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L'influenza del fascismo nell'area danubiano-balcanica fu molta, perché il

fascismo suscitava molte simpatie: movimenti e governi dell'area si ispireranno

alle idee del fascismo creando per l'Italia una posizione di prestigio, ma che

paradossalmente faciliterà la futura penetrazione della Germania nazista.

Diverso fu invece il rapporto con la Jugoslavia, che rimase sempre all'insegna

del sospetto, risalenti al Risorgimento, alla disputa dalmata e ai comuni

interessi per l'Albania, dove tra il 1924 e il 1926 l'Italia, come reazione alle

interferenze della Jugoslavia nella politica albanese, gettò le basi per un vero e

proprio protettorato.

Nel 1925 l'Italia stipulò un trattato che legava l'Albania economicamente

• all'Italia

pochi mesi dopo un accordo militare segreto che, in caso di bisogno,

• avrebbe trasformato l'Albania in una vera e propria testa di ponte per

eventuali operazioni italiane in area balcanica.

Nel 1926 venne stipulata poi un'alleanza difensiva, il Primo Patto di

• Tirana e poi un Secondo Patto di Tirana, nel 1927.

La politica albanese contribuì a inimicarci ancora di più la Jugoslavia, che

rinsaldò i rapporti con la Francia, rendendo poi impossibile il progetto della

Francia di creare un'alleanza fra Roma, Parigi e Belgrado. Questo patto avrebbe

stabilizzato la situazione nei Balcani per evitare una futura penetrazione

tedesca.

Era infatti dato come assodato che la Germania avrebbe annesso l'Austria

appena possibile: questo fatto avrebbe poi annullato gli sforzi dell'Italia alla fine

della IGM per avere uno Stato militarmente impotente alla frontiera (l'Austria).

Già nel 1926 erano nate delle polemiche fra Italia e Germania riguardo le

minoranze tedesche in Alto Adige, polemiche che vennero placate solamente

dal cancelliere Strasemann. Era una òrima indicazione di quanto sarebbe state

problematica la condivisione delle frontiere con la Germania.

L'Italia, essendo cosciente dell'importanza di mantenere l'Austria indipendente,

per più di dieci anni fu di sostegno a Vienna, grazie anche all'amicizia di

Mussolini con il cancelliere Dollfuss.

Invece nel 1927 la politica italiana contribuì alla destabilizzazione dell'area

attraverso la richiesta di revisione dei trattati di pace secondo il mito della

vittoria mutilata.

I primi a fare la spese del revisionismo mussoliniano furono gli jugoslavi: l'Italia

mirava all'indebolimento della Piccola Intesa legata alla Francia, sia

all'isolamento della Jugoslavia.

A partire poi dagli anni Venti il governo italiano si inserì nei conflitti interni della

Jugoslavia, tra serbi e croati, sostenendo per diversi anni il movimento ustasha

di Pavelich, dandogli asilo in Italia e occupandosi dell'istruzione militare degli

appartenenti al movimento.

Gli aiuti vennero anche ai movimenti fascisti in Romania, Bulgaria e Ungheria.

Almeno fino all'avvento del nazismo, Italia e Francia ebbero un ruolo di grande

influenza nella zona balcanica, con una rete di rapporti fitta ma poco solida,

che si disgregò completamente con l'avvento della Germania nazista.

I rapporti italo-francesi e quelli con la Gran Bretagna

Nel 1925 viene firmato il Trattato di Locarno grazie allo spirito pacifista di

Strasemann: Francia, Belgio e Germania riconoscevano le frontiere fissate a

Versailles e si impegnavano a risolvere pacificamente le controversie, mentre

Gran Bretagna e Italia erano chiamate a garantire questi accordi.

Inizia così un quinquennio di pace garantito dallo “Spirito di Locarno”,

inaugurato dal Trattato di Locarno e dal Patto Briand-Kellog (27/08/1928) di

rinuncia alla guerra.

Inizialmente Mussolini non voleva fare da garante per una diffidenza verso

l'accordo franco-tedesco, che avrebbe potuto portare a sud l'espansionismo

tedesco, però poi decise di partecipare al Patto di Locarno su spinta di

Contarini: l'esclusione dal patto avrebbe significato solo una perdita di

prestigio.

Invece i rapporti con la Francia tornarono tesi dopo un avvicinamento in

occasione dell'occupazione della Ruhr, tanto che la Francia non escludeva la

possibilità di una guerra contro l'Italia.

Per il momento il maggior motivo di attrito era la questione degli antifascisti

italiani rifugiati in Francia e della protezione loro fornita dal governo francese

(che dal 1924 era una coalizione di sinistra apertamente antifascista). Inoltre a

Parigi c'era una delle tre centrali europee del partito comunista da cui

partivano gli agenti e i propagandisti incaricati di mantenere i rapporti con

l'organizzazione clandestina in Italia. A Parigi operava anche l'Ovra (Opera

vigilanza repressione antifascista), alimentando così una guerra segreta tra i

vari servizi che non poteva essere ignorata dai governi.

Inoltre gli italiani rivendicavano il possedimento di territori francesi (Tunisia,

Corsica, Nizza e Savoia).

Un riavvicinamento tra Roma e Parigi per pochi mesi si verificò fra il 1934 e il

1935 quando divenne palese che la Germania volesse annettere l'Austria,

perché era comune interesse contenere l'espansionismo tedesco nell'area

danubiano-balcanica.

Diverso era invece il rapporto di Mussolini con la Gran Bretagna. C'è da

sottolineare il grande rispetto che il dice (ma anche Hitler) nutriva per i sistemi

democratici e in particolare per la Gran Bretagna, che era molto solido: mentre

durante la Terza Repubblica francese i governi si susseguivano veloci, dando

l'impressione di poca solidità, la democrazia e la classe politica britannica

avevano sempre dimostrato solidità e continuità anche in momenti di crisi. C'è

anche da dire che, al contrario della Francia, fino al 1935 i diplomatici inglese e

la stampa non risparmiarono mai le parole di lode verso Mussolini, perché, per

il mondo anglosassone, egli era apparso come il salvatore dell'Italia

dall'eversione comunista.

Entusiastiche furono le dichiarazioni di Churchill (allora cancelliere dello

Scacchiere) dopo l'incontro con Mussolini a Roma nel 1927. Le stesse reazioni

entusiastiche si registrarono in USA.

Questi appoggi favorirono la politica mussoliniana, specialmente quella estera,

ottenendo dei vantaggi:

compensazioni coloniali → 1926, cessione dell'Oltregiuba (Kenya)

• sostenimento della politica verso l'Austria

• riduzione dei debiti di guerra

• aprile 1926 → accordo sull'Etiopia (senza consultare Addis Abeba) che

• riconobbe all'Italia la facoltà di accrescere la sua penetrazione

nell'economia etiopica e di costruire una ferrovia che collegasse l'Eritrea

alla Somalia. La politica del “peso determinante”

Un tentativo di dare alla politica estera una nuova piega fu fatto da Dino

Grandi, uno dei più autorevoli gerarchi fascisti. La sua strategia consisteva

nell'aspettare, perché l'Europa non potev fare a meno dell'Italia, anche se essa

non era protagonista in Europa. Per Grandi quella dell'Italia era la politica del

“peso determinante”.

L'analisi di Grandi era giusta almeno in parte: l'Italia non era abbastanza forte

per essere la protagonista ma era indispensabile. Questa situazione sarebbe

rimasta almeno fino a quando il paese non sarebbe diventato una potenza

militare. Qui Grandi toccava il tasto dolente dell'arretratezza dell'esercito

italiano, nettamente indietro rispetto a quelli europei: Grandi si rendeva conto

come lo status di grande potenza andasse comunque di pari passo con la

potenza militare.

Coerentemente con questa posizione, Grandi alla Conferenza di Londra per il

disarmo navale, Grandi insisterà sulla parità tra Francia e Italia i materia di

naviglio leggero. Mentre GB, USA e Giappone troveranno l'accordo, non si

raggiunse mai l'accordo con i francesi.

Nella politica di Grandi era necessario tenere il passo con le altre potenze per

potere raggiungere il “peso determinante”.

Ma la politica del ministro degli Esteri aveva una premessa inaccettabile per il

duce: quella dell'attesa indefinita di tempo. Quanto ci sarebbe voluto all'Italia

per diventare una grande protagonista al livello delle tre maggiori potenze

europee? Mussolini non poteva attendere anni e alla politica di Grandi mancava

la condizione principale, quella di un lungo processo di rafforzamento

economico e tecnologico, senza il quale la politica diventava avventuristica.

Decisioni come quelle del 1928 di portare al Lira a quota 90, cioè di rivalutare

la lira per questioni di prestigio, non erano che operazioni di facciata.

Nel 1932 quindi Mussolini destituiva Grandi, riassumendo lui stesso la guida

degli Esteri. In realtà la presenza di Grandi aveva segnato una grande novità:

mentre fra il 1922 e il 1929 la politica estera si era mossa a rimorchio di quella

inglese e francese, con l'arrivo di Grandi l'Italia si era imposta con posizioni

nuove.

Dopo il licenziamento di Grandi, Mussolini impostò una politica estera più

fascista, arrivando a profetizzare l'affermazione del fascismo in Europa. Iniziava

in questo periodo l'idea dell'impresa etiopica.

Nel gennaio del 1933 Hitler ricevette il primo incarico da Hindemburg, pochi

mesi dopo venne incendiato il parlamento e vennero conferiti i pieni poteri a

Hitler.

Intanto in Portogallo era iniziata la dittatura di Salazar e in Ungheria si

costituiva un governo semi-fascista.

Alla luce di questi fatti, Mussolini pensò al Patto a Quattro, che riprendeva i

concetti fondamentali della teoria di Grandi attualizzandoli e dando per

scontato come già operante il peso determinante dell'Italia.

Il patto prevedeva un accordo tra Italia, Germania, Francia e Inghilterra per il

mantenimento della pace, la collaborazione per la soluzione delle controversie

politiche, la revisione concordata dei trattati, il tutto nello spirito e nelle regole

della società delle nazioni.

Ma il vero obiettivo di Mussolini era quello di operare una politica di mediazione

tra Francia e Inghilterra da una parte, e la Germania dall'altra: contenere il

dinamismo tedesco significava anche proteggere l'indipendenza austriaca.

Il Patto venne accettato da tutti i contraenti, ma ebbe vita breve: il testo venne

rimaneggiato e ridotto sostanzialmente a un semplice trattato di consultazione.

Firmato a Roma il 15/07/1933, venne ratificato solo da Italia e Inghilterra,

mentre la Germania non firmò perché proprio in quell'anno si era ritirata dalla

Società delle Nazioni e aveva abbandonato la conferenza per il disarmo.

Intanto nel 1934 il cancelliere Dollfuss venne ucciso, ma il tentato golpe in

Austria fallì perché Mussolini schierò delle truppe lungo il confine

nord-orientale.

Il 7/01/1935, Mussolini e il ministro degli Esteri francesi firmarono degli accordi

per la cessazione di alcuni territori confinanti con la Libia e con l'Etiopia e per la

convocazione di una conferenza danubiano-balcanica in funzione anti-tedesca .

Venne poi riconfermato l'impegno di mantenere indipendente l'Austria: durante

l'incontro, Laval sembrò concedere mano libera all'Italia in Etiopia.

Ma in realtà la dichiarazione francese era ambigua e quindi si prestò bene poi

alle future contestazioni di Laval, al momento dell'effettivo intervento italiano.

L'intesa era completata da un impegno comune a rispettare le decisioni sul

livello degli armamenti fissato dai trattati internazionali.

Un tentativo ulteriore per contenere il dinamismo hitleriano veniva fatto con la

Conferenza di Stresa a metà aprile del 1935: Francia, Italia e Gran Bretagna,

nello spirito del Trattato di Locarno del 1925 si dichiararono d'accordo

nell'opporsi con tutti i mezzi possibili al ripudio dei trattati che potesse mettere

in pericolo la pace in Europa (“in Europa” venne aggiunto da Mussolini, che

stava preparando l'attacco all'Etiopia). Nasceva così il “Fronte di Stresa”, che

seguiva la decisione di Hitler di ripristinare la leva obbligatoria.

Ma anche il fronte, come il Patto a Quattro, era destinato ad avere vita breve:

a giugno venne stipulato un accordo navale tra Germania e Inghilterra, in

• cui l'Inghilterra accettava il riarmo navale tedesco;

il 5/10/1935 Mussolini iniziò la campagna d'Etiopia, iniziando la conquista

• dell'impero. La politica imperiale

Vedi dispensa di storia sull'Etiopia

Mussolini era convinto, ottenendo il “permesso” della Francia per la conquista

dell'Etiopia, di avere ottenuto tacitamente quello dell'Inghilterra.

Ma il governo a Londra era cambiato ed era subentrato il governo conservatore

di Baldwin con Hoare come ministro degli Esteri.

I governi inglese e francese fecero una serie di proposte di compromesso che

avrebbero assicurato acquisizioni territoriali, concessioni economiche e un vero

e proprio protettorato italiano sull'Abissinia, ma Mussolini non accettò.

La volontà di conquistare l'Etiopia nasceva da:

ragioni di storia nazionale → riscattare la sconfitta di Adua

• creazione di un impero coloniale, di uno spazio vitale e di uno sbocco per

• il lavoro italiano

a causa della pressione demografica e per l'aumento della

• disoccupazione provocata dalla crisi economica mondiale

Ritardare la campagna poteva essere inopportuno, perché la situazione

internazionale minacciava di complicazioni per il futuro prossimo.

Nel corso del 1934 e del 1935 la questione etiopica concentrava le attenzioni

degli altri governi, che additavano l'Italia come aggressore, attirandole

condanne. Addirittura in Inghilterra c'era una forte maggioranza favorevole

all'adottare sanzioni economiche contro l'Italia e anche provvedimenti militari.

