Storia del pensiero economico
Il mercantilismo
Il Mercantilismo nell’attività economica è un periodo durato circa 250 anni, tra il 1500 e il 1750. La teoria economica del mercantilismo, fatta per lo più da autori inglesi e francesi, veniva elaborata da mercanti e uomini d’affari (quindi non economisti veri e propri).
Occorre considerare il mercantilismo come una reazione di tipo intellettuale ai problemi della sua epoca.
Tema principale: i mercantilisti tentarono di individuare le politiche più appropriate per favorire la potenza e la ricchezza della nazione. Il loro punto di partenza era che la ricchezza globale fosse fissa e dicevano che nel commercio il guadagno di qualcuno equivaleva allo stesso tempo alla perdita di qualcun altro. Dunque, esportando questo ragionamento a livello nazionale, pensavano che la ricchezza ed il potere di uno Stato poteva aumentare solo a spese di qualche altro Stato.
Per favorire la crescita economica dunque si concentrarono sul commercio internazionale e sulla bilancia commerciale. Secondo la maggior parte di questi autori lo scopo dell’attività economica era la produzione: si doveva incoraggiare la produzione, maggiori esportazioni e minori importazioni e contenere il consumo interno.
Questi economisti suggerivano anche bassi livelli di salario per 2 motivi:
- Per assicurare alla nazione un vantaggio competitivo sugli altri Paesi;
- Perché salari al di sopra del livello di sussistenza avrebbe determinato un minor sforzo competitivo (minor necessità);
La bilancia commerciale
La ricchezza di una nazione per i mercantilisti era misurata non in termini di produzione o consumo ma in termini delle sue riserve di metalli preziosi (per questo fatto poi criticati da Smith, Hume) e ciò significava che una maggiore quantità di questi poteva entrare in una nazione solo con una bilancia commerciale attiva.
Quest’ultima per i mercantilisti doveva essere sempre attiva e ciò lo si faceva incoraggiando le esportazioni, ostacolando le importazioni con dazi e tariffe e mediante l’intervento pubblico che doveva guidare l’economia e in particolare doveva stimolare la produzione.
Se i primi mercantilisti sostenevano l’idea di una bilancia attiva nei confronti di ogni singolo Paese estero, successivamente si arrivò a sostenere che era importante avere complessivamente una bilancia attiva verso il resto del Mondo.
Il contributo teorico dei mercantilisti
I mercantilisti pensavano che le leggi dell’economia potessero essere scoperte, e dunque che l’economia in sé dominata, così come le leggi della fisica. Per loro la legislazione, se disposta saggiamente, avrebbe potuto influenzare il corso degli eventi economici. Dunque erano in favore dell’intervento dello Stato.
Tra gli autori principali del Mercantilismo ricordiamo: Mun, Petty, Mandeville, Hume, Cantillon.
Tra tutti questi prendiamo in esame Davide Hume: tra tutti i mercantilisti egli può essere classificato tra coloro che con un piede ancora nel mercantilismo, già si muovevano verso l’economia politica classica.
È molto famoso per il suo meccanismo del “Price specie-flow” con il quale si opponeva al “credo” mercantilista della bilancia commerciale sempre attiva. Con questa sua teoria Hume affermava che sarebbe stato impossibile per un’economia mantenere costantemente un avanzo di bilancia commerciale, perché questo avrebbe provocato al suo interno un aumento nella quantità di oro e di argento (specie), il che avrebbe, a sua volta, causato un aumento dei prezzi.
Ma l’attivo di un Paese significava il passivo di un altro, o di altri, e ciò implicava che nello stesso tempo questo o questi stessero sperimentando una continua fuoriuscita di oro e di argento e una conseguente caduta nel livello dei loro prezzi interni.
L’economia che inizialmente sperimentasse un saldo di bilancia positivo avrebbe perciò visto ridursi le proprie esportazioni e aumentare le proprie importazioni, a causa dei suoi prezzi relativamente più alti, e il contrario sarebbe accaduto per le economie che inizialmente si fossero trovate in una situazione di disavanzo commerciale.
Il processo prevede pertanto come conclusione una correzione automatica dei saldi, attivi o passivi, delle bilance commerciali dei vari Paesi. In questo modo Hume poté dimostrare l’impossibilità per un Paese di avere una bilancia commerciale costantemente attiva.
