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L'Italia giolittiana – E. Gentile

Capitolo 1 – Il fallimento della reazione

La caduta di Francesco Crispi e il disastroso fallimento del suo sogno imperialista sembravano dover chiudere definitivamente un periodo di infelice politica reazionaria e repressiva. Le tensioni e le agitazioni sociali provocate dalla lunga crisi che aveva investito l'economia italiana negli anni fra il 1888 e il 1895, continuarono ad essere vive nel paese, nonostante i primi segni di ripresa economica dopo il 1895. I successori di Crispi, chiamati per liquidare la sua politica reazionaria, furono al contrario indotti a tentare di arginare e frenare, con metodi non diversi da quelli adoperati dallo statista siciliano, il processo di mobilitazione sociale e l'affermazione dei movimenti socialista e cattolico. Il nuovo fallimento della politica repressiva del governo di Antonio Rudinì, che pure era nato con un progetto liberal-conservatore di rinnovamento, aveva dimostrato che questo processo non poteva essere arrestato o annientato con la violenza. I sanguinosi tumulti del maggio 1898 avevano origine contingente e, anche se assumevano carattere politico, restavano legati all'esigenza di un miglioramento delle condizioni essenziali dell'esigenza e non erano di fatto ispirati da alcun disegno rivoluzionario. La classe dirigente restava prigioniera del complesso di stato d'assedio, convinta di dover fronteggiare una insurrezione di forze antirisorgimentali che minacciavano l'esistenza dello Stato liberale. Gli anni dalla caduta di Crispi al ritorno al governo di Giolitti furono, per questi motivi, anni di crisi profonda nella classe dirigente liberale, più che per la stabilità delle istituzioni, mentre si dimostrò scarsamente fondata, nella reale consistenza dei fatti accaduti, la paura di una rivoluzione prossima a distruggere lo Stato risorgimentale.

Il governo del generale Pelloux

I fatti accaduti a Milano e in altre città e province dell'Italia centrale e meridionale segnarono la sorte del governo Rudinì, abbandonato dai suoi principali alleati e sottoposto alle accuse della maggioranza della Camera. Rudinì presentò le dimissioni ma gli fu ancora confermato l'incarico di formare un nuovo ministero, che tuttavia non riuscì a superare le difficoltà di una maggioranza parlamentare ostile ai suoi propositi repressivi. Rudinì rassegnò definitivamente le dimissioni. L'incarico di formare il governo fu dato al generale Luigi Pelloux. Egli godeva fama di liberale inoltre, come uomo della Sinistra costituzionale, era stato ministro della guerra nel primo ministero della Camera. Pelloux agì nella convinzione di dover salvaguardare le istituzioni e la monarchia innanzi tutto dalla minaccia delle forze sovversive. Il programma col quale Pelloux presentò il suo governo era moderato nelle intenzioni. Non vi era alcun serio progetto per affrontare la complessa crisi del paese, ma soltanto alcune misure per restaurare l'ordine nell'ambito e nel rispetto delle istituzioni. I compiti del nuovo ministero, dichiarò Pelloux, erano, appunto, il mantenimento assoluto dell'ordine, la tutela costante e gelosa delle istituzioni e della società, la pacificazione degli animi; all'estero, la pace più sincera, conservando le migliori relazioni con tutte le potenze amiche ed alleate. Egli manifestò il proposito di realizzare una riforma tributaria per andare incontro alle esigenze di larghi strati della popolazione meno abbiente ed alleviare il pressante carico fiscale.

Le prime iniziative del governo furono rivolte alla formulazione e alla messa in atto di opportune misure per la restaurazione dell'ordine, in modo da evitare, per il futuro, il ricorso alle repressioni violente. Ciò poneva il problema di una revisione, in senso autoritario, degli ordinamenti liberali, che era stata anticipata da una proposta di Sidney Sonnino, nell'articolo del 1897 "Torniamo allo Statuto". Nell'articolo, Sonnino aveva sostenuto che l'unica via valida per superare la crisi sociale e politica del paese era quella di ritornare ad un metodo di governo più autoritario, di tipo tedesco, applicando letteralmente lo Statuto, per restituire al re la pienezza delle sue prerogative, limitando di conseguenza quelle che il parlamento e il presidente del consiglio avevano acquisito nella prassi di oltre un ventennio.