Nel settembre 1935 l'Inghilterra decise di spostare nel Mediterraneo la Home

Fleet, il nucleo principale della flotta, a cui Mussolini rispose con l'invio di tre

divisioni al confine tra Libia ed Egitto. In realtà nessuna delle due potenze

voleva la guerra, però Mussolini così iniziava una campagna anti-Inghilterra

(definita “perfida Albione”), presentata come un paese invecchiato, accusato di

impedire ai popoli giovani “un posto al sole”. Alla luce di questa campagna

mediatica, molte delle simpatie dei giovani italiani si trasferirono dall'Inghilterra

alla Germania.

La tensione si allentò con l'intervento dei ministri degli Esteri francese e

inglese, che decisero di non sanzionare militarmente l'Italia e di ridurre le

sanzioni economiche, ma soprattutto decidendo di lasciare aperto al traffico

militare italiano il Canale di Suez. Con queste decisioni i due governi

garantivano la condotta dell'impresa etiopica.

Le sanzioni economiche contro l'Italia era solo simboliche, perché riguardavano

l'embargo di armi con esclusione del petrolio, acciaio e carbone. Quindi i paesi

non facenti parte della Società delle Nazioni come USA e Germania si

dichiararono neutrali e osservarono l'embargo delle armi.

La conseguenze economiche delle sanzioni furono limitate: nel complesso, fece

più male la politica autarchica adottata da Mussolini, perché si rivelò costosa.

Sul piano politico le sanzioni giocavano a vantaggio del regime, che le sfruttò

per ottenere consenso popolare.

Il 9/05/1936 Mussolini annunciava la fine della campagna e la conquista

dell'Etiopia: in quel momento la nazione acquisiva il massimo grado di coesione

interna e di favore verso il governo.

Con la conclusione della guerra, Mussolini iniziò ad essere sempre più

interessato alla politica estera rispetto a quella interna, ma iniziò anche la sua

parabola discendente.

Due mesi dopo, in seguito alla vittoria del “Fronte popolare”, in Spagna scoppiò

la guerra civile: la ribellione di una parte dell'esercito sotto la guida di Franco,

sostenuta dai conservatori e dalla “Falange”, movimento filo-fascista fondato

nel 1934 da Primo de Rivera.

Franco chiese aiuti a Hitler e Mussolini: Hitler mandò alcune unità della

Luftwaffe, mentre Mussolini inviò aerei, uomini, mezzi e denaro.

Intanto a Londra inizia il Comitato per il non intervento, promosso per impedire

le partecipazioni esterne alla guerra spagnola. Proposto dalla Francia, al

comitato aderirono anche Germania e Italia, tecnicamente già in guerra a

fianco degli spagnoli. In realtà i ministri degli esteri Ribbentrop e Grandi

cercarono di ritardare l'azione del comitato.

La guerra spagnola di concluse nel 1939 con la vittoria franchista, che fu anche

la vittoria di Mussolini. Ma la guerra aveva ingoiato moltissime risorse belliche,

che incise sull'efficienza delle nostre forze armate.

La paura del comunismo stava intanto lasciando spazio alla paura del nazismo

tedesco. In Italia il regime non guadagnò né prestigio né consenso dalla

partecipazione alla guerra spagnola, perché la popolazione non aveva capito le

ragioni di quell'intervento. Ma la guerra di Etiopia e poi quella di Spagna

avviarono la politica italiana all'avvicinamento alla Germania.

L'asse Roma-Berlino

L'anno della svolta che segna l'inizio dell'avvicinamento dell'Italia alla

Germania è il 1936.

Infatti la Germania aveva:

appoggiato la campagna d'Etiopia

• riconosciuto per prima l'annessione dell'Etiopia

• preso la decisione di inviare aiuti a Franco insieme a Mussolini.

Dal canto suo Mussolini lasciava la carica di ministro degli Esteri a Ciano, ormai

suo genero, mentre il sottosegretario agli Esteri, Suvich, notoriamente cauto

nei rapporti con i tedeschi, veniva allontanato con la nomina di ambasciatore a

Washington.

Ciano in questa fase era favorevole all'alleanza con la Germania, tanto che

Mussolini dovette frenare i suoi entusiasmi: ma già il 24/10/1936 i due ministri

degli Esteri stipulavano un protocollo in cui le due nazioni si impegnavano

nella lotta al bolscevismo

• a un'azione comune nell'area danubiana per smorzare le tensioni

• esistenti.

Questi erano impegni generici che non comportavano necessariamente la

stipula di un'alleanza, ma a dargliene peso fu lo stesso Mussolini, che definì

l'accordo come “un asse intorno al quale possono collaborare tutti gli Stati

europei”.

Così quindi nacque il famoso “asse Roma-Berlino”, che fu quindi presentato

nella propaganda come un legame molto più forte di quello che in realtà era.

L'accordo alla fine andava a scapito dell'Italia, perché segnava il ritorno

dell'egemonia tedesca nella zona danubiana e quindi la progressiva perdita di

influenza italiana.

In questa fase comincia la presa di distanza dall'Austria e negli incontri nel

1936-1937 tra Mussolini e in cancelliere austriaco, il Duce consigliò di accettare

la naturale vicinanza austriaca alla Germania e dichiarò poi di non essere

contrario all'Anschluss.

L'annessione dell'Austria alla Germania che avviene un anno dopo, nel marzo

1938, è il primo prezzo da pagare dell'Italia all'amicizia tedesca: la Germania al

Brennero è ormai una realtà.

In cambio però Hitler garantisce il pieno riconoscimento dei nostri confini e il

Mediterraneo come area di esclusivo interesse italiano, dato che Mussolini

continuava a battere sul tema del Mediterraneo, volendolo fare diventare

“mare nostrum”.

Nel frattempo gli italiani, temendo la troppa influenza tedesca in area

balcanica, si riavvicinarono alla Jugoslavia, firmando un accordo tra Roma e

Belgrado (1936), che impegnava i due Paesi in buone relazioni diplomatiche.

Nel 1937 venne poi siglato il Patto di Belgrado che garantisce i confini esistenti

e la conservazione dello status quo in Adriatico.

La collaborazione tra Jugoslavia e Italia durò fino al 1939 ed era resa più solida

dall'amicizia fra i due ministri degli Esteri, avendo come conseguenza il

distaccamento jugoslavo dalla Francia.

Ma ormai, con l'aumentare dei rapporti con i tedeschi, l'Italia non agisce più in

modo autonomo e alla fine anche l'avvicinamento a Belgrado finirà per

rafforzare l'influenza tedesca in area balcanica.

La corte che la Germania faceva all'Italia per indurla a un'alleanza faceva parte

del progetto di Hitler: impegnarsi in una politica revisionista che mira a riunire

tutte le genti di lingua e cultura tedesca sotto la Germania nazista.

L'Italia fascista serviva a Hitler come copertura politica e ideologica per questa

azione, ma il dittatore tedesco sapeva che la sua azione avrebbe potuto

incontrare la reazione anglo-francese e nel corso di una guerra generale l'Italia

sarebbe servita come copertura della frontiera meridionale.

L'alleanza con l'Italia aveva quindi più carattere politico che militare, perché a

livello militare i tedeschi non nascondevano i dubbi riguardo alla preparazione

dell'esercito italiano.

Dall'Anschluss a Monaco e a Praga

Il processo di avvicinamento dell'Italia alla Germania fu talmente assecondato

da Mussolini tanto che egli perse la capacità di controllarlo.

Dopo l'Etiopia e durante la guerra di Spagna Mussolini sembra perdere di vista

la politica del peso determinante e così i rapporti con la Francia a causa

dell'Etiopia e della guerra spagnola andarono sempre più deteriorandosi.

Rimasero però i rapporti con gli inglesi: il governo di Chamberlain, amico di

Mussolini, riteneva ancora possibile un recupero di rapporti con l'Italia.

Quindi nel luglio del 1936 con un gesto distensivo l'Inghilterra ritirò la

• Home Fleet dal Mediterraneo, mentre Mussolini richiamò le truppe

italiane mandate al confine tra la Libia e l'Egitto.

Nel gennaio del 1937 le due potenze stipularono il Gentlemen's

• Agreement, che impegnava le due parti nel mantenimento dello status

quo nel Mediterraneo e il nostro paese all'abbandono, a fine della guerra,

della base alle Baleari.

Ma anche i rapporti con l'Inghilterra vennero scossi da:

dalla decisione di Mussolini di sospendere la distribuzione della stampa

• inglese in Italia a causa delle sue critiche al regime

dalla firma (1937) con Germania e Giappone del Patto Anticomintern, che

• impegnava i contraenti a una comune lotta anticomunista e a reciproche

consultazioni prima di ogni possibile accordo con l'URSS.

In seguito alla firma di questo Patto seguiva l'uscita dell'Italia dalla Società

delle Nazioni, anche perché Mussolini ne aveva sempre dubitato, visto che era

portavoce di quei principi democratici che lui voleva assolutamente combattere

sul piano interno.

La decisione di uscire dalla SdN costituiva una scelta di allineamento alla

politica del Giappone (uscitone nel 1931) e alla Germania (1935 ?) e un atto

che accresceva le distanze con Inghilterra e Francia.

Ma nonostante questo Chamberlein rimaneva ancora convinto della possibilità

di sottrarre l'Italia a un'alleanza formale con la Germania, arrivando a far

sacrificare il suo ministro degli Esteri Eden per questa convinzione, che diede le

dimissioni nel 1938, per dissensi con il primo ministro sui rapporti con l'Italia.

Il 1938 è l'anno in cui si giocano le sorti della pace.

Avviene l'Anshluss e l'Italia vi si rassegna

• il ministro degli Esteri francese vuole incontrarsi con Ciano per

• consultarsi sulla questione austriaca alla luce degli accordi Hoare-Laval,

ma Ciano dichiara di non volersi consultare con nessuno

a maggio il fuhrer svolge la visita ufficiale in Italia, dove incontrerà il re

• Vittorio Emanuele III, che non aveva mai fatto mistero dell'avversione per

Hitler. Ma Mussolini non si preoccupava di queste avversioni, per via dei

pessimi rapporti che in quel periodo intercorrevano fra lui e il re

il 30/03/1938 Mussolini tiene al Senato un discorso in cui presenta come

• inevitabile una guerra generalizzata;

qualche settimana dopo ne tiene un altro a Genova in cui attacca

• violentemente Gran Bretagna e Francia: questo attacco fu sorprendente

perché qualche giorno prima a Roma erano stati firmati i cosiddetti

Accordi di Pasqua tra Italia e Inghilterra che formalizzavano il

Gentlemen's Agreement di un anno prima sullo status quo Mediterraneo

e sull'integrità del territorio spagnolo alla fine della guerra civile. Degli

Accordi faceva anche parte il riconoscimento della conquista dell'Etiopia,

che costituiva una espressione di buona volontà e apertura da parte dei

britannici, malgrado la crescente ostilità dell'opinione pubblica inglese

verso gli italiani

ma mentre Mussolini sembrava sempre più incline a un'alleanza formale

• con la Germania, Ciano stava mettendo da parte gli iniziali entusiasmi

filo-tedeschi per fare spazio a posizioni più caute che a volte sfociavano

in vere e proprie manifestazioni di ostilità verso Hitler. Ciò che aveva

fatto dubitare Ciano era stata la scoperta dell'esistenza nel Patto

Anticomintern di un accordo segreto tra Germania e Giappone che

all'Italia non era stato rivelato al momento della firma del patto.

L'accordo consisteva nell'impegno delle due nazioni a non concludere

accordi con l'URSS senza l'assenso dell'altro.

Inoltre Hitler non aveva consultato Roma prima di conquistare l'Austria,

avvertendo solo all'ultimo minuto.

Inoltre anche l'ambasciatore italiano a Berlino, Attolico, ammetteva di

essere preoccupato per i progetti espansionistici della Germania.

Un ulteriore avvicinamento ai tedeschi fu fatto con l'introduzione anche

• in Italia delle leggi antisemite, le cosiddette leggi razziali, che

escludevano i cittadini italiani di razza ebraica

◦ dall'insegnamento e da una serie di altri uffici pubblici,

prevedevano l'espulsione degli Ebrei che non fossero cittadini

◦ italiani,

prevedevano la revoca della cittadinanza agli ebrei che

◦ l'avevano ottenuta dopo il 1918.

il fascismo fino a quel momento non aveva manifestato tendenze razziste

e quindi la decisione di adottare le leggi razziali sorprese non poco

l'opinione pubblica italiana, mettendo in allarme il mondo anglosassone.

Dopo una grande propaganda per l'annessione tedesca dei Sudeti,

• un'ampia regione della Cecoslovacchia con un consistente nucleo di

popolazione tedesca, Hitler il 26/09/1938 inviò un ultimatum al governo

ceco che affermava che, se la Cecoslovacchia non avesse ceduto i Sudeti

alla Germania, allora la Germania se li sarebbe presi con la forza. Ma la

Cecoslovacchia era alleata con la Francia, che ne garantiva la sicurezza e

quindi era pronta a smobilitarsi, mentre il governo inglese mettendo in

allarme la flotta, dando segno che, se la Germania avesse attaccato,

allora sarebbe scoppiata la guerra generale.

Il 29/09/1938 a Monaco i quattro primi ministri (Hitler, Mussolini,

• Chamberlein e Daladier) si incontrarono: la crisi rientrò e, grazie alla

mediazione di Mussolini, le richieste di Hitler furono accontentate e i

Sudeti diventarono tedeschi. Con l'Accordo di Monaco Hitler si impegnava

a non procedere con altre rivendicazioni.

