa

mantenere sani e salvi i pastori e le greggi, che possa dare lunga vita e salute a

me, alla mia famiglia e a tutti quelli che si trovano in questa casa».

Roma, tramite il collegio dei sacerdoti ARVALI, chiede a Marte di proteggerla

dalle malattie e dai flagelli che potrebbero colpire la collettività.

Questo vuol dire che la malattia rappresenta il fallimento della prevenzione.

L’unica soluzione in caso di PESTE è l’espiazione collettiva, effettuata mediante

suppliche, lettisterni, giochi offerti agli dèi.

È stato commesso un peccato nei confronti dell’ordine divino del mondo, che

bisogna riparare con riti espiatori allo scopo di ripristinare l’armonia fra la città e

il mondo; allora gli uomini guariranno automaticamente.

254

LA SALUTE DEI ROMANI.

I Romani soffrono soprattutto:

 d’oftalmie curate con pomate,

 di mal di stomaco,

 di malattie della pelle e,

 durante l’estate e l’inverno, di febbri.

In città, ci sono molte persone che soffrono d’insonnia, ai quali ORAZIO

raccomanda questa cura: «Tre volte attraversi il Tevere a nuoto, spalmato d’olio,

chi vuol procurarsi un sonno profondo e alla sera imbeva il corpo di vino

schietto».

Alla fine della Repubblica, i medici hanno invaso l’Urbe, e si trascinano per le

strade aspettando clienti poveri che credono in loro soltanto se parlano greco.

I nobili hanno tutti uno schiavo-medico personale, che non è però ben distinto dai

filosofi; questi medici raccomandano soprattutto di eseguire esercizi fisici e diete

allo scopo di mantenere gli uomini in salute, piuttosto che di curarli.

Anche in questo caso, la medicina è più PREVENTIVA che curativa.

255

LE ABITUDINI FISICHE E MORALI DI CATONE.

CATONE dovette in parte alla carriera politica e il prestigio alle sue abitudini

alimentari e di vita.

Seppe conservare sempre intatta la sua «durezza».

Catone non invecchia, conservando la durezza del giovane, perché non spende,

perché spendere significa rammollirsi.

Ma la durezza non fa di Catone un Romano esemplare; egli è esagerato, dà

troppo peso al cittadino a discapito dell’uomo di piacere, dello spettatore dei

giochi, dell’allegro convitato e dell’uomo religioso.

Bisogna ricordare, però, che il dovere di ogni nobile è di esagerare il valore che

ha scelto di incarnare, allo scopo di farsi una reputazione.

Catone vi riesce perfettamente, visto che in futuro sarà noto come il nome di

CATONE IL CENSORE.

Da MARCUS PORCIUS PRISCUS, durante la sua vita diventa MARCUS

PORCIUS CATO, cioè l’ABILE e, dopo la morte, MARCUS PORCIUS

CENSOR. 256

257

CAPITOLO 15: L’ACCONCIATURA E IL BAGNO.

Ci sono 2 RAGIONI a Roma per vestirsi:

 il PUDORE e

 la DISTINZIONE SOCIALE.

Proteggersi dal freddo o dal caldo non è indispensabile e denota una debolezza

individuale.

Il Romano non deve rimanere mai completamente nudo; inoltre, per la strada e

sulle gradinate del teatro si deve poter riconoscere, attraverso i vestiti:

 il rango,

 la ricchezza e

 l’età di ciascuno.

PUDORE e DISTINZIONE: ci sono a Roma due tipi di indumento:

 quelli che si portano fuori, in pubblico, fatti per essere visti, e

 quelli che si indossano a casa oppure nascosti da quelli esterni, gli

indumenti dell’intimità.

Diversi nell’uso, questi vestiti lo sono anche per la concezione:

 gli UNI, sono avvolti attorno al corpo,

 gli ALTRI sono cuciti, infilati addosso e tenuti da una cinta.

258

LA TOGA.

Il cittadino, quando si trova fuori casa, ma comunque a Roma, si riconosce dalla

TOGA che indossa, per lo meno di mattina.

La TOGA:

 è in qualche modo l’uniforme della cittadinanza.

 È una grande pezza di lana grezza che copre il Romano dalle spalle ai

piedi.

 Dapprima RETTANGOLARE, venne successivamente tagliata a

SEMICERCHIO per «scendere meglio».