Orientandosi secondo l'indirizzo proposto da Sonnino, il generale Pelloux chiese ed ottenne dalla Camera la proroga per un anno dei provvedimenti eccezionali adottati da Rudinì, ma tentò anche di renderli permanenti. La situazione sembrava favorevole, perché il miglioramento delle condizioni economiche avrebbe potuto attenuare i motivi delle agitazioni popolari. Il suo disegno di legge sui provvedimenti politici fu presentato alla Camera il 4 febbraio 1899. Essi prevedevano l'adozione di misure restrittive per la libertà di organizzazione, di espressione e di manifestazione; l'istituzione del domicilio coatto per condannati recidivi anche politici; il divieto di riunioni in luogo aperto, l'autorizzazione delle quali era lasciata alla discrezione dell'autorità; la possibilità, da parte dell'autorità giudiziaria, di sciogliere le associazioni considerate sovversive; la militarizzazione degli impieghi delle amministrazioni pubbliche; infine, alcune misure che limitavano la libertà di stampa. Se approvati, avrebbero dato al governo uno strumento legale per attuare una politica reazionaria. L'estrema sinistra votò, naturalmente, contro; votarono a favore i conservatori e la sinistra liberali di Zanardelli e Giolitti. Il passaggio in seconda lettura fu approvato con 310 voti favorevoli contro 93. Fra questi ultimi, vi furono anche i voti di alcuni esponenti della sinistra liberale.

Con queste misure restrittive, Pelloux si illudeva di poter creare per il futuro un argine contro le sollevazioni di massa e di restituire al governo ed alla monarchia l'autorità necessaria per garantire la stabilità delle istituzioni. Egli diede impressione di voler riprendere la via imperialista, sostenendo l'iniziativa del ministero degli esteri Canevaro, per ottenere, come altre potenze europee, la concessione di una base commerciale dal governo di Pechino. Il governo pechinese respinse la richiesta e, al rifiuto, il governo italiano pensò di rispondere con una azione militare, inviando un ultimatum alla Cina.

La maggioranza della Camera non approvava l'impresa, non ne vedeva alcun vantaggio o necessità. Per evitare la discussione parlamentare, di cui prevedeva l'esito sfavorevole, Pelloux presentò al re le dimissioni, il 3 maggio. Il re, tuttavia, gli riconfermò l'incarico e Pelloux colse l'occasione per formare un governo. Egli ebbe soprattutto l'appoggio dei liberali conservatori di Sonnino. Il nuovo governo non abbandonò tuttavia la politica reazionaria, ma ora incontrò una più vasta e decisa opposizione. Pelloux non poteva più fare affidamento sul consenso della sinistra costituzionale di Zanardelli e Giolitti, dai quali lo allontanava l'accordo con Sonnino. Nello stesso tempo dovette fronteggiare il sistematico ostruzionismo adottato dall'estrema sinistra, in occasione della discussione in seconda lettura del disegno di legge. Il governo, del resto, si trovò impreparato a difendersi dall'ostruzionismo, applicato per la prima volta in Italia, per superare la valanga delle proposte, degli emendamenti, delle eccezioni procedurali dei lunghi interventi oratorii degli oppositori. Pelloux cercò di aggirare l'ostacolo, proponendo una modifica al regolamento della Camera che, limitando il tempo di intervento dei parlamentari, avrebbero reso praticamente impossibile l'ostruzionismo ed avrebbe accelerato la procedura delle votazioni. Con il consenso del re, decise di spingersi più avanti nel tentativo di neutralizzare l'opposizione parlamentare, nel far ricorso a misure eccezionali che giunsero a toccare la incostituzionalità. Infatti, senza l'approvazione della Camera, i provvedimenti politici vennero emanati con decreto reale il 22 giugno 1899, per entrare in vigore il 20 luglio. Era un'iniziativa che minacciava i diritti parlamentari e la stessa Corte di Cassazione, più tardi, doveva dichiarare nullo il decreto legge. L'11 giugno 1899 le elezioni amministrative a Milano, per il parziale rinnovo del consiglio comunale, diedero un grande successo alla coalizione di sinistra composta dai radicali, dai repubblicani e dai socialisti. Di fronte alla crescente opposizione nel parlamento e nel paese, contro i tentativi reazionari perseguiti dal governo, il re decise di sciogliere la Camera ed indire le elezioni per il 3 e il 10 giugno 1900. I risultati elettorali furono una vittoria per le sinistre – socialisti, repubblicani e radicali – che si erano presentate nel blocco Unione dei partiti popolari: ottennero 333.995 voti, contro i 663.418 dei ministeriali. Pelloux decise pertanto di rassegnare le dimissioni il 18 giugno 1900: non era soltanto la fine di un governo ma la conclusione di un periodo caratterizzato da una politica repressiva. La caduta di Pelloux fu la sconfitta di un tentato blocco di potere, che avrebbe dovuto far perno sulla monarchia, e di una strategia politica sostanzialmente anacronistica. Di fronte alla mobilitazione delle classi popolari che manifestavano ideali antitetici a quelli della borghesia liberale, questi custodi dell'ordine, paladini di un governo forte, consideravano necessario per salvare lo Stato della destra clericale. Ma i sostenitori di questa politica – da Crispi a Pelloux – affascinati dal mito dello Stato forte riuscirono soltanto a realizzare governi deboli e violenti.

