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Crisi della democrazia di Ivano Granata

Capitolo 1 – Il biennio rosso (1919-20)

Attività, espansione e successi nel primo dopoguerra

Il 9 febbraio 1919 il prefetto di Milano, conte Filiberto Olgiati, rispondendo a una nota del commendator Petruzziello, capo di gabinetto del presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, tracciò un quadro dell’organismo sindacale.

“Indubbiamente Camera lavoro è in un periodo di grandissima attività (...) Essa, agitando la questione delle 8 ore e dei minimi di paga, ha impresso nuova vita alle varie leghe di lavoratori; sfrutta in ogni modo la disoccupazione. Essa subisce l’influenza dell’Avanti! e della direzione del partito perciò uscendo dal campo economico reclama l’amnistia generale, il ripristino delle libertà civili e politiche, il ritiro delle truppe alleate in Russia.”

Nelle considerazioni esposte dal prefetto si poteva cogliere una certa preoccupazione di fondo sia per l’accentuazione da parte dell’organizzazione camerale dell’attività politica vera e propria rispetto a quella tradizionale economico-rivendicativa attuata in passato, sia per il possibile inasprimento della tensione sociale che il nuovo atteggiamento assunto dal massimo organismo sindacale cittadino avrebbe potuto causare. La svolta della linea di condotta della Camera del lavoro venne ulteriormente ribadita il 6 maggio da un rapporto del questore che il nuovo prefetto, Angelo Pesce, fece trasmettere sollecitamente al ministero dell’Interno.

In effetti a partire dalla fine della guerra l’operato della Camera del lavoro subì una forte caratterizzazione sul piano politico. Non si trattava tuttavia di un brusco cambiamento di rotta ma semplicemente di un adeguamento al particolare clima del momento e alla strategia socialista. Retta da una Commissione esecutiva i cui membri, in gran parte, non solo si collocavano politicamente nell’ambito del massimalismo o dell’estrema sinistra del Psi ma erano anche esponenti di primo piano della Sezione socialista milanese, saldamente controllata dai massimalisti, la Camera del lavoro in pratica risultava così legata a filo doppio proprio con la Sezione socialista, e si trovava quindi ad agire in sintonia con essa, come fondamentali, gli stessi temi politici.

Nella valutazione della Camera del lavoro del primo dopoguerra non si può pertanto prescindere da questo aspetto; il suo operato non deve essere considerato a sé stante, ma nell’ambito di un giudizio globale sul socialismo milanese in senso lato, di cui essa rappresenta una degli elementi principali.

Accanto all’impegno politico la Camera del lavoro proseguì la sua opera di tutela e di salvaguardia dei diritti di massa operaia e si impegnò a fondo per migliorarne le condizioni salariali e di lavoro. Nel corso del 1919 la Camera del lavoro e le leghe ad essa aderenti si fecero a loro volta promotrici di scioperi e vertenze che riguardarono praticamente tutti i settori produttivi e che alla fine dell’anno ammontarono rispettivamente a 97 e a 110.

Tra le varie agitazioni, la più importante fu quella condotta dall’organismo camerale, in appoggio alla Fiom, per il conseguimento dell’orario lavorativo di 8 ore per i metallurgici, agitazione che si concluse vittoriosamente con l’accordo siglato con gli industriali il 20 febbraio. Proprio l’esito positivo spinse la Camera del lavoro a prendere analoghe iniziative nell’ambito di altre categorie e i risultati non si fecero attendere.

La Camera del lavoro ebbe ancora un ruolo determinante durante lo sciopero promosso dai metallurgici per i minimi di paga, che durò da luglio a settembre, non solo per il completo appoggio fornito alla vertenza ma anche per il sostegno economico dato agli scioperanti. Accanto alle lotte economiche l’organizzazione sindacale favorì inoltre lo sviluppo delle leghe in quei settori e in quelle categorie dove prima non esistevano, diede il proprio forte contributo alla creazione dell’Alleanza cooperativa, promosse l’istituzione di ben sei federazioni nazionali di categoria e si batte a fondo contro la disoccupazione.