In effetti, saperla indossare è un’arte: bisogna poggiarla sulle spalle, piegata in

due nel senso della lunghezza, lasciando sporgere sulla destra un lembo lungo il

doppio dell’altro; si fa passare questo lembo sotto il braccio destro e si getta in

avanti sulla spalla sinistra.

Il braccio destro rimane libero, il braccio sinistro sotto la stoffa; il tessuto deve

fare una piega sul davanti chiamata SINUS, che serve da tasca.

Quando il cittadino è anche un SACERDOTE, usa un lembo della toga per

coprirsi la testa, che altrimenti resta scoperta.

Le TOGHE si sono modificate secondo la moda: alla fine della Repubblica, era

elegante portare una toga molto larga, fino a 6 METRI DI DIAMETRO, di stoffa

raffinata.

Non si poteva indossare da soli un simile abito, e per questo motivo degli schiavi

pensavano a sistemare la toga in modo artistico sulle spalle del padrone.

Le toghe più semplici sono tessute a casa dalla moglie del cittadino, mentre la

forma e le dimensioni sono proporzionate a quelle del telaio.

La TOGA, come dice l’etimologia («TOGA» ha in latino la stessa radice della

parola «TETTO»), copre l’uomo, lo vela, lo rende decente per affrontare la vita

pubblica.

I Romani si lamentano che questo mantello è poco confortevole e poco

funzionale. 259

D’inverno non riscalda perché non avvolge il corpo, mentre d’estate fa morire di

caldo perché è troppo pesante; inoltre, non protegge il cittadino né dalla pioggia,

né dal vento o dal sole, impedendogli quasi ogni movimento.

Soltanto la mano destra è libera, perché il braccio sinistro tiene il lembo sinistro

della toga: è difficile lottare o correre.

Tuttavia, quelli che dal punto di vista pratico sembrano degli inconvenienti,

hanno la loro ragion d’essere.

La TOGA è il VESTITO DELLA PACE per eccellenza, che si porta solo a

Roma, in contrapposizione alle armi che «vestono» il soldato.

La lentezza dei movimenti e i gesti misurati, imposti dalla toga, caratterizzano

perfettamente un PACIFICO CITTADINO che vive sereno nell’Urbe, protetto

dagli attacchi esterni grazie all’esercito, e da quelli interni grazie al diritto; può

recarsi tranquillamente dove vuole, niente lo minaccia.

Un uomo che porta ben visibile una corazza sotto la toga, mostra che la pace

civile non è più garantita, e che la Repubblica è in pericolo.

La toga vela il corpo, lo nasconde e fa scomparire le sue caratteristiche

particolari.

Un Romano non ostenta la sua bellezza fisica come un Greco delle antiche città:

soltanto le mani e la testa sono visibili in pubblico, anzi, soltanto la mano destra,

la mano dei giuramenti, della buona fede.

Il VOLTO è a Roma l’unica parte del corpo di un uomo libero che valga la pena

di esser guardata, che sia decente guardare, dal momento che gli occhi, le

sopracciglia, il naso, esprimono la sua personalità, mentre l’anima equivale a una

toga, una testa, una mano. 260

IL BIANCO, LA PORPORA E L’ORO.

Siccome la TOGA costituisce in gran parte il corpo visibile del cittadino, essa è il

supporto delle distinzioni civili, simboleggiate dai vari colori.

La TOGA:

 del semplice cittadino adulto è senza decorazioni, del colore naturale della

lana, spesso brunastra per i più poveri.

 È bianca, sbiancata con la creta, soltanto per i candidati alle elezioni;

d’altronde è un modo per riconoscerli, visto che il bianco insolito del loro

abito risalta tra la folla beige e marrone.

 La toga degli aruspici è gialla, color zafferano.

