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Sunti di teoria dei linguaggi, prof Pietro Perconti libro consigliato Luigi Perissinotto, Wittgenstein una guida

Riassunto per l'esame di Teoria dei linguaggi, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Pietro Perconti: Wittgenstein. Una Guida - L. Perissinotto. Nella prima parte viene trattato il "primo" Wittgenstein, coincidente col periodo della sua prima opera, il Tractatus. Nella seconda invece ci si sofferma sull'opera postuma, le Ricerche Filosofiche. Vedi di più

Esame di Teoria dei linguaggi docente Prof. P. Perconti

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Ma se Cesare non fosse mai esistito, la proposizione non avrebbe senso,

perché il nome sarebbe privato del suo significato. Una proposizione non può

dipendere dalla veridicità di molte altre (Cesare è esistito, Pompeo è esistito,

ecc), perchè non potremmo progettare un’immagine del mondo (vera o falsa)

e saremmo costretti a trattare la logica come qualche sorta di scienza.

Affinché le proposizioni abbiano un senso e poiché esse hanno un senso,

occorre ammettere che i nomi che in essa compaiono si riferiscono a oggetti

semplici, ciò che possiamo designare senza essere costretti a temere che

forse non esistano. Il Tractatus non ci spiega cosa sono e quali sono gli

oggetti semplici. Nelle opere successive, Quaderni e Ricerche Filosofiche

Wittgenstein considera la questione degli oggetti semplici come

esclusivamente logica. La proposizione è un’immagine della realtà e per

avere un senso è vera-falsa: può concordare o discordare con la realtà solo

essendo un’immagine di uno stato di cose. Un’immagine è una connessione

di elementi, che si trovano in una determinata relazione l’uno con l’altro. E’ un

fatto, che deve avere in comune con la realtà, correttamente o falsamente, la

forma logica. L’immagine deve quindi avere in comune qualcosa con il

raffigurato. E’ escluso che possa essere vera a priori in quanto rappresenta

l’oggetto dal di fuori, proprio per questo correttamente o falsamente. Per

sapere se un’immagine è vera va confrontata con la realtà. L’immagine non

può raffigurare la propria forma di raffigurazione, perché dovrebbe, per

assurdo, guardarsi dal di fuori. L’immagine logica dei fatti è il pensiero. Il

pensiero contiene la possibilità della situazione che esso pensa. Ciò che è

pensabile è anche possibile. La proposizione può rappresentare la realtà

tutta, ma non può rappresentare ciò che deve avere in comune con la realtà

per poterla rappresentare, la forma logica.

(37-42) La proposizione elementare è la più semplice. Nell’analisi delle

proposizioni dobbiamo pervenire alle proposizioni elementari. Si sa a priori

che le proposizioni elementari ci sono, non quali sono. Nessuna altra

proposizione elementare può essere in contraddizione con essa. Le

proposizioni che si contraddicono possiamo scomporle in altre proposizioni,

quindi solo quelle complesse possono contraddirsi. L’indipendenza logica

delle proposizioni elementari fu una delle prime tesi del Tractatus che

Wittgenstein mise in discussione nelle opere successive. Proposizione

complessa: “Paolo è infreddolito e Giorgio è impaurito”. Le due proposizioni

semplici sono unite da “e”, denominato connettivo logico o costante logica.

Quando si ha a che fare con proposizioni complesse la grammatica

superficiale può occultare la forma reale del linguaggio (“Alberto legge il

giornale in treno” è la congiunzione di “Alberto è in treno e Alberto legge il

giornale”). Nel Tractatus Wittgenstein affronta travestimenti più complicati.

Comunque per Wittgenstein la proposizione è una funzione di verità delle

proposizioni elementari. La proposizione complessa dell’esempio è formata

da 2 elementari e possiamo avere differenti casi; una vera e l’altra falsa,

entrambe vere, ecc. La possibilità di verità e di falsità (il senso) di una

proposizione complessa dipende dalle possibilità di verità (dal senso) delle

proposizioni elementari che la compongono. Le costanti logiche ci mostrano

in quale modo le possibilità di verità delle proposizioni elementari

condizionano le possibilità di verità delle proposizioni complesse. Quando

connesse da “e, solo se entrambe le proposizioni semplici sono vere la sarà

anche quella complessa. Quando connesse da “o” basta che una delle due

sia vera. A differenza di Russell, le costanti logiche non impersonano nella

proposizione alcun oggetto logico. Ciò per il rifiuto di assimilare la logica ad

una scienza. Nel Tractatus, Wittgenstein suggerisce di adottare una

notazione diversa dalle solite costanti logiche (“e”; “o”; “se… allora”; “se e

solo se”) che dovrebbe far vedere che la proposizione è l’espressione delle

sue condizioni di verità. Al posto di “p o q” possiamo scrivere (VVVF)(p, q). La

proposizione è falsa solo se le 2 proposizioni semplici che la costituiscono

sono false e vera negli altri 3 casi.