Grazie all’efficacia della sua azione, la Camera del lavoro riscosse un ampio consenso tra i lavoratori ed ebbe un aumento considerevole del numero degli iscritti, che passarono dal 29.639 del 1918 ai 109.437 del 1919. Sul piano politico l’organismo camerale, in perfetto accordo con il Partito socialista, diede la sua adesione e partecipò, oltre che allo scioperissimo internazionale del 20-21 luglio, a tutta una serie di scioperi e manifestazioni indette per l’amnistia e il ripristino delle libertà di stampa, di parola e di riunione, per il ritiro delle truppe alleate dalla Russia, contro l’imperialismo e contro le violenze della polizia, per le vittime del mese di aprile (uccisione di un lavoratore da parte delle forze dell’ordine dopo un comizio, ad esempio).

Durante l’agitazione dei primi di luglio per il caroviveri, la Camera del lavoro svolse un ruolo determinante in virtù della sua autorevolezza e della capacità di controllo sulle masse. In quel particolare frangente essa dimostrò infatti, come sostenne alla fine della vicenda un membro della Commissione esecutiva, Brigati, di essere, insieme al Comune, la vera autorità morale, capace di assicurare l’ordine nella città. sulla scia degli avvenimenti che si susseguivano nelle varie località della penisola, anche a Milano le masse lavoratrici scesero per le strade e saccheggiarono i negozi. Il 5 luglio il prefetto, per evitare che la situazione degenerasse completamente, chiese l’intervento della Sezione socialista e della Camera del lavoro per concertare i provvedimenti da prendere. La Camera del lavoro formulò allora le seguenti richieste, rese note con un manifesto, da esaudirsi entro il 7 luglio, minacciando, in caso contrario, di provvedere mediante lo sciopero generale:

  • Immediato ribasso dei prezzi di tutti i generi alimentari.
  • Provvedimenti pronti ed energici contro produttori, negozianti, esercenti, che non ottemperassero al calmiere stabilito.
  • Requisizione senza indennizzo nel caso di rifiuto o di sottrazione della merce.
  • Commissioni proletarie rionali investite di autorità per la denuncia e la requisizione di generi di vendita.

Malgrado l’accoglimento delle richieste, i saccheggi continuarono. La Camera del lavoro allora assunse il controllo della situazione, inviando i propri rappresentanti in giro per la città per impedire i saccheggi e per indurre la gente a non asportare la merce. Sul piano generale la Camera del lavoro aveva indiscutibilmente conseguito un grande successo, dimostrando di essere in grado non solo di controllare con efficacia, ma anche di guidare e di incanalare verso precisi obiettivi lo spontaneismo delle masse lavoratrici e rifuggendo da inutili estremismi.

Se in quest’ottica l’azione svolta durante le agitazioni per il caroviveri aveva accresciuto il prestigio della Camera del lavoro, nondimeno essa si rivolse, in termini concreti, sterile. In merito all’agitazione per il caroviveri vale la pena di sottolineare che l’atteggiamento, tipicamente riformista, di responsabilità e di moderazione tenuto dall’organismo camerale contrastava con i postulati rivoluzionari da esso sostenuti. Queste carenze di fondo facevano sì che possibili occasioni potenzialmente rivoluzionarie, come potevano appunto essere le agitazioni per il carovita, non venissero prese nella debita considerazione e ritenute premature, con l’unico risultato di permettere a una certa borghesia mercantile-affaristica, che pure si trovava in difficoltà al punto tale da dover ricorrere alla Camera del lavoro stessa, di riprendere fiato e di proseguire sulla linea di condotta intrapresa in precedenza come se nulla fosse accaduto.

Ai primi di agosto, con la nomina della nuova Commissione esecutiva, si ebbe all’interno della Camera del lavoro un’ulteriore e più marcata accentuazione della linea d’azione in senso soviettista. Come fece prontamente rilevare il questore in un rapporto al prefetto a fine giugno, quando venne composta la lista unica dei candidati, i nuovi membri erano infatti in gran parte noti siccome professanti teorie socialiste.

L’indirizzo che la nuova Commissione esecutiva intendeva imprimere all’organizzazione sindacale venne chiaramente enunciato in un appello programma, in cui furono anche esposte le motivazioni della presentazione di una lista unica. Senza rinunciare alle tradizionali lotte in campo economico per il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, la Camera del lavoro si proponeva dunque, di concerto con il Partito socialista, come fine ultimo la trasformazione della società capitalistica in società socialista. Strumento per questa trasformazione avrebbero potuto e dovuto essere i consigli di fabbrica. Ed in effetti nel 1920 la Commissione esecutiva concentrò la propria azione in particolare sul progetto di costituzione e di attuazione concreta dei consigli.