 La toga dei magistrati superiori e quella dei bambini è bordata di una

fascia porpora, e viene chiamata TOGA PRETESTA; la fascia porpora è

tessuta nella toga, mediante un filo di lana porpora. Non si può parlare di

vero colore a proposito della porpora, perché la porpora assume tutte le

sfumature di colore dal rosa al viola scuro. La porpora è il colore per

eccellenza, cioè la colorazione, l’artificio, la tinta ottenuta mediante una

tecnica complessa e numerose cotture, e che è stata sostituita dal colore

naturale. La porpora si ricava da conchiglie molto diffuse nel

Mediterraneo, come il MURICE e il BUCCINO, anche se la più bella

proviene dalla Fenicia. Il colore non è molto importante, quel che conta è

che distingua la persona che l’indossa. Non possiede effetti magici, ma

indica che è proibito attenuare all’integrità di quel corpo, magistrato o

bambino libero che sia. La PORPORA è come l’ORO, cioè splendore e

RICCHEZZA; è per questo che insieme all’oro è in simbolo del potere.

 Oltre alla toga pretesta dei magistrati e dei senatori, i censori portano una

TOGA PORPORA,

 e il trionfatore una TOGA PORPORA BORDATA D’ORO.

Chi è vestito di porpora splende in mezzo agli altri uomini e attira lo sguardo.

261

La GLORIA romana si esprime nella lingua con parole che significano:

 brillante, CLARUS,

 luminoso, ILLUSTRIS.

La porpora è il risplendere della gloria.

I SENATORI e i CAVALIERI portano all’ANULARE SINISTRO un ANELLO

D’ORO che è il simbolo della loro appartenenza al gruppo dei ricchi.

Spesso quest’anello è sormontato da un sigillo che serve al Romano per sigillare

le lettere e per firmarle. d’identità.

Il tipo e il sigillo che si quanta sulla cera sono le uniche forme visibili

Il corpo pubblico nascosto sotto la toga è anonimo, muto; anche i PIEDI sono

nascosti in calzature chiuse, sia d’inverno che d’estate.

262

GLI INDUMENTI DELL’INTIMITÀ.

Gli altri vestiti hanno una funzione completamente diversa; sono gli indumenti

dell’INTIMITÀ:

 indispensabili al PUDORE, proteggono dal freddo e dal caldo i corpi più

vulnerabili, cioè quelli dei bambini, dei malati e dei vecchi.

 Inoltre, denotano la raffinatezza o l’austerità di chi li indossa;

 vengono portati sia a casa sotto la toga, sia fuori, di pomeriggio, ricoperti

o meno da un mantello che non è più una toga, ma un mantello greco,

gettato sulle spalle in modo noncurante che non mostra una grande

raffinatezza, oppure un mantello gallico con il cappuccio, per stare più

comodi.

A Roma o in campagna, l’uomo più austero è «nudo» sotto la toga.

L’aggettivo nudo non significa in questo caso che non indossa la tunica, ma

soltanto una specie di perizoma tenuto su da una cinta.

La parte essenziale dell’abbigliamento è la cinta, e l’uomo decente è quello che

ha la cinta ben stretta; avere la cinta allentata, o peggio ancora, non portarla

affatto, è sinonimo di una vita corrotta e piena di vizi, eccessivamente

caratterizzata dall’amore e dai banchetti.

Il più delle volte, il Romano porta una o più tuniche sotto la toga e a casa.

La tunica è una pezza di stoffa piegata in due, cucita ai lati, con un buco per la

testa e due aperture per le braccia.

È meglio, inoltre, che la tunica arrivi a coprire non più che il basso ventre, perché

le tuniche lunghe caratterizzano le donne e gli orientali.

La moda, per un certo periodo, consisteva nel portare delle tuniche con frange

che ricadevano sulle mani, come quelle che indossava GIULIO CESARE.

Un modo di avere delle maniche senza averle veramente.

È sulla tunica, quando se ne porta una, che si stringe la cinta; questo permette di

alzare la tunica fino a metà coscia, per rendere liberi i movimenti delle gambe.

263

Per un uomo la decenza consiste nell’esser coperto il meno possibile, senza

arrivare all’oscenità, proprio l’esatto contrario delle donne.

I SENATORI sono gli unici a portare una tunica che è anche un abito ufficiale

come la toga pretesta.

Si tratta di una tunica chiara chiamata LATICLAVIO perché è decorata da due

strisce porpora verticali; siccome le strisce non arrivano fino in fondo al vestito,

sono visibili o meno a seconda del modo in cui viene sistemata la cinta.

Durante i banchetti vige la raffinatezza e la più grande libertà.

I convitati sono vestiti con una tunica e calzano dei sandali; il corpo è disteso e il

vestito è morbido.