(43-49) Ad ogni connettivo logico corrisponde una sequenza, ad esempio a

“se e solo se” corrisponde VFFV, a “se…allora” corrisponde VVFV. Per n

proposizioni elementari ci sono 2 elevato a n condizioni di verità. Sono

sempre presenti 2 casi estremi: vera o falsa per tutte le possibilità di verità.

Nel 1° caso abbiamo una tautologia, nel 2° una contraddizione. Le nozioni di

tautologia e contraddizione sono poste in primo piano nel Tractatus.

Entrambe non sono immagini della realtà in quanto la tautologia ammette

tutte le possibili situazioni e la contraddizione non ne ammette nessuna.

“Piove o non piove” è sempre vera. “Piove e non piove” è sempre falsa. A

questo punto tautologia e contraddizione sono prive di senso. Per il Tractatus

non vi sono proposizioni vere a priori, ma vanno sempre confrontate con la

realtà. Nel caso delle proposizioni logiche basta guardare il simbolo per

riconoscere se è vera o falsa, perché non dice nulla su come le cose stanno.

Le proposizioni della logica sono prive di senso, ma non insensate, anche

perché tautologia e contraddizione sono casi limite. Wittgenstein conclude

che la logica non è una dottrina, le sue proposizioni non dicono nulla e non vi

è nulla per esse da dire. La logica è un’immagine speculare del mondo. Le

sue proposizioni mostrano le proprietà formali del linguaggio (del mondo). La

questione cardinale della filosofia era, secondo Wittgenstein, la distinzione tra

cosa poteva essere espresso (detto, ritratto) da una proposizione e cosa

poteva essere solo mostrato. La forma logica non può essere espressa

tramite linguaggio. Quello che non può essere detto, ma solo mostrato

produce proposizioni insensate. Wittgenstein riconosce la presenza

dell’ineffabile, dell’inesprimibile, del “mistico”, ispirandosi a due autori a lui

cari, Agostino e Kierkegaard. Per Wittgenstein il mistico si riferisce a tutta

quella sfera di valori che noi non possiamo affrontare superficialmente nel

linguaggio: i valori religiosi, quelli estetici, il senso della vita.

2. GIOCARE, DESCRIVERE, AGIRE: dopo il Tractatus logico-

philosophicus

(1-9) Nel decennio dal 1918 al 1929 abbandona ogni lavoro filosofico,

convinto di aver dato alla filosofia, con il Tractatus, tutto quello che poteva

dare. Scrive a Keynes che “la sorgente si è prosciugata”. Tornato dalla guerra

aveva cercato un editore per il suo libro, incontrando il disinteresse del

pubblico verso quella che riteneva l’opera della sua vita. Nel 19, dopo la

rinuncia all’eredità paterna, si era iscritto ad un istituto magistrale di Vienna e

l’anno dopo aveva conseguito il diploma di maestro elementare, professione

esercitata tra il 20 ed il 26 in Austria. A Vienna, tra il 26 e il 28 aveva

progettato e diretto i lavori di costruzione della casa della sorella Margarete.

Dopo il ritorno a Cambridge (1929), cominciò a rioccuparsi di filosofia e a

riannotare le sue osservazioni filosofiche. Così fece fino alla fine, senza mai

giungere a comporre un’opera per lui pronta alla pubblicazione. Si dedicò

anche all’insegnamento. Fino al 1953, anno in cui furono pubblicate le

Ricerche filosofiche, le lezioni tenute a Cambridge, gli appunti presi a lezione,

quelli dettati ai suoi allievi, alcune discussioni, pubbliche e private, furono

l’unico mezzo di conoscenza e diffusione del suo pensiero. Di ciò rimase

scontento lamentandosi nella prefazione delle Ricerche del fatto che il suo

pensiero fosse stato frainteso e mutilato. Il metodo di lavoro di Wittgenstein lo

vedeva scrivere di getto tutti i suoi pensieri, dei quali alcuni venivano poi

rivisti e trascritti su grossi quaderni, da lui chiamati volumi. Una parte

selezionata da questi volumi di osservazioni veniva dettata ad un dattilografo.

