Economia e direzione delle imprese
Capitolo 1 – Le logiche economiche
“Economia è la scienza dei fatti economici e delle loro relazioni e interrelazioni con il mondo esterno”. I modi di studio seguiti in economia sono: la ricognizione, la deduzione, l’induzione. Dall’uso di questi tre modi di studio nascono vari tipi di logica economica, con le loro ipotesi, i loro postulati e i loro teoremi caratteristici.
La ricognizione
La ricognizione è il complesso di operazioni con cui i fatti della realtà sono descritti e classificati. Descrizione e classificazione sono dunque le fasi che costituiscono il processo di ricognizione. La descrizione determina con la massima accuratezza possibile i caratteri o le proprietà sensibili dei fatti osservati; la classificazione significa formazione in classi, in categorie, di diversa ampiezza e caratteri, dei fatti componenti la realtà osservata.
I fatti componenti la realtà possono distinguersi in: quantità matematiche e pseudomatematiche. Sono quantità matematiche se 1) si può stabilire il senso (+ o -) della loro variazione e 2) se si può stabilire l’ampiezza della variazione medesima. Ad esempio il prezzo delle azioni. Sono quantità pseudomatematiche se manca la condizione 2, come nel caso del benessere di una società.
La deduzione
La deduzione è un processo mentale per cui sono determinati a priori certi fatti ignoti in base alla conoscenza di un insieme di fatti noti o di certe relazioni esistenti tra i fatti noti e quelli ignoti. È il rapporto per il quale una conclusione deriva da una o più premesse. Le argomentazioni deduttive si dicono valide o non valide, mai vere o false. Ad esempio, tutti gli uomini sono animali, tutti gli animali sono mortali, dunque tutti gli uomini sono mortali.
L'induzione
L’induzione è un processo mentale che porta a una certa conoscenza partendo da fatti particolari e arrivando a un’affermazione o principio generale. È il procedimento che dai particolari porta all’universale. Ad esempio, questo ghiaccio è freddo, quindi tutto il ghiaccio è freddo. L’obiettivo di questo processo conoscitivo è giungere alla scoperta di certe uniformità.
Vi sono due tipi di uniformità: le uniformità di coesistenza e le uniformità di successione. Mentre le uniformità di coesistenza sono relazioni uniformi esistenti in un certo istante di tempo fisico tra due o più fenomeni, le uniformità di successione sono relazioni di tipo assoluto o limitato che esistono tra certi fatti che si susseguono nel tempo.
Modelli economici
In un mondo complesso ed interconnesso è vitale conoscere un modo per esplorare le possibili future conseguenze di una decisione presa oggi e costruire un programma prima di avviare qualsiasi azione. Un modo per fare questo è ricorrere all’uso di modelli. Un modello è una rappresentazione semplificata della realtà. I modelli sono semplificazioni, sono astrazioni.
Sono utili perché sono strumenti che ci inducono a ragionare e a prevedere cosa potrebbe avvenire a seguito di una decisione da noi presa o presa da altri. Semplificando la realtà al fine di aiutare nell’analisi delle relazioni tra variabili. Il modello usato più frequentemente è il “punto di pareggio”.
Capitolo 2 – La gestione dell’impresa in fasi di turbolenza dell’economia
L'esperienza della recessione 2008-2010
La recessione del 2008-2010 ha esposto molte imprese a una fase nuova della loro gestione. Una recessione economica senza precedenti dopo la Seconda guerra mondiale ha infatti spinto molte imprese fuori dal mercato e quasi tutte sono state costrette a ripensare le proprie strategie e a dare nuovi orientamenti alla propria gestione.
Dobbiamo distinguere tra recessione dell’economia e recessione di settore. Per recessione dell’economia si intende un periodo di almeno tre trimestri nel corso del quale il Prodotto interno lordo (PIL) di una nazione diminuisce. Per recessione di settore si intende un calo della domanda per un uguale periodo di tempo. Le recessioni di settore sono in genere più frequenti e più profonde di quelle dell’economia.
Classificazione delle recessioni
Le recessioni sono classificate in vario modo. I criteri che più interessano le imprese riguardano la durata e la sua profondità. Il motivo è semplice; più lunga e profonda è una recessione, più gravi sono i danni all’economia, maggiore è l’incertezza circa il futuro e più caute sono le imprese nelle loro scelte.