Come per i cibi, anche l’abbigliamento può essere improntato alla fantasia e

all’esotismo.

I Romani adottano ogni sorta di vestiti stranieri, presi ai popoli conquistati, con

un gusto particolare per i travestimenti.

Vesti trasparenti, corpetti damascati, sciarpe ricamate, importate dall’Asia

minore, dall’Egitto o dalla Libia: tutto è permesso perché niente è serio.

Alcuni si corrono gioielli, collane e anelli barbari.

L’unica cosa che non si deve fare è scherzare con gli indumenti seri, mescolare il

pubblico col privato. 264

LA CULTURA DEL CORPO.

L’abbigliamento è inseparabile dalle cure del BAGNO e del PARRUCCHIERE.

Il LUTTO, che è il rifiuto momentaneo del culto del corpo, prevede allo stesso

tempo dei vestiti strappati, un corpo trascurato, la barca e i capelli sporchi e

irsuti.

Al contrario, un uomo elegante viene qualificato con la parola LAUTUS, cioè

BEN LAVATO.

Quando questa cultura, questo CULTUS, culto del corpo diventa sofisticata,

appartiene allo spazio della città, e l’eleganza viene chiamata URBANITAS.

La raffinatezza vuol dire anche emanare un buon profumo; l’uomo delicato

combatte i cattivi odori, quelli che vengono dalla bocca e dalla traspirazione.

Due eccessi:

 puzzare come un caprone perché ci si lava male, oppure

 per il troppo profumo, a forza di succhiare pasticche cromatiche allo scopo

di coprire l’alito cattivo.

Si tratta di due parti del corpo in cui si manifestano gli odori dell’urbanità e della

rusticità.

L’uomo raffinato emana dalla bocca il profumo o il fetore, mentre l’uomo che

non si cura si sente dal sudore delle ascelle.

265

I BAGNI.

Il BAGNO romano ha due ragioni d’essere:

 serve a passare dalla fatica del mattino ai piaceri della sera, dalla tensione

al rilassamento, e

 costituisce il luogo e il momento in cui il Romano attende alla cultura del

proprio corpo.

Ecco perché a Roma la cultura è associata alla mollezza, i cui eccessi sono

corruttori; un uomo troppo raffinato è anche un uomo troppo colto.

In linea di massima, i Romani si lavano spesso per motivi religiosi.

Ogni volta che compiono un rito devono purificarsi, passando dal profano al

sacro.

Ogni santuario ha alla sua porta una tasca con dell’acqua e spesso un impianto

per i bagni.

Chi sta per entrare in un santuario, deve prima lavarsi per purificarsi.

Così i Romani, anche in epoca antica, anche nella campagna più sperduta, si

lavano tutti i giorni e di fanno un bagno completo nei giorni di festa, così come le

donne e gli schiavi.

A Roma il bagno è quotidiano, le case private hanno dei BAGNI, ed esistono

molti bagni pubblici in cui l’ingresso costa soltanto un quarto di apre.

In numerosi poderi, anche di piccola estensione, esistono dei bagni, come nella

villa di SCIPIONE in Campania.

Il BAGNO agisce in 2 MODI che corrispondono alle sue funzioni, con:

 l’acqua e

 il calore.

Quello che ci si aspetta dal bagno, infatti, è di riscaldare il corpo per distenderlo e

di lavarlo per purificarlo e renderlo civile.

Il RISCALDAMENTO del corpo avviene in 3 MODI:

 con la stufa,

 con i bagni di sole e 266

 giocando a pallone.

Quel che noi chiamiamo sport si pratica a Roma nell’ambito del bagno.

Non si tratta di un allenamento fisico, visto che soltanto gli atleti degli spettacoli,

i pugili, si fanno i muscoli sollevando i pesi; il gioco del pallone è praticato da

tutti e a tutte le età, perché ha il solo scopo di far sudare, al pari del bagno di sole:

bisogna ricordare che il bagno si fa all’inizio del pomeriggio.

Un portico, una terrazza esposti a mezzogiorno accolgono gli uomini che dopo

vanno a farsi il bagno, e che escono con una tinta abbronzata, molto alla moda

durante la Repubblica.

L’ABBRONZATURA è tipica dei militari e dei contadini; una pelle abbronzata

dà al volto un’austerità virile che piace molto sia all’aristocrazia senatoriale che

agli ex combattenti.