Wittgenstein poi ritagliava e riordinava nuovamente gli appunti secondo criteri

di affinità non sempre facilmente riconoscibili, per poi dettare nuovamente il

risultato ad un dattilografo. Almeno in un caso, i ritagli non sono stati riordinati

e rimasero in una scatola per venire pubblicati successivamente alla sua

morte con il titolo di Zettel (ritagli o foglietti). Nonostante tutto, alcuni

dattiloscritti raggiunsero un livello alto di elaborazione sufficiente a farli

ritenere quanto più vicino ad un testo pronto per la pubblicazione: è il caso

del Big Typescript, grosso dattiloscritto di 776 pagine, diviso in capitoli e

paragrafi, del 1933. Nel periodo a Cambridge Wittgenstein si interroga

spesso sulla filosofia e sul tipo di libro da scrivere. Tentò di scrivere un libro

nel quale i pensieri procedessero “da un soggetto all’altro secondo una

successione naturale e continua”, ma dopo diversi infelici tentativi cambiò

idea, in quanto non riusciva a costringere i suoi pensieri in una direzione. Le

Ricerche filosofiche si presentano quindi come un insieme di “osservazioni, di

brevi paragrafi”, alcuni dei quali “sono disposti in lunghe catene e trattano il

medesimo soggetto; altri cambiano bruscamente argomento, saltando da una

regione all’altra”. All’inizio della Prefazione alle Ricerche, Wittgenstein ci

ricorda gli oggetti principali delle sue ricerche filosofiche negli anni

precedenti: “il concetto di significato, di comprendere, di proposizione, di

logica, i fondamenti della matematica, gli stati di coscienza e altre cose

ancora”. Argomenti molto simili a quelli del Tractatus. Egli era convinto che i

nuovi pensieri sarebbero emersi solo con la contrapposizione con i vecchi e

avrebbe voluto pubblicarli insieme. Nella Prefazione Wittgenstein parla di

gravi errori commessi nel suo primo libro e ringrazia Ramsey e Sraffa per

averlo aiutato a riconoscerli e correggerli. In una conversazione di fine 31,

annotata da Waismann, egli dice che tra gli errori più pericolosi in cui

possono cadere i filosofi ed in cui cadde con il Tractatus vi sono: dogmatismo

e concezione secondo cui in filosofia e nella scienza vi sarebbero domande

alle quali si troverà risposta in seguito.

(10-18) Il dogmatismo si riconnette al desiderio di generalità o semplicità, che

si manifesta nell’atteggiamento di disprezzo per il caso particolare e nella

convinzione che il sublime, l’essenziale della ricerca filosofica consista in

questo, una essenza che tutto abbraccia (era convinto di poter dare,

mediante l’indicazione della forma generale della proposizione, l’essenza del

linguaggio); una seconda tendenza consiste nel credere che quell’essenza

fosse qualcosa di incomparabile e unico, di cristallo purissimo. Desiderio di

generalità ed aspirazione all’essenza accompagnano per Wittgenstein i

filosofi dal tempo della domanda socratica “Che cos’è?”. Da questa domanda

scaturiscono conflitti e antitesi, le stesse che hanno tormentato Wittgenstein

ed il Tractatus. L’altro errore in cui, a detta di Wittgenstein era caduto il

Tractatus, consiste nel ritenere che come nella scienza, nella filosofia si

possano fare scoperte, mentre in realtà “nella filosofia non si può scoprire

nulla”. In filosofia “non abbiamo il bisogno di aspettare il futuro”. Tutte le

risposte sono davanti ai nostri occhi, bisogna solo riconoscerle quando le

vediamo. I problemi filosofici non sono empirici, ma problemi risolvibili

assestando ciò che ci è già noto. Perciò in filosofia, la difficoltà sta nel

fermarsi, nell’accettare il fenomeno senza spiegarlo, senza tentare di andare

indietro. Il lavoro filosofico non è un lavoro sulle cose, come quello scientifico,