- Recessione a V: Uscita rapida, meno di 12 mesi
- Recessione a U: Uscita a 12-18 mesi
- Recessione a L: Uscita oltre 18 mesi con lenta ripresa
Una recessione a forma di V può essere affrontata con semplici aggiustamenti della gestione, senza incidere sulle scelte di lungo periodo. Si presume che la domanda riprenderà a breve. Chi compra continuerà a comprare quello che comprava prima. Ben diversa è la situazione in una recessione a forma di L.
L’incertezza domina molte scelte. Gli investimenti sono rinviati e così il lancio di nuovi prodotti. È difficile interpretare le esigenze latenti dei potenziali compratori. Quando la recessione 2008-2010 ha dato qualche timido segno di rallentamento subito seguito da un peggioramento (primavera 2009) è stato coniato un nuovo titolo: recessione a W.
Cause e conseguenze della crisi
La recessione 2008-2010 ha avuto varie origini, ma la principale è stata un rapporto eccessivo indebitamento/capitale proprio (“leveraging”) nelle imprese. Un leveraging non sostenibile si propaga con un effetto domino in genere con tempi lunghi. L’insuccesso dei modelli di previsione ha lasciato il segno. Se gli strumenti di cui disponiamo non hanno consentito di prevedere le recessioni, in particolare quella del 2008-2010, se l’unica certezza è che in passato dopo ogni recessione c’è stata una ripresa, è difficile che gli stessi strumenti possano prevedere quando e come arriverà la ripresa.
Gli effetti della crisi
Distinguiamo tra effetti sull’economia in generale, effetti sulla struttura dell’arena competitiva dell’impresa ed effetti sull’economia dell’impresa. Gli effetti sull’economia in generale variano da un paese all’altro e da una recessione all’altra, ma di solito il declino dell’attività economica genera una serie di cadenze ben note. I redditi delle persone scendono o frenano la crescita, calano i consumi di beni durevoli, le imprese vendono meno, la competizione si fa più intensa, il sistema bancario è a rischio in quanto le imprese più vulnerabili non sono in grado di restituire i prestiti che hanno ottenuto, le banche selezionano più che in passato la concessione di nuovi crediti.
Riguardo agli effetti sull’arena competitiva, come sarà il futuro della concorrenza? Le imprese protagoniste del settore saranno le stesse rispetto a quando la recessione è iniziata o saranno altre? La tendenza generale in fase di recessione è il consolidamento (scende il numero di concorrenti). Le imprese più deboli diventano ancora più deboli. Il loro valore di mercato scende. Alcune falliscono, altre possono essere acquistate da quelle più forti.
La recessione cambia gli scenari e così gli effetti sulle strategie delle imprese vengono svelati. Molte scelte devono essere riviste. Spesso erano basate su tendenze delle fasi di espansione che l’inversione del ciclo ha rapidamente cambiato. La recessione svela anche rischi nascosti o ignorati. Sull’onda del successo spesso il management ignora volutamente o sottovaluta i rischi, nel presupposto che i buoni risultati possano compensare perdite eventuali su singole operazioni. La recessione ha inoltre contribuito a chiarire quali acquisizioni o takeover erano veramente necessari e quali non lo erano.
Un acquirente interessato a costruire economie di scala o di scopo che disponga di elevata liquidità può fare acquisizioni che nelle fasi di espansione avrebbero avuto un costo assai elevato. Comprando un’impresa, compra anche una quota di mercato. Non mancano le imprese che nella recessione sanno adeguare l’offerta alle nuove esigenze dei potenziali clienti e aumentano la redditività e non fermano lo sviluppo. Zara, Wal-Mart, Mc-Donald’s sono alcuni tra gli esempi più noti.