I consigli di fabbrica: organismi politici o sindacali?

Se il 1919 era stato l’anno che aveva visto l’espansione della Camera del lavoro dopo le battute d’arresto del periodo bellico, il 1920 rappresentò il punto massimo dello sviluppo camerale. L’organismo sindacali consolidò ulteriormente il proprio ruolo guida tra le masse lavoratrici e vide aumentare ancora il numero degli iscritti, che salì a 160.436, con un incremento di più di 50 mila unità. Esso inoltre fu impegnato in 99 scioperi e 27 vertenze nei vari settori della produzione, favorì il potenziamento e l’ampliamento delle singole leghe e partecipò, come l’anno precedente, a numerose manifestazioni a carattere o con sfondo politico, di cui le principali riguardarono l’aumento degli affitti, del prezzo del pane e di quello dei biglietti dei tram interprovinciali, gli scioperi dei ferrovieri, dei dipendenti comunali e dei bancari, l’opposizione all’introduzione dell’ora legale, la reazione in Ungheria, il tentato assalto nazionalista al Comune, l’aggressione a Serrati, ecc.

Accanto alla consueta attività politico-sindacale la Camera del lavoro si impegnò a fondo, insieme alla Sezione socialista, per creare i consigli di fabbrica. A questo proposito però sorse subito un grosso equivoco che avrà ripercussioni principali proprio durante il momento rivoluzionario dell’occupazione delle fabbriche. L’elaborazione del progetto costituivo dei consigli fu infatti affidata alla Camera del lavoro e non al direttivo della Sezione socialista. Pur tenendo conto sia dell’interscambiabilità dei ruoli tra dirigenti camerali e dirigenti di partito, sia del fatto che Ernesto Schiavello, incaricato della messa a punto del progetto, apparteneva alla sinistra socialista, sia, infine, della decisione della Camera del lavoro di portare il nuovo progetto, per la sua parte politica, alla Sezione socialista prima che al proprio Consiglio camerale, questa scelta dimostrava che all’interno del socialismo milanese vi era poca chiarezza sulla funzione che i consigli avrebbero dovuto ricoprire e non era stato superato il dualismo, che avrebbe dovuto essere riassorbito proprio attraverso la creazione del consiglio tra organismo politico e organismo sindacale.

L’errore di fondo andava ricercato tra le affermazioni formalmente comuniste e la finalità sostanziale verso la quale il progetto era rivolto, quella cioè di creare i consigli di fabbrica come strumento del sindacato. In conclusione tuttavia Seassaro affermava che, nonostante tutto, il progetto Schiavello rappresentava comunque “già un passo avanti sulla via dei consigli”.

Il progetto di Schiavello infatti mirava in realtà alla trasformazione degli organismi sindacali piuttosto che alla creazione di strumenti politici necessari per cambiare la struttura della società. L’incertezza che regnava tra gli esponenti socialisti sia su che cosa dovesse intendere realmente per consiglio di fabbrica e in qualche modo esso dovesse essere realizzato, sia sulla possibilità che l’esperienza consigliare rimanesse circoscritta solamente al campo sindacale era apparsa in tutta evidenza nel corso del congresso provinciale socialista tenutosi il 25 gennaio. Con l’ordine del giorno Bianchi, invece, il Consiglio provinciale deliberava di sottoporre all’esame delle assemblee di sezioni lo schema della direzione del Partito socialista per la costituzione dei consigli degli operai e dei cittadini, richiamandosi alle dichiarazioni del segretario del partito affermanti che i consigli degli operai e dei contadini devono essere organismi politici da non confondersi con i consigli di fabbrica, che sono organismi economici-tecnici, e dichiarava che la questione e costituzione dei consigli di fabbrica era argomento che riguardava la competenza degli organismi centrali politici e sindacali.

In appartenenza, le delibere segnavano la sconfitta dei massimalisti che risultavano incapaci di imporre ai consigli una marcata connotazione politica e di creare degli organismi rivoluzionari. In una situazione di questo genere la costituzione dei consigli di fabbrica in chiave unicamente sindacale diventava una scelta quasi obbligata. Confinata nell’ambito sindacale, la questione della creazione dei consigli di fabbrica non si presentava però in modo semplice nemmeno all’interno della stessa Camera del lavoro, dove esistevano in merito contrasti e posizioni divergenti, che tuttavia rimanevano circoscritti e non venivano rese note pubblicamente in modo da non creare sconcerto tra le masse lavoratrici. Un primo progetto di istituzione dei consigli era già stato esaminato in una riunione della Commissione esecutiva il 17 dicembre 1919, ma ogni deliberazione fu sospesa di fronte alla vivace opposizione del Mariani.