ma un lavoro su sé stessi, sul proprio modo di vedere. Così come fare

filosofia è scrivere su se stessi con tutte le difficoltà che ciò comporta: non si

può scrivere su se stessi in modo più vero di quanto non si sia veri. La

concezione che Wittgenstein ha delle proposizioni elementari viene rivista

dopo il Tractatus. In esso non dà esempi di proposizioni elementari, ma dice

solo che ci sono e lascia alla logica il compito di stabilire quali siano e quale

forma abbiano le proposizioni elementari. Questo è un errore, dirà

Wittgenstein, perché abbiamo già tutto e non serve aspettare. Ci muoviamo

nell’ambito della grammatica del nostro linguaggio comune e tale grammatica

c’è già. “Non ci sono proposizioni elementari nascoste”, quindi esse sono

sotto i nostri occhi. Aspetti ripresi sulle proposizioni elementari: ogni

proposizione è funzione di verità delle proposizioni elementari; le proposizioni

elementari sono logicamente indipendenti e non possono contraddirsi.

Questa è una manifestazione del dogmatismo che Wittgenstein considererà

errore della filosofia e del Tractatus. A differenza di quanto sostenuto nel

Tractatus, tra le proposizioni elementari esiste una relazione interna di

esclusione non dipendente dall’esperienza. Non si deve quindi accostare la

singola proposizione alla realtà, ma un sistema di proposizioni.

(19-29) Nella terminologia di quegli anni, fenomenologico o primario è il

linguaggio che dovrebbe descrivere o rappresentare ciò che è

immediatamente dato, senza aggiunte ipotetiche. Nell’ottobre del 29

Wittgenstein afferma che non ritiene più indispensabile questo tipo di

linguaggio. Crede nell’esistenza del solo linguaggio quotidiano e ribadisce

che la filosofia deve limitarsi a metterci tutto davanti, senza spiegare e

dedurre nulla. La descrizione deve sostituire la spiegazione, che però deve

riguardare le cose palesi e comuni che proprio per questo rimangono

nascoste. Si dovrebbe descrivere e dire: così è la vita umana, in riferimento al

punire certe azioni, dare ordini, preparare resoconti, descrivere colori, ecc.

Alla fine del 1929 Wittgenstein arrivò ad una conclusione: tutto ciò che in

filosofia si può e si deve fare è comprendere il nostro linguaggio, non uno

ideale. Penetrare l’operare del nostro linguaggio in modo da riconoscerlo,

contro una forte tendenza a fraintenderlo e a dimenticarlo. Secondo

Wittgenstein ciò che rende difficile riconoscere l’operare del linguaggio è la

forza con cui alcune immagini, incorporate nel linguaggio stesso, tendono a

sedurci e fuorviarci. Partendo dalle Confessioni di Agostino si sviluppa l’idea

che le parole sono nomi; il significato di ciascun nome è l’oggetto che per il

quale esso sta; le proposizioni sono connessioni di nomi; il dare nomi alle

cose e il capire e l’imparare i nomi delle cose stanno all’origine del linguaggio

e del suo apprendimento. Sedotti e fuorviati da questa immagine, molti filosofi

dimenticano la moltitudine di parole ed i loro usi. E’ la grammatica superficiale

del nostro linguaggio che ci trae in inganno. Si fanno e offrono quindi una

versione semplificata, una rappresentazione primitiva di come funziona il

linguaggio. Pretendono di rappresentare l’intera regione del linguaggio, ma

ne ritraggono solo pochi tratti fortemente semplificati. La definizione

ostensiva, indicare qualcosa per spiegarne il significato, può essere

interpretata in vari modi, quindi deve essere compresa in quanto può essere

fraintesa. Ma per chiedere, per dare e per intendere una definizione ostensiva

occorre che si capisca moltissimo di un linguaggio; perché una definizione

ostensiva abbia senso molte cose devono essere già pronte nel linguaggio.

Tra gli effetti dell’immagine agostiniana del linguaggio vi è sicuramente la

concezione del Tractatus secondo cui i nomi veri e propri sono segni semplici

che stanno per oggetti semplici. Questa concezione deriva dall’idea secondo

cui la parola non ha significato se ad essa non corrisponde nulla.