Gli effetti della recessione sulle imprese
- Meno tempo per decidere, meno informazioni, incertezza
- Sensazione di assistere a cambiamenti radicali nell’economia e nella società
- Alcuni vecchi metodi di analisi economica non sono più validi
- Cambiano le relazioni con i mercati di vendita
- Cambiano le relazioni con i mercati di acquisto
- Cambia la struttura prezzi/costi dell’impresa
- Crisi del “fattore umano” all’interno dell’impresa
- Crescente intervento dello Stato nell’economia
Come risulta dall’analisi di vari settori e di un campione di imprese, i principali fattori che hanno agito sulla risposta delle imprese nella recessione sono i seguenti:
- Le previsioni di una lunga durata della recessione nel proprio settore e nell’economia mondiale in generale
- Il “profilo del settore” nel quale le imprese operano
- La struttura (economica e finanziaria) dell’impresa derivante da precedenti scelte strategiche
- La capacità di interpretare i cambiamenti “chiave” dell’ambiente esterno
- La capacità di utilizzare la recessione come nuova opportunità
Capitolo 3 – Teoria dell’impresa
La definizione più accreditata di teoria dell’impresa è la seguente: “Un sistema di teorie che contengono postulati, teoremi e conclusioni riguardanti il modo in cui i dirigenti di un’impresa prendono decisioni circa i prezzi e la produzione in presenza di determinate condizioni di mercato”.
L'approccio behavioral
L’approccio behavioral percepisce l’individuo non come un organismo guidato in modo meccanicistico da principi economici, ma come un organismo guidato da una molteplicità di obiettivi e da una pluralità di criteri di decisione. Dunque la teoria dell’impresa è un insieme di teorie, alcune di queste molto lontane dalla realtà delle imprese (Taylorismo, ad esempio), altre più vicine. Una di queste ultime è la teoria delle decisioni.
La decisione
La decisione si può definire come un’azione conseguente a un processo mentale per cui in un ventaglio di vie alternative di gestione si sceglie quella che, tenuto presente l’insieme delle risorse disponibili e in base a un dato criterio, meglio di altre consente di raggiungere uno o più obiettivi prefissati. Nella realtà invece, la maggior parte delle decisioni economiche è presa intuitivamente senza la predeterminazione metodica dei vantaggi e degli svantaggi connessi alle diverse alternative possibili.
L’incertezza della decisione è non solo una prerogativa del mondo economico, ma anche una sua insostituibile caratteristica. Scegliere tra più alternative possibili nella perfetta conoscenza di quanto potrà derivare in futuro da una decisione attuale sarebbe infatti togliere il substrato del profitto, cioè una potente forma di incentivo all’operare economico. In altre parole non è affatto detto che operare in condizioni di certezza sia favorevole all’impresa, giacché l’assenza di perfetta informazione è una circostanza del conseguimento di redditi.
Si ha una decisione, in senso scientifico, quando concorrano i seguenti presupposti:
- La definizione di uno o più obiettivi o mete (prima fase)
- La ricognizione e l’individuazione delle vie che conducono a una data meta (seconda fase)
- L’esistenza di una pluralità di alternative possibili
- La possibilità di determinare quantitativamente o qualitativamente la situazione attuale e le situazioni future
- Una pluralità di situazioni future che rappresentino lo sviluppo delle vie alternative considerate
- Un criterio o una pluralità di criteri che orientino la scelta (terza fase)
È difficile stabilire con criteri rigorosi in che modo gli obiettivi prendano forma ponendosi all’orizzonte della decisione, in quanto essi nell’individuo e più ancora nell’impresa scaturiscono da un contesto di equazioni personali e di interazioni con l’ambiente che rispondono a leggi quasi del tutto ignote. Questa verità è ben presente nella pratica dell’impresa, tant’è vero che spesso si rinuncia a determinare in anticipo un intero sistema di obiettivi derivati da uno o più giudicati principali per accentrare invece su questi ultimi le maggiori attenzioni, con riserva poi di esaminare e coordinare successivamente gli eventuali obiettivi collaterali.
Determinazione del campo di scelta
Definiti gli obiettivi, la determinazione del campo di scelta consiste nel ricercare tutte le possibili vie che possono essere seguite per raggiungerli, cioè nel configurare l’insieme delle vie alternative tra le quali è dato scegliere. La selezione, in realtà, è fatta da chi decide applicando un sistema di preferenze, di intuizioni, di esperienze che sfuggono a una rigida codificazione. A complicare il quadro si aggiungono poi pareri di consulenti e di collaboratori di vario grado, risultati di opinion polling, ricerche dirette condotte dall’impresa. Ovviamente, tanto più numerose sono le vie considerate tanto più complessa è la decisione.