1939: Ma nel 1939 Hitler, entrando a Praga, procedette con l'annessione di quel

• che rimaneva della Cecoslovacchia, che così cessava di esistere dopo

solo 21 anni

ultimi tentativi da parte di Francia e Inghilterra per trattare con l'Italia

• sulla via ormai dell'alleanza con la Germania. Mentre Chamberlain

continuava a dimostrare buona volontà riguardo alle richieste territoriali

mussoliniane, Daladier in un discorso comunicava che era disposto a fare

delle trattative sulla base degli accordi del 1935, ma escludeva

l'accoglimento delle richieste territoriali. La richiesta quindi di Nozza,

Corsica, Tunisia e Savoia poteva quindi avere due sbocchi: o l'Italia si

accontentava del deserto africano o la guerra.

In un rapporto del Gran Consiglio del fascismo di febbraio, l'Italia

• giudicava inevitabile lo scontro con la Francia

a questo punto Mussolini procede con l'alleanza con la Germania. Ma

• prima dà il via libera all'operazione che porta all'annessione dell'Albania,

per offrire una prova di forza ai tedeschi o, secondo alcuni, per imitazione

delle imprese di Hitler.

L'invasione dell'Albania (programmata un anno prima da Ciano) inizia il

7/04/1939, alcuni giorni dopo l'annessione tedesca della Cecoslovacchia.

Le trattative per un'alleanza formale con la Germania si aprirono un mese

dopo a Milano con l'incontro tra Ciano e il ministro degli Esteri tedesco

Ribbentrop. Il Patto d'acciaio

Nelle originali intenzioni di Mussolini l'alleanza tra Germania e Italia non

avrebbe dovuto assumente quell'accelerazione improvvisa che assunse

durante le trattative tra Ciano e Ribbentrop. Il Duce aveva spiegato nei suoi

appunti a Ciano che era necessario far capire che l'Italia non sarebbe entrata in

guerra prima di tre anni, data la necessità di rendere efficiente l'esercito, anche

se nel frattempo non si escludeva un conflitto limitato tra Francia e Italia.

Erano disposizioni che potevano far pensare che Mussolini volesse usare

l'alleanza con la Germania per poterla utilizzare sul piano politico nei rapporti

con Francia e Inghilterra e delle concessioni, piuttosto che ottenerle

partecipando al piano espansionistico di Hitler, che mirava alla Polonia e in

particolare alla città di Danzica e il corridoio polacco.

Inoltre le circostanze in cui si svolse il trattato lasciano sconcertati: Ciano si era

presentato da Ribbentrop solo con gli appunti scritti da Mussolini, non

preparando alcuno schema del trattato come aveva suggerito Ribbentrop.

Ribbentrop aveva dichiarato che la Germania non aveva intenzione di entrare

in guerra prima di tre anni e quindi Mussolini, che si manteneva in contatto

telefonico con Ciano, si dichiarava soddisfatto, ma dopo un violento attacco da

parte della stampa francese il duce ordinò la conclusione dell'accordo e il suo

immediato annuncio che trovava la piena approvazione di Hitler.

Così, sulla base di una semplice assicurazione verbale, e nonostante le

prevedibili reazioni di Inghilterra e Francia, l'Italia firmava il “patto di amicizia e

alleanza tra l'Italia e la Germania”, anche detto “Patto di Acciaio”.

Il Patto prevedeva all'articolo 3 che se una delle due nazioni fosse stata

trascinata in guerra da un'altra, allora la contraente avrebbe dovuto intervenire

al suo fianco e l'avrebbe spstenuta con tutti i mezzi militari possibili, mentre

l'articolo 5 stabiliva che, una volta in guerra, le due parti contraenti non ne

potessero uscire senza l'assenso dell'altra, una clausola che voleva tutelare i

tedeschi da un eventuale voltafaccia italiano e che confermava la diffidenza

nutrita dai nazisti nei nostri confronti.

Non si trattava quindi di una semplice alleanza difensiva come la Triplice,

• perché il trattato comportava l'obbligo di partecipazione di una parte se

l'altra si fosse trovata coinvolta in una guerra, qualunque fosse stata la

causa o la natura.

Il trattato stabiliva inoltre l'automatismo dell'intervento che non lasciava

• alternativa all'altro quando uno dei due contraenti si fosse trovato in

stato di guerra: l'Italia diventava quindi dipendente dalle decisioni

tedesche perché era impensabile che Francia o Inghilterra attaccassero la

Germania se quest'ultima non avesse attaccato per prima un paese

alleato e perché era remota la possibilità che il nostro paese muovesse

guerra alla Francia viste le condizioni disastrose dell'esercito italiano.

Il patto d'acciaio venne firmato il 22/05/1939 e già il giorno dopo Hitler e i suoi

generali si riunivano per discutere il piano di attacco alla Polonia, nonostante la

Germania avesse assicurato all'Italia che la guerra non sarebbe iniziata di lì a

tre anni.

Nei mesi successivi, quando ormai era diventata evidente l'intenzione di Hitler

nei riguardi della Polonia, in Italia aumentava il disagio e le riserve sulla buona

fede dei tedeschi: mentre la propaganda continuava a esaltare la grande

amicizia che intercorreva fra le due nazioni per comunanza di ideali, ai vertici

dello Stato si cominciavano ad esprimere giudizi sempre più critici per l'alleato:

addirittura Ciano era arrivato a scrivere “Dei tedeschi non ci si può fidare”.

Nonostante Roma fosse smepre stata ottimista sul futuro, presto però inizia a

diffondersi anche la preoccupazione e così nasce il progetto di un nuovo

incontro tra Ciano e Ribbentrop, che venne fissato per metà agosto del 1939,

dove Ciano avrebbe dovuto fare presente, su indicazione di Mussolini, che la

scelta di attaccare la Polonia avrebbe determinato l'intervento di Francia e

Inghilterra (che erano legati a Varsavia da delle garanzie) e quindi l'avvento di

una guerra generale che sarebbe stata disastrosa per tutti.

Ma all'incontro Ciano apprende dallo stesso Hitler che la decisione di attaccare

la Polonia è stata presa ed era definitiva. Ciano a quel punto capì che a Hitler

del destino italiano, non importava nulla.

Qualche giorno dopo arrivò la notizia del Patto di non aggressione (o Patto

Ribbentrop-Molotov) stipulato tra Germania e URSS: in questo modo Hitler si

garantiva la collaborazione di Mosca all'attacco alla Polonia, che sarebbe stata

divisa tra le due potenze.

Il patto inoltre garantiva la neutralità dell'URSS nel caso di una guerra contro

Francia e Inghilterra: dopo aver liquidato la Polonia quindi la Germania si

sarebbe concentrata interamente sul Fronte occidentale.

Ora che la guerra era sicura, l'Italia doveva trovare un modo per starne fuori:

Mussolini suggeriva a quel punto di stilare una lista di armamenti e materie

prime che l'Italia necessitava per entrare in guerra. Si trattavano di numeri

grandissimi, che la Germania non sarebbe riuscita a soddisfare. A quel punto

Ciano, davanti all'impossibilità tedesca di fornire il materiale richiesto, dichiarò

che in nostro paese avrebbe mantenuto solo un “contegno amichevole”.

Dalla non belligeranza all'armistizio

Il 1°settembre le truppe tedesche entrano in Polonia dopo aver organizzato un

incidente di frontiera, il 3 e il 4 Inghilterra e Francia dichiarano guerra alla

Germania.

Dopo appena tre settimane la Polonia è in ginocchio e Varsavia data alle

fiamme dai bombardamenti: in quel mentre arriva l'Armata Rossa per occupare

il territorio dovuto in base al patto di non aggressione.

Per l'Italia è l'inizio della fase di “non belligeranza”, che verrà interrotta solo nel

maggio 1940, quando, dopo le vittorie tedesche in Danimarca, Norvegia e

Francia, Mussolini deciderà di entrare in guerra per “salire sul carro dei

vincitori”, poiché era convinto che la guerra con quel ritmo si sarebbe risolta

molto presto in favore della Germania.

Per Mussolini sono mesi duri: il suo istinto lo porterebbe a intervenire ma le

condizioni disastrose dell'esercito lo frenano. Tuttavia la decisione di intervenire

è presa e Mussolini si riserva solo di decidere il momento più opportuno per

farlo: Ciano, il sottosegretario agli Esteri Bastianini e pochi altri cercarono di

dissuaderlo, ma invano. Anche il re era contrario, ma non aveva la forza di

opporsi, rassegnato ormai all'idea della guerra.

Ma Mussolini è mosso da due motivazioni che prevalgono sulle altre:

che solo l'impegno in una guerra vittoriosa avrebbe innalzato l'Italia al

• ruolo di grande potenza

che un “voltafaccia” come quello avvenuto al tempo della IGM avrebbe

• definitivamente squalificato l'Italia agli occhi del mondo, ma soprattutto

avrebbe rischiato di esporla alla vendetta tedesca per l'inadempienza agli

obblighi del patto.

Alla luce quindi delle vittorie tedesche del 1940, Mussolini pensò che fosse

giunto il momento di intervenire, nonostante i tentativi del presidente USA

Roosevelt per trattenere l'Italia dall'intervento.

Il 10/06/1940 l'Italia entra in guerra contro Francia e Gran Bretagna.

Si chiude così una fase della politica estera italiana: iniziata nel rispetto delle

alleanze della IGM e delle decisioni, anche se contestate, dei trattati di pace,

quella politica che aveva dimostrato una capacità di accrescere l'influenza

italiana, si concludeva con la perdita di ogni libertà di movimento e di ogni

autonomia di decisione.

In realtà, l'obiettivo di elevare l'Italia al livello delle altre potenze viene

mancato quando, aderendo al Patto d'Acciaio, il governo Mussolini abbandona

la politica del peso determinante. Legandosi a Hitler, il cui obiettivo è quello di

preparare la guerra, l'Italia si trasforma da soggetto autonomo e protagonista

non secondario della scena europea in satellite della Germania hitleriana.

Per nascondere questa realtà, Mussolini si nascose dietro alla finzione della

“guerra parallela”, che finirà per rinsaldare ancora di più i legami con la

Germania.

Il sistema politico ideato da Mussolini che, pur nel quadro di un graduale

abbandono di ogni legalità costituzionale, manteneva una qualche espressione

pluralistica, dopo il 1936 entra in una fase di involuzione per cui si entra nel

clima dittatoriale vero e proprio e quindi ogni decisione viene a dipendere da

un uomo solo.

L'involuzione del regime va di pari passo con quella della monarchia: dal 1861

alla IGM il re era sempre intervenuto, anche in modo determinante, nella

politica estera del paese, ma dalle decisione del Patto d'acciaio e all'entrata

nella guerra il re resta completamente escluso, e non solo per scelta di

Mussolini, ma anche per scelta dello stesso monarca.

L'assenza della monarchia la coinvolgerà nel fallimento del regime e per questo

verrà poi giudicata anch'essa responsabile per il disastro nazionale.

D'altra parte la convinzione diffusa che dopo la caduta della Francia la guerra

sarebbe finita in fretta e soprattutto sarebbe stata sostenibile per l'Italia

nonostante l'impreparazione si rivelò sbagliata.

La guerra sarebbe durata ancora tre anni e avrebbe portato perdite devastanti

non solo all'esercito, ma anche all'Italia intera e soprattutto al regime, che

avrebbe registrato un brusco calo dei consensi e poi la caduta definitiva il

25/07/1943.

Nel corso delle guerre la diplomazia tace e così avvenne anche per l'Italia

durante la IIGM. Anche i contatti tra Hitler e Mussolini furono pochi e solo di

natura militare, mentre ancora meno erano i contatti con gli Alleati, anche

quando in Italia, alla fine del 1942, si diffuse la convinzione che la guerra fosse

ormai perduta e che quindi fosse necessario uscirne. Quando poi, nell'agosto

del 1943, dopo la caduta del regime, cominciarono le manovre per prendere

contatto con gli Alleati, gli italiani partirono ottimisti convinti di poter negoziare

l'armistizio, ipotesi che non teneva conto della dichiarazione di Roosevolt sulla

resa incondizionata durante la conferenza di Casablanca.

Dalla sconfitta alla costituzione repubblicana

(1943 – 1948)

Il Regno del Sud e Stalin

All'indomani dell'8 settembre, l'Italia era in condizioni disastrose e divisa in

due: il Nord e il Centro era occupato dai tedeschi, mentre il Sud dagli eserciti

Alleati, per i quali l'Italia riamneva tecnicamente un nemico.

Per sfuggire agli Alleati Vittorio Emanuele III lasciò Roma per rifugiarsi a

Brindisi, dove iniziava l'avventura del Regno del Sud, mentre Mussolini

costituiva al Nord il Parlamento fascista repubblicano, premessa per la nascita

della Repubblica sociale italiana: si crearono così le condizioni di quella che

sarebbe diventata una guerra civile.

Nella Repubblica di Salò gli Esteri erano gestiti da Mussolini, che però sapeva

che il prezzo da pagare per la sua liberazione era la completa sottomissione

agli ordini di Hitler.

Nella “King's Italy” la politica estera e il ministro degli Esteri Guariglia vengono

letteralmente dimenticati, perché Guariglia non era stato avvertito dal capo del

governo Badoglio della partenza dei reali verso Pescara (e poi Brindisi) e quindi

si vedeva costretto a chiedere rifugio nella sede dell'ambasciata spagnola.

Il Regno del Sud manca di tutto: non si conoscono le volontà degli

anglo-americani e non c'è apparato statale. Ma in questo ritratto desolato che

va dall'armistizio alla liberazione, si disegna un'iniziativa di politica estera

molto spregiudicata, legata all'opera di Prunas, diplomatico sardo, rientrato da

Lisbona per assumere la carica di segretario generale del ministero degli Esteri

ricostituito a Brindisi.