Wittgenstein mette in discussione anzitutto che si possa parlare di oggetti

assolutamente semplici. Chi lo fa dimentica che “composto”, è impiegato in

innumerevoli modi. Wittgenstein dice che non ha alcun senso parlare di

elementi semplici o composti della sedia. Vi sono dei casi in cui un oggetto

viene usato in connessione con un nome: l’oggetto funge da paradigma,

mezzo di rappresentazione. Se usiamo i nomi dei colori con i campioni dei

colori, questi diventano strumento del linguaggio con il quale fare asserzioni

relative dei colori, un paradigma del nostro gioco; qualcosa con cui fare

confronti. Il campione non ha proprietà straordinarie, ma quelle da noi fornite

nel nostro gioco linguistico.

(30-34) L’idea secondo cui la parola non ha significato se ad essa non

corrisponde qualcosa è una delle grandi fonti di disorientamento filosofico: noi

cerchiamo una corrispondenza ad un sostantivo; un sostantivo ci induce a

cercare una cosa che corrisponde ad esso. Con parole come pensare o

credere, è un errore cercare qualcosa che vi corrisponda o che il significato

accompagna la parola. Nel Tractatus Wittgenstein aveva ritenuto di aver

spiegato l’essenza della proposizione. Nelle Ricerche filosofiche rigetta la

risposta che il Tractatus aveva dato sull’essenza del linguaggio e mette in

discussione la convinzione secondo cui il sublime, l’essenziale della ricerca

afferra un’essenza che tutto abbraccia. Questa convinzione è una illusione.

Con le nostre proposizioni facciamo cose diverse, che per Wittgenstein sono

giochi linguistici. Non nega che si possa trovare qualcosa di comune a tutto

ciò che è linguaggio, conoscenza, ma sostiene che non è detto che ciò che

accomuna sia più interessante di ciò che distingua. Inoltre passando in

rassegna vari tipi e gruppi di giochi, non vediamo qualcosa di comune a tutti,

ma somiglianze che si sovrappongono e si incrociano. Non era sua

intenzione però slegare ciò che era tenuto insieme da un elemento comune.

Wittgenstein affermava che le nostre parole e molti concetti hanno confini

sfumati e poco delimitati, ma possono svolgere la loro funzione. Descrivere

cos’è un gioco starebbe ad indicare cosa è per noi un gioco e quanto di simile

possa esserci, e così per le regole, proposizioni, linguaggio. Altri concetti

possono essere delimitati da confini rigidi, come numero, ma la mancata

delimitazione di un concetto non è segno di ignoranza, né essa segna

l’esistenza o meno dello stesso. Spiegare un concetto dando esempi non è

un metodo indiretto di spiegazione, in mancanza di un metodo migliore. Tra i

molti che sono stati condizionati e fuorviati dall’idea che la ricerca

dell’essenza sia il compito più nobile per filosofi e scienziati, Wittgenstein

annovera Freud: in una lezione del 1938 Wittgenstein analizza le pagine de

“L’Interpretazione dei Sogni” nelle quali Freud accomuna le immagini del

sogno ad oggetti di natura sessuale. Ciò non convince Wittgenstein, che

afferma a questo punto che Freud ha ingannato la paziente dicendogli che il

sogno non era “bello”. Ci sono molteplici spiegazioni per i sogni come per il

linguaggio e non sono comuni a tutti. Non ci sono motivi per cui un bambino

gioca o per cui parla, a volte lo fa per puro piacere. Wittgenstein affermava

che il suo intento fosse quello di mostrare che le cose che sembrano

identiche sono differenti.

(35-41) Secondo Wittgenstein alla base di molte dottrine del significato e del

linguaggio vi è la convinzione che un segno è una cosa morta e banale.

Perché acquisti vita esso si deve accompagnare a qualcosa, che non deve

essere un altro segno morto e banale. Si deve aggiungere qualcosa di

immateriale. Questo ci ricorda Frege, per il quale la cosa importante sono i

pensieri espressi dai segni, qualcosa di atemporale, eterno, immutabile. Il


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Riassunto per l'esame di Teoria dei linguaggi, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Pietro Perconti: Wittgenstein. Una Guida - L. Perissinotto. Nella prima parte viene trattato il "primo" Wittgenstein, coincidente col periodo della sua prima opera, il Tractatus. Nella seconda invece ci si sofferma sull'opera postuma, le Ricerche Filosofiche.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze della Comunicazione per il Marketing e la Pubblicità
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher inzaghino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria dei linguaggi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Perconti Pietro.

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