In apparenza si poteva forse ritenere che Mariani giudicasse prematura la creazione di nuovi organismi prima che venisse consolidato il lavoro intrapreso dalla Camera del lavoro per organizzare a fondo tutte le varie categorie di lavoratori. In realtà, l’opposizione alla creazione dei consigli di fabbrica era dovuta al forte contrasto che esisteva tra il segretario camerale e la Commissione esecutiva. Mariani non condivideva infatti la linea d’azione della Commissione esecutiva eletta nell’agosto precedente, la quale, scriveva Alfonso Leonetti sull’Ordine nuovo, aveva “iniziato un nuovo metodo, limitando le attribuzioni della Segretaria al disbrigo delle faccende sindacali d’ordine strettamente tecnico e delegando a sé le direttive politiche generali del grande organo della vita proletaria milanese, cosa che aveva portato alla rottura di un tradizione schiettamente burocratica.

Per Leonetti il mutamento di rotta impressa alla Camera del lavoro costituiva un titolo di merito per la Commissione esecutiva, che era riuscita a imporre anche nell’ambito sindacale una rigida osservanza delle direttive del partito socialista. Mariani al contrario riteneva probabilmente che l’eccessiva politicizzazione dell’organismo camerale e una sua subordinazione troppo stretta e passiva al Psi finissero per spingere le masse lavoratrici soprattutto verso obiettivi primari di stampo politico. Tutto ciò costituiva verosimilmente un freno sulla via dello sviluppo dell’attività sindacale vera e propria, che era necessaria per consolidare, e incrementare ulteriormente, le conquiste economico-rivendicative ottenute dopo la guerra del movimento operaio e che, tutto sommato, poteva essere ritenuta lo scopo principale della Camera del Lavoro.

Da qui l’opposizione di Mariani alla creazione dei consigli di fabbrica. La loro attuazione sul piano politico avrebbe infatti comportato la totale dipendenza dell’azione sindacale dalle decisioni politiche, mentre un’attuazione limitata al solo campo sindacale avrebbe, in ogni modo, accresciuto i poteri della Commissione esecutiva e quindi accentuato ancora di più la politicizzazione. Mariani non era tuttavia in grado di opporsi con efficacia a una loro eventuale realizzazione. Per questo motivo nel gennaio del 1920 si dimise dalla carica di segretario generale.

Ammesso che esistesse ancora qualche dubbio, il modo sbrigativo e scarsamente convincente con cui veniva risolta la vicenda delle dimissioni di Mariani confermava definitivamente l’esistenza all’interno dell’organismo camerale di contrasti tra i sostenitori della linea moderata e quelli della linea rivoluzionaria, che sembravano essere in grado di prevalere. Riguardo ai consigli di fabbrica, con l’uscita di scena del moderato Mariani e il prevalere degli indirizzi della Commissione esecutiva sembrava profilarsi la soluzione di privilegiare il loro ruolo come organismi prevalentemente politici, adatti per accentuare l’aspetto rivoluzionario. Per contro, le già richiamate deliberazioni del convegno provinciale del 25 gennaio riconducevano il consiglio nell’ambito sindacale.

Il problema della costituzione dei consigli di fabbrica venne affrontato il 29 marzo 1920, quando la Commissione esecutiva si riunì, come segnalò prontamente il questore al prefetto. La commissione stabilì infatti che “il nuovo Consiglio delle leghe sarà composto di operai nominati direttamente dai singoli stabilimenti, ed il Coniglio stesso nominerà poi nel proprio seno la Commissione esecutiva. Resteranno così esclusi dal Consiglio generale e dalla Commissione esecutiva tutti i segretari i quali avranno solo funzioni amministrative e di propaganda. Inoltre le commissioni interne saranno investite dalle funzioni di consigli di fabbrica”.

Il movimento operaio milanese era estremamente disciplinato e i dirigenti camerali erano sempre in grado di tenere sotto controllo la situazione. È invece verosimile che, malgrado le apparenze di unitarismo, sul problema dei consigli di fabbrica esistessero all’interno della Camera di lavoro forti contrasti,

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Kristina_gv di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Punzo Maurizio.
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