Il governo di transizione di Giuseppe Saracco

Dopo le dimissioni di Pelloux, l'incarico per la formazione del nuovo governo fu dato all'ottantenne Giuseppe Saracco, presidente del Senato, molto legato da vincoli di tradizionale fedeltà alla monarchia sabauda. Saracco non dispiaceva né alla destra né alla sinistra. La sinistra apprezzava l'impegno che aveva dimostrato nel promuovere un'inchiesta sull'amministrazione napoletana, per far luce sui torbidi e corrotti ambienti politici della città. I suoi primi atti di governo furono ispirati dal desiderio di riportare la normalità in parlamento e la tranquillità nel paese, senza far ricorso a misure repressive e limitative delle libertà statuarie. Egli affidò ad una commissione mista, nella quale erano presenti anche esponenti dell'estrema sinistra, il compito di preparare alcune modifiche del regolamento della Camera in modo da restituirle prestigio e funzionalità. Le norme elaborate dalla commissione furono approvate a grande maggioranza, con l'astensione dei sonniniani, e contribuirono a restituire un clima più sereno ai lavori parlamentari, con un compromesso che non eliminava del tutto la possibilità di un ricorso all'ostruzionismo. Il governo Saracco durò fino al febbraio 1901, ma fu turbato da un grave avvenimento che sembrò mettere nuovamente in pericolo la pacificazione del paese: l'assassinio del re Umberto I ad opera dell'anarchico Gaetano Bresci, il 29 luglio 1900.

L'idea dell'attentato era maturata negli ambienti anarchici dell'emigrazione italiana negli Stati Uniti, con lo scopo di vendicare le vittime dei tumulti del 1898 nella persona del re che aveva elogiato e decorato il generale Bava Beccaris. Nell'intenzione dell'anarchico vi era forse il proposito o la speranza di suscitare col suo gesto una sollevazione popolare. La morte del re placò per un momento i contrasti fra le forze politiche: dai conservatori ai repubblicani, dai radicali ai socialisti, la condanna del delitto e dei motivi che lo avevano ispirato fu unanime. L'assassinio non suscitò una nuova ondata di propositi antipopolari e repressivi, e i timori di un ritorno alla reazione furono allontanati del tutto dall'atteggiamento del nuovo re, Vittorio Emanuele III, salito al trono nell'agosto 1900.

La fine del governo Saracco, che durava più per la neutralità dei partiti che per forza propria, divenne inevitabile dopo i fatti di Genova, nel dicembre 1900. La città ligure era la capitale del commercio marittimo italiano e nel suo porto vi era un'intensa attività mercantile. Da tempo, i lavoratori del porto si erano organizzati in una forte Camera del Lavoro. Col pretesto che la Camera era stata costituita senza autorizzazione, il prefetto di Genova Garroni ne impose lo scioglimento. Il governo approvò il decreto prefettizio. La reazione dei lavoratori fu immediata: fu proclamato lo sciopero generale e la paralisi di un porto importante per il traffico commerciale italiano ed europeo indusse il governo a revocare il decreto e a riconoscere la legittimità di esistenza per l'organizzazione. Questo incerto e debole atteggiamento segnò la fine del governo Saracco. Un profondo rinnovamento nei metodi e nei fini della politica governativa era ormai inevitabile. L'indicazione più chiara, in questo senso, venne da Giovanni Giolitti, in un discorso parlamentare del 4 febbraio 1901, col quale fu decretata la fine del governo Saracco.