Il PALLORE, invece, denota un uomo che passa la sua vita al chiuso, a

banchettare e a corteggiare le donne: sa di effeminato.

I giovani di buona famiglia idonei alle armi si allenano nel Campo Marzio, e

sotto il sole corrono, lanciando il giavellotto, tirano di scherma.

Dopo, si tuffano nel Tevere, anche d’inverno.

I semplici bagnanti fanno le cose più tranquillamente: dopo il bagno di sole e il

gioco del pallone, passano successivamente dalla stufa, sala caldissima, alla sala

tiepida e infine a quella fredda, dove tolgono con un raschietto la sporcizia mista

a sudore, sudore che è servito a far uscire dai pori la sporcizia; per ultimo, si

tuffano nella piscina, mentre i più raffinati si fanno massaggiare.

267

BARBA E CAPELLI.

Tagliarsi la barba e i capelli è sinonimo di CULTUS, di cultura del corpo.

Anche se i Romani immaginano i loro antenati come dei pastori coperti di barbe

e capelli irsuti, gli scavi del Lazio e di Roma hanno riportato alla luce troppi

rasoi perché si possa vedere in tutti questi peli arcaici ogni cosa che un fantasma

delle origini.

Siccome i pastori che conducono le grandi greggi hanno delle teste, per così dire,

selvagge, i Romani proiettano nel passato la selvatichezza di uomini che vivono

ai margini della civiltà.

I barbieri e i parrucchieri sono numerosi a Roma; esercitano la professioni

davanti alla loro bottega.

Tagliano, radono, frizionano e tingono i capelli.

Chi possiede molti schiavi, ha un barbiere, un cuoco e un medico.

Questo non vuol dire che i Romani si facciano radere tutti i giorni.

Le persone alla moda, gli eleganti, sono gli unici ad avere un viso pressoché

liscio.

I Romani hanno normalmente una barba di diversi giorni, come quella di un

uomo che si rade una volta alla settimana.

I giovani, finché non hanno la barba fitta, conservano una barbetta irregolare,

segno della loro giovane età.

Mai, però, i Romani hanno portato durante la Repubblica una barba lunga e folta

come quella dei Greci, salvo coloro che erano adepti della filosofia.

I Romani prendevano in giro gli epicurei con la barba che gocciolava vino.

Farsi radere a Roma non è tanto piacevole.

I barbieri radono usando soltanto l’acqua, perché i Romani non conoscono il

sapone, anche se tutti i barbieri sono più o meno abili.

Gli uomini più delicati si fanno depilare le gote con le pinzette, anche se non è un

sistema meno doloroso. 268

In linea di massima, i Romani raffinati si sbarazzano il più possibile dei loro peli,

perché il pelo sa di rustico.

Tuttavia, alcune pratiche sono considerate sospette, e tradiscono una sensualità

eccessiva:

«Un uomo che si prepara e si profuma tutti i giorni davanti allo specchio, che si

toglie le sopracciglia, la barba e i peli delle gambe, che durante i banchetti porta

una tunica lunga, [...] un uomo simile, dice SCIPIONE, è sicuramente un

invertito».

I Romani portano tutti i capelli corti.

Soltanto i giovani schiavi amati dal loro padrone conservano i capelli lunghi, ed è

per questo che sono chiamati i «bambini dai lunghi capelli».

I capelli sono uno strumento di seduzione tipicamente femminile, e una

capigliatura troppo lunga è per un uomo un chiaro segno di prostituzione, al pari

di quelli che hanno la testa rasata a zero, cioè gli schiavi fuggitivi che sono stati

ripresi e che possono essere riconosciuti per questo marchio d’infamia.

I Romani si burlano dei calvi, perché secondo loro la CALVIZIE è segno di

LUBRICITÀ.

Giulio Cesare era calvo e fu molto contento di ottenere il privilegio di portare in

permanenza la corona del trionfatore.

La tecnica del taglio dei capelli è un’arte a Roma, soprattutto se si pensa che le

forbici antiche sono molto meno maneggevoli delle nostre; spesso, i barbieri

posò abili tagliano i capelli a scalini, rendendo ridicoli i clienti malcapitati.