L'iniziativa di Prunas si combina con la volontà dell'URSS di non restare esclusa

dai giochi politici italiani e scaturisce dallo stato di soggezione in cui gli

anglo-americani tengono il governo Badoglio e mira a ridurne lo stato di

minorità.

Il re e Badoglio sanno che la via dell'autonomia è difficile, soprattutto perché

Churchill e Roosevelt non rinunciano a trarre tutti i vantaggi possibili dalle loro

condizioni di egemonia sull'Italia.

l'”armistizio lungo” che Badoglio è costretto a firmare il 29/09/1943 spazza via

le illusioni circa una possibile volontà anglo-americana di trattare il Regno del

Sud come un alleato, ma costituisce sempre un passo avanti per il governo

Badoglio, riconosciuto come unica autorità politica esistente in Italia e per la

Corona, chiamata a restaurare la Costituzione albertina del 1848 e a

impegnarsi a indire nuove elezioni per un'Assemblea costituente alla fine della

guerra. Sembra che l'Italia in questo caso sia tornata indietro agli inizi, quando,

per dimostrare la propria esistenza e vitalità, la prima preoccupazione era stata

quella di ottenere il riconoscimento internazionale.

Il re cerca di negoziare personalmente la dichiarazione di guerra alla Germania

con il riconoscimento de jure del Regno del Sud da parte delle potenze alleate:

il re invia due messaggi a Roosevelt e al re Giorgio VI per chiedere il

riconoscimento dello status di alleato in cambio della dichiarazione di guerra

alla Germania.

Ma il tentativo non va a buon fine, anche perché la stessa dichiarazione di

guerra, consegnata dall'ambasciatore italiano a Madrid al rappresentante

tedesco, viene restituita al mittente.

Le manovre di Badoglio per acquisire lo status di alleato si scontrano con la

“cobelligeranza” degli anglo-americani, ovvero con un'alleanza di fatto che

consente all'”Italia del re” dic ombattere contro gli ex-nemici, ma che non

modifica affatto il suo status di paese nemico enon pregiudica alle Nazioni

Unite di applicare le clausole della resa. Il trattamento post-bellico dell'Italia

sarà subordinato al suo comportamento contro i tedeschi.

Il governo Badoglio era riconosciuto (anche se non ufficialmente) dagli alleati,

ma non dai partiti antifascisti che nel frattempo si erano ricostituiti e avevano

avanzato, nel primo congresso dei Comitati di Liberazione nazionale (Cln) nel

1944, la richiesta di sospensione dei poteri del re e la formazione di un governo

provvisorio politicamente rappresentativo.

Particolarmente attivo tra gli esponenti fascisti era in conte Sforza, già ministro

degli Esteri durante il governo Giolitti del 1920-1921 e poi influente antifascista

esule in America, che era riuscito a rientrare in Italia malgrado l'opposizione di

Churchill. Sforza voleva respingere qualsiasi forma di collaborazione con il

governo Badoglio.

La grande novità per il Regno del Sud era rappresentata dalla conferenza dei

ministri degli Esteri dei tre “Grandi” (Molotov – Russia, Eden – Inghilterra,

Cordell Hull - ?), svoltasi a Mosca nel 1943, dove si approvò un documento di 7

punti in cui si sottolineava la necessità che il governo italiano fosse reso più

democratico con l'inclusione di rappresentanti di quei settori del popolo italiano

che si sono sempre opposti al fascismo.

Così Vishinskij, il vice di Molotov, designato come rappresentante sovietico

della Commissione consultiva europea costituita dai tre “Grandi”, era partito

per l'Italia, arrivando a Napoli nel gennaio del 1944.

Appena arrivato Vishinskij prende contatto con Prunas, intendendosi subito con

lui perché i loro interessi erano coincidenti: il Regno del Sud vuole uscire dalla

gabbia di isolamento imposta dagli anglo-americani, mentre l'URSS,

insoddisfatta del suo ruolo marginale, vuole rientrare nel gioco italiano e vuole

facilitare il rientro in Italia di Togliatti (segretario del Pci che aveva passato a

Mosca gli anni della guerra) in modo da spingerlo a partecipare al governo

Badoglio.

Lo scopo di Prunas è quello di combattere il terreno della resa senza condizioni

e il paralizzante controllo di ogni attività del Paese. A tal fine egli ottiene che

Stalin proceda al riconoscimento del Regno del Sud attraverso lo scambio di

rappresentanti permanenti tra il governo sovietico e quello italiano.

Nel momento in cui viene annunciata la ripresa dei rapporti diplomatici

(14/03/1944) tra Italia e URSS, si concreta la cosiddetta “svolta di Salerno” (che

era la capitale del Regno): il Pci avrebbe accettato di collaborare con il governo

Badoglio se esso avesse contribuito alla liberazione del paese contro il comune

nemico nazi-fascista.

Questa era una svolta per la politica estera di Stalin che fino ad allora aveva

lasciato i suoi alleati nell'incertezza sulla linea che avrebbe seguito con i partiti

comunisti europei.

Il dittatore indicò a Togliatti la via “moderata”, quella che escludeva ogni

iniziativa rivoluzionaria e che lasciava aperta la strada alla conquista del potere

attraverso le istituzioni. Questa decisione lasciò stupiti e sconcertati i comunisti

italiani.

L'operazione di Prunas inizialmente non riuscì a ottenere lo scambio di

diplomatici anche con USA e Inghilterra. Al contrario, le reazioni di Churchill e

Roosevelt furono durissime: riaffiorarono così le accuse di doppiogiochismo e

soprattutto veniva escluso qualsiasi allentamento della morsa armistiziale.

Ma dopo qualche settimana allentarono la presa, prendendo atto dei rischi cui

erano esposti dall'iniziativa sovietica. Inviarono in Italia due ambasciatori

(Charles e Kirk), senza che però questa implicasse una ripresa dei rapporti.

Il ritorno di Togliatti e l'apertura diplomatica di Stalin al governo Badoglio

producevano effetti traumatici sul fronte della politica interna.

Togliatti avanzò subito la proposta di un governo di Unità nazionale senza

aspettare la liberazione di Roma. Gli inglesi inizialmente fecero finta di nulla,

ma poi Churchill cambiò rotta,, modificamndo la politica di difesa del re e di

Badoglio assumendo una posizione più pragmatica: sacrificava il vecchio

sovrano che abdicava il favore del figlio Umberto e che accettava di ritirarsi

dalla vita politica nel momento in cui Roma sarebbe stata liberata.

Nasceva così l'Esarchia; Badoglio era così costretto a formare un governo con

gli esponenti dei partiti antifascisti che lo avevano attaccato violentemente.

Ancora oggi è difficile giudicare l'operazione condotta da Prunas:

molti la giudicano negativamente → ispirata agli schemi della diplomazia

• ottocentesca che non tenevano conto delle condizioni reali del Paese

altri la giudicano positivamente → affermando che raramente si era giunti

• a così buoni risultati con così pochi mezzi.

Vero è che l'iniziativa condotta da Prunas rifletteva il tradizionale modello

sabaudo-piemontese fatto proprio dalla diplomazia post-unitaria, che puntava

sulle possibili divisioni degli interlocutori per rafforzare la propria posizione.

Inoltre essa mancava di realismo, come se l'Italia potesse riprendere il suo

posto tra le potenze senza pagare il prezzo della sconfitta.

Ma va anche detto che il piano di Prunas era una mossa disperata, un tentativo

di chi non voleva accettare la condizione di essere in ostaggio degli alleati e

una mossa che in ogni caso avviò la convivenza tra le forze democratiche.

Tra cobelligeranza e riconoscimento

Ovviamente l'interesse di Stalin per il Regno del Sud era solo strumentale, e

dopo il ritorno di Togliatti lo stesso Stalin era ben attento a non prendere

posizioni che potessero non andare a genio agli anglo-americani. Quindi i

politici italiani dovevano rivolgersi a Londra o a Washington se volevano

alleviare la condizione del paese.

Ivanoe Bonomi, nuovo capo del governo eletto dal Cln all'indomani della

liberazione della capitale (4/06/1944), se ne accorse, ma si rendeva anche

conto che la primazia britannica nelle vicende italiane era in declino, a

vantaggio di una maggiore influenza americana. Questo era confermato dal

fatto che Churchill non voleva che Badoglio venisse sostituito da “un gruppo di

avidi e famelici politicanti” e nonostante le sue proteste comunque Bonomi

divenne primo ministro e poteva dirigere gli Esteri ad interim e avviava una

politica che:

cercava di accrescere la partecipazione italiana alle operazioni belliche

• per attenuare i controlli e alleviare le clausole armistiziali

cercava di ottenere dagli alleati (soprattutto USA) aiuti economici

• congelava la questione istituzionale facendo un decreto legge (il 151) che

• prevedeva la convocazione, alla fine delle ostilità, di un'assemblea

costituente che avrebbe determinato la “forma di governo” del paese

Ma il più grande cambiamento era dovuto al mutamento di atteggiamento di

Roosevelt dall'estate del 1944, questo perché nel novembre del 1944 ci

sarebbero state le elezioni in USA e Roosevelt voleva assicurarsi l'appoggio

dell'elettorato italo-americano, insoddisfatto di come era stat trattata l'Italia.

Oltre a questo motivo, gli USA si proponevano di diffondere la democrazia

attraverso il sostegno e l'incoraggiamento dei paesi, trovandosi in disaccordo

con Churchill che proponeva gli schemi di una politica imperialista, ormai

superata e poco in linea con gli USA.

Nel secondo governo Bonomi il vero fatto nuovo fu la nomina di Alcide De

Gasperi come ministro degli Esteri. 63 anni, un passato da trentino irredento

(era stato anche deputato nel parlamento dell'impero austro-ungarico), ex

prigioniero delle carceri fasciste, De Gasperi era il segretario della Democrazia

Cristiana ed era il primo esponente cattolico militante a occupare la poltrona di

ministro degli Esteri dell'Italia post-risorgimentale.

De Gasperi cercò di imprimere un indirizzo originale alla sua attività puntando

sul tema della moralità dell'Italia risorta dalle macerie della guerra voluta dal

fascismo: in realtà l'Italia in questo periodo non veniva molto calcolata dagli

alleati e quindi De Gasperi poteva fare ben poco, anche perché gli alleati stessi

preferivano parlare direttamente con Bonomi.

Intanto, sul fronte degli aiuti economici si muove qualcosa: alla conferenza di

Jalta del 1945 Roosevelt si dimostra più comprensivo di Churchill e Stalin

riguardo alle nostre posizioni, ma la richiesta di Bonomi di trasformare la

cobelligeranza in una vera e propria alleanza non viene accolta.

Inoltre il nostro paese deve registrare un altro smacco: non viene invitato a

prendere parte della Conferenza di San Francisco, indetta nel 1945 con lo scopo

di varare la Carta delle Nazioni Unite, cioè l'organizzazione internazionale

voluta da Roosevelt. De Gasperi non nasconde la delusione per questo

mancato invito.

De Gasperi poi definì il suo organigramma diplomatico: oltre a Quaroni a

Mosca, vengono nominati alcuni ambasciatori politici e non di carriera: questo

perché quasi tutti i diplomatici di carriera erano di nomina fascista, a Parigi

veniva nominato il socialista Saragat, a Varsavia il comunista Reale.

Liberazione, pacifismo e internazionalismo

Il 1944 sarà un anno segnato da un attore che fino a quel momento aveva

svolto un ruolo marginale: il movimento di resistenza partigiano.

Nell'estate del 1944 esso aveva dato una spinta per la liberazione di alcune

città del Centro come Firenze e aveva istituito autorità locali guidate dal Cln.

L'azione era diventata più incisiva al Nord, dove si era insediato il Comitato di

liberazione nazionale Alta Italia (Clnai) e ben presto gli alleati cominciarono a

diffidare dell'eccessivo dinamismo del movimento e dei suoi capi, quasi tutti

schierati su posizioni di estrema sinistra.

Nel novembre il comandante delle forze alleate in Italia, Alexander, cercava di

frenare lo slancio rivoluzionario con un perentorio proclama dove invitava tutte

le forze partigiane a uscire dalla clandestinità e a sospendere le loro azioni fino

alla primavera successiva.

Secondo gli alleati infatti la resistenza doveva svolgere un'azione limitata e di

supporto alla loro strategia militare e non doveva assolutamente essere

autonoma.

Gli accordi di dicembre con i “partiti romani” - quelli che avevano permesso la

costituzione del secondo governo Bonomi – non erano più adeguati: bisognava

aprire le porte a tutti quelli che avevano contribuito alla definitiva sconfitta

nazi-fascista nel Nord.

Dopo che una serie di veti incrociati avevano eliminato le candidature di De

Gasperi e Nenni, la scelta cadde su Parri, capo partigiano a Milano e capo del

Partito d'azione, una formazione antifascista che occupava una posizione

centrale nello schieramento dei partiti. Il Pda era una forza minoritaria anche

se autorevole, quindi Parri non dava eccessive preoccupazioni agli altri leader

politici. Quella della scelta dell'esponente azionista era una soluzione di

compromesso considerata come transitoria dai tre principali partiti: Pci, Psi e

Dc.

Il governo Parri ottenne magri risultati, ma la collaborazione tra i tre partiti di

massa (così chiamati per il numero delle iscrizioni) si protrasse per due anni,

fino alla primavera del 1947, orientando le scelte del paese a livello

istituzionale, come ad esempio nella preparazione e nella stesura della

costituzione, sia sul versante della politica estera ancora ancorata a due valori

fondamentali: internazionalismo e pacifismo.

Naturalmente ognuno dei tre partiti, pur partendo da una convinzione

antifascista, aveva elaborato una visione autonoma, anche in funzione dei

propri riferimenti internazionali:

Pci → interpretava l'internazionalismo come parte integrante della

• propria fedeltà alla volontà e alla politica di Mosca. Pur non essendo

ancora scattato il vincolo formale del Cominform (l'organizzazione che

mirava a coordinaare l'azione dei partiti comunisti con la politica

sovietica che sarà istituita nel 1947) era operante una disciplina che

legava tutti i Pc europei alla madre sovietica.

Psiup (Partito socialista di unità proletaria) di Nenni → il leader socialista,

• pur mantenedo buoni rapporti con Togliatti, pensava a un'Italia

indipendente da ogni blocco e vagheggiava una “terza via” tra quella

capitalista e quella comunista, puntando molte carte sulla Gran Bretagna

che avrebbe dovuto assumere una ruolo di mediazione tra gli USA e

l'URSS, ma che invece poi si schiererà con gli USA. Nenni sognava la

nascita di una nuova Internazionale, pilotata da una parte del più

potente partita socialista occidentale (il Labour Party) e dall'altra parte il

Partito comunista sovietico. Era una visione “eurocentrica” (ma superata

ormai dal bipolarismo) di un'Europa autonoma dai blocchi, ferma a uno

schema dei rapporti internazionali precedente alla IIGM. La posizione di

Nenni era sintetizzata dallo slogan “solidarietà internazionale”, volta aad

aupicare il proseguimento dell'alleanza di guerra tra Est e Ovest in

tempo di pace.

Dc → l'internazionalismo cattolico non era di parte, in omaggio a una

• visione globalizzante che aveva come pilastro il ripudio della guerra,

soprattutto dopo i bombardamenti atomici sul Giappone. Lo stesso De

Gasperi nei suoi scritti sottolineava come la via cattolica comportasse la

fiducia nella limitazione della sovranità statale a favore della società

internazionale.

Il tratto comune a tutti e tre i partiti era l'obiettivo di esorcizzare il passato

attraverso una risposta sovranazionale e internazionalista ai problemi della

futura collocazione del paese: si guardava con interesse all'Onu come foro

mondiale per governare il mondo nel dopoguerra e anche altri progetti

internazionalisti, come ad esempio la proposta di Churchill di istituire gli Stati

Uniti d'Europa. Ma l'obiettivo principale era quello di “denazionalizzare” l'Italia

post-fascista, determinato dalla volontà dei principali politici (De Gasperi,

Togliatti, Nenni) di evitare in qualunque modo, il ripetersi di quelle occasioni di

deriva nazionalistica che avevano condotto al rafforzamento del fascismo e

quindi anche alla guerra.

Questo processo porterà alla cancellazione della politica di potenza e

all'inserimento dell'Italia nel sistema della cooperazione internazionale. Ma

esso sarà più una “fuga” dalle responsabilità collettive del paese che non

tarderà a penalizzarci nelle trattative di pace.

Nel governo Parri, De Gasperi mantiene gli Esteri: ciò tranquillizza gli alleati e

soprattutto gli americani, che avevano colto con poco entusiasmo la scelta di

Parri come primo ministro.

De Gasperi deve affrontare due crisi gravissime:

ai confini nord-occidentali → in Val d'Aosta e in Piemonte le truppe

• francesi, su ordine di de Gaulle, tentano l'occupazione di alcuni territori di

frontiera a partire dal marzo del 1945. si tratta di una violazione degli

accordi bilaterali e della intese di de Gaulle con gli anglo-americani.

De Gasperi reagisce smobilitando l'ambasciatore a Parigi (Saragat) e

quello a Washington (Tarchiani), per denunciare la violazione e quindi

impedire l'occupazione. Saragat riesce a strappare qualche assicurazione

dal ministro degli Esteri francese, ma a maggio la situazione sembra

precipitare: il prefetto d'Aosta scrive a Bonomi che i francesi stanno

facendo propaganda cercando di indurre la popolazione a esprimere in

desiderio di essere annessi alla Francia. Ma a questo punto interviene

Truman, che scrive a de Gaulle che fino a quando i francesi avrebbero

tentato di conquistare quei territori italiani, alla Francia non sarebbero più

stati assegnati armi ed equipaggiamenti. Così de Gaulle dovette fare

marcia indietro e il 12/06/1945 il governo francese si impegna a ritirare le

truppe, questa vicenda conferma a De Gasperi che ormai chi ha

maggiore voce in capitolo nelle vicende italiane sono gli americani e non

più gli inglesi.

lungo la frontiera orientale → il 1/05/1945 i partigiani di Tito occupano

• Trieste prima che vi arrivino gli alleati per annetterla al resto della

Jugoslavia, non risparmiando violenze e soprusi agli abitanti.

Il colpo di mano di Tito è inaccettabile per gli alleati: Chuchill si sente

tradito perché ammirava molto il capo comunista quando viene a sapere

che ha firmato a Mosca un trattato di amicizia con Stalin, facendo

pensare agli alleati che il capo sovietico voglia estendere il suo dominio

all'Adriatico. Truman, che in un primo momento aveva dichiarato di non

volere essere coinvolto nelle questioni balcaniche, è costretto a cambiare

idea e autorizza l'intervento di Alexander in Venezia Giulia senza

consultare il Cremlino, ma Tito riesce a precedere le truppe neozelandesi

di Freyberg a Trieste.

A questo punto Truman minaccia un'operazione militare “sharp and

short” (“improvvisa e rapida”) se Belgrado non ritira le truppe, mentre

Stalin, che non vuole rischiare un conflitto con gli anglo-americani per la

questione giuliana, abbandona Tito, che a quel punto si arrende.

L'accordo viene perfezionato a Duino tra il generale Morgan e il capo di

Stato maggiore jugoslavo il 20/06/1945 e prevede la creazione di due

zone: la Zona A sotto amministrazione alleata e la Zona B sotto

amministrazione jugoslava, mentre Pola e Fiume finiscono sotto Tito.

Trieste dovrà aspettare 9 anni (memorandum di Londra) per passare alla

madre patria, mentre per una sistemazione definitiva dei confini

italo-jugoslavi bisognerà aspettarne 32 (accordi di Osimo).

Il ruolo di De Gasperi nella crisi triestina è marginale: egli viene informato

in ritardo delle fasi di una partita diplomatica tra GB, USA e URSS e

comunque deve prendere atto che il principale difensore delle posizioni

italiane è Harry Truman.

In questa occasione invece Togliatti mette a nudo la sua doppia lealtà di

uomo di governo italiano, ma dipendente dalla volontà e dalle direttive di

Stalin: infatti non esita a esortare i comunisti triestini ad accogliere come

liberatori i partigiani di Tito.

Il duro prezzo della pace

Il negoziato per la pace paralizza la politica estera italiana per quasi due anni

(fino al febbraio 1947) e si concluderà con un sostanziale fallimento

diplomatico, dimostrando l'incapacità del nostro apparato diplomatico di

impegnarsi in trattative internazionali complesse.

Il protagonista è De Gasperi, che nel dicembre del 1945 sostituisce Parri alla

guida del governo, mantenendo la carica di ministro degli Esteri: una manovra

che pone la politica estera in vantaggio rispetto all'interna.

De Gasperi diventa sempre più un punto di riferimento per gli americani: non a

caso, all'indomani dell'elezione di De Gasperi, il primo gesto degli alleati è

quello di procedere al ripristino della sovranità italiana nella parte

settentrionale del paese, mentre vengono intensificati gli aiuti economici

attraverso i canali dell'Unrra (United nations relief and rehabilitation

administration).

De Gasperi non delude le aspettative perché indice per la primavera del 1946

le elezioni amministrative, anticipandole rispetto alla Costituente. È poi lui

stesso a iniziare le trattative per ottenere la fine dell'armistizio per affrettare i

tempi del recupero italiano e a spingere per dichiarare guerra la Giappone, pur

sapendo che si tratta di una finzione diplomatica, dato che l'Italia non può

partecipare a una guerra, per accrescere le nostre benemerenze -invano-

presso le Nazioni Unite.

A Postdam Truman cerca di ottenere un trattamento privilegiato per l'Italia, ma

si scontra con l'opposizione di Stalin, che sostiene che qualunque misura

privilegiata applicata all'Italia debba essere applicata anche agli ex-stati

satelliti della Germania nazista (Romania, Bulgaria, Ungheria e Finlandia), già

finiti sotto controllo sovietico.

Nella conferenza dei ministri degli Esteri a Londra (11-18/09/1945), De Gasperi

si accorge che nessuno è disposto a concessioni in nostro favore, ma al

contrario c'è una concorde volontà punitiva.

Al termine della discussione sui trattati di pace, l'Italia perde qualsiasi priorità

rispetto alle altre nazioni sconfitte e i particolare rispetto ai satelliti della

Germania: in pratica il contributo italiano dato agli alleati dal 1943 al 1945

viene del tutto ignorato.

A De Gasperi tocca il compito di rappresentare l'Italia nelle varie sedute del

“Tribunale della Pace”: il momento più critico viene raggiunto a Parigi durante

la “Conferenza dei Ventuno” paesi che erano entrati in guerra contro l'Italia,

dove il primo ministro deve affrontare attacchi da molti fronti.

La questione più delicata è quella giuliana: il nostro governo segue la “linea

Wilson” proposta nel 1919, che taglia da nord a sud la penisola istriana. Truman

è favorevole, ma GB e Francia lo sono meno, mentre l'URSS è in disaccordo,

sostenendo che l'Istria dovesse andare a Tito.

Per quanto riguarda le colonie, De Gasperi sostiene che quelle conquistate

durante il fascismo dovessero essere liberate (Etiopia, Albania e Dodecaneso),

mentre quelle conquistate prima del fascismo dovessero rimanere all'Italia, in

quanto strumenti per risolvere i problemi sociali del paese e non per soddisfare

la voglia di egemonia (Eritrea, Somalia, Libia).

Ma la GB non vuole, perché da tempo ha messo gli occhi sulle nostre vecchie

colonie.

Per quanto riguarda il Sud Tirolo, Francia e USA appoggiano l'Italia, mentre GB

appoggiano gli austriaci.

Per quanto riguarda le riparazioni, Mosca insiste per chiedere all'Italia

un'ingente somma, , mentre USA e GB sono inclini a soprassedere alla luce

della disastrosa condizione economica italiana, mentre c'era accordo riguardo

alla riduzione che avrebbe dovuto subire l'esercito e soprattutto la flotta.

All'indomani della conferenza di Parigi, la sola questione che non si sia risolta

negativamente per l'Italia è quella dell'Alto Adige, a causa del ripensamento

dell'URSS che spinge GB a rivedere le sue posizioni e quindi anche l'Austria,

che cerca un compromesso con l'Italia.

Così De Gasperi il 5/09/1946 sigla un accordo con il ministro degli Esteri

austriaco che sancisce l'inviolabilità della frontiera del Brennero pur

riconoscendo alla minoranza sud-tirolese un'ampia autonomia.

Sulla questione giuliana prevale la linea francese, quella a noi meno

• favorevole, che sancisce lo smembramento della Venezia Giulia e quindi

l'81% del territorio finisce nelle mani di Tito, mentre l'Italia avrebbe

conservato Gorizia e Monfalcone. Trieste e il territorio limitrofo (Zona A e

Zona B) avrebbero costituito il cosiddetto Tlt (territorio libero di Trieste)

con uno statuto internationale del quale sarebbe stata responsabile

l'Onu.

L'Italia deve rinunciare all'Albania, all'Etiopia, al Dodecaneso e a Rodi,

• che sarebbero finite alla Grecia. Sulle colonie pre-fasciste i Grandi sono in

disaccordo e quindi la soluzione viene rinviata di un anno dalla firma del

trattato, ma con il presupposto che comunque l'Italia avrebbe perso

qualsiasi forma di sovranità sulle colonie.

USA e GB rinunciano alle riparazioni belliche, mentre non vi rinunciano

• l'URSS, la Grecia, la Jugoslavia e le ex colonie.

Le clausole militari sono invece onerose, perché prevedono una forte

• limitazione dell'assetto futuro delle forze armate e la smilitarizzazione

delle frontiere. Le navi da flotta vengono invece spartite tra i vincitori,

anche se GB e USA rinunceranno allo loro parte.

Di fronte a questa prospettiva De Gasperi aveva due possibilità:

drammatizzare la situazione e quindi rifiutarsi di firmare

• minimizzare la cosa pensando al futuro

De Gasperi scelse la seconda via, facendo firmare il trattato al diplomatico

Roberto Lupi di Soragna, il 10/02/1947.

La firma della “pace ingiusta” scatenò comunque accesi dibattiti nel luglio del

1947, quando il trattato venne sottoposto all'esame della Costituente per la

ratifica:

gli esponenti della politica pre-fascista (come Croce e Orlando) si

• ribellavano e esortavano l'assemblea a non ratificare, perché il trattato

conteneva clausole punitive e spazzava l'illusione secondo cui la dittatura

mussoliniana era stata solo una parentesi nella storia nazionale e come

tale sarebbe stata considerata anche dagli stati vincitori.

De Gasperi e la DC volevano chiudere in fretta la questione per

• dimenticarla e poter agire in tutta libertà nel mondo Occidentale.

I comunisti invece cercavano di ottenere il rinvio della ratifica per

• ritardare il processo di avvicinamento dell'Italia ai paesi occidentali,

accettando con qualche compiacimento l'umiliazione italiana, in sintonia

con Mosca. Non a caso, i comunisti suggerivano di abbandonare Gorizia

per ottenere Trieste.

Probabilmente De Gasperi non aveva alternative valide alla firma dei trattato:

finché la questione non sarebbe stata risolta, la politica italiana sarebbe

rimasta paralizzata e in attesa di un giudizio sul quale non avrebbe potuto

influire. Ma ancora una volta era mancata un'analisi delle nostre priorità, dei

nostri interessi strategici e una riflessione su cui costruire una nuova politica

estera. Saranno, piuttosto, gli eventi internazionali a determinare le future

scelte del paese. Costituzione e politica estera

Le ambiguità che rendono poco coesa la politica estera italiana durante il

secondo dopoguerra si riflettono anche sulla Carta costituzionale approvata

dall'Assemblea costituente eletta il 2/06/1946.

I tre principali partiti di massa (DC, PCI e PSI) ottengono i tre quarti dei 556

seggi e questa ripartizione viene rispettata nella “Commissione dei 75”

presieduta da Ruini e incaricata di elaborare e proporre il testo costituzionale

all'Assemblea.

È evidente quindi che questo testo risulti essere un compromesso politico tra

l'ecumenismo della DC, l'internazionalismo del PCI e il neutralismo del PSI,

mentre il contributo dei liberali è minoritario, come anche quello del Partito

d'Azione che viene quasi cancellatp dal voto del '46 che gli attribuisce solo

l'1,5%.

Il collante che unisce i tre partiti maggiori è l'antifascismo, ovvero la comune

condanna dell'esperienza totalitaria del ventennio e l'impegno contro il

neo-fascismo della Repubblica sociale durante la Resistenza.

La Costituzione, soprattutto nella prima parte, ha una forte ispirazione

• internazionalistica e ha un maggior numero di norme relative ai rapporti

internazionali rispetto allo Statuto albertino. Ma proprio la presenza di

forze politiche che si ispirano a valori tra loro inconciliabili rende

impossibile la definizione di indirizzi concreti di politica estera.

Inoltre si guarda con interesse a organizzazioni come le Nazioni Unite cui

• l'Italia spera di aderire al più presto.

Si ribadisce la volontà pacifista di un popolo costretto a entrare in una

• guerra non voluta e ancora sconvolto dalle conseguenze della sconfitta.

In questo contesto nasce l'articolo 11 che proclama solennemente il

rifiuto totale della guerra e che ribadisce come l'Italia consenta, in

condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità

necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le

Nazioni e pruomove organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Questo “no” alla guerra lascia intendere che l'Italia repubblicana non

avrebbe mai più preso posizione contro gli altri Stati, ma avrebbe sempre

usato mezzi diplomatici. La guerra sarebbe stata possibile solo in un

caso: come legittima difesa nel momento in cui fossero messe a

repentaglio la pace e la sicurezza dei cittadini. Il rifiuto alla guerra

rappresenta quindi il rifiuto della politica estera espansionista promossa

per tanti anni da Mussolini e anche dai governi pre-fascisti.

Quanto invece alle “organizzazioni internazionali” di cui si parla, i

costituenti intendono riferirsi alle Nazioni Unite, più che alle

organizzazioni europee, che erano state escluse apposta dai 75 dal

trattato.

Il testo della Costituzione venne approvato nel dicembre del 1947 dopo mesi di

andamento contraddittorio.

Durante la prima missione di De Gasperi negli USA (gennaio 1947) gli consente

di verificare il cambio di rotta di Truman nei confronti del mondo comunista e

quindi anche il diverso approccio nei riguardi della questione italiana.

Ancora oggi è ancora un mistero se Truman o qualche suo collaboratore abbia

esplicitamente richiamato De Gasperi a una linea di rottura interna nei

confronti dei comunisti e abbia quindi condizionato i futuri aiuti all'Italia

all'estromissione nel Pci dal governo.

Al ritorno dagli USA De Gasperi si trova di fronte alle conseguenze della

scissione del Psiup in due tronconi dopo in congresso a Palazzo Barberini: il Psi

fedele a Nenni e il Psli (Partito Socialista dei lavoratori italiani) di Saragat,

attestato su posizioni socialdemocratiche e deciso a rinunciare al patto di unità

d'azione con i comunisti.

A questo punto De Gasperi si dimette, ma non rinuncia alla “coabitazione

forzata” co le sinistre perché vuole coinvolgerle nella firma del Trattato di

pace.

Il terzo governo De Gasperi del febbraio 1947 è segnato dalla sostituzione di

Nenni dopo solo tre mesi con Sforza: la collaborazione tra Nenni e Sforza dà i

suoi frutti soprattutto per quanto riguarda la corsa di ritorno dell'Italia nello

schieramento politico-militare dell'Occidente.

Nel maggio del 1947, dopo tre mesi dalla firma del Trattato, De Gasperi sciglie

il tripartito, ovvero mette fine alla collaborazione con socialisti e comunisti,

varando un governo monocolore di minoranza, caratterizzato dalla presenza di

Einaudi, liberale, vicepresidente del consiglio e ministro del Bilancio, incaricato

di rimettere in ordine il paese ormai sull'orlo della bancarotta.

Questa è la cosiddetta “svolta moderata”, destinata a incidere sugli equilibri

interni: la stessa operazione di allontanamento dei comunisti avviene anche il

Francia, Belgio e Austria, il che spinge a pensare che dietro questo ci sia la

spinta di Washington, anche se non ci sono le prove.

In ogni caso è innegabile che questo sbocco politico sia auspicato da Truman e

che gli aiuti economici all'Italia siano condizionati dall'uscita dei comunisti dal

governo. In ogni caso Togliatti reagisce con moderazione anche perché De

Gasperi lascia intendere che l'allontanamento è solo momentaneo.

In ogni caso la rottura dell'alleanza antifascista non manca di suscitare aspre

reazioni in tutto il Pci: gli strateghi del Policy Planning Staff del Dipartimento di

Stato americano arrivano a esortare contromisure militare nel caso in cui i

comunisti cerchino di impadronirsi del potere in Nord Italia.

Inoltre la nascita del Cominform nel 1947 radicalizza lo scontro tra i due

blocchi e i partiti comunisti europei sono messi sotto accusa dai vertici

comunisti per avere assunto una posizione troppo arrendevole e per essersi

fatti escludere dal governo.

Va sottolineato che comunque tutto ciò non incide sulla redazione della Carta

fondamentale.

Le ragioni non vanno ricercare nei protagonisti della scena politica nazionale

ma nei loro referenti internazionali: Togliatti è ancorato alle idee di Stalin, ed

egli ritiene di interpretare la volontà di Stalin nel senso di una rigorosa

applicazione della “svolta di Salerno”, contraria a qualsiasi rottura traumatica

con i partiti moderati.

Dal Vaticano le indicazioni date alla DC e al suo leader sono di massima

cautela. Le sirene del neutralismo

L'ampiezza delle conquiste militari dell'Armata Rossa spinsero Truman a

elaborare una revisione dei principi che avevano ispirato fino ad allora la

politica americana nei confronti dell'URSS.

Grazie alle analisi di “Mr. X”, ovvero Kennan, l'ambasciatore americano a

Mosca, nacque nel 1947 la “dottrina Truman” sul contenimento del comunismo,

la cui prima manifestazione era un piano di aiuti economici alla Grecia (guerra

civile alimentati da sovietici e jugoslavi) e alla Turchia (dove Stalin voleva

conquistare i Dardanelli).

L'intervento era stato deciso dopo che GB aveva smesso di aiutare i due paesi

e per impedire quindi che l'URSS si prendesse il Mediterraneo orientale.

La “dottrina Truman” si sarebbe poi rinsaldata nel giugno 1947 con il Piano

Marshall (ERP – European Recovery Project) destinato a 16 paesi europei più le

tre zone occidentali della Germania: esso era lo strumento operativo della

dottrina Truman e consisteva in un piano di aiuti finanziari per sostenere le

iniziative che avrebbero consentito alle economie europee di ritornare alla

normalità.

L'Italia venne invitata a partecipare alla Conferenza a Parigi che avrebbe dato

in via all'ERP: questo era un momento molto importante perché era la prima

volta dopo tanto tempo in cui l'Italia partecipava a un congresso internazionale

sullo stesso piano dei vincitori.

L'obiettivo primario degli americani non era quello di distribuire aiuti a pioggia,

ma quello di trasferire in Europa le idee, i metodi e le strategie del capitalismo

americano, che puntava le sue carte sull'economia di mercato, poiché era

questo, secondo loro, il metodo più efficace per contrastare il comunismo

sovietico.

Ma per l'Italia rispettare le clausole del piano Marshall era particolarmente

difficile, perché il nostro apparato industriale, non ancora in grado di affrontare

le sfide del mercato, di trincerava ancora dietro a posizioni protezionistiche.

Nel febbraio 1948 Stalin fece un colpo di Stato in Cecoslovacchia, dove veniva

creato un regime comunista. Questo era un atto di forza particolarmente

brutale perché a Praga c'era un'Assemblea costituente liberamente eletta nel

1946 e perché c'era una forte democrazia parlamentare.

Come reazione a questo colpo di stato, i ministri degli Esteri di GB, Francia,

Belgio, Olanda e Lussemburgo si ritrovarono (con l'appoggio degli USA) a

Bruxelles per dare vita a un accordo politico-militare cinquantennale, che

vincolava i paesi firmatari a un'assistenza militare in caso di aggressione. Il

Patto di Bruxelles era simile a quello di Dunkerque fra GB e Francia ma con una

differenza: l'accordo di Dunkerque era rivolto contro una potenziale rinascita

tedesca, mentre il nuovo patto era ufficialmente una manifestazione della

volontà europea di opporsi all'espansionismo sovietico.

Il ministro degli Esteri Bevin, dopo qualche esitazione propose all'Italia di

entrare nell'accordo, ma De Gasperi e Sforza non erano disposti ad accettare,

perché, alla vigilia del voto in Italia, si riteneva preferibile evitare un impegno

che avvicinasse troppo l'Italia all'Unione occidentale, tale da poter essere

sfruttare a livello elettorale dai socialcomunisti. La stessa risposta veniva data

per la proposta americana di forniture americane. Il rifiuto suscitò il malumore il

USA.

Il rifiuto deve essere inserito nel quadro più ampio che riguarda le questioni di

Trieste e delle colonie pre-fasciste, sempre alla vigilia della sfida elettorale.

Gli USA, GB e Francia era abbastanza d'accordo sulla linea di Sforza, secondo il

quale gli alleati potevano aiutare il fronte moderato nella ormai imminente

sfida con una dichiarazione con la quale promettevano all'Italia la restituzione

della Zona A del Tlt da essi amministrata e al tempo stesso neutralizzavano gli

effetti di un'offensiva propagandistica contro l'URSS che si dimostrava

favorevole al ritorno delle colonie pre-fasciste all'Italia.

Sulle colonie non si arrivò all'accordo, ma su Triste veniva concordata una

dichiarazione tripartita (20/03/1948) che impegnava gli alleati alla restituzione

all'Italia non solo della Zona A ma di tutto il Tlt, cioè anche della Zona B,

occupata dagli jugoslavi. Ipotesi comunque irrealistica e in funzione elettorale,

considerando che nel 1948 Tito rompe i rapporti con l'URSS e quindi tornava a

occupare un ruolo importante nella strategia occidentale.

Quel che emerge dal “no” italiano era il desiderio di contrattare senza

comprendere che l'adesione al Patto di Bruxelles avrebbe potuto solo giovare

all'Italia, dato che le avrebbe fatto finalmente ricoprire un vero e proprio ruolo

nel panorama europeo internazionale. Ciò veniva ricordato anche Bevin, che

sottolineava il fatto che l'ingresso dell'Italia nel Patto avrebbe costituito solo un

peso per gli altri Stati e quindi per questo esso non aveva il diritto di porre

condizioni.

Alla fine il trattato veniva sottoscritto il 17/03/1948 senza l'Italia: dietro questo

rifiuto emergeva l'esistenza di una forte corrente di opinione contraria alla

collocazione dell'Italia al fianco delle potenze occidentali, schierata su posizioni

neutraliste.

Un neutralismo che si poteva definire “ideologico” di chi, rifacendosi alla

tradizione politica d'intervento che aveva ridotto il paese a perseguire una

politica di potenza, sosteneva l'opportunità di un drastico cambiamento e

quindi la necessità di mantenersi liberi dalle influenze dei due blocchi.

Dalla sconfitta alla costituzione repubblicana

(1943 – 1948)

Il Regno del Sud e Stalin

All'indomani dell'8 settembre, l'Italia era in condizioni disastrose e divisa in

due: il Nord e il Centro era occupato dai tedeschi, mentre il Sud dagli eserciti

Alleati, per i quali l'Italia riamneva tecnicamente un nemico.

Per sfuggire agli Alleati Vittorio Emanuele III lasciò Roma per rifugiarsi a

Brindisi, dove iniziava l'avventura del Regno del Sud, mentre Mussolini

costituiva al Nord il Parlamento fascista repubblicano, premessa per la nascita

della Repubblica sociale italiana: si crearono così le condizioni di quella che

sarebbe diventata una guerra civile.

Nella Repubblica di Salò gli Esteri erano gestiti da Mussolini, che però sapeva

che il prezzo da pagare per la sua liberazione era la completa sottomissione

agli ordini di Hitler.

Nella “King's Italy” la politica estera e il ministro degli Esteri Guariglia vengono

letteralmente dimenticati, perché Guariglia non era stato avvertito dal capo del

governo Badoglio della partenza dei reali verso Pescara (e poi Brindisi) e quindi

si vedeva costretto a chiedere rifugio nella sede dell'ambasciata spagnola.

Il Regno del Sud manca di tutto: non si conoscono le volontà degli

anglo-americani e non c'è apparato statale. Ma in questo ritratto desolato che

va dall'armistizio alla liberazione, si disegna un'iniziativa di politica estera

molto spregiudicata, legata all'opera di Prunas, diplomatico sardo, rientrato da

Lisbona per assumere la carica di segretario generale del ministero degli Esteri

ricostituito a Brindisi.

L'iniziativa di Prunas si combina con la volontà dell'URSS di non restare esclusa

dai giochi politici italiani e scaturisce dallo stato di soggezione in cui gli

anglo-americani tengono il governo Badoglio e mira a ridurne lo stato di

minorità.

Il re e Badoglio sanno che la via dell'autonomia è difficile, soprattutto perché

Churchill e Roosevelt non rinunciano a trarre tutti i vantaggi possibili dalle loro

condizioni di egemonia sull'Italia.

l'”armistizio lungo” che Badoglio è costretto a firmare il 29/09/1943 spazza via

le illusioni circa una possibile volontà anglo-americana di trattare il Regno del

Sud come un alleato, ma costituisce sempre un passo avanti per il governo

Badoglio, riconosciuto come unica autorità politica esistente in Italia e per la

Corona, chiamata a restaurare la Costituzione albertina del 1848 e a

impegnarsi a indire nuove elezioni per un'Assemblea costituente alla fine della

guerra. Sembra che l'Italia in questo caso sia tornata indietro agli inizi, quando,

per dimostrare la propria esistenza e vitalità, la prima preoccupazione era stata

quella di ottenere il riconoscimento internazionale.

Il re cerca di negoziare personalmente la dichiarazione di guerra alla Germania

con il riconoscimento de jure del Regno del Sud da parte delle potenze alleate:

il re invia due messaggi a Roosevelt e al re Giorgio VI per chiedere il

riconoscimento dello status di alleato in cambio della dichiarazione di guerra

alla Germania.

Ma il tentativo non va a buon fine, anche perché la stessa dichiarazione di

guerra, consegnata dall'ambasciatore italiano a Madrid al rappresentante

tedesco, viene restituita al mittente.

Le manovre di Badoglio per acquisire lo status di alleato si scontrano con la

“cobelligeranza” degli anglo-americani, ovvero con un'alleanza di fatto che

consente all'”Italia del re” dic ombattere contro gli ex-nemici, ma che non

modifica affatto il suo status di paese nemico enon pregiudica alle Nazioni

Unite di applicare le clausole della resa. Il trattamento post-bellico dell'Italia

sarà subordinato al suo comportamento contro i tedeschi.

Il governo Badoglio era riconosciuto (anche se non ufficialmente) dagli alleati,

ma non dai partiti antifascisti che nel frattempo si erano ricostituiti e avevano

avanzato, nel primo congresso dei Comitati di Liberazione nazionale (Cln) nel

1944, la richiesta di sospensione dei poteri del re e la formazione di un governo

provvisorio politicamente rappresentativo.

Particolarmente attivo tra gli esponenti fascisti era in conte Sforza, già ministro

degli Esteri durante il governo Giolitti del 1920-1921 e poi influente antifascista

esule in America, che era riuscito a rientrare in Italia malgrado l'opposizione di

Churchill. Sforza voleva respingere qualsiasi forma di collaborazione con il

governo Badoglio.

La grande novità per il Regno del Sud era rappresentata dalla conferenza dei

ministri degli Esteri dei tre “Grandi” (Molotov – Russia, Eden – Inghilterra,

Cordell Hull - ?), svoltasi a Mosca nel 1943, dove si approvò un documento di 7

punti in cui si sottolineava la necessità che il governo italiano fosse reso più

democratico con l'inclusione di rappresentanti di quei settori del popolo italiano

che si sono sempre opposti al fascismo.

Così Vishinskij, il vice di Molotov, designato come rappresentante sovietico

della Commissione consultiva europea costituita dai tre “Grandi”, era partito

per l'Italia, arrivando a Napoli nel gennaio del 1944.

Appena arrivato Vishinskij prende contatto con Prunas, intendendosi subito con

lui perché i loro interessi erano coincidenti: il Regno del Sud vuole uscire dalla

gabbia di isolamento imposta dagli anglo-americani, mentre l'URSS,

insoddisfatta del suo ruolo marginale, vuole rientrare nel gioco italiano e vuole

facilitare il rientro in Italia di Togliatti (segretario del Pci che aveva passato a

Mosca gli anni della guerra) in modo da spingerlo a partecipare al governo

Badoglio.

Lo scopo di Prunas è quello di combattere il terreno della resa senza condizioni

e il paralizzante controllo di ogni attività del Paese. A tal fine egli ottiene che

Stalin proceda al riconoscimento del Regno del Sud attraverso lo scambio di

rappresentanti permanenti tra il governo sovietico e quello italiano.

Nel momento in cui viene annunciata la ripresa dei rapporti diplomatici

(14/03/1944) tra Italia e URSS, si concreta la cosiddetta “svolta di Salerno” (che

era la capitale del Regno): il Pci avrebbe accettato di collaborare con il governo

Badoglio se esso avesse contribuito alla liberazione del paese contro il comune

nemico nazi-fascista.

Questa era una svolta per la politica estera di Stalin che fino ad allora aveva

lasciato i suoi alleati nell'incertezza sulla linea che avrebbe seguito con i partiti

comunisti europei.

Il dittatore indicò a Togliatti la via “moderata”, quella che escludeva ogni

iniziativa rivoluzionaria e che lasciava aperta la strada alla conquista del potere

attraverso le istituzioni. Questa decisione lasciò stupiti e sconcertati i comunisti

italiani.

L'operazione di Prunas inizialmente non riuscì a ottenere lo scambio di

diplomatici anche con USA e Inghilterra. Al contrario, le reazioni di Churchill e

Roosevelt furono durissime: riaffiorarono così le accuse di doppiogiochismo e

soprattutto veniva escluso qualsiasi allentamento della morsa armistiziale.

Ma dopo qualche settimana allentarono la presa, prendendo atto dei rischi cui

erano esposti dall'iniziativa sovietica. Inviarono in Italia due ambasciatori

(Charles e Kirk), senza che però questa implicasse una ripresa dei rapporti.

Il ritorno di Togliatti e l'apertura diplomatica di Stalin al governo Badoglio

producevano effetti traumatici sul fronte della politica interna.

Togliatti avanzò subito la proposta di un governo di Unità nazionale senza

aspettare la liberazione di Roma. Gli inglesi inizialmente fecero finta di nulla,

ma poi Churchill cambiò rotta,, modificamndo la politica di difesa del re e di

Badoglio assumendo una posizione più pragmatica: sacrificava il vecchio

sovrano che abdicava il favore del figlio Umberto e che accettava di ritirarsi

dalla vita politica nel momento in cui Roma sarebbe stata liberata.

Nasceva così l'Esarchia; Badoglio era così costretto a formare un governo con

gli esponenti dei partiti antifascisti che lo avevano attaccato violentemente.

Ancora oggi è difficile giudicare l'operazione condotta da Prunas:

molti la giudicano negativamente → ispirata agli schemi della diplomazia

• ottocentesca che non tenevano conto delle condizioni reali del Paese

altri la giudicano positivamente → affermando che raramente si era giunti

• a così buoni risultati con così pochi mezzi.

Vero è che l'iniziativa condotta da Prunas rifletteva il tradizionale modello

sabaudo-piemontese fatto proprio dalla diplomazia post-unitaria, che puntava

sulle possibili divisioni degli interlocutori per rafforzare la propria posizione.

Inoltre essa mancava di realismo, come se l'Italia potesse riprendere il suo

posto tra le potenze senza pagare il prezzo della sconfitta.

Ma va anche detto che il piano di Prunas era una mossa disperata, un tentativo

di chi non voleva accettare la condizione di essere in ostaggio degli alleati e

una mossa che in ogni caso avviò la convivenza tra le forze democratiche.

Tra cobelligeranza e riconoscimento

Ovviamente l'interesse di Stalin per il Regno del Sud era solo strumentale, e

dopo il ritorno di Togliatti lo stesso Stalin era ben attento a non prendere

posizioni che potessero non andare a genio agli anglo-americani. Quindi i

politici italiani dovevano rivolgersi a Londra o a Washington se volevano

alleviare la condizione del paese.

Ivanoe Bonomi, nuovo capo del governo eletto dal Cln all'indomani della

liberazione della capitale (4/06/1944), se ne accorse, ma si rendeva anche

conto che la primazia britannica nelle vicende italiane era in declino, a

vantaggio di una maggiore influenza americana. Questo era confermato dal

fatto che Churchill non voleva che Badoglio venisse sostituito da “un gruppo di

avidi e famelici politicanti” e nonostante le sue proteste comunque Bonomi

divenne primo ministro e poteva dirigere gli Esteri ad interim e avviava una

politica che:

cercava di accrescere la partecipazione italiana alle operazioni belliche

• per attenuare i controlli e alleviare le clausole armistiziali

cercava di ottenere dagli alleati (soprattutto USA) aiuti economici

• congelava la questione istituzionale facendo un decreto legge (il 151) che

• prevedeva la convocazione, alla fine delle ostilità, di un'assemblea

costituente che avrebbe determinato la “forma di governo” del paese

Ma il più grande cambiamento era dovuto al mutamento di atteggiamento di

Roosevelt dall'estate del 1944, questo perché nel novembre del 1944 ci

sarebbero state le elezioni in USA e Roosevelt voleva assicurarsi l'appoggio

dell'elettorato italo-americano, insoddisfatto di come era stat trattata l'Italia.

Oltre a questo motivo, gli USA si proponevano di diffondere la democrazia

attraverso il sostegno e l'incoraggiamento dei paesi, trovandosi in disaccordo

con Churchill che proponeva gli schemi di una politica imperialista, ormai

superata e poco in linea con gli USA.

Nel secondo governo Bonomi il vero fatto nuovo fu la nomina di Alcide De

Gasperi come ministro degli Esteri. 63 anni, un passato da trentino irredento

(era stato anche deputato nel parlamento dell'impero austro-ungarico), ex

prigioniero delle carceri fasciste, De Gasperi era il segretario della Democrazia

Cristiana ed era il primo esponente cattolico militante a occupare la poltrona di

ministro degli Esteri dell'Italia post-risorgimentale.

De Gasperi cercò di imprimere un indirizzo originale alla sua attività puntando

sul tema della moralità dell'Italia risorta dalle macerie della guerra voluta dal

fascismo: in realtà l'Italia in questo periodo non veniva molto calcolata dagli

alleati e quindi De Gasperi poteva fare ben poco, anche perché gli alleati stessi

preferivano parlare direttamente con Bonomi.

Intanto, sul fronte degli aiuti economici si muove qualcosa: alla conferenza di

Jalta del 1945 Roosevelt si dimostra più comprensivo di Churchill e Stalin

riguardo alle nostre posizioni, ma la richiesta di Bonomi di trasformare la

cobelligeranza in una vera e propria alleanza non viene accolta.

Inoltre il nostro paese deve registrare un altro smacco: non viene invitato a

prendere parte della Conferenza di San Francisco, indetta nel 1945 con lo scopo

di varare la Carta delle Nazioni Unite, cioè l'organizzazione internazionale

voluta da Roosevelt. De Gasperi non nasconde la delusione per questo

mancato invito.

De Gasperi poi definì il suo organigramma diplomatico: oltre a Quaroni a

Mosca, vengono nominati alcuni ambasciatori politici e non di carriera: questo

perché quasi tutti i diplomatici di carriera erano di nomina fascista, a Parigi

veniva nominato il socialista Saragat, a Varsavia il comunista Reale.

Liberazione, pacifismo e internazionalismo

Il 1944 sarà un anno segnato da un attore che fino a quel momento aveva

svolto un ruolo marginale: il movimento di resistenza partigiano.

Nell'estate del 1944 esso aveva dato una spinta per la liberazione di alcune

città del Centro come Firenze e aveva istituito autorità locali guidate dal Cln.

L'azione era diventata più incisiva al Nord, dove si era insediato il Comitato di

liberazione nazionale Alta Italia (Clnai) e ben presto gli alleati cominciarono a

diffidare dell'eccessivo dinamismo del movimento e dei suoi capi, quasi tutti

schierati su posizioni di estrema sinistra.

Nel novembre il comandante delle forze alleate in Italia, Alexander, cercava di

frenare lo slancio rivoluzionario con un perentorio proclama dove invitava tutte

le forze partigiane a uscire dalla clandestinità e a sospendere le loro azioni fino

alla primavera successiva.

Secondo gli alleati infatti la resistenza doveva svolgere un'azione limitata e di

supporto alla loro strategia militare e non doveva assolutamente essere

autonoma.

Gli accordi di dicembre con i “partiti romani” - quelli che avevano permesso la

costituzione del secondo governo Bonomi – non erano più adeguati: bisognava

aprire le porte a tutti quelli che avevano contribuito alla definitiva sconfitta

nazi-fascista nel Nord.

Dopo che una serie di veti incrociati avevano eliminato le candidature di De

Gasperi e Nenni, la scelta cadde su Parri, capo partigiano a Milano e capo del

Partito d'azione, una formazione antifascista che occupava una posizione

centrale nello schieramento dei partiti. Il Pda era una forza minoritaria anche

se autorevole, quindi Parri non dava eccessive preoccupazioni agli altri leader

politici. Quella della scelta dell'esponente azionista era una soluzione di

compromesso considerata come transitoria dai tre principali partiti: Pci, Psi e

Dc.

Il governo Parri ottenne magri risultati, ma la collaborazione tra i tre partiti di

massa (così chiamati per il numero delle iscrizioni) si protrasse per due anni,

fino alla primavera del 1947, orientando le scelte del paese a livello

istituzionale, come ad esempio nella preparazione e nella stesura della

costituzione, sia sul versante della politica estera ancora ancorata a due valori

fondamentali: internazionalismo e pacifismo.

Naturalmente ognuno dei tre partiti, pur partendo da una convinzione

antifascista, aveva elaborato una visione autonoma, anche in funzione dei

propri riferimenti internazionali:

Pci → interpretava l'internazionalismo come parte integrante della

• propria fedeltà alla volontà e alla politica di Mosca. Pur non essendo

ancora scattato il vincolo formale del Cominform (l'organizzazione che

mirava a coordinaare l'azione dei partiti comunisti con la politica

sovietica che sarà istituita nel 1947) era operante una disciplina che

legava tutti i Pc europei alla madre sovietica.

Psiup (Partito socialista di unità proletaria) di Nenni → il leader socialista,

• pur mantenedo buoni rapporti con Togliatti, pensava a un'Italia

indipendente da ogni blocco e vagheggiava una “terza via” tra quella

capitalista e quella comunista, puntando molte carte sulla Gran Bretagna

che avrebbe dovuto assumere una ruolo di mediazione tra gli USA e

l'URSS, ma che invece poi si schiererà con gli USA. Nenni sognava la

nascita di una nuova Internazionale, pilotata da una parte del più

potente partita socialista occidentale (il Labour Party) e dall'altra parte il

Partito comunista sovietico. Era una visione “eurocentrica” (ma superata

ormai dal bipolarismo) di un'Europa autonoma dai blocchi, ferma a uno

schema dei rapporti internazionali precedente alla IIGM. La posizione di

Nenni era sintetizzata dallo slogan “solidarietà internazionale”, volta aad

aupicare il proseguimento dell'alleanza di guerra tra Est e Ovest in

tempo di pace.

Dc → l'internazionalismo cattolico non era di parte, in omaggio a una

• visione globalizzante che aveva come pilastro il ripudio della guerra,

soprattutto dopo i bombardamenti atomici sul Giappone. Lo stesso De

Gasperi nei suoi scritti sottolineava come la via cattolica comportasse la

fiducia nella limitazione della sovranità statale a favore della società

internazionale.

Il tratto comune a tutti e tre i partiti era l'obiettivo di esorcizzare il passato

attraverso una risposta sovranazionale e internazionalista ai problemi della

futura collocazione del paese: si guardava con interesse all'Onu come foro

mondiale per governare il mondo nel dopoguerra e anche altri progetti

internazionalisti, come ad esempio la proposta di Churchill di istituire gli Stati

Uniti d'Europa. Ma l'obiettivo principale era quello di “denazionalizzare” l'Italia

post-fascista, determinato dalla volontà dei principali politici (De Gasperi,

Togliatti, Nenni) di evitare in qualunque modo, il ripetersi di quelle occasioni di

deriva nazionalistica che avevano condotto al rafforzamento del fascismo e

quindi anche alla guerra.

Questo processo porterà alla cancellazione della politica di potenza e

all'inserimento dell'Italia nel sistema della cooperazione internazionale. Ma

esso sarà più una “fuga” dalle responsabilità collettive del paese che non

tarderà a penalizzarci nelle trattative di pace.

Nel governo Parri, De Gasperi mantiene gli Esteri: ciò tranquillizza gli alleati e

soprattutto gli americani, che avevano colto con poco entusiasmo la scelta di

Parri come primo ministro.

De Gasperi deve affrontare due crisi gravissime:

ai confini nord-occidentali → in Val d'Aosta e in Piemonte le truppe

• francesi, su ordine di de Gaulle, tentano l'occupazione di alcuni territori di

frontiera a partire dal marzo del 1945. si tratta di una violazione degli

accordi bilaterali e della intese di de Gaulle con gli anglo-americani.

De Gasperi reagisce smobilitando l'ambasciatore a Parigi (Saragat) e

quello a Washington (Tarchiani), per denunciare la violazione e quindi

impedire l'occupazione. Saragat riesce a strappare qualche assicurazione

dal ministro degli Esteri francese, ma a maggio la situazione sembra

precipitare: il prefetto d'Aosta scrive a Bonomi che i francesi stanno

facendo propaganda cercando di indurre la popolazione a esprimere in

desiderio di essere annessi alla Francia. Ma a questo punto interviene

Truman, che scrive a de Gaulle che fino a quando i francesi avrebbero

tentato di conquistare quei territori italiani, alla Francia non sarebbero più

stati assegnati armi ed equipaggiamenti. Così de Gaulle dovette fare

marcia indietro e il 12/06/1945 il governo francese si impegna a ritirare le

truppe, questa vicenda conferma a De Gasperi che ormai chi ha

maggiore voce in capitolo nelle vicende italiane sono gli americani e non

più gli inglesi.

lungo la frontiera orientale → il 1/05/1945 i partigiani di Tito occupano

• Trieste prima che vi arrivino gli alleati per annetterla al resto della

Jugoslavia, non risparmiando violenze e soprusi agli abitanti.

Il colpo di mano di Tito è inaccettabile per gli alleati: Chuchill si sente

tradito perché ammirava molto il capo comunista quando viene a sapere

che ha firmato a Mosca un trattato di amicizia con Stalin, facendo

pensare agli alleati che il capo sovietico voglia estendere il suo dominio

all'Adriatico. Truman, che in un primo momento aveva dichiarato di non

volere essere coinvolto nelle questioni balcaniche, è costretto a cambiare

idea e autorizza l'intervento di Alexander in Venezia Giulia senza

consultare il Cremlino, ma Tito riesce a precedere le truppe neozelandesi

di Freyberg a Trieste.

A questo punto Truman minaccia un'operazione militare “sharp and

short” (“improvvisa e rapida”) se Belgrado non ritira le truppe, mentre

Stalin, che non vuole rischiare un conflitto con gli anglo-americani per la

questione giuliana, abbandona Tito, che a quel punto si arrende.

L'accordo viene perfezionato a Duino tra il generale Morgan e il capo di

Stato maggiore jugoslavo il 20/06/1945 e prevede la creazione di due

zone: la Zona A sotto amministrazione alleata e la Zona B sotto

amministrazione jugoslava, mentre Pola e Fiume finiscono sotto Tito.

Trieste dovrà aspettare 9 anni (memorandum di Londra) per passare alla

madre patria, mentre per una sistemazione definitiva dei confini

italo-jugoslavi bisognerà aspettarne 32 (accordi di Osimo).

Il ruolo di De Gasperi nella crisi triestina è marginale: egli viene informato

in ritardo delle fasi di una partita diplomatica tra GB, USA e URSS e

comunque deve prendere atto che il principale difensore delle posizioni

italiane è Harry Truman.

In questa occasione invece Togliatti mette a nudo la sua doppia lealtà di

uomo di governo italiano, ma dipendente dalla volontà e dalle direttive di

Stalin: infatti non esita a esortare i comunisti triestini ad accogliere come

liberatori i partigiani di Tito.

Il duro prezzo della pace

Il negoziato per la pace paralizza la politica estera italiana per quasi due anni

(fino al febbraio 1947) e si concluderà con un sostanziale fallimento

diplomatico, dimostrando l'incapacità del nostro apparato diplomatico di

impegnarsi in trattative internazionali complesse.

Il protagonista è De Gasperi, che nel dicembre del 1945 sostituisce Parri alla

guida del governo, mantenendo la carica di ministro degli Esteri: una manovra

che pone la politica estera in vantaggio rispetto all'interna.

De Gasperi diventa sempre più un punto di riferimento per gli americani: non a

caso, all'indomani dell'elezione di De Gasperi, il primo gesto degli alleati è

quello di procedere al ripristino della sovranità italiana nella parte

settentrionale del paese, mentre vengono intensificati gli aiuti economici

attraverso i canali dell'Unrra (United nations relief and rehabilitation

administration).

De Gasperi non delude le aspettative perché indice per la primavera del 1946

le elezioni amministrative, anticipandole rispetto alla Costituente. È poi lui

stesso a iniziare le trattative per ottenere la fine dell'armistizio per affrettare i

tempi del recupero italiano e a spingere per dichiarare guerra la Giappone, pur

sapendo che si tratta di una finzione diplomatica, dato che l'Italia non può

partecipare a una guerra, per accrescere le nostre benemerenze -invano-

presso le Nazioni Unite.

A Postdam Truman cerca di ottenere un trattamento privilegiato per l'Italia, ma

si scontra con l'opposizione di Stalin, che sostiene che qualunque misura

privilegiata applicata all'Italia debba essere applicata anche agli ex-stati

satelliti della Germania nazista (Romania, Bulgaria, Ungheria e Finlandia), già

finiti sotto controllo sovietico.

Nella conferenza dei ministri degli Esteri a Londra (11-18/09/1945), De Gasperi

si accorge che nessuno è disposto a concessioni in nostro favore, ma al

contrario c'è una concorde volontà punitiva.

Al termine della discussione sui trattati di pace, l'Italia perde qualsiasi priorità

rispetto alle altre nazioni sconfitte e i particolare rispetto ai satelliti della

Germania: in pratica il contributo italiano dato agli alleati dal 1943 al 1945

viene del tutto ignorato.

A De Gasperi tocca il compito di rappresentare l'Italia nelle varie sedute del

“Tribunale della Pace”: il momento più critico viene raggiunto a Parigi durante

la “Conferenza dei Ventuno” paesi che erano entrati in guerra contro l'Italia,

dove il primo ministro deve affrontare attacchi da molti fronti.

La questione più delicata è quella giuliana: il nostro governo segue la “linea

Wilson” proposta nel 1919, che taglia da nord a sud la penisola istriana. Truman

è favorevole, ma GB e Francia lo sono meno, mentre l'URSS è in disaccordo,

sostenendo che l'Istria dovesse andare a Tito.

Per quanto riguarda le colonie, De Gasperi sostiene che quelle conquistate

durante il fascismo dovessero essere liberate (Etiopia, Albania e Dodecaneso),

mentre quelle conquistate prima del fascismo dovessero rimanere all'Italia, in

quanto strumenti per risolvere i problemi sociali del paese e non per soddisfare

la voglia di egemonia (Eritrea, Somalia, Libia).

Ma la GB non vuole, perché da tempo ha messo gli occhi sulle nostre vecchie

colonie.

Per quanto riguarda il Sud Tirolo, Francia e USA appoggiano l'Italia, mentre GB

appoggiano gli austriaci.

Per quanto riguarda le riparazioni, Mosca insiste per chiedere all'Italia

un'ingente somma, , mentre USA e GB sono inclini a soprassedere alla luce

della disastrosa condizione economica italiana, mentre c'era accordo riguardo

alla riduzione che avrebbe dovuto subire l'esercito e soprattutto la flotta.

All'indomani della conferenza di Parigi, la sola questione che non si sia risolta

negativamente per l'Italia è quella dell'Alto Adige, a causa del ripensamento

dell'URSS che spinge GB a rivedere le sue posizioni e quindi anche l'Austria,

che cerca un compromesso con l'Italia.

Così De Gasperi il 5/09/1946 sigla un accordo con il ministro degli Esteri

austriaco che sancisce l'inviolabilità della frontiera del Brennero pur

riconoscendo alla minoranza sud-tirolese un'ampia autonomia.

Sulla questione giuliana prevale la linea francese, quella a noi meno

• favorevole, che sancisce lo smembramento della Venezia Giulia e quindi

l'81% del territorio finisce nelle mani di Tito, mentre l'Italia avrebbe

conservato Gorizia e Monfalcone. Trieste e il territorio limitrofo (Zona A e

Zona B) avrebbero costituito il cosiddetto Tlt (territorio libero di Trieste)

con uno statuto internationale del quale sarebbe stata responsabile

l'Onu.

L'Italia deve rinunciare all'Albania, all'Etiopia, al Dodecaneso e a Rodi,

• che sarebbero finite alla Grecia. Sulle colonie pre-fasciste i Grandi sono in

disaccordo e quindi la soluzione viene rinviata di un anno dalla firma del

trattato, ma con il presupposto che comunque l'Italia avrebbe perso

qualsiasi forma di sovranità sulle colonie.

USA e GB rinunciano alle riparazioni belliche, mentre non vi rinunciano

• l'URSS, la Grecia, la Jugoslavia e le ex colonie.

Le clausole militari sono invece onerose, perché prevedono una forte

• limitazione dell'assetto futuro delle forze armate e la smilitarizzazione

delle frontiere. Le navi da flotta vengono invece spartite tra i vincitori,

anche se GB e USA rinunceranno allo loro parte.

Di fronte a questa prospettiva De Gasperi aveva due possibilità:

drammatizzare la situazione e quindi rifiutarsi di firmare

• minimizzare la cosa pensando al futuro

De Gasperi scelse la seconda via, facendo firmare il trattato al diplomatico

Roberto Lupi di Soragna, il 10/02/1947.

La firma della “pace ingiusta” scatenò comunque accesi dibattiti nel luglio del

1947, quando il trattato venne sottoposto all'esame della Costituente per la

ratifica:

gli esponenti della politica pre-fascista (come Croce e Orlando) si

• ribellavano e esortavano l'assemblea a non ratificare, perché il trattato

conteneva clausole punitive e spazzava l'illusione secondo cui la dittatura

mussoliniana era stata solo una parentesi nella storia nazionale e come

tale sarebbe stata considerata anche dagli stati vincitori.

De Gasperi e la DC volevano chiudere in fretta la questione per

• dimenticarla e poter agire in tutta libertà nel mondo Occidentale.

I comunisti invece cercavano di ottenere il rinvio della ratifica per

• ritardare il processo di avvicinamento dell'Italia ai paesi occidentali,

accettando con qualche compiacimento l'umiliazione italiana, in sintonia

con Mosca. Non a caso, i comunisti suggerivano di abbandonare Gorizia

per ottenere Trieste.

Probabilmente De Gasperi non aