(Riassunto dettagliato e schemi personali di Tatiana C.)
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INDICE.
Introduzione. p. 6
PARTE PRIMA: PRIMA DI ROMA.
Una dea come premessa: Tacita Muta. p. 8
1. Alla ricerca del potere perduto. p. 12
1. La questione matriarcale da Bachofen a Gimbutas. p. 12
2. Leggenda o realtà? Tanaquil e le donne etrusche. p. 16
a) Tanaquil, la regina. p. 16
b) Il sistema onomastico etrusco. p. 20
c) Spurinna, un uomo troppo bello. p. 22
3. Lavinia, la ragazza di Ardea e le donne latine. p. 24
a) La storia di Lavinia. p. 24
b) La ragazza di Ardea. p. 26
4. Ersilia e le donne sabine. p. 28
5. Amazzoni italiche. p. 32
a) Camilla. p. 33
b) Clelia. p. 35
6. Riti di passaggio e matrimonio. p. 36
a) il Tigillum sororium. p. 37
b) Le ragazze di Lavinio. p. 38
c) Conclusioni sulle Amazzoni. p. 39
PARTE SECONDA: LA CITTÀ.
2. L’età arcaica. p. 40
1. Il modello. p. 40
a) La consegna del silenzio: Angerona e il nome segreto di Roma. p. 40
b) Donne senza nome. p. 42
2. Le storie esemplari. p. 46
a) Lucrezia, la moglie. p. 47
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b) Orazia, la sorella. p. 49
c) Virginia, la figlia. p. 51
3. Le regole giuridiche. p. 52
a) Essere figlia. p. 53
b) Essere moglie. p. 54
- Matrimonio e manus. p. 55
Mettere a morte una moglie: l’adultera e quella che beve vino.
- p. 58
c) La capacità patrimoniale delle donne. p. 60
d) Una scelta strategica: sotto tutela a vita. p. 63
4. Ribellione femminile e pericolo sociale. p. 66
a) I processi alle matrone impudiche. p. 67
b) I grandi processi alle avvelenatrici. p. 69
3. L’emancipazione. p. 72
1. Le nuove regole giuridiche. p. 72
a) Il matrimonio consensuale. p. 73
b) Quale consenso? p. 76
c) I nuovi diritti. p. 78
d) Diritto, guerra e condizione femminile. p. 80
2. Il cattivo uso della libertà. p. 82
a) Le donne in piazza. p. 83
b) La lobby delle donne. p. 85
c) Un tentativo di risposta: lex Voconia e donne ricche. p. 88
d) Le donne in tribunale. p. 90
- Il buon esempio: il bacio di Sempronia. p. 91
- Il cattivo esempio. Le donne avvocato: Mesia Sentinate, Afrania, Ortensia.
p. 92
- La reazione maschile: un editto contro le donne avvocato. p. 94
3. Le osservanti. p. 96
a) Marzia, Catone e Ortensio. Lo strano triangolo. p. 96
b) Una pratica sociale: la cessione del ventre. p. 97
3
c) Turia, che non fu ventre. p. 98
d) Regole giuridiche per il controllo dei ventri. p. 99
4. Una ribelle: Clodia-Lesbia. p. 100
5. Una poetessa: Sulpicia. p. 106
6. Riflessioni finali. p. 110
L’emancipazione:
a) percorsi, limiti e contraddizioni. p. 111
b) Il patto fra i sessi: le regole dello scambio e il ruolo della madre romana.
p. 114
c) La legge, il costume e la morale sessuale. p. 116
d) Femminismo a Roma? p. 118
e) Passato prossimo. p. 119
Schema riassuntivo finale sulle donne. p. 120
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INTRODUZIONE.
Il libro è diviso in DUE PARTI:
la PRIMA è dedicata alle origini di Roma e all’età arcaica, e cerca di
chiarire la condizione delle DONNE ROMANE a partire dal TEMA
DEL SILENZIO: il silenzio femminile imposto dai Romani alle donne
nel momento stesso in cui diedero origine all’organizzazione cittadina.
Tratteggia le linee fondamentali della CONDIZIONE FEMMINILE
agli albori della città, anche attraverso il confronto con la condizione
delle donne appartenenti agli ETHNÉ che contribuirono a formarla: le
donne ETRUSCHE, le SABINE e quelle appartenenti alle città del
LAZIO diverse da Roma. Questa prima parte prende spunto da una
breve ricerca pubblicata nel 1985 con il titolo di TACITA MUTA, dal
nome di una divinità del Silenzio, assunta a simbolo dei molti doveri
che gravavano sulle donne nei primi secoli di Roma: tra i quali stava in
primo luogo quello di non dimenticare che la parola era prerogativa
maschile, con la conseguenza di una generale subalternità della
popolazione femminile.
la SECONDA, dedicata ai secoli della REPUBBLICA e agli anni in
cui prese corpo il potere personale di AUGUSTO, cerca di cogliere i
mutamenti della condizione femminile a partire dalla considerazione
della nuova LIBERTÀ DI PAROLA, della quale le donne si trovarono
in quei secoli a godere; sino al punto di giungere a comporre orazioni e
pronunziarle nei tribunali e a scrivere poesie. È dedicata alle donne
vissute nel periodo della cosiddetta EMANCIPAZIONE, di cui le
donne non esitarono ad abusare.
Il libro si conclude lasciando la parola a SULPICIA, l’unica voce femminile della
letteratura classica: l’unica donna classica di cui ci sono pervenute le opere, la
sola che ci parla di sé senza intermediari maschili.
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SCHEMA.
LIBRO DIVISO IN DUE PARTI:
PRIMA PARTE:
a) è dedicata alle ORIGINI DI ROMA;
b) chiarisce la condizione della donna analizzando il tema del
SILENZIO FEMMINILE;
c) tratteggia la condizione femminile delle donne di diversi ethné:
1) donne etrusche,
2) donne sabine,
3) donne appartenenti alle altre città del Lazio diverse da
Roma;
d) prende spunto da una ricerca pubblicata nel 1985 incentrata sulla
figura di TACITA MUTA, una divinità del Silenzio;
e) la parola era prerogativa maschile, ciò evidenzia la subalternità
della popolazione femminile;
SECONDA PARTE:
a) è dedicata ai SECOLI DELLA REPUBBLICA e agli anni in cui
prese corpo il potere personale di AUGUSTO; si trattano di periodi
in cui le donne godono di una nuova LIBERTÀ DI PAROLA
(donne potevano scrivere orazioni e pronunziarle nei tribunali e
scrivere poesie);
è dedicata alle donne vissute nel periodo dell’EMANCIPAZIONE,
b) della quale le donne non esitarono ad abusare; l’unica voce
c) il libro termina analizzando la figura di SULPICIA,
femminile della letteratura classica della quale ci sono pervenute
delle opere e la sola che ci parla di sé senza intermediari maschili.
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PARTE PRIMA: PRIMA DI ROMA.
UNA DEA COME PREMESSA: TACITA MUTA.
TACITA MUTA:
era una divinità romana,
più precisamente, una DIVINITÀ DEI MORTI,
una dea infera onorata il 21 FEBBRAIO,
la cui tragica storia è raccontata da OVIDIO.
TACITA, leggiamo nei FASTI, era stata una ninfa, una NAIADE, figlia del
fiume ALMONE; il suo nome era LARA (o anche LALA o LARUNDA), un
nome derivante dal verbo LALEO: in greco, «PARLARE».
Prima di essere celebrata con il nome di TACITA, LARA parlava, come tutte le
ninfe, ma parlava troppo; e parlava a sproposito: un giorno ebbe la pessima idea
di svelare alla sorella GIUTURNA l’amore che Giove nutriva per lei, rendendo
vani i tentativi di seduzione del dio. Così Giove per punirla, in una sorta di atroce
contrappasso, le strappò la lingua.
