Parte quarta: il corpo
Capitolo 14: Il corpo e la persona
Il cittadino romano e il suo corpo
Il cittadino romano è un nome, il cittadino romano è un corpo. Quando Catone si alza al Senato per parlare, con la sua toga stretta, il suo tipomal rasato e i suoi gesti sobri, non ha ancora aperto bocca che già tutti hanno avvertito la gravità delle sue parole.
Il corpo non smentisce, perché a Roma non è un’apparenza, o come dicono alcuni filosofi greci, la tomba dell’anima, bensì la verità visibile dell’uomo. Niente e nessuno può sostituire la presenza fisica dell’uomo; il cittadino sarà sempre presente nel luogo in cui vuole agire.
Il generale si trova alla testa delle sue truppe, il governatore percorre la sua provincia, il commerciante carica lui stesso le navi con la mercanzia, il proprietario terriero visita regolarmente i suoi possedimenti. Più il cittadino romano è importante e più va e viene viaggiando attraverso l’impero, circolando per Roma, protetto dai littori che gli fanno largo se è un uomo politico. Tant’è vero, che l’agitarsi è sinonimo di azione politica o di attività finanziaria.
Il corpo non smentisce, perché l’immagine di sé che offre agli altri esprime il carattere della persona. In questa cultura senza interiorità, in cui la coscienza di sé passa per lo sguardo altrui, le virtù e i vizi si leggono nei gesti, sugli abiti, nella voce. Il romano è in continua rappresentazione e si esprime sia con le mani, il viso, i gesti, sia con le parole. Tutto è espressività; perfino la stessa sobrietà può essere declamatoria e rumorosa.
La gravità, virtù senatoriale per eccellenza, è un modo di fare pacato, una toga stretta, un passo lento, una moderazione nei gesti. Tuttavia, la gravità può facilmente diventare forzata, ricercata, come in Catone; allora non è più un aspetto del carattere, ma un programma politico.
Il cittadino è un corpo civilizzato e dignitoso
Il cittadino è il suo corpo, corpo che rappresenta la sua essenza d’uomo perché è vestito, lavato, controllato. La parte naturale deve essere nascosta, quella che riguarda:
- La procreazione
- La defecazione.
L’una e l’altra possono avere luogo soltanto in segreto, in luoghi sottratti alla vista degli altri, e non sta bene parlarne. Non è vergognoso farlo, ma dirlo e mostrarlo; questa vergogna fa parte della natura umana. È per questo che il cittadino romano ha sempre il sesso coperto anche quando è noto, deve aver cura del proprio corpo e non trascurarlo. Queste cure si chiamano cultus, cultura, e prevedono che l’uomo si lavi, si tagli la barba e i capelli, che mangi a sufficienza.
Quando queste minime cure vengono trascurate, l’uomo diventa ripugnante, abietto, sordidus, una bestia, un selvaggio, un barbone puzzolente: non è più un cittadino né un uomo. L’uomo allo stato naturale per i Romani non esiste, o per riprendere una frase celebre, il lato naturale dell’uomo è quello di essere culturale, e se lui rinuncia a questa cultura non è più se stesso.
Infine, il corpo deve essere controllato e deve rispondere a ogni circostanza nel modo migliore. La padronanza del corpo è la padronanza del linguaggio del corpo. A ogni circostanza rispondono diversi comportamenti, al tempo stesso affettivi e morali che sono codificati e possono assumere la forma di un rituale. Quando si è colpiti dalla disgrazia, bisogna manifestarlo in modo conveniente, senza scandalo né indecenza, con lacrime, grida, lamenti, con il viso contratto da smorfie di dolore.
La disgrazia può prendere la forma ritualizzata del lutto, vestiti strappati, capelli arruffati, fino ad arrivare al corpo non curato che manifesta il rifiuto di vivere.
Passioni, emozioni e sentimenti
- Passioni: movimento dell’anima, incontrollabile.
- Sentimenti: emozione controllabile.
Leggendo i testi latini, si ha sempre l’impressione che i Romani attraversino impassibili la vita come statue per il fatto che condannano le passioni. In realtà la passione non va confusa con i sentimenti, che sono invece legittimi.
L’indignazione, l’amore, la pietà, il dolore, la volontà di vendicarsi, l’ambizione animano violentemente i Romani, e spingono ad agire queste persone che, ben lungi dall’essere freddi calcolatori, sono al contrario dei grandi sentimentali. La passione è un’altra cosa, essa sottomette l’uomo, è qualcosa che non riesce a dominare, una fame e una vigliaccheria animali, che lo divorano e lo portano alla morte.
La passione è un’emozione, il latino dice esattamente un «movimento dell’anima», una reazione a uno shock ricevuto dall’esterno. La passione è deleteria perché l’anima cessa di controllare il corpo e l’abbandona alla sua natura animale e quindi alla morte.
Il dolore può essere una passione e l’uomo ne morirà; ma se è un sentimento, un movimento dominato dall’anima, il rituale del lutto gli permetterà di viverlo e successivamente di liberarsene. Il sentimento è un’emozione controllata grazie al linguaggio culturale del corpo; per questa ragione, il sentimento è a Roma un’emozione dominata dal linguaggio che si manifesta violentemente.
Di carattere ombroso e suscettibile, come ogni uomo che vive per l’onore, il Romano viene conquistato dall’ammirazione: il coraggio, la generosità, la dedizione, l’abnegazione di un nemico o di un gladiatore nell’arena permetteranno a questi ultimi di aver salva la vita. Ma il Romano è crudele verso i vigliacchi e coloro che ritiene lo stiamo imbrogliando; ama le emozioni forti, al teatro come nella vita.
Il gioco, il rischio, gli eccessi tentano i Romani che sono sempre pronti a vedere fin dove può arrivare.
Il corpo e l’anima, la morale e l’igiene
Parlare del corpo dei Romani significa anche parlare dell’anima, e viceversa; questo perché i Romani non concepiscono il corpo come un’entità isolata. L’anima agisce sul corpo, lo rende malato oppure lo guarisce, così come il corpo agisce sull’anima, la corrompe o la dirige correttamente. Ecco perché esiste:
- Una morale del corpo e
- Un’igiene dell’anima.
Un corpo corrotto è spesso l’effetto di una corruzione dell’anima, la cupidigia rende un uomo pallido ed effeminato, l’avarizia lo fa diventare duro, magro e stitico; i depravati esalano odori nauseabondi. I poeti satirici descrivono con dovizia di particolari lo spettacolo ripugnante della corruzione dell’anima. I vizi possono divorare un uomo fino all’osso, fino alla morte. La vecchiaia di Silla fu un luogo imputridimento, dato che la sua carne era divorata da una cancrena, conseguenza di una vita scapestrata.
Esiste un’interazione del corpo e dell’anima; una malattia benigna diventa grave perché la vita dissoluta di Silla offre un terreno fertile a quella decomposizione delle carni che è la cancrena. Il suo corpo è invaso da parassiti, come la sua vita da esseri infami, attori e cantanti, che non si vergogna di mostrare; il lavaggio, che è disinfezione e purificazione, non può più far nulla per aiutare un uomo roso dalla peste, perché la sporcizia proviene da lui stesso. La sua morte sarà come quella malattia, un danno fisico e morale.
La passione da sola, se non è dominata con un sentimento, è sufficiente a rovinare un uomo. A proposito di quelle passioni eccessive che s’impadroniscono dell’uomo, i Romani parlano di impotentia, d’impotenza, cioè di perdita di controllo su se stessi. In questo caso, il corpo è vittima di passioni violente che non riesce a sopportare e che lo sconvolgono.
Ciò può capitare quando gli avvenimenti imprevisti impediscono al Romano di controllarsi, ed egli viene perciò posseduto dall’emozione. L’autocontrollo non è soltanto un dovere morale, bensì una necessità vitale; le passioni sensuali rovinano il corpo, le passioni violente lo fanno a pezzi. La padronanza di sé trasforma in sentimenti le passioni, che vengono civilizzate mediante dei rituali sociali, la sottomissione a un ritmo di vita, dei gesti codificati che permettono di vivere senza soccombere a tutte le situazioni che un uomo attraversa nel corpo della sua esistenza.
Se le passioni corrompono il corpo, spesso i grandi sentimenti lo saltano; l’eroismo dei Romani in battaglia non reca loro soltanto la gloria, ma protegge il corpo dalla morte. La resistenza al dolore è la virtù principe del soldato romano, come la resistenza alla paura. La storia è piena di racconti sanguinosi in cui dei Romani sublimi si lascino fare a pezzi, impassibili dal nemico.