Giolitti affermò in modo deciso la necessità di riconoscere il diritto di esistenza e di libertà per le associazioni dei lavoratori, perché le istituzioni non dovevano temere i lavoratori organizzati ma l'azione di folle disorganizzate e scomposte, sulle quali era impossibile qualsiasi intervento e controllo dello Stato che non fosse la repressione violenta. Il governo non doveva essere il difensore delle classi padronali e non doveva intervenire in loro aiuto nei conflitti di lavoro. Il governo commette in questo modo un grave errore politico perché rende nemiche dello Stato quelle classi, le quali costituiscono in realtà la maggioranza del paese. Giolitti era convinto che la mobilitazione sociale delle classi più povere, operaie e contadine, era un fenomeno legato allo sviluppo dell'economia italiana. Criticando le misure repressive, Giolitti riteneva che il governo doveva essere rigoroso ma prudente nell'applicazione delle leggi contro qualsiasi turbamento dell'ordine pubblico, senza attentare alla libertà e all'esistenza delle associazioni dei lavoratori. Resistere e contrastare l'azione delle organizzazioni dei lavoratori avrebbe provocato la loro trasformazione, da strumenti di rivendicazione economica, in strumenti di lotta politica contro lo Stato, mentre esse, affermava Giolitti, non hanno e non debbono avere che un fine economico. Il discorso di Giolitti era una manovra per provocare un voto di sfiducia e il passaggio del potere nelle mani di Sonnino: per impedire ciò, la sinistra costituzionale fece presentare un emendamento alla mozione nel quale dichiarava di non approvare l'indirizzo di governo. L'emendamento passò con 318 voti favorevoli e 102 contrari. Di conseguenza, il 7 febbraio, Saracco presentò le sue dimissioni al sovrano. I candidati alla successione erano Giolitti e Sonnino. La decisione era demandata al re, in mancanza di una chiara indicazione dal voto parlamentare. Vittorio Emanuele decise di dare l'incarico a Giuseppe Zanardelli. Capo della sinistra costituzionale. La designazione formalmente sarebbe spettata al capo della maggioranza conservatrice, cioè a Sonnino. Ma, in mancanza di una maggioranza omogenea e stabile, Vittorio Emanuele giudicò opportuno rivolgersi al capo di una minoranza costituzionale, ma anche esponente dell'indirizzo politico che aveva vinto nella crisi parlamentare di fine secolo e che avrebbe potuto riscuotere i consensi dei liberali e dell'estrema sinistra.

Il nuovo governo Zanardelli, con Giolitti come ministro degli interni, entrò in carica il 14 febbraio 1901.

Il dibattito Sonnino-Giolitti (1901)

Il governo Zanardelli segnava una vera e propria svolta nella politica interna del paese e lasciava definitivamente alle spalle il periodo dei tentativi reazionari e i sogni di restaurazione autoritaria. Il paese usciva da una lunga crisi economica, sociale, politica e morale. Lo Stato oligarchico era in crisi perché la base sociale che lo aveva sostenuto fino a quel momento era troppo esigua, esaurita e divisa da contrasti interni. Le istituzioni sembravano fragili nei momenti di crisi. Ormai, ad eccezione dei gruppi più reazionari e chiusi al mondo moderno, la classe dirigente, nelle sue diverse posizioni, riconosceva la necessità di mutare rotta e di affrontare con metodi e idee nuovi i problemi che travagliavano il paese. Bisognava restaurare un corretto funzionamento delle istituzioni e, nello stesso tempo, provvedere a risolvere i conflitti sociali, a modernizzare la legislazione nel campo del lavoro, a ricostituire su basi più moderne e funzionali i gruppi politici di ispirazione liberale. La questione dominante era la questione sociale ed economica, il problema politico fondamentale era quello di conciliare con lo Stato liberale le masse che erano rimaste estranee alla sua formazione. Il paese, riconosceva Sonnino, era ammalato moralmente e politicamente come gli avvenimenti dal 1893 in poi dimostravano. Il governo aveva perso prestigio e autorità per la mancanza di una chiara coscienza politica e per la sua instabilità. Il sistema liberale, dunque, era minacciato, oltre che dalla sua interna debolezza, dalla forze politiche estreme, contrarie ad esso, quali la clericale e la socialista mentre la maggioranza costituzione, priva di vera forza a causa delle divisioni interne del partito liberale oscillava ora verso i clericali ora verso i sovversivi. Il difetto principale del sistema politico italiano era la mancanza di un vero partito conservatore che fosse baluardo delle istituzioni contro i partiti estremi. Per Sonnino, era necessario costituire un fascio dei partiti liberali con un programma di conservazione politica e di profondo rinnovamento sociale, per sottrarre le masse ai partiti estremi.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Kristina_gv di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Punzo Maurizio.
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