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PROCEDIMENTI SPECIALI

(Giudizio abbreviato)

Anche il giudizio abbreviato permette di snellire il procedimento e prevede l’abolizione della fase dibattimentale.

Nella sua originaria configurazione, si caratterizzava per una grande attenuazione della pena all’imputato che accettava di

essere giudicato già nell’udienza preliminare (o, in mancanza di questa, prima dell’apertura del dibattimento), sulla base degli

atti contenuti nel fascicolo delle indagini preliminari. Per accedere a questo rito era necessario l’esplicito consenso non

motivato del p.m. e un vaglio del giudice che poteva accogliere la domanda dell’imputato solo se i giudizio gli appariva

definibile “allo stato degli atti”, cioè che non era possibile altra integrazione probatoria. In questa impostazione originaria,

furono molte le questioni sollevate dinanzi alla Corte costituzionale che ha modificato la disciplina.

Oggi sono molte e significative le differenze con la vecchia normativa. Non è più necessario il consenso del p.m., quando prima

era considerato requisito essenziale, e non si considera più il requisito de “allo stato degli atti”. Oggi è anche ammessa la

possibilità di assumere prove nel corso del giudizio abbreviato, per sopperire alle eventuali incompletezze delle indagini

preliminari.

Anche i reati punibili con l’ergastolo possono essere giudicati in forma abbreviata, cioè da un giudice monocratico senza

bisogno di dibattimento e sulla base degli atti di indagine. In sostituzione all’ergastolo il giudice che ammette tale rito deve

applicare una pena detentiva temporanea, fissata dalla legge in 30 anni di reclusione.

L’imputato può presentare una richiesta semplice, con cui si limita a chiedere che il processo sia definito all’udienza

preliminare allo stato degli atti.

Oppure l’imputato può presentare una richiesta complessa, ponendo come condizione che siano assunti alcuni mezzi di prova,

allo scopo di colmare un certo deficit conoscitivo su una questione di fatto. A differenza della richiesta semplice, quella

complessa richiede un controllo di ammissibilità del giudice.

La richiesta è un atto personalissimo dell’imputato, ma che può essere presentata dal suo difensore solo se munito di procura

speciale.

Per beneficiare di questo rito, l’imputato deve presentare la relativa richiesta durante l’udienza preliminare “finché non siano

state presentate le conclusioni a norma degli artt. 421 e 422” (art. 438 2° comma).

Per garantire comunque il diritto di difesa, la legge riconosce all’imputato la facoltà di presentare tale richiesta anche nei riti

privi dell’udienza preliminare:

• nel giudizio immediato può presentarla al Gip, subito dopo che questi gli abbia notificato il decreto di citazione a giudizio ed

entro 7 giorni dalla notifica. La richiesta va poi notificata al p.m.

• nel giudizio direttissimo e in seguito a citazione diretta davanti al tribunale in composizione monocratico, deve essere

presentata al giudice dibattimentale in udienza, prima che sia dichiarato aperto il dibattimento

• nel procedimento per decreto, l’opponente può chiedere il giudizio abbreviato al giudice che ha emesso il decreto stesso, il

quale fissa anche l’udienza per il giudizio, dandone avviso agli interessati (p.m., imputato, parte civile, offeso e relativi

difensori), con almeno 5 giorni di anticipo rispetto all’udienza stessa, per consentire la corretta preparazione del

contraddittorio.

Ricevuta la richiesta, il giudice deve controllarne l’ammissibilità.

Il controllo è diverso a seconda che la richiesta sia semplice o complessa.

Nel caso di richiesta semplice, il giudice si limita ad un controllo solo formale dell’atto: termini di presentazione, se l’atto è

effettivamente volontario e se è espresso in modo in equivoco la volontà dell’imputato di essere giudicato “allo stato degli

atti”.

Se l’esito del controllo è positivo, emette l’ordinanza che ammette il rito.

In caso contrario, la richiesta va rigettata e non può più essere riproposta né davanti lo stesso giudice, né davanti altro

giudice.

Nel caso di richiesta complessa, oltre al controllo meramente formale, il giudice deve verificarne anche la fondatezza. Visto che

l’efficacia di tale richiesta è subordinata ad un’integrazione probatoria che il richiedente considera indispensabile ai fini della

decisione, il giudice deve verificare se le prove indicate dall’imputato siano realmente necessarie per decidere il merito della

causa e se la loro assunzione sia compatibile con le finalità di economia processuale proprie del procedimento. Anche se non è

esplicitamente disposto, si ritiene che il giudice debba verificare anche la validità dei mezzi di prova di cui l’imputato intenda

avvalersi.

In questo tipo di richiesta, emergono in varia misura criteri discrezionali di valutazione del giudice, come ad esempio il

concetto di necessità o di non superfluità della prova richiesta, ma soprattutto la valutazione sull’economia processuale.

Per ammettere o meno il rito speciale il giudice decide con ordinanza. L’imputato, in caso di rigetto, potrà riproporre una

nuova richiesta davanti lo stesso giudice, finché sia in corso l’udienza preliminare. Tuttavia questa possibilità non spetta agli

imputati dei procedimenti privi di udienza preliminare.

L’ordinanza di rigetto è insindacabile e comporta l’impossibilità di applicare l’attenuazione di pena prevista come effetto del

processo in forma abbreviata.

Se la richiesta viene accolta, con ordinanza che in nessun caso può essere revocata, il giudice dispone l’udienza di giudizio

abbreviato.

Aspetti procedurali

Il rito si svolge in camera di consiglio, in un’udienza in cui il p.m. non è ammesso, tranne che l’imputato non ne faccia

esplicitamente richiesta. Se è ammesso, all’udienza in camera di consiglio troviamo le parti necessarie: imputato, difensore e

p.m. e si applicano le norme sul legittimo impedimento a comparire, l’assenza e la contumacia che disciplinano la fase

introduttiva dell’udienza preliminare.

La parte civile, se si è già costituita, ha la facoltà di ricusare l’accettazione del rito abbreviato, ma non di impedirne lo

svolgimento. Se essa non l’accetta, questo comporta la sua uscita dal processo e ha l’ulteriore conseguenza di privare la

sentenza finale dell’effetto vincolante nel separato giudizio civile per il risarcimento del danno cagionato dal reato.

L’udienza di giudizio abbreviato si svolge secondo le regole dell’udienza preliminare, con qualche adattamento.

Lo svolgimento è parzialmente diverso a seconda che la richiesta si a semplice o complessa.

Nel primo caso il giudice si avvia verso una decisione di merito, verificando innanzitutto se gli atti presenti nel fascicolo siano

sufficienti a risolvere una questione di fatto. Se sono insufficienti, ha il potere di assumere anche d’ufficio gli elementi

necessari ai fini della decisione (art 441). Quindi il potere caratteristico di questa è il potere del giudice di assumere le prove

necessarie per superare il suo eventuale stato di incertezza. E può agire d’ufficio o su sollecitazione dell’imputato.

Il p.m., di contro, perde ogni potere di svolgere ulteriore attività di indagine.

Le prove che il giudice può assumere sono varie, indipendentemente dal dispendio di tempo che la sua formazione o

assunzione può comportare, visto che l’ordinanza di ammissione è irrevocabile e quindi il giudice deve sopperire in qualsiasi

modo alle lacune in cui versa.

L’unica differenza col dibattimento sta nel modo di assunzione delle prove che segue le regole dell’udienza preliminare e non

della fase dibattimentale che si basa sul contraddittorio. Pertanto gli eventuali testimoni, coimputati, periti o consulenti

saranno interrogati direttamente dal giudice e le parti possono solo proporgli le domande. Anche l’imputato può farsi

interrogare, ma le domande, anche in questo caso, dovranno essere poste solo dal giudice, eventualmente sollecitato dalle

parti.

Nel caso di richiesta complessa, la cui efficacia abbiamo detto è subordinata all’ “integrazione probatoria”, l’imputato deve

indicare le circostanze di fatto che devono essere chiarite e i relativi mezzi di prova che l’imputato richiede da assumere. Se il

giudice ammette la richiesta sarà vincolato dal contenuto della richiesta stessa. Ovviamente vieterà le prove vietate, ma potrà

assumere anche d’ufficio quelle necessarie.

Il p.m., a differenza di un giudizio introdotto da richiesta semplice, potrà proseguire la sua attività di indagine e avrà il diritto

di chiedere ed ottenere l’ammissione di prove contrarie a quelle indicate dall’imputato nella richiesta complessa.

Di fronte all’emergere di un fatto diverso o di un fatto nuovo, si dovrà riconoscere all’imputato il diritto alla sospensione

dell’udienza e alla concessione di un termine a difesa. La Corte costituzionale infatti ha riconosciuto all’imputato il diritto di

ottenere una sospensione dell’udienza preliminare, per organizzare meglio la difesa, quando il p.m., mediante atti di indagine

suppletiva, provoca un mutamento “a sorpresa” del quadro probatorio. Il termine a difesa, nel silenzio della legge, viene

stabilito dal giudice.

Vi sono dei problemi che riguardano specifiche ipotesi di contestazione suppletiva effettuate, nel corso del rito speciale, ex art.

423. Il caso più semplice è descritto al comma 1.

Di fronte all’emergere di un fatto diverso da quello originariamente contestato, o di fronte ad una nuova circostanza

aggravante o ad un reato in rapporto di concorso formale o di continuazione con quello oggetto del giudizio, il p.m. è tenuto a

riformulare il tema dell’accusa.

Si capisce, dunque, che il giudizio abbreviato è suscettibile di articolarsi in diverse udienze, per consentire l’integrazione

dell’attività probatoria necessaria ai fini della decisione e per garantire il diritto al contraddittorio delle parti e alla prova, specie

in occasione delle nuove contestazioni.

L’ultimo atto dell’udienza che chiude il giudizio abbreviato sono le conclusioni formulate dalle parti.

Alla fine della discussione, il giudice si ritira per decidere la causa nel merito. La legge non precisa se si deve trattare dello

stesso giudice che ha accolto la richiesta, ma la giurisprudenza si è orientata in senso affermativo.

La sentenza conclusiva del giudizio prende a modello la sentenza dibattimentale. In particolare valgono le regole di giudizio

dell’art. 529 e quindi, se al termine della discussione il giudice non fosse certo della colpevolezza dell’imputato (per esempio

valuta un’insufficienza di prove) dovrebbe emettere una sentenza di proscioglimento ex 530 2°c. La condanna presuppone che

la responsabilità penale sia dimostrata. Al momento della condanna, il giudice del giudizio abbreviato deve diminuire di un

terzo la pena in concreto considerata (cioè tenendo conto di aggravanti etc.). Fa eccezione l’ergastolo che viene convertita in

30 anni di reclusione.

La sentenza può anche contenere capi civili riguardanti il risarcimento del danno scaturente da reato. Infatti se la parte civile

ha accettato la richiesta di giudizio abbreviato, il giudice sarà investito del potere di soddisfare la sua pretesa risarcitoria.

La sentenza divenuta definitiva è destinata ad avere effetti vincolanti nel separato giudizio civile di risarcimento danni, sempre

a condizione che la parte abbia accettato il giudizio abbreviato. Avrà comunque effetti vincolanti per il giudice civile (cioè

anche se la parte civile non abbia accettato il giud. abbr.) se la sentenza è di condanna, tranne espressa opposizione della

parte civile che non l’aveva accettato.

Diversamente dalla sentenza di patteggiamento, questa sentenza sarà appellabile, anche se nei limiti fissati dall’art. 443.

Troviamo limiti oggettivi, imposti cioè a tutti i soggetti del processo, tanto che è sempre escluso l’appello contro le sentenze di

proscioglimento, quando l’impugnante mira ad ottenere una diversa forma assolutoria. Non sono appellabili le sentenze di

condanna a pena pecuniaria.

Il p.m. e la parte civile non possono appellare le sentenze di condanna, salvo che non riguardino un titolo di reato diverso da

quello specificato a suo tempo nell’imputazione. La giurisprudenza impedisce al p.m. non solo di appellare le sentenze di

condanna in via principale, ma anche in via incidentale, perché l’appello in via incidentale può essere proposto solo da quella

parte titolata a proporre l’appello in via principale.

Il rito dell’appello della sentenza emessa in seguito a rito abbreviato deve svolgersi in camera di consiglio.

Nel corso dell’appello possono essere assunte anche altre nuove prove.

PROCEDIMENTI SPECIALI

(Applicazione di pena su richiesta di parti)

La caratteristica di questo rito speciale è la volontaria sottomissione dell’imputato alla sanzione penale.

L’attuale disciplina è il frutto di un’evoluzione che ha visto la prima tappa in una legge del 1981 e che attribuiva all’imputato la

facoltà di provocare la chiusura anticipata del processo e di evitare il dibattimento, chiedendo l’applicazione di sanzioni

sostitutive delle pene detentive brevi. La disciplina più dettagliata ora trova collocazione nel codice.

Il patteggiamento è esperibile attualmente per una serie cospicua di reati, identificati nell’art. 444 comma 1° attraverso il

riferimento alla sanzione applicabile. Rientrano pertanto in questa cerchia i delitti e le contravvenzioni punibili con pena

pecuniaria oppure con una delle sanzioni sostitutive previste dalla legge 689/81 oppure con una pena detentiva non superiore

a 2 anni. La pena pecuniaria può essere applicata congiuntamente alla pena detentiva, che deve essere determinata

computando le eventuali circostanze e delle diminuzioni di pena. Quindi oggi, grazie alle cospicue diminuzioni di pena possibile

anche con il bilanciamento tra circostanze aggravanti e attenuanti, potrebbero entrare nella categoria anche reati punibili con

pena detentiva superiore a due anni.

Fulcro essenziale è l’accordo sulla pena da applicare, concluso tra le parti principali del processo (imputato e p.m.). Basta il

disaccordo tra le due per rendere inapplicabile il patteggiamento.

L’accordo è la condizione necessaria ma non sufficiente, per tale soluzione processuale, perché bisogna garantire il rispetto del

principio della indisponibilità e obbiettività della norma penale.

L’oggetto dell’accordo è l’intesa della pena da applicare.

Dal punto di vista dell’imputato, ciò comporta una serie di rinunce a diversi diritti che invece gli sarebbero stati garantiti se

avesse scelto di seguire la procedura ordinaria.

Perde infatti:

1. il diritto alla prova, accettando di essere giudicato sulla base degli atti probatori presenti nel fascicolo delle indagini

preliminari

2. il diritto a controvertere sul fatto e sulla sua qualificazione giuridica

3. il diritto di controvertere sulla specie e la misura della pena da applicare

Tuttavia l’imputato può avere una serie di vantaggi:

1. ha innanzitutto uno sconto di pena. Infatti la sanzione, che otterrebbe in concreto applicabile in seguito al normale

dibattimento, va diminuita fino ad un terzo (la frazione ex 444 allude all’entità dello sconto e non della pena)

2. viene affrancato dall’obbligo di pagare le spese processuali

3. non gli si applicano le pene accessorie e le misure di sicurezza, eccetto la confisca obbligatoria dei corpora delicti

4. La sentenza non viene pubblicata, con conseguente mancanza degli eventuali danni all’immagine specie per le persone

abbastanza note.

5. La sentenza patteggiata non è riportata nel casellario giudiziale a richiesta dell’interessato, quindi non pregiudica la

posizione dell’imputato nelle sedi extrapenali, poiché non è idonea a fare stato in sede civile o amministrativa.

Dal punto di vista dell’accusa, la scelta del patteggiamento comporta la rinuncia a controvertere sulle questioni di fatto e di

diritto connesse al tema dell’imputazione, con conseguente risparmio di risorse del p.m.

Diversamente dall’imputato, però, il p.m. deve effettuare la sua scelta sulla base di parametri oggettivi e non in base a

valutazioni di opportunità. Nonostante la legge non dica nulla in proposito, si ritiene che il p.m. possa manifestare il proprio

consenso solo dopo aver appurato che il materiale di indagine è sufficiente per applicare la pena richiesta; che la qualificazione

giuridica assegnata al fatto descritto è corretta e infine che la sanzione è congrua rispetto alla gravità del fatto e alla

personalità del reo.

In realtà il p.m. non è tenuto a spiegare le sue ragioni che lo spingono a optare per il patteggiamento ma ciò non toglie che

deve seguire questi criteri, perché se perseguisse fini di politica criminale, trascenderebbe i limiti delle sue attribuzioni. E

nonostante non sia prevista una motivazione, il p.m. dovrebbe riflettere sul prestare il suo consenso per evitare che

l’incompletezza dell’indagine sfoci in un’improvvisa assoluzione.

Il giudice, prima di pronunciarsi sul merito della questione, deve verificare l’ammissibilità della richiesta di patteggiamento,

tranne se non ricorre uno dei casi previsti dall’art. 129, nel qual caso sarebbe tenuto a pronunciare sentenza di

proscioglimento. Il giudice deve verificare che il reato rientri tra quelli suscettibili di essere definiti con questo procedimento,

che la qualificazione giuridica prospettata dalle parti sia corretta e che la pena sia congrua.

Il dissenso opposto alla richiesta dell’imputato, invece, deve essere sempre motivato, ex 446.

Il dissenso del p.m. non pregiudica il contenuto della decisione, perché al massimo si tarda l’applicazione della pena,

ogniqualvolta il giudice del dibattimento ritenga ingiustificato il dissenso stesso. E comunque spetta al giudice del merito

l’ultima parola sulla meritevolezza dello sconto di pena che la legge offre all’imputato disposto ad accettare la pena richiesta.

Aspetti procedurali

L’atto introduttivo del patteggiamento è la richiesta presentata al giudice da una delle parti,ma l’esperibilità del rito è

subordinato alla condizione che la parte non richiedente presti il proprio consenso.

Richiesta e consenso possono essere formulati oralmente, se presentati in udienza. La forma scritta è prevista negli altri casi.

Essendo un atto negoziale, il requisito fondamentale è la volontarietà. Pertanto l’imputato deve agire personalmente o tramite

un procuratore speciale. Un vizio della volontà renderebbe invalidi sia la richiesta quanto il consenso renderebbe quindi

inammissibile il rito speciale.

La richiesta deve essere presentata nel corso dell’indagine preliminare o nell’udienza preliminare, finché le parti non abbiano

chiesto la discussione. Nei procedimento privi dell’udienza preliminare, il termine è la fase dibattimentale: entro 7 giorni dalla

notificazione del corrispondente decreto di citazione, quando si procede al giudizio immediato; prima che sia dichiarato aperto

il dibattimento nel giudizio direttissimo e in quello conseguente alla citazione diretta davanti al tribunale monocratico.

La legge non precisa quale deve essere il contenuto della richiesta, ma dai criteri imposti al giudice per verificarne

l’ammissibilità, si ricava che essa deve indicare almeno il fatto da giudicare, la relativa qualificazione giuridica e la pena da

applicare.

La richiesta presentata dal p.m. ha un contenuto particolare perché l’introduzione del rito coincide sempre con l’esercizio

dell’azione penale, pertanto richiesta e consenso devono necessariamente contenere l’atto di imputazione. Se ne ricava che il

p.m. non può presentare richiesta o consenso quando l’indagine è incompleta né quando l’esito investigativo è insufficiente per

sostenere l’accusa in giudizio (perché dovrebbe chiedere l’archiviazione).

La richiesta di patteggiamento è revocabile e modificabile dal proponente, finché non sia intervenuto il consenso dell’altra

parte. Vi è anche un altro termine previsto per l’irrevocabilità: se nel corso delle indagini preliminari viene presentata richiesta

e il Gip assegna all’altra parte un termine per esprimere il proprio consenso, nel corso di questo intervallo di tempo la richiesta

non può essere modificata né revocata.

Il giudice verificherà l’esistenza dell’accordo e l’effettiva volontà, l’appartenenza del reato alle fattispecie penali, la

qualificazione giuridica fatta dalle parti, la congruità della pena, l’assenza di cause di non punibilità.

Il giudice è vincolato al petitum, nel senso che deve applicare esattamente la pena richiesta nella specie e nella misura e non

una diversa.

Se il giudice non condivide il “progetto di sentenza” presentato dalle parti, deve rigettare la loro richiesta e quindi il

procedimento prosegue nel suo corso normale.

Quando il p.m. non presta il suo consenso alla soluzione patteggiata proposta dall’imputato, impedisce soltanto di proseguire

con il procedimento speciale, ma non di applicare la pena, nella specie e nella misura, chiesta dall’imputato. Questo accade

soprattutto quando il giudice del dibattimento o d’appello ritenga ingiustificato il rifiuto del p.m. (ecco perché è previsto

l’obbligo di motivazione per il dissenso).

Alla fine del procedimento il giudice emetterà una sentenza che però non sarà appellabile in secondo grado, perché

contrasterebbe con la natura di “accordo” che caratterizza il procedimento. L’unico caso dell’appellabilità è previsto all’art 448

2° comma riguardo al p.m. Questi infatti potrà appellare la sentenza con cui il giudice del dibattimento ha applicato la pena

richiesta dall’imputato, ritenendo ingiustificato il suo dissenso.

Abbiamo visto che il patteggiamento è una soluzione a due: cioè tra imputato e p.m. Il danneggiato non può intervenire né per

esercitare un’azione risarcitoria, né per opporsi alla definizione anticipata del processo. E se nel precedente corso del processo

(cioè prima che le parti avessero fatto richiesta di patteggiamento), il danneggiato è costretto ad abbandonare la sede penale

e far valere la sua pretesa solo in sede civile.

Risulta che, quindi, in questo tipo di procedimento, l’azione civile per il risarcimento del danno scaturente da reato è preclusa.

E la ragione si ravvisa nella natura stessa del procedimento: se infatti la soluzione viene accordata allo stato degli atti, senza

concludere per bene l’indagine, non si è certo nella sede idonea per valutare la responsabilità civile del reo.

Al massimo, il danneggiato già costituito parte civile potrà esigere dall’imputato il pagamento delle spese processuali fino a

quel momento sostenute. PROCEDIMENTI SPECIALI

(Giudizio immediato)

Giudizio immediato richiesto dall’imputato.

Fra i procedimenti speciali che sono la manifestazione di una “giustizia consensuale”, il giudizio immediato richiesto

dall’imputato occupa un posto a parte. La stessa disciplina di questo rito non è contenuta come gli altri nel VI libro, ma nel V,

dedicato alla fase preliminare del processo e, in particolare, tra le disposizioni dell’udienza preliminare. Inoltre, la rinuncia

dell’imputato nella richiesta di giudizio immediato produce effetti meramente processuali, poiché la legge non vi collega

nessuna diminuzione di pena.

Il tratto tipico di questo rito consiste nella facoltà attribuita alla parte di rinunciare all’udienza preliminare.

Il presupposto del rito è la dichiarazione con cui l’imputato rinuncia all’udienza preliminare. Essendo in gioco il diritto di

difendersi, anche qui la dichiarazione deve essere un atto personalissimo, ma è anche ammessa una procura speciale.

L’unico requisito di ammissibilità dell’atto è il rispetto del termine perla sua presentazione: almeno 3 giorni prima della data in

cui dovrebbe tenersi l’udienza preliminare.

Una volta che l’imputato opta per il giudizio immediato, l’imputato si preclude la possibilità di chiedere il giudizio abbreviato e

l’applicazione di pena ex 444 c.p.p.

Procedimenti speciali espressione di giustizia “conflittuale”

La caratteristica di questi riti è la semplificazione procedurale, che consiste nella soppressione di uno o più segmenti della fase

preliminare del procedimento di primo grado. Rilevano a questo riguardo fattori eterogenei quali l’evidente fondatezza

dell’accusa, l’esigenza di pervenire ad una decisione con celerità in ordine a taluni reati percepiti come allarmanti, la scarsa

gravità dei reati da perseguire e l’opportunità di procedere a nuove contestazione nell’udienza preliminare o nel dibattimento.

In tutti questi casi la legge processuale introduce deroghe al canone di uguaglianza e viene temperato il modo di intendere il

principio di presunzione di non colpevolezza. Sopprimere in tutto o in parte la fase preliminare del procedimento significa

discriminare i cittadini sotto il profilo della loro “probabile” responsabilità penale.

Giudizio immediato richiesto dal p.m.

Presupposto di questo procedimento è una generica evidenza della prova. Anche se la legge non lo precisa, questa deve

intendersi come la situazione di possibile colpevolezza dell’imputato a seguito dell’indagine preliminare. Se fosse il contrario, il

p.m. dovrebbe attivarsi per l’archiviazione.

Viene soppressa l’udienza preliminare.

L’evidenza della prova non deve apparire tale solo al p.m., ma anche al giudice, al quale il p.m. deve rivolgersi per ottenere la

citazione a giudizio immediato.

La legge ovviamente pone dei limiti all’accoglimento della richiesta, per evitare che il p.m. possa sperequare ingiustamente a

danno dell’imputato. La soppressione dell’udienza preliminare, infatti, priva l’imputato di un’occasione di difesa e quindi il

giudizio immediato non può essere disposto, se non dopo che la persona indagata sia stata messa in condizione di interloquire

con il magistrato penale “sui fatti da cui emerge l’evidenza della prova”.

Non è necessario che la persona indagata sia effettivamente interrogata, ma basta un invito a comparire per l’interrogatorio,

perché altrimenti sarebbe facile non presentarsi davanti al magistrato per paralizzare l’azione del p.m.

Sotto il profilo dell’economia processuale, questa procedimento sarebbe controproducente nei casi di connessione, quando si

procede cumulativamente anche per reati la cui prova “non appaia evidente”. La legge quindi prevede la separazione. Se il

giudice intenda mantenere il cumulo, deve rigettare la richiesta del p.m.

Il limite per la presentazione della richiesta è di 90 giorni dalla registrazione della notizia di reato.

L’instaurazione di questo procedimento coincide con l’esercizio dell’azione penale. Il p.m. formula l’imputazione con un atto

(richiesta) che chiama in causa il Gip. A quest’ultimo va trasmesso contestualmente il fascicolo dell’indagine con la

corrispondente notizia di reato.

Il giudice deve innanzitutto pronunciarsi sull’ammissibilità del rito speciale entro 5 giorni dalla richiesta.

Se la prova non appare evidente o manca un’altra condizione di ammissibilità, il giudice rigetta la richiesta con decreto non

motivato. Decreto non motivato sarà anche la forma dell’atto con cui il giudice accetta la richiesta.

L’assenza di motivazione rende insindacabili, nel merito, entrambi questi procedimenti processuali e in particolare lo stato di

evidenza della prova verrà giudicata dal Gip e non può essere oggetto di discussione.

Se il giudice ammette la richiesta, ma non si è fatto l’invito a comparire per l’interrogatorio, l’atto è affetto da nullità

intermedia.

Il decreto che accoglie la richiesta dispone anche il giudizio immediato, con il quale si entra nella fase degli atti preliminari al

dibattimento.

Disposto il giudizio immediato, l’imputato può chiedere il giudizio abbreviato o il patteggiamento. La richiesta deve essere

presentata nei 7 giorni che seguono alla notificazione del decreto di giudizio immediato.

Se accoglie la richiesta di giudizio abbreviato o patteggiamento, il Gip fissa un’udienza.

Se rigetta la richiesta, il procedimento continua secondo il suo normale iter.

Giudizio immediato “obbligatorio”

Il presupposto di questo procedimento non è l’evidenza della prova. Viene imposto ex lege quando vi sia stata opposizione al

decreto penale di condanna.

Nel contesto del procedimento per decreto, l’udienza preliminare è ritenuta superflua non solo perché l’accusa è saldamente

ancorata a fatti incontestabili, ma anche perché ha ad oggetto reati di scarsa gravità, che però non sono sempre agevoli da

provare. Vi possono anzi essere fatti qualificabili come contravvenzioni assai lievemente sanzionate e che presentano difficoltà

nella prova.

Pertanto alla base di questo giudizio immediato vi sta un criterio politico basato sulla tenuità del trattamento sanzionatorio.

Per ciò che riguarda lo svolgimento procedurale, questo giudizio presenta forti analogie con il rito esaminato in precedenza.

L’unica differenza risiede nell’atto introduttivo: non sarà una richiesta del p.m. ma un decreto di citazione che il Gip emette

d’ufficio, quando abbia constatato che non è più possibile nessuna via a una soluzione anticipata del processo. Da ciò si ricava

che l’instaurazione del giudizio immediato obbligatorio non coincida con il promovimento dell’azione penale.

PROCEDIMENTI SPECIALI

(Giudizio direttissimo)

Giudizio direttissimo

La caratteristica di questo rito coincide con la soppressione quasi totale dell’intera fase preliminare e in una significativa

semplificazione della fase predibattimentale. Si ricorre a questo rito il fondamento dell’accusa è a tal punto evidente da

rendere superflua non solo la verifica dell’udienza preliminare, ma anche la ricerca dei mezzi di prova solitamente attuata

nell’indagine preliminare.

Il giudizio direttissimo presuppone un evidenza qualificata degli stessi fatti. Rilevano a questo riguardo due situazioni

processuali: l’arresto in flagranza e la confessione resa a breve distanza dall’inizio dell’indagine. In tali casi l’accusa nasce

fondata.

Vi sono 2 modalità di svolgimento del giudizio direttissimo un po’ diverse a seconda che l’imputato sia privo della libertà

personale o sia invece libero.

L’imputato arrestato o in custodia cautelare, una volta chiusa l’udienza di convalida per l’arresto, è presentato direttamente dal

p.m. al giudice dibattimentale. Qui l’imputazione è contestata oralmente in udienza prima che il dibattimento sia aperto.

Con la contestazione del fatto, il p.m. provvede a formare il fascicolo del dibattimento e a consegnarlo al giudice.

Non esiste il predibattimento e quindi l’attività preparatoria necessaria al giudizio è destinata a trovare spazio nell’introduzione

dibattimentale. I testimoni possono essere presentati direttamente all’udienza senza bisogno di citazione. L’imputato può

anche chiedere un termine per meglio organizzare la sua strategia difensiva. Durante questo termine il dibattimento resta

sospeso e il difensore può prendere visione degli eventuali atti di indagine del p.m.

L’imputato libero (cioè quello rimesso in libertà dopo l’udienza di convalida o quello che non si trova in custodia cautelare) è

invece citato a comparire all’udienza di giudizio direttissimo, convocata dal p.m. nel rispetto del termine dilatorio di 3 giorni.

C’è sempre il tempo per una pur breve indagine preliminare che il p.m. può compiere con la consueta ampiezza di mezzi, fino

al decreto di giudizio direttissimo.

L’imputato ha diritto (a pena di nullità) di essere in ogni caso avvertito della facoltà di chiedere il giudizio abbreviato o il

patteggiamento, prima che sia dichiarato aperto il dibattimento.

Il giudizio abbreviato si regge su presupposti che postulano un’accusa seriamente fondata, in ragioni di evidenza probatoria

che generalmente si accompagnano allo stato di flagranza e alla confessione del reato. Nei casi di flagranza, inoltre, questo

rito è subordinato all’ulteriore condizione che l’imputato rimanga in stato di privazione della libertà personale e la praticabilità

del rito è preclusa senza un esplicito atto di consenso dell’imputato.

L’atto con cui il p.m. introduce il giudizio direttissimo costituisce un modo d’esercizio dell’azione penale, ma se il giudice ritiene

che non esiste alcun presupposto per tale procedimento, questo non può aver luogo e la legge impone la restituzione degli atti

al p.m.

Procedure speciali a carattere misto

Si tratta di quelle situazioni complesse in cui la semplificazione procedurale scaturisce da un atto imperativo del magistrato

penale e va a combinarsi con il consenso dell’imputato o con l’accordo delle parti principali del processo.

PROCEDIMENTI SPECIALI

(Procedimento per decreto)

Quando si tratta di reati lievemente puniti, la legge ammette che il provvedimento di condanna possa essere emesso alla fine

dell’indagine preliminare, senza previo contraddittorio. Il decreto sarà la forma del provvedimento di condanna, proprio per

l’assenza del contraddittorio.

La caratteristica di questo rito è l’eliminazione della fase dibattimentale attuata su richiesta del p.m. sulla base di un

parametro oggettivo: l’applicabilità in concreto di una pena pecuniaria.

Il condannato ha però la facoltà di opporsi al decreto penale. Egli ha quindi la possibilità di influire con la sua volontà sul corso

del processo, determinandone la chiusura anticipata o la prosecuzione (in caso di opposizione).

L’atto introduttivo è una richiesta del p.m. presentata al Gip, allegando il fascicolo delle indagini, entro 6 mesi dall’iscrizione

della notizia di reato. La richiesta costituisce l’esercizio dell’azione penale e deve pertanto contenere l’imputazione, la pena da

applicare che il p.m. quantifica con una diminuzione della metà del minimo della pena edittale, proprio per invogliare

l’imputato ad accettare la condanna.

Valutata l’ammissibilità della richiesta, il Gip deve rigettarla se risulta dagli atti del fascicolo di indagine che l’imputato deve

essere prosciolto con una delle formule indicate dall’art. 129 1°c. e deve restituire gli atti al p.m. Questo atto chiude

definitivamente il processo, ma è previsto il ricorso in cassazione.

La richiesta può anche essere rigettata per ragioni procedurali (osservazione del termine per la presentazione oppure

opposizione della persona offesa al procedimento se il reato è perseguibile a querela). Non è ammessa neanche quando il

giudice ritenga di dover applicare una misura di sicurezza personale o quando reputa incongrua la pena proposta dal p.m.

Se la richiesta è accolta, il giudice emette decreto penale di condanna, secondo le indicazioni dell’art. 460, fornendo una

motivazione sommaria delle ragioni della decisione. Il decreto diventerà irrevocabile e costituirà un titolo per l’esecuzione della

pena inflitta, a meno che la parte non si opponga entro 15 giorni dalla relativa notifica.

Il giudice, a tale scopo, deve inserire nel decreto a pena di nullità:

1. un avviso che ricorda all’interessato il diritto ad opporsi optando per uno dei riti speciali indicati e l’ammonizione che la

mancata opposizione renderebbe esecutiva la condanna.

2. la facoltà di nominare un difensore

La notificazione del decreto ha un ruolo importantissimo. Il condannato infatti potrebbe venire a conoscenza del procedimento

a suo carico solo nel momento della notifica, specie quando le indagini a suo carico non vengono da lui conosciute perché non

svolta con il compimento di uno degli atti “garantiti” indicati dal 369. Pertanto il legislatore garantisce l’effettività della notifica,

per scongiurare il rischio che l’imputato scopra di essere condannato quando ormai sono scaduti i termini per l’opposizione.

Scaduto il termine per l’opposizione il decreto diventa definitivo e costituisce titolo per eseguire la condanna, tranne che

l’opposizione proposta da altri coimputati, condannati con decreto per il medesimo reati, produca l’effetto estensivo previsto

dall’art 463, che può determinare una revoca del decreto stesso.

Il condannato per decreto non subisce più l’obbligo di pagare le spese processuali, né gli possono essere applicate le sanzioni

accessorie. Inoltre il reato oggetto del decreto di condanna è destinato ad estinguersi se nei cinque anni successivi(due per gli

illeciti contravvenzionali), l’imputato non commette un altro reato della medesima indole. La condanna inflitta con decreto, pur

iscritta nel casellario giudiziale, non deve essere più menzionata nei corrispondenti certificati richiesti dai privati.

Opponendosi al decreto penale, l’imputato (o il civilmente responsabile per la pena pecuniaria) perviene a un duplice risultato:

1. sospende l’esecuzione della condanna

2. impone l’accertamento del fatto in forme diverse da quelle del procedimento per decreto.

L’atto di opposizione quindi ha un duplice contenuto:

1. vale come dissenso dell’imputazione (o del civilmente responsabile) rispetto al rito speciale

2. vale come impugnazione rispetto alla condanna inflitta con il decreto

Questo atto è di prerogativa esclusiva dell’imputato o del civilmente responsabile.

Quale atto di impugnazione, presenta dei tratti peculiari:

• è privo del c.d. effetto devolutivo, poiché, una volta proposto, il processo prosegue davanti al giudice di primo grado e non

superiore.

• L’opponente non deve necessariamente indicare i motivi dell’impugnazione, ma semplicemente gli estremi del provvedimento

di condanna, la data e il giudice dello stesso.

• Il giudice non è soggetto al divieto di reformatio in peius, sicché l’opponente deve sapere che rischia di avere una condanna

più grave

• L’opposizione ha effetto estensivo, nei casi in cui il decreto sia stato pronunciato contro una pluralità di imputati per lo stesso

fatto: se presentata da uno, ha effetti su tutti gli altri e l’esecuzione del decreto si sospende per tutti, finché il processo non si

chiude con una “pronuncia irrevocabile”.

Con l’opposizione l’imputato può scegliere un altro rito speciale: il patteggiamento o il giudizio abbreviato allo stesso Gip che

ha emesso il decreto. Se non c’è consenso o accordo per una definizione anticipata del processo, si procede con citazione a

giudizio immediato.

GIUDIZIO DIRETTISSIMO SU ACCORDO DELLE PARTI

Si tratta di un caso eccezionale di giudizio direttissimo. Sappiamo che la mancata convalida dell’arresto è ostacolo

all’instaurazione del giudizio direttissimo. Se il p.m. e l’imputato vi consentono, si può ancora ammettere il giudizio

direttissimo.

Nel suo svolgimento non è diverso dal giudizio direttissimo. L’unica differenza è il presupposto: non più solo un requisito

oggettivo(l’arresto in flagranza), ma anche un elemento soggettivo: il consenso delle parti.

Non sono previste forme particolari per la presentazione del consenso. Il p.m. potrà manifestarlo semplicemente citando

l’imputato a comparire, se non ritenga opportuna l’archiviazione. Il consenso dell’imputato può essere presentato in forma

scritta o orale, anche dal suo difensore pur privo di procura ad hoc e può desumersi per facta concludentia.

LE INDAGINI PRELIMINARI E L'UDIENZA PRELIMINARE (1)

Le indagini preliminari e l’udienza preliminare trovano la loro disciplina nel libro V del codice di procedura.

Le indagini preliminari consistono nell’attività di ricerca e raccolta di informazioni che il p.m. e la polizia giudiziaria svolgono,

una volta acquisita la notizia di reato, per consentire al p.m. di esercitare o meno l’azione penale.

Se le indagini preliminari fanno emergere elementi idonei a sostenere un’accusa in giudizio nei confronti del soggetto cui è

attribuito il reato, al termine di esse il p.m. formula l’imputazione e chiede al giudice il rinvio al giudizio della corte d’assise o

del tribunale.

Se invece le indagini non fanno emergere elementi idonei a sostenere un’accusa, il p.m. chiede al giudice l’archiviazione della

notizia di reato e degli atti delle indagini preliminari.

Chiesto il rinvio al giudizio, il giudice svolge l’udienza preliminare, per valutare a fini esclusivamente procedurali, nel

contraddittorio delle parti, la fondatezza dell’accusa.

• Se la ritiene fondata dispone con decreto il rinvio dell’imputato al giudizio dell’imputato al giudice della corte d’assise o del

tribunale.

• Se la ritiene infondata, emette sentenza di non luogo a procedere.

A. Nelle indagini e nell’udienza preliminari le funzioni di p.m. sono esercite:

1. nei procedimenti per delitti consumati o tentati di cui agli artt. 416-bis e 630 c.p. (associazione di tipo mafioso e sequestro

di persona a scopo di estorsione) dal procuratore della Repubblica presso il tribunale sito nel capoluogo del distretto di corte

d’appello in cui il giudice competente ha sede.

2. in ogni altro procedimento, dal procuratore della Repubblica presso il tribunale nel cui circondario il reato risulta commesso.

Il procuratore della Repubblica esercita le funzioni di p.m. personalmente o designa un altro magistrato della procura.

Può anche designare più magistrati nello stesso procedimento se lo richiedono il numero degli indagati o la complessità delle

indagini.

Il p.m. così designato può svolgere le indagini personalmente oppure può avvalersi della polizia giudiziaria. Può compiere atti

anche nel circondario di un altro tribunale oppure chiederne il compimento al procuratore della Repubblica presso quest’ultimo.

Può capitare il contrasto tra due procure della Repubblica o perché entrambe si ritengono competenti per svolgere le indagini

nei confronti della stessa persona (contrasto positivo) o perché l’una attribuisce all’altra la competenza (contrasto negativo). Il

contrasto viene risolto dal procuratore generale presso la corte d’appello, oppure dal procuratore generale presso la corte di

cassazione, se le procure in contrasto rientrano in diversi distretti di corte d’appello. La decisione di costoro prende la forma di

decreto motivato.

Se la persona sottoposta alle indagini, la persona offesa o i relativi difensori hanno avuto notizia del procedimento e ritengono

incompetente il p.m. procedente, possono chiedere a quest’ultimo di trasmettere gli atti al p.m. del giudice che essi ritengono

competente, depositando nella segreteria della procura procedente una richiesta indicante tale giudice e, a pena di

inammissibilità, le ragioni di tale richiesta. Il p.m. investito della richiesta deve pronunciarsi entro 10 giorni. Se rigetta la

richiesta, essa può essere presentata al procuratore generale presso la corte d’appello, oppure presso la corte di cassazione se

l’ufficio ritenuto competente appartiene ad un altro distretto. Il procuratore generale entro 20 giorni, deve pronunciarsi con

decreto motivato.

La richiesta potrà essere riproposta di nuovo, a pena di inammissibilità, solo per fatti nuovi e diversi.

Per i reati elencati al 51 comma 3-bis c.p.p. troviamo il procuratore nazionale antimafia.

A. Nelle indagini e nell’udienza preliminare le funzioni di giudice sono esercitate:

1. nei procedimenti per i reati elencati al 51 comma 3-bis c.p.p. (416-bis c.p. associazione di tipo mafioso e 630 sequestro di

persona a scopo di estorsione), dal Gip del tribunale sito nel capoluogo del distretto di corte d’appello in cui ha sede il giudice

competente per la fase del giudizio.

2. in ogni altro procedimento, dal Gip del tribunale nel cui circondario risulta commesso il reato.

Di regola il magistrato che svolge la funzione di Gip non può svolgere le funzioni di Gup nello stesso procedimento

(incompatibilità), tranne se si sia limitato ad adottare le autorizzazioni sanitarie i provvedimenti per i permessi di colloquio,

corrispondenza telefonica e visto di controllo sulla corrispondenza o il provvedimento dichiarativo di latitanza.

Il Gip e il Gup devono essere magistrati del tribunale ordinario che abbiano svolto per almeno due anni la funzione di giudice

del dibattimento.

Si dice che la giurisdizione del Gip è:

1. una giurisdizione senza azione, perché al loro termine il p.m. eserciterà l’azione penale.

2. una giurisdizione semipiena, perché il Gip non svolge un procedimento e non svolge poteri autonomi per l’acquisizione

probatoria

3. una giurisdizione di garanzia, perché il Gip nel corso delle indagini preliminari pronuncia a tutela dei diritti dell’indagato e

della persona offesa nei confronti delle iniziative del p.m. e, dopo la chiusura delle indagini, in caso di archiviazione, a garanzia

del rispetto del principio di obbligatorietà dell’azione penale.

Il Gip viene anche definito giudice senza fascicolo, proprio perché non dispone di un fascicolo visto che non svolge le indagini

(a differenza del p.m.).

Il Gup invece esercita la giurisdizione dopo essere stato sollecitato dal p.m. che esercita l’azione penale. Dispone di un

fascicolo e svolge un proprio procedimento.

LE INDAGINI PRELIMINARI E L'UDIENZA PRELIMINARE (2)

Vi sono anche dei soggetti privati che possono essere interessati alle indagini e all’udienza preliminare. Essi sono:

1. la persona sottoposta alle indagini preliminari, cioè la persona a cui è attribuita la commissione di un reato e contro cui si

svolgono le indagini. L’iscrizione del suo nome nel registro delle notizie di reato non ha valore costitutivo, ma ricognitivo,

perché la polizia svolge le indagini anche prima dell’iscrizione del nome nel registro e la giurisprudenza considera validi gli atti

compiuti dal p.m. dopo la ricezione della notizia di reato e prima dell’iscrizione del nome.

2. l’imputato, ossia la persona che era sottoposta alle indagini preliminari e che ha acquistato tale qualità per effetto

dell’esercizio dell’azione penale, ossia per effetto dei seguenti atti:

• richiesta di rinvio a giudizio

• citazione diretta

nei riti speciali:

• richiesta di applicazione della pena ex 477 c.p.p. 1° comma

• richiesta di giudizio direttissimo

• decreto di citazione al giudizio direttissimo

• richiesta di giudizio immediato

• decreto penale di condanna

La qualità di imputato si perde nel momento in cui la sentenza di non luogo a procedere non può essere più impugnata. Si

riacquista quando tale sentenza viene revocata ex 60 c.p.p. 3° comma.

3. la persona offesa dal reato, che può presentare denuncia, querela, istanza di procedimento, può richiedere la notizia

dell’esistenza delle indagini preliminari e, dopo aver nominato un difensore, può intervenire alle indagini presentando memorie

o indicando elementi di prova al p.m. o al giudice.

Il danneggiato civilmente dal reato, se non è anche persona offesa, non può partecipare alle indagini preliminari, tranne se la

persona offesa non sia deceduta a causa del reato perché i diritti e le facoltà di questa possono essere esercitati dai prossimi

congiunti.

4. la persona offesa e i suoi prossimi congiunti non possono partecipare all’udienza preliminare se non si costituiscono parte

civile. Possono però prestare il consenso all’intervento nelle indagini o nell’udienza preliminare per esercitarvi i diritti e le

facoltà della persona offesa o di un ente no profit a cui la legge riconosce la finalità di tutela degli interessi lesi dal reato

stesso.

5. chi ha subito un danno civile dal reato ed i suoi successori universali possono costituirsi parte civile per ottenere le

restituzioni e il risarcimento del danno. La costituzione deve essere fatta dopo che il p.m. abbia esercitato l’azione penale,

mediante una dichiarazione scritta notificata all’imputato e al p.m. e depositata in cancelleria, oppure presentata direttamente

all’udienza preliminare con la procura del difensore.

Sia il p.m. che l’imputato possono opporsi alla costituzione della parte civile. Devono presentare, a tal fine, una richiesta di

esclusione al giudice non oltre l’accertamento relativo alla costituzione delle parti nell’udienza preliminare, a pena di

decadenza. Il giudice pronuncia sulla richiesta con ordinanza.

Se la costituzione di parte civile avviene in ritardo, il giudice dispone d’ufficio con ordinanza la sua esclusione, prima della

dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado.

6. il danneggiato dal reato, costituitosi parte civile, può anche esercitare la sua azione anche contro il responsabile civile. Per

farlo, deve chiedere al giudice di citare il responsabile civile per l’udienza preliminare. Il responsabile civile può costituirsi in

ogni stato e grado del processo depositando nella cancelleria del giudice o all’udienza preliminare l’apposita dichiarazione con

la procura del difensore. Il responsabile civile può anche intervenire spontaneamente per far valere le ragioni proprie o

dell’imputato. Deve però farlo nell’udienza preliminare notificando la relativa dichiarazione e procura all’imputato, al p.m. e alla

parte civile e depositandole presso la cancelleria o presentandole all’udienza preliminare

7. il p.m. e l’imputato possono chiedere al giudice di ordinare la citazione per l’udienza preliminare della persona fisica o

giuridica obbligata per il pagamento della multa o dell’ammenda in caso di insolvibilità del condannato. Le norme per la sua

costituzione e citazione sono quelle del responsabile civile, in quanto compatibili.

LE INDAGINI PRELIMINARI E L'UDIENZA PRELIMINARE (3)

La notizia di reato è l’informazione che un reato è stato commesso. Può essere generica se è stato commesso da una o più

persone non identificate, oppure specifica se sono identificate. La notizia di reato fa scattare le indagini preliminari.

Nel linguaggio corrente, si usa dire notizia di reato anche per gli atti che il p.m. o la polizia giudiziaria compiono per acquisire

l’informazione che un reato sarebbe stato commesso. Pertanto si distingue la notizia nominata o tipica o qualificata, perché

disciplinata dalla legge, da quella innominata o atipica o non qualificata.

La notizia di reato costituisce un presupposto del procedimento penale, ma non fa parte di questo, visto che il procedimento

inizia con il primo atto delle indagini preliminari. Pertanto non sottostanno alle disposizioni dell’art. 190 (e quindi non c’è

l’obbligo di redazione in lingua italiana) e i termini perla sua presentazione non sono termini processuali (art. 175) e quindi

non sono suscettibili di restituzione o sospensione feriale.

Di regola, una volta acquisita la notizia di reato, il p.m. inizia d’ufficio le indagini. In alcuni casi eccezionali l’esercizio

dell’azione penale è subordinato all’esistenza di una condizione di procedibilità, ossia un fatto o un atto in mancanza del quale:

a) il p.m. non deve esercitare l’azione penale né iniziare le indagini preliminari, ma deve chiedere l’archiviazione della notizia di

reato, anche se questa appare infondata.

b) Se il p.m. procede comunque, in ogni stato e grado del processo, il giudice deve dichiarare con sentenza non doversi

procedere. Una volta che questa sentenza sia passata in giudicato, si potrà anche esercitare una nuova azione penale nei

confronti della stessa persona e per il medesimo fatto, se la condizione di procedibilità sopraggiunge.

Alcune condizioni di procedibilità si trovano nella Costituzione. Quelle disciplinate dal codice sono:

- la querela (artt. 336-340)

- l’istanza di procedimento (art. 341)

- la richiesta di procedimento (art. 342)

- l’autorizzazione a procedere (artt. 343 e 344).

L’elenco non è tassativo, perché altre leggi possono creare altre condizioni di procedibilità.

Le notizie di reato devono essere iscritte presso un registro tenuto dalla procura della Repubblica. Se la notizia è generica, il

p.m. ha termine sei mesi per chiedere al Gip l’archiviazione della notizia di reato o l’autorizzazione a proseguire le indagini

contro ignoti, ed ha 90 giorni per presentare sempre al Gip la richiesta di giudizio immediato.

Se la notizia è specifica il p.m. incorre nei termini ordinari per la richiesta dell’autorizzazione a procedere, per la conclusione

delle indagini preliminari o il rinvio a giudizio o il decreto penale di condanna o richiesta di giudizio direttissimo.

I registri tenuti dalle procure sono 4:

1. il registro delle notizie di reato contro persone ignote

2. il registro delle notizie di reato contro persone note

3. il registro delle notizie anonime di reato

4. il registro degli atti non costituenti notizia di reato

Le indagini preliminari sono segrete per evitare l’inquinamento delle prove. Anche i registri pertanto sono segreti. Tuttavia,

affinché la persona offesa e quella sottoposta alle indagini possano esercitare i loro diritti di azione e difesa, possono chiedere

al p.m. di comunicare se risulti iscritta una notizia di reato.

LE INDAGINI PRELIMINARI E L'UDIENZA PRELIMINARE (4)

La polizia giudiziaria, una volta acquisita la notizia di reato ed eventualmente averla comunicata al p.m., può svolgere le

indagini preliminari di propria iniziativa, finché il p.m. non ne assuma la direzione. La polizia può svolgere sia un’attività

formale di indagine (cioè specificamente regolata dalla legge), sia un’attività informale (il caso contrario).

Nell’ambito dell’attività formale, che per lo più è subordinata all’urgenza o altri presupposti particolari ed è limitata nel tempo,

troviamo i seguenti atti:

1. la polizia giudiziaria deve identificare la persona sottoposta alle indagini e le persone che possono fornire informazioni. Ai

fini dell’identificazione, può compiere rilievi dattiloscopici, fotografici e antropometrici e altri accertamenti e deve invitare

l’indagato ad eleggere il suo domicilio per le notificazioni.

2. deve accompagnare l’indagato o la persona informata dei fatti che rifiuta di farsi identificare o fornisca documenti o

generalità falsi, nei propri uffici e la trattengono per il tempo necessario per l’identificazione (che però in ogni caso non può

essere superiore alle 12 ore), dando immediatamente comunicazione al procuratore della Repubblica.

3. acquisisce sommarie informazioni (c.d. interrogatorio di polizia) dalla stessa persona con le stesse garanzie previste all’art

64, e quindi avvertendola della facoltà di non rispondere alle domande diverse da quelle relative all’identificazione.

4. può acquisire notizie utili sull’immediata prosecuzione delle indagini sul luogo e nell’immediatezza del fatto dalla persona

indagata, anche se arrestata o fermata e anche se il difensore è assente.

5. riceve dall’indagato, anche se arrestato o fermato e anche in assenza del difensore, dichiarazioni spontanee. Tali

dichiarazioni, però, potranno essere utilizzate in dibattimento solo ex 503 3° comma, cioè solo per le contestazioni all’imputato

che sottostia all’esame e una volta contestate possono essere utilizzate dal giudice per valutare la credibilità dell’imputato ma

non come prova dei fatti dichiarati.

6. assume sommarie informazioni dalle persone informate dei fatti, osservando le disposizioni in tema di incompatibilità di

testimonianza, obblighi del testimone e facoltà o obbligo di astensione. La persona informata dei fatti che renda false

dichiarazioni può incorrere nei reati di calunnia o favoreggiamento personale. Se dall’audizione della persona, emergono indizi

di reità a suo carico, la polizia deve interrompere l’atto e invitarla a nominare un difensore avvertendola che le indagini

potranno essere iniziate nei suoi confronti.

7. assume informazioni anche dalle persone indicate dall’art 210, cioè quelle indagate o imputate in un altro procedimento

connesso ex art 12 o collegato ex 371 2° comma lett. b). Tali persone sono avvertite della facoltà di non rispondere e sono

assistite da un difensore.

8. in caso di flagranza di reato o evasione, la polizia può compiere la perquisizione della persona o del luogo in cui abbiano

fondato motivo di ritenere che si siano cose o tracce pertinenti al reato. Deve però comunicare entro le 48 ore dal compimento

dell’atto il verbale della perquisizione al procuratore della Repubblica, che deve pronunciare sulla convalida entro 48 ore dalla

ricezione.

9. se vi è pericolo che le cose o le tracce pertinenti al reato si disperdano o si alterino, compie i necessari rilievi e accertamenti

sui luoghi, cose e persone, senza sconfinare nell’ispezione personale, e sequestra il corpo del reato e le cose ad esso

pertinenti.

10. trasmette intatti al procuratore i plichi sigillati o altrimenti chiusi che abbia acquisito. Se però vi sia fondato motivo di

ritenere che essi contengano elementi utili all’individuazione di fonti di prova che a causa del ritardo si potrebbero perdere,

informano col mezzo più rapido il p.m. che può autorizzarli all’apertura immediata.

11. può sospendere l’inoltro, informando il p.m., di plichi, lettere, valori, telegrammi in giacenza presso gli uffici postali. Se il

p.m. non dispone il sequestro entro le 48 ore, essi devono essere inoltrati.

12. se non è possibili attendere l’intervento del p.m., può procedere al sequestro preventivo delle cose pertinenti al reato la cui

libera disponibilità può aggravare o protrarre le conseguenze del reato. A pena di decadenza, il verbale di sequestro deve

essere trasmesso al p.m., il quale entro altre 48 ore, se non dispone la restituzione deve chiedere al Gip la convalida dell’atto

della polizia e l’emissione di un autonomo decreto di sequestro. Il Gip deve emettere entro 10 giorni l’ordinanza di convalida e

il decreto di sequestro, a pena di decadenza.

Una volta che il procuratore della Repubblica abbia assunto la direzione delle indagini, la polizia giudiziaria compie ancora:

1. gli atti che le vengono specificamente delegati dal p.m.

2. gli atti necessari per ottemperare alle direttive di indagine impartite dal p.m.

3. gli atti estranei a tali direttive che risultano necessari per accertare i reati ovvero sono richiesti dagli elementi

successivamente emersi.

Il p.m., una volta acquisita la notizia di reato direttamente o per la comunicazione fattane dalla polizia giudiziaria e iscrittala

nell’apposito registro, svolge le indagini preliminari necessarie per svolgere l’azione penale. Tra gli atti che compie troviamo:

1. l’interrogatorio della persona sottoposta alle indagini. Una volta ottenuta dal giudice l’ordinanza per l’applicazione di una

misura cautelare, il p.m. può interrogare l’indagato sottoposto a tale misura solo dopo che il giudice abbia svolto

l’interrogatorio di garanzia non oltre 5 giorni dall’inizio dell’esecuzione della custodia cautelare in carcere o 10 giorni dall’inizio

dell’esecuzione di ogni altra misura cautelare. L’interrogatorio deve essere verbalizzato.

2. la ricezione della presentazione spontanea dell’indagato e le conseguenti dichiarazioni spontanee. Chi sa che nei suoi

confronti si stiano svolgendo delle indagini, infatti, può presentarsi al p.m. e rilasciare dichiarazioni che avranno lo stesso

valore di interrogatorio (quindi ci vuole l’avvertimento della facoltà di non rispondere).

3. l’esame delle persone informate dei fatti. A questo proposito il p.m.:

o deve avvertire la persona esaminata della facoltà di non rendere dichiarazioni quando sia un prossimo congiunto o legata

all’indagato da altri rapporti indicati all’art. 199 3° comma (convivente, coniuge separato o matrimonio annullato)

o nei confronti delle persone informate dei fatti che invocano il segreto professionale o d’ufficio, compie gli accertamenti

necessari ed eventualmente impartisce l’ordine di deporre

o ordina al giornalista di rivelare il nome del suo informativo se la notizia da lui acquisita è indispensabile ai fini della prova del

reato e la veridicità della notizia può essere accertata solo tramite identificazione della fonte

o deve informare il presidente del consiglio dei ministri dell’intervenuta opposizione del segreto di Stato e se questo viene

confermato ed è un elemento essenziale per la definizione del reato, chiede al giudice di pronunciare sentenza di non doversi

procedere

o prende atto della dichiarazione dell’ufficiale o agente di polizia giudiziaria o del dipendente dei servizi per le informazioni e la

sicurezza di non voler rivelare il nome del proprio informatore.

La persona che renda false dichiarazioni al p.m. è punibile con la reclusioni fino a 4 anni.

4. l’esame delle persone indicate all’art 210 (persone imputate in un procedimento connesso)

5. confrontare l’indagato con gli altri indagati o con le persone informate dei fatti o con quelle ex 210, se tali soggetti hanno

reso dichiarazioni inconciliabili su circostanze importanti per l’accertamento del reato.

6. in caso di necessità per la prosecuzione delle indagini, la disposizione dell’individuazione di una persona o cosa o ciò che sia

suscettibile di percezione sensoriale

7. la disposizione con decreto motivato dell’ispezione delle persone, cose o luoghi su cui si possa ragionevolmente pensare che

ci siano tracce o altri effetti materiali del reato.

8. il compimento di rilievi segnaletici, descrittivi, fotografici, accertamenti ed ogni altra operazione tecnica, nominando, se

necessario, consulenti tecnici.

9. la disposizione della perquisizione personale della persona di cui si abbia fondato motivo di ritenere che occulti sulla persona

il corpo del reato o cose pertinenti al reato e la perquisizione del luogo dove vi sia fondato motivo di ritenere che si trovino tali

cose o dove possa eseguirsi l’arresto dell’imputato o dell’evaso. Può anche chiedere al giudice l’autorizzazione per l’ispezione,

la perquisizione o il sequestro degli uffici dei difensori e tali atti devono essere da lui esercitati personalmente, perché non

sono delegabili alla polizia.

10. la disposizione con decreto motivato del sequestro probatorio del corpo del reato e delle cose ad esso pertinenti necessarie

per l’accertamento dei fatti.

11. la richiesta al giudice dell’autorizzazione a disporre l’intercettazione di comunicazioni. Può disporla senza autorizzazione

solo nei casi di urgenza, quando vi sia fondato motivo di ritenere che il ritardo possa recare pregiudizio alle indagini.

12. disposizione nei casi di urgenza del sequestro preventivo con decreto motivato, che deve essere convalidato entro 48 ore.

13. invitare l’indagato a presentarsi ed emissione del decreto di citazione della persona offesa dal reato, delle persone

informate sui fatti, delle persone indicate al 210, del consulente tecnico, dell’interprete e del custode delle cose sequestrato,

con l’avvertimento che lo stesso p.m. potrà disporre ex 132 e 133 l’accompagnamento coattivo della persona invitata o citata

che non compaia senza legittimo impedimento. L’invito a presentarsi deve contenere la sommaria enunciazione del fatto, gli

elementi e le fonti di prova e l’avvertimento che potrà essere presentata richiesta di giudizio immediato. Deve essere notificato

con un anticipo di almeno tre giorni, salvo in caso di urgenza, un termine minore comunque sufficiente per la comparizione.

14. nell’esercizio delle sue funzioni dispone di poteri coercitivi conferiti al giudice dall’art. 131, e quindi può chiedere

l’intervento della polizia giudiziaria e, se necessario, della forza pubblica.

Nell’ambito delle indagini preliminari, la persona indagata non può non essere portata a conoscenza degli atti che si compiono.

Alcuni infatti, come l’interrogatorio o la perquisizione del suo domicilio, si compiono nell’ambito della sua conoscibilità. Il

difensore della persona sottoposta alle indagini deve presenziare all’interrogatorio di questa ed ha diritto di presenziare, anche

senza dover essere preavvisato del compimento dell’atto, alla perquisizione personale o locale, ai rilievi e accertamenti sullo

stato di persone, luoghi e cose, al sequestro e all’immediata apertura di plichi autorizzata dal p.m.

I verbali degli atti ai quali il difensore deve o può assistere sono depositati entro tre giorni dal compimento dell’atto stesso

nella segreteria del p.m. e vi rimangono 5 giorni per dare la possibilità al difensore di prenderne visione ed estrarne copia. Se

non è stato dato avviso del compimento dell’atto, è necessario notificare al difensore l’avviso di deposito e il p.m. con decreto

motivato può disporre “per gravi motivi” che il deposito venga ritardato.

Nel corso delle indagini, il difensore dell’indagato ha diritto di presenziare all’interrogatorio, al confronto del suo assistito,

all’ispezione personale, all’accertamento tecnico irripetibile e, senza aver diritto al preavviso, alla perquisizione ed al

sequestro. Nel corso delle indagini preliminari, i difensori hanno diritto di presentare memorie e richieste scritte al p.m. ma la

legge non prescrive un obbligo del p.m. di pronunciare, tantomeno entro un termine prefissato, sulle richieste presentate dai

difensori nella fase delle indagini.

Nel corso delle indagini preliminari, la polizia e il p.m. possono limitare la libertà personale dell’indagato: la polizia tramite

l’arresto e il fermo, il p.m. con il fermo.

LE INDAGINI PRELIMINARI E L'UDIENZA PRELIMINARE (5)

L’arresto e il fermo, in quanto provvedimenti limitativi della libertà personale adottati da organi non giurisdizionali, rientrano

nell’ambito di applicazione dell’art 13 Cost che dispone che:

• la legge può prevedere che essi siano emanati solo nei casi eccezionali di necessità e urgenza indicati tassativamente dalla

legge stessa

• sono provvisori, quindi hanno efficacia limitata nel tempo

• sono soggetti al controllo e all’eventuale convalida del giudice, a cui devono essere comunicati entro 48 ore dall’adozione e

su cui il giudice deve pronunciare entro altre 48 ore

• se non sono convalidati in tale termine, si intendono revocati e privi di ogni effetto.

L’arresto consiste in una restrizione della libertà personale che la polizia dispone a carico di chi è colto nella flagranza di un

reato. Si distingue tra flagranza propria e flagranza impropria. La prima si ha quando il soggetto viene colto nell’atto di

commettere il reato. La seconda si riferisce all’ipotesi in cui il soggetto viene colto subito dopo il reato (è inseguito dalla polizia

o dalla persona offesa o da altre persone e è sorpreso con cose o tracce da cui appaia che egli ha appena commesso un reato).

Nel reato permanente la flagranza dura fin quando la permanenza non sia cessata.

L’art. 380 disciplina le ipotesi per le quali per la polizia vi è l’obbligo di arresto in flagranza. Il 381 invece regola l’arresto

facoltativo. L’atto discrezionale è giustificato dalla gravità del fatto o dalla pericolosità del soggetto desunta dalla sua

personalità o dalle circostanze del fatto. Se il reato colto in flagranza è perseguibile a querela, si può operare l’arresto solo se

la querela venga presentata o se resa anche oralmente alla polizia presente. Se chi ha diritto a presentare querela ritira la

querela stessa, l’arrestato viene liberato immediatamente.

Nelle ipotesi di arresto obbligatorio per la polizia, il privato ha la facoltà di eseguire l’arresto, ma deve consegnare senza

ritardo l’arrestato e il corpo del reato alla polizia giudiziaria, che deve redigere il verbale e rilasciarne copia al privato.

Il fermo consiste nella limitazione della libertà personale che il p.m. dispone nei confronti della persona che non sia stata

sorpresa in flagranza, ma risulta gravemente indiziato di un delitto per il quale la legge prevede l’ergastolo o la reclusione

superiore nel massimo a sei anni e non inferiore nel minimo a due anni ovvero di un delitto concernente le armi da guerra e gli

esplosivi, se “specifici elementi” fanno ritenere fondato il pericolo di fuga.

Gli ufficiali e gli agenti di polizia possono operare il fermo prima che il p.m. abbia assunto la direzione delle indagini se

ricorrono gli stessi presupposti oppure, dopo che il p.m. abbia assunto la direzione delle indagini, se sia successivamente

individuato l’indiziato o sopravvengano specifici elementi che rendano fondato il pericolo che l’indiziato stia per darsi alla fuga

e non sia possibile attendere, per la situazione di urgenza, il provvedimento del p.m.

L’arresto e il fermo sono vietati quando il soggetto abbia agito in presenza di una causa di non punibilità o di giustificazione.

Quando la polizia procede all’arresto o al fermo o quando riceve in consegna l’arrestato da un privato:

1. avverte l’arrestato o fermato che ha la facoltà di nominare un difensore

2. redige il verbale che deve indicare la nomina del difensore, l’indicazione del giorno, ora e luogo in cui l’arresto o il fermo è

stato eseguito e le ragioni che lo hanno determinato

3. informa dell’arresto il p.m., il difensore, i familiari dell’arrestato o fermato (ma se vi è il suo consenso)

4. può acquisire dall’arrestato o fermato sommarie informazioni utili alla prosecuzione immediata delle indagini e può ricevere

le sue informazioni spontanee

5. liberano immediatamente l’arrestato o fermato se risulta un error in persona o si è fuori dai casi previsti per legge,

informando il p.m. della liberazione

6. mettono l’arrestato o il fermato a disposizione del p.m. al più presto e comunque non oltre le 24 ore conducendolo nella

casa circondariale o mandamentale del luogo dell’arresto o fermo. Il p.m. può anche disporre che l’arrestato o fermato sia

custodito nella sua abitazione o in altro luogo di privata dimora o luogo pubblico di assistenza o beneficenza.

7. trasmette il verbale di fermo al p.m. che ha disposto la misura se è diverso da quello del luogo in cui la stessa è stata

eseguita.

Il p.m.:

1. finché l’arrestato o fermato non sia messo a disposizione del giudice, può dilazionare il diritto del l’arrestato o fermato di

conferire con il difensore

2. previo avviso al difensore, può interrogare l’arrestato o fermato

3. dispone immediatamente con decreto motivato la liberazione nelle stesse ipotesi della polizia

4. entro 48 ore dall’arresto o fermo, chiede la convalida del provvedimento al Gip

5. se non intende partecipare all’udienza di convalida, fa pervenire al giudice le proprie richieste in ordine alla libertà personale

dell’arrestato o fermato.

Il Gip:

1. fissa l’udienza di convalida

2. all’udienza, che si svolge in camera di consiglio con la presenza necessaria del difensore, sente il p.m. sui motivi del

provvedimento e interroga l’arrestato o fermato e sente il suo difensore

3. pronuncia sulla richiesta di convalida, con ordinanza.

Se l’ordinanza non viene pronunciata entro le 48 ore, l’arresto o il fermo perde efficacia. L’ordinanza è ricorribile in cassazione.

4. a richiesta del p.m. dispone con ordinanza la misura cautelare personale della quale ravvisi i presupposti. Se non dispone

nessuna misura, ordina la liberazione, anche se l’arresto o il fermo sia stato convalidato.


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Moses

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (GENOVA, IMPERIA)
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di diritto processuale penale II e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Della Casa Franco.

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