L’immaginazione romana ama la morte, le ferite spaventose, la tortura; s’inebriano del coraggio civile di dolore e si esalta del sangue del nemico e di quello proprio. La violenza è sempre presente, sempre dominata, sempre mostrata. Il coraggio è innanzi tutto quello del corpo; la virtù sguazza nel fango dei campi di battaglia, è fatta di sudore, di lacrime, del sangue imputridito dei cadaveri, dell’acqua fangosa che beve il legionario in un fiume pieno di cavalli uccisi.
I più illustri eroi di Roma sono quelli fatti a pezzi, e gli storici latini si compiacciono di descrivere minuziosamente i loro supplizi. Il dolore affrontato volontariamente è un modo di superare il nemico e di vincerlo senza combatterlo. Procurandosi da sé le ferite che potrebbero essere riportate in battaglia, si mostra che si è insensibili ad esse, e che i colpi del nemico non faranno minimamente indietreggiare. Se il nemico non ha lo stesso coraggio, rinuncerà; la guerra è un insieme di sofferenze in cui vince chi resiste di più. Talvolta essa si riduce allo scontro fra due uomini.
Mucio Scevola, ai tempi eroici delle guerre contro gli Etruschi, e più recentemente Pompeo, hanno mostrato la loro resistenza al dolore:
- Scevola, mal sopportando che Porsenna, re degli Etruschi, angustiasse Roma con una guerra lunga e onerosa, decise di addentrarsi all’interno nel campo etrusco per ucciderlo mentre sacrificava davanti agli altari. Ma venne sorpreso e una volta catturato e interrogato dal re, non tenne celato il motivo della sua intrusione e con una tolleranza meravigliosa mostrò quanto disprezzasse i tormenti, ché in odio alla sua destra per non essersene potuto servire ad uccidere il re, la tese su un braciere e ve la fece bruciare. Porsenna così passò dalla vendetta all’ammirazione, e gli disse «Torna ai tuoi, o Mucio, e riferisci loro che, pur se da te aggredito, ho voluto farti dono della vita». Il seguito della storia dice che Porsenna, impressionato dal coraggio dei giovani Romani, rinunciò alla guerra.
- Pompeo ripete, diversi secoli dopo, l’impresa di Scevola: quando venne catturato dal re Genzio, all’ordine di rendere nove le decisioni dei Romani, rispose accostando un dito ad una lucerna accesa per farselo bruciare: facendo intendere con tale stoico gesto al re che invano avrebbe aspettato di sapere qualcosa da lui con la tortura e accendendo di una gran voglia di stringere amicizia col popolo romano.
In questi racconti, appare tutta una concezione particolare della guerra e del corpo. La guerra diventa una ordalia, una messa alla prova del coraggio, cioè del controllo sul corpo seviziato e sulla paura. Chi resiste al dolore e anzi lo provoca, mostrando che non lo teme, è invincibile, e la sua città non può essere sottomessa, è un uomo libero per sempre. La padronanza del corpo è dunque necessaria per chi vuole conservare la propria libertà.
Finché l’anima resiste, il corpo la segue; il soldato non deve aver paura della morte. Pompeo e Mucio Scevola sarebbero stati perduti se non si fossero torturati da soli. L’insensibilità al dolore è durezza dell’anima e del corpo. I soldati feriti continuano a combattere come se niente fosse, sul campo di battaglia e nelle guerre successive.
Ma questo eroismo doloroso rasenta il mostruoso anche per i Romani, e i corpi mutilati fanno fatica a ritrovare il loro posto nell’Urbe in tempo di pace. Per quanto glorioso, l’invalido non è più un cittadino perfetto; il vecchio Catilina era in uno stato così pietoso, che quando fu eletto pretore dovette essere esonerato dai sacrifici per motivi di salute. Il glorioso corpo del combattente non è quello del cittadino tornato alla vita civile. Bisogna essere sani per poter offrire sacrifici agli dèi della città, visto che il cittadino è anche un sacerdote.