Fra i diversi elementi che compongono il procedimento, la determinazione dei criteri che orientano la scelta nell’insieme delle diverse vie di gestione opportunamente seguibili costituisce il problema centrale della decisione economica. Fin qui si è supposto, per chiarezza d’argomento, che il primo passaggio della decisione costituisca l’antecedente logico del secondo, rappresentando però rispetto a questo una premessa necessaria, ma indipendente. Ossia si è supposto che nella decisione, i diversi momenti non siano nella sostanza reciprocamente determinati, nel senso che i criteri abbiano ad ispirare la ricerca delle vie alternative e viceversa. L’unità dei diversi passaggi logici è nel problema economico che la decisione formula e tenta di risolvere.
Criteri di scelta nelle decisioni economiche
I criteri di scelta adottati nelle decisioni economiche possono distinguersi in quantitativi e qualitativi. Un criterio si dice quantitativo quando la graduazione delle vie può essere espressa matematicamente, qualitativo quando non solo non si può ricorrere a schemi quantitativi, ma si ammette la necessità di abbracciare una pluralità di criteri di scelta e si postula l’esistenza di una molteplicità di obiettivi.
I criteri quantitativi
Tra i criteri quantitativi esaminiamo ora:
- Il principio del minimo mezzo o del massimo risultato
- La condizione del massimo rendimento
- La condizione del minimo costo o della migliore combinazione fra i fattori della produzione
- Il criterio del profitto
I criteri agiscono molto spesso in modo complementare. È comunque la natura delle decisioni a richiamare un criterio piuttosto che l’altro.
Minimo mezzo e massimo rendimento
Minimo mezzo. Nella dottrina economica, come del resto in tutte le scienze che trattano problemi di massimo o di minimo, si ricorre in vari casi a soluzioni che mirano a ottenere un certo risultato con il minimo impiego di mezzi o di tempo, oppure nel rendere massima la quantità di risultato ricavabile da una certa quantità di mezzi o in un certo lasso di tempo.
Massimo rendimento. Se si considera l’impresa una combinazione di processi produttivi che da un lato sostiene dei costi e dall’altro consegue dei ricavi, possiamo confrontare le quantità di fattori impiegati con le quantità di risultato in due modi tra loro profondamente diversi:
- Ponendo in relazione il volume totale dei fattori impiegati con il volume totale dei risultati ottenuti
- Ponendo in relazione quantità fisiche di fattori e di risultati non con riguardo all’intera combinazione produttiva dell’impresa ma per singoli processi o per gruppi di operazioni (la cosiddetta ricerca sui rendimenti fisico-tecnici)
A ben vedere, non è che il riaffermarsi in una particolare veste del principio del minimo mezzo.
Minimo costo e criterio del profitto
Minimo costo. Varie sono le combinazioni tecnicamente possibili tra i fattori della produzione e diversi sono i prezzi ai quali tali fattori sono acquistati. Un problema che si presenta sia nelle economie di mercato che in quelle collettivistiche e che vale sia nelle condizioni di libera concorrenza che in quelle di monopolio è la ricerca della combinazione in grado di rendere minimo il costo della produzione di una certa quantità di risultato. Come la teoria economica ha dimostrato a fil di logica astratta, la combinazione più conveniente è quella che presenta proporzionalità tra i costi delle ultime dosi unitarie di fattori impiegati e i rispettivi prodotti marginali.
Minimare i costi di produzione non può essere obiettivo unico e assoluto, proponibile all’impresa. Condizione generale di economicità è, invece, la produzione ai minimi costi consentiti da programmi di produzione non incompatibili con le esigenze di vita dell’impresa e, come tali, concretamente realizzabili.
Criterio del profitto. Le varie specie di criteri finora esaminati hanno portato gradualmente all’affermazione di una fondamentale e insostituibile relazione tra costi e ricavi che conduce direttamente all’esame del profitto come movente dell’operare economico e quindi come criterio di scelta. È dimostrato che molti operatori investono senza assumere il profitto come obiettivo preminente. Tuttavia, una relazione tra decisione nelle imprese e profitto non può nemmeno essere negata. Il profitto al limite, può fungere da semplice incentivo, ma la sua azione, il suo ruolo è sempre dominante, specie ove la previsione sia possibile con sufficiente attendibilità.
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