Ma le sue disavventure non finiscono qui: dopo averla ridotta per sempre al
silenzio, Giove la affidò a Mercurio perché la conducesse nel Regno dei morti: e
il dio, durante il viaggio, la violentò.
TACITA, così, partorì due gemelli, i LARI COMPITALES, le divinità che
vegliavano sui confini e proteggevano la città.
Veniva onorata anche con il nome di ACCA, la MATER LARUM.
Ogni anno TACITA veniva celebrata come DEA DEL SILENZIO, con un rito
durante il quale, con tre dita, si collocavano tre grani di incenso sotto la soglia, in
un buco di topo; si legavano tre fili incantati a un fuso, tenendo in bocca sette
fate; si cospargeva di pece una testa di menola (un pesce piccolo, animale muto
per eccellenza). 8
E quindi la si arrostiva, la si spruzzava di vino, e si beveva il vino rimasto; era un
rito propiziatorio, volto a ottenere la protezione di TACITA e chiudere la bocca
alle maldicenze.
TACITA, la DEA DEL SILENZIO.
La storia di una donna leggera, incantata, irriflessiva che aveva fatto cattivo uso
di una qualità di cui i ROMANI, quando veniva usata nel modo giusto, andavano
particolarmente fieri: la PAROLA.
Parola cara ai retori, che consentiva loro di dimostrare le loro tesi; inoltre era uno
degli strumenti fondamentali della lotta politica; grande mezzo per influenzare la
pubblica opinione.
LARA aveva usato la parola a sproposito: ma lei non aveva fatto cattivo uso
della parola per una leggerezza individuale, per un difetto del suo carattere; se
fosse stato così la storia non avrebbe l’importanza che ha: LARA usò la parola a
sproposito perché era una DONNA, per una caratteristica e un difetto tipicamente
femminili.
Infatti, sia i ROMANI che GRECI, affermavano che la parola non rientrava tra
gli strumenti di cui le donne sapevano fare buon uso: «alla donna il silenzio reca
grazia», scrisse SOFOCLE, e i Romani erano d’accordo, infatti TACERE:
non era solo una VIRTÙ,
era un DOVERE
delle donne, in modo tale che non trasformassero la parola in inutile chiacchiera
e causa, spesso, di spiacevoli equivoci e di inutili danni.
TACITA ERA UN SIMBOLO.
Così come un simbolo era AIUS LOCUTIUS, il dio il cui nome, mentre quello di
TACITA MUTA contiene due riferimenti al silenzio, contiene, invece, due
riferimenti alla parola:
AIUS da AIO e
LOCUTIUS da LOQUOR. 9
Un dio che nella storia di Roma si era manifestato solamente una volta, come una
voce misteriosa, che nel 390 a.C. aveva messo in guardia i Romani contro
l’imminente pericolo rappresentato dall’avanzare dei galli verso la città: che di lì
a poco, in effetti, sarebbe stata saccheggiata.
Ma l’avvertimento di AIUS non era stato preso sul serio. E quando i galli
avevano finalmente lasciato Roma, il dittatore CAMILLO aveva voluto che in
segno di pentimento si esigesse in suo onore un santuario nel luogo dove la voce
aveva parlato, nell’angolo nord del Palatino.
In opposizione a TACITA, AIUS era l’uomo identificato dalla sua capacità di
esprimersi, dalla sua caratteristica di saper formulare e comunicare il pensiero. E
la sua storia impegnava che alla parola maschile di poteva e si doveva credere.
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SCHEMA.
TACITA MUTA:
divinità infera romana (divinità dei morti) onorata il 21 febbraio;
il suo nome contiene due riferimenti al silenzio;
la sua storia è raccontata nei Fasti di Ovidio: Tacita era una ninfa (una
Naiade) figlia del fiume Almone. Il suo nome era LARA (o LALA o
LARUNDA), nome che deriva dal verbo laleo (dal greco, significa<
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