I ritmi quotidiani del corpo
Dal momento che il corpo del cittadino è un corpo culturale, esso non segue un ritmo biologico ma un ritmo civile, e a seconda dei momenti dei luoghi è duro o morbido, teso o rilassato. Al mattino, il tempo del negotium, l’uomo è teso per la fatica, labor, resta in piedi per le competizioni della vita. Lavora, parla al Senato o al Foro, si occupa dei suoi clienti, dei suoi affari o di quelli dello Stato.
Se il suo corpo non è di ferro come quello dell’eroico soldato, è tuttavia un corpo di combattente, resistente e paziente. Sveglio sin dall’alba, d’inverno affronta il freddo, il vento, la pioggia, e d’estate sopporta il caldo e la polvere. Oltre a resistere, il Romano deve anche essere attivo e dar prova d’industria. Deve inventare, costruire, vendere, pronunci discorsi, e tutto questo in mezzo al chiasso e alla confusione. Roma brulica di gente che va e che viene: agitazione del corpo, agitazione dell’anima.
Tutte le emozioni, tutte le sensazioni della vita degli affari, pubblici e privati, agiscono sull’animo del Romano. C’è un aspetto dell’attività umana che non appare mai a Roma, che non è tenuto in conto: l’abilità degli artigiani, la precisione del gesto. In un artista viene apprezzata la cura del lavoro, mentre il resto non merita nessun apprezzamento morale: l’uomo civile non è abituato ad ammirare l’abilità e la rapidità. Le attività manuali che deformano il corpo e sviliscono chi le pratica.
Se l’aratura è un nobile compito che esige forza e resistenza, il dissodamento, che fa incurvare l’uomo, è un’occupazione servile come la tessitura, riservata alle donne. Durante la mattinata, il Romano non conosce soste. Se mangia qualcosa lo fa in piedi, e prende dei cibi freddi, come ad esempio pane e fichi. Il suo unico scopo è di riprendere un po’ d’energia senza allentare lo sforzo e la concentrazione. Mantiene un corpo duro, teso, austero, insensibile ai piaceri e alla stanchezza. La sua anima è come il corpo, tesa e grave. L’uomo della mattina colpisce e incassa i colpi. Questa vita attiva si svolge fuori casa. Alla tensione dell’azione si aggiunge l’attenzione per le apparenze, poiché colui che partecipa alla politica, come protettore o come cliente, si sta mostrando agli altri.
La sera, tempo dello svago, dell’otium, arreca al Romano la distensione, il rilassamento del corpo, e sarà anche il riposo dell’anima che «dimentica» le preoccupazioni del giorno. Tra la fatica della mattina e le dolcezze della sera, Roma inserisce il rituale del bagno che aiuta il passaggio dal negotium all’otium, così come il vino del banchetto aiuterà l’anima a dimenticare la politica e a conoscere anch’essa il riposo. Svago e riposo sono fatti per equilibrarsi, e come il lusso delle feste compensa l’austerità quotidiana, così la vita a Roma controbilancia la vita in campagna. L’uomo sempre in tensione che non si concede mai il rilassamento, il piacere e lo svago, è un essere inquietante, il cui eccessivo rigore denota una mancanza d’humanitas, cioè di sentimenti umani e di cultura.
Il riposo della sera si organizza attorno al pasto, la cena, più o meno sontuosa a seconda dei giorni e della ricchezza del padrone di casa. Con i corpi distesi e allungati su dei letti, gli uomini sono di buon umore, ridono, pronti alle battute, giocano, bevono, conversano. La morale non impone loro di mostrare altro volto che quello dell’indulgenza e della benevolenza. La distensione del corpo ha liberato l’anima che si può riposare, visto che non deve più tendere il corpo e farne un’armatura, né deve più dominare le emozioni. Con la notte che scende, termina il tempo dello svago e del relax.
Il sonno svolgerà una funzione di transizione e riporterà l’uomo alle tensioni del mattino. Un banchetto troppo protratto nella notte e l’insonnia sono pericolosi per la salute. Il sonno è la tranquillità dell’anima, è il corpo che riprende le forze. Coloro che hanno la coscienza sporca, la cui anima è turbata dal rimorso, dal rimpianto, dall’inquietudine o dalla speranza, che non possono dimenticare il passato o il futuro, non dormono. Cadono malati come quelli che sono svegli.
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