C’è un’altra idea importante in Hume: legame tra libertà politica e libertà economica: era convinto che un ampliamento della sfera della libertà economica dovesse andare di pari passo con un ampliamento della libertà politica.
Un altro mercantilista (anche se non lo si può definire propriamente un mercantilista) importante è Richard Cantillon. Abbiamo poche notizie su di lui e il suo unico libro, andato perso per anni e poi ritrovato nel 1881 da Jevons, è “Saggio sulla natura del commercio in generale”.
Nonostante sia un’opera brillante e acuta, si può dire che l’unica persona che ne rimase influenzata fu Quesnay. L’influenza era dovuta a questa intuizione di Cantillon: il sistema di mercato era in grado di coordinare le attività di produttori e consumatori per mezzo del meccanismo dell’interesse individuale.
Le figure chiave all’interno di questo sistema capace di autoregolarsi sono gli imprenditori: essi, ricercando il proprio profitto, danno luogo a risultati che in termini collettivi risultano superiori a quelli che si potrebbero ottenere attraverso l’interferenza del governo.
Cantillon dunque a differenza degli altri mercantilisti era a favore di un libero mercato, di un “laissez faire”. Certamente il suo appello al laissez faire non fu forte e importante come quello di Smith.
La fisiocrazia = dominio della natura
La Fisiocrazia può essere considerata come la 1° scuola di economia che si ricorda. Nasce e si sviluppa prevalentemente in Francia intorno al 1750. 2-3 decenni di splendore.
Questa scuola aveva anche un esponente carismatico, una sorta di capo, François Quesnay. Essi si facevano chiamare “economisti”. Lo scopo dei fisiocratici era come per i mercantilisti quello di scoprire la natura e le cause della ricchezza delle nazioni e le politiche più efficaci per promuovere la crescita economica.
Per arrivare a ciò dunque volevano studiare e sapere come funzionasse il mercato economico e in particolare essi erano interessati al processo macroeconomico.
Punti cardine della fisiocrazia
- I fisiocratici credevano nell’esistenza di ordine naturale, o di una legge naturale che governava il funzionamento dell’economia, e che tali leggi fossero quindi indipendenti dalla volontà degli uomini: questi ultimi però avrebbero potuto studiarle e conoscerle in modo oggettivo, così come facevano con le leggi delle scienze naturali.
- A differenza dei mercantilisti, i quali pensavano che il valore si deduceva dall’atto di scambio, i fisiocratici pensavano che il valore nasceva con l’atto produttivo dunque con la produzione.
Dunque i fisiocratici si scagliarono contro la teoria mercantilistica che associava la ricchezza all’atto di scambio e al possesso di metalli preziosi e pensavano che l’origine della ricchezza andava rintracciata nell’agricoltura.
Con i fisiocratici si parla per la prima volta di “sovrappiù” o meglio “prodotto netto”. Il sistema economico a quell’epoca produceva più beni di quelli necessari a ripagare i costi reali che la società aveva sostenuto per produrli e quindi presentava un sovrappiù.
I fisiocratici si dedicarono alla ricerca dell’origine e delle dimensioni del sovrappiù nell’economia e questa loro idea culminò con l’idea di prodotto netto. I fisiocratici affermavano con certezza che l’atto produttivo che dava vita al “prodotto netto” poteva essere solamente l’atto applicato alla Terra (l’agricoltura).
Solo grazie alla Terra, per loro, si poteva dar vita ad una maggiore quantità di Output se spiegheranno il perché. In agricoltura, dopo che i vari fattori della produzione (le sementi, il lavoro, i macchinari, etc.) sono stati ripagati, il raccolto annuale lascia una parte ulteriore, che i fisiocratici interpretano come il risultato della produttività della natura.
Questa parte ulteriore, il prodotto netto, può avvenire solamente in agricoltura per i fisiocratici, solamente con il fattore produttivo della terra, mentre tutti gli altri lavori (manifattura, industria o altre attività economiche non agricole) riescono a produrre soltanto quei beni sufficienti a coprire i costi del lavoro (e dunque non c’è modo che possa crearsi il prodotto netto).
Tutte le altre attività i fisiocratici le definiscono sterili proprio per la mancanza del prodotto netto. Bisogna dire però che questa concezione rispecchia la società dell’epoca, una società in cui l’industria e in particolare la sua produttività era ancora agli inizi. L’industria su larga scala non si era ancora sviluppata.