Alcuni si fanno fare una specie di messa in piega con un ferro caldo per avere dei

boccoli regolari sulla fronte.

Infine, è sui capelli che si mette il profumo, nell’antichità a base d’olio.

Così, nei banchetti, gli uomini hanno i capelli sistemati per bene e profumati.

269

IL LINGUAGGIO DELLA TOILETTE.

L’eccesso di cura del corpo rammollisce o civilizza, a seconda del modo di

vedere le cose, e caratterizza gli uomini positivamente o negativamente.

270

271

CAPITOLO 16: IL CIBO, I BANCHETTI E I PIACERI

DELLA SERA.

PRANZARE O NUTRIRSI?

Il pasto della SERA, CENA, è a Roma uno dei grandi momenti della giornata.

I convitati non si limitano soltanto a mangiare, ma celebrano un rituale sociale,

quotidiano, fondamentale alla coesione della comunità.

Mangiare e bere nel contesto della cena è soprattutto un’attività culturale,

indipendentemente dal fatto che si tratti della cena di tutti i giorni che riunisce

soltanto i membri della stessa famiglia o del grande banchetto, CONVIVIUM, a

cui sono invitati gli ospiti: amici, parenti, clienti.

Siccome la CENA riguarda sia la salute del corpo che quella dell’anima, i medici

dissertano sulla prima e i moralisti sulla seconda.

Gli uni e gli altri dicono ai convitati quello che devono o possono mangiare e

quello che è loro vietato.

Le diete prescritte da MEDICI bambino allegramente l’una dall’altra; i

MORALISTI s’indignano tutti del lusso o dell’avarizia, della golosità, GULA, e

biasimano quanti usano il pretesto di offrire un banchetto per mostrare le proprie

ricchezze e celebrare il loro io.

I SATIRICI sono bravissimi a mostrare le innumerevoli perversioni delle cene e

dei banchetti.

Mettono alla berlina quelli che si mangiano nel vero senso della parola il

patrimonio per golosità, quelli che stanchi di mangiare piatti raffinati, cercano di

rianimare un appetito vacillante con le stravaganze culinarie, quelli che

prolungano al mattino le grandi bevute guardando danzare i mimi.

La FUNZIONE SOCIALE dei BANCHETTI è troppo seria perché lo Stato non

se ne occupi. 272

I CENSORI:

 escludono dall’esercito i cavalieri obesi, e

 bollano d’infamia coloro che si rovinano per la gola.

 Stendono delle liste di CIBI PROIBITI al di fuori dei giorni festivi,

 fissano la cifra massima che si può prendere annualmente per comprare

lardo e salumi.

Le CENE costano sempre di più.

Il popolo vota regolarmente delle leggi suntuarie, ma il fatto che queste vengano

continuamente aggiornate mostra quanto fossero inefficaci.

CESARE arrivò al punto di mandare dei sorveglianti al mercato per sequestrare i

prodotti alimentari proibiti; i soldati entravano perfino nelle case per vedere cosa

veniva servito a tavola durante le cene.

Ma allora, i Romani erano dei mangioni impenitenti, degli incorreggibili golosi?

Niente affatto, anzi.

Generalmente i Romani sono di una grande frugalità.

Non confondono il NUTRIRSI con il BANCHETTARE, come non confondono

il cibo degli uomini con il mangime per gli animali.

Secondo loro, gli animali mangiano soltanto per soddisfare un bisogno naturale,

mentre gli uomini, mangiando, affermano la loro caratteristica di esseri umani.

Per questo gli uomini non possono nutrirsi di frutti selvatici, come le radici o le

ghiande, senza trasformarsi in una specie di bruti animaleschi, ed è anche per

questo che il cibo varia a seconda del luogo, del momento, della personalità di

chi mangia.

Non si mangia al mattino allo stesso modo che alla sera.

Questi diversi modi di mangiare sono organizzati in funzione di due opposte

concezioni dell’alimentazione:

 la PRIMA ha il solo scopo di far tornare le forze all’uomo, di curare il

corpo placando la fame; in questo caso il Romano mangia da solo,

rapidamente e in piedi un pasto freddo, frugale. Il soldato si rifocilla la

sera con qualche galletta bagnata nell’acqua; il viaggiatore mangia pane e

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher tatiana1988 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antichità romane e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Pasqualini Anna.

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