Infine si può dire che proprio questo fatto, ovvero che il prodotto netto scaturisce solo dalla terra, portò i fisiocratici a preparare il terreno della riv. francese: consigliarono al re di sbaragliare il sistema dell’imposizione fiscale. Se l’unica cosa che conta è il prodotto netto, e si presenta sottoforma di rendita, l’unica tassa da fare è la RENDITA; quindi gli unici che dovevano pagare imposte dovevano essere i ricchi, cioè le persone che prendevano le rendite.
- La dottrina del “Free trade”: erano in favore della libertà di commercio, a differenza dei mercantilisti che vedevano nell’intervento dello Stato uno strumento.
Per i fisiocratici non serviva alcuna dottrina dello Stato. Nella loro teoria i prezzi si formavano sul mercato per mezzo dell’attività economica e tale processo di formazione dei prezzi avrebbe potuto essere studiato perché soggiaceva alla legge naturale, ed era quindi indipendente dalla volontà degli individui.
Da ciò si può capire il perché i fisiocrati non svilupparono una teoria dei prezzi, tuttavia furono in grado di giungere alla conclusione che la libera concorrenza avrebbe prodotto i prezzi migliori, e che la società nel suo insieme avrebbe tratto beneficio se ciascun individuo avesse seguito il proprio interesse personale.
L’idea di un’economia per lo più capace di autoregolarsi veniva loro dalla convinzione che esistesse un ordine naturale al di sopra delle intenzioni e dei comportamenti umani. In tal modo essi respinsero il sistema mercantilista, che imponeva dei controlli sull’economia, e assegnarono invece al governo il compito di seguire una politica di laissez faire.
Delle molte regolamentazioni governative la meno opportuna per i fisiocrati era la proibizione dell’esportazione del grano francese, che a loro giudizio manteneva basso il livello del prezzo del grano in Francia e impediva di conseguenza lo sviluppo agricolo.
Per i fisiocrati la fonte del prodotto netto era l’agricoltura, e quindi sostenevano che il laissez faire avrebbe generato un aumento della produzione agricola e, in ultima istanza, una crescita economica più sostenuta.
Il “Tableau economique”
Questa è l’opera principale di Quesnay, ma anche della Fisiocrazia stessa. Per la prima volta con i fisiocratici, in economia, abbiamo un modello economico, abbiamo la presenza di 2 diagrammi: 1° zig-zag; 2° diagramma dei “flussi circolari”.
Nel primo Quesnay divide la società in 3 classi: Classe produttiva (l’unica che darà vita al pr. netto) – Classe dei proprietari terrieri (il sovrano, la sua corte e i percettori di decima. Questa classe si appropria, tramite la rendita fondiaria, dell’intero “prodotto netto”) – Classe sterile (contraddistinta da artigiani e servitori ed è una classe composta da tutti coloro che non lavorano la terra).
Questo schema è basato sull’analogia della circolazione sanguigna e mostra come il prodotto annuo possa ripartirsi attraverso la circolazione in maniera tale da rendere possibile la sua riproduzione. Attraverso questo processo circolare tutte le classi sociali sono in grado di riprodursi inalterate ritrovandosi alla fine di ogni periodo produttivo nelle condizioni di partenza.
Ciò permette al sistema di riavviarsi, essendo state ripristinate le condizioni che lo hanno permesso in precedenza. L’analisi dei fisiocrati inizia assumendo l’esistenza di anticipazioni produttive (capitale di esercizio) fondamentali per dare l’avvio al processo economico e produttivo, in quanto con queste anticipazioni si pagheranno ad esempio i salari, i macchinari e le spese varie.
Quesnay rivela la presenza di 3 tipi di anticipazioni:
- Anticipazioni primitive: quelle che hanno reso le terre coltivabili (bestiame, edifici, attrezzi);
- Anticipazioni fondiarie: dotano i terreni delle strutture necessarie alla coltura (opere idrauliche, recinzioni, opere di miglioramento dei fondi);
- Anticipazioni annuali: quelle spese sostenute annualmente per il lavoro della coltura (salari dei lavoratori, sementi).
Secondo i fisiocrati l’ammontare del prodotto netto dipende dall’entità e dalla composizione di tali anticipazioni.
Es. dello schema: la classe produttiva disponendo di 5 miliardi all’avvio del processo produttivo, trasferisce a se stessa 2 miliardi per la reintegrazione del processo produttivo, che acquisti attrezzi per il valore di 1 miliardo dagli artigiani e che produca un sovrappiù (appropriato dai proprietari) pari a 2 miliardi.
I consumi di beni alimentari da parte della classe sterile e dalla classe dei proprietari (rispettivamente 1 e 2 miliardi), nonché l’acquisto di beni manufatti da parte della classe dei proprietari (1 miliardo) garantiscono che la posizione finale, in termini di reddito monetario, per ciascuno macro-operatore sia uguale alla sua posizione finale.
Sorge però un dubbio: non è chiaro in che modo sia possibile in questo schema, trasformare i flussi monetari in quantità fisiche. Il solo suggerimento che viene dalla lettura degli scritti fisiocratici è che i prezzi di mercato siano “bon prix”: nonostante i fisiocrati abbiano la consapevolezza del ruolo del mercato nella determinazione dei prezzi, ipotizzano la presenza del bon prix, ovvero un prezzo “consuetudinario” che riflette le abitudini di consumo e dunque il salario di sussistenza di contadini e artigiani.
Si può dire che il bon prix sia tale da garantire la riproduzione sociale in una condizione statica, e in assenza di modifiche della distribuzione del reddito. Dunque con questo schema si intende un concetto di circolarità del sistema economico e un’interdipendenza tra i vari settori dell’economia.
I fisiocratici consideravano la “tavola economica” di Quesnay come il loro supremo risultato analitico, capace di dare una rappresentazione, benché grossolana:
- Del flusso dei redditi monetari tra i vari settori dell’economia;
- Della creazione e della circolazione annuale del prodotto netto all’interno del sistema economico.
Dalla Fisiocrazia in poi è essenziale, per capire un processo economico, il concetto di prodotto netto. Un sistema che non produce un sovrappiù è condannato a ricostituire se stesso. Solo con un sovrappiù si potrà migliorare e aumentare un sistema economico.
Il pensiero economico classico (1776-1890)
L’economia politica classica, che interessa un periodo lungo oltre 100 anni nella storia del pensiero economico, fu, nelle sue varie tendenze e nei suoi principali esponenti, un fenomeno quasi esclusivamente britannico.
Tra gli autori più importanti ricordiamo: A. Smith (“Ricerche sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni”); D. Ricardo (“I Principi di economia politica e dell’imposta”); Malthus e la sua “Teoria della popolazione” e per certi versi anche K. Marx.
Il distacco più significativo dal pensiero mercantilista è che i classici come i fisiocrati credevano nel mercato libero, nel “free trade” e vedevano nel sistema economico un sistema armonioso che non richiedeva l’intervento dello Stato.
Dunque i classici hanno una visione ottimistica del funzionamento dei mercati. Erano convinti che la libertà economica fosse il mezzo per far funzionare l’economia nel modo più efficiente possibile e dunque le transazioni dovevano essere svincolate dalle interferenze del governo.
Una seconda preoccupazione caratteristica della scuola classica è data dal porre al centro della sua riflessione il fenomeno della crescita economica. Ricercavano le cause che determinano il saggio di crescita dell’economia e perciò erano interessati per lo più verso questioni macroeconomiche.
L’interesse per il fenomeno della crescita spinse i classici ad occuparsi sia del funzionamento dei mercati che del sistema dei prezzi come strumento per l’allocazione delle risorse. Lo studio della formazione dei prezzi relativi e del funzionamento dei mercati rappresentò dunque ai loro occhi il passaggio essenziale per capirne l’impatto sulla crescita economica.
Cap. 3°: Adam Smith
Egli è unanimemente considerato il primo degli economisti classici. I pensatori che maggiormente influenzarono Smith furono Hutcheson, che fu uno dei suoi insegnanti e David Hume.
Con il primo Smith condivise la condanna severa delle idee di Mandeville, che avevano avuto grande diffusione. Anche se l’ipotesi iniziale circa la natura egoistica degli uomini è la stessa, Mandeville e Smith arrivano a conclusioni opposte, con Mandeville che giunge alla convinzione che la ricerca dell’interesse personale produrrebbe conseguenze sia socialmente che economicamente indesiderabili, e ipotizza quindi la necessità di un intervento dello Stato in economia.
L’opera più notevole di Smith è intitolata “Indagine sulla natura e le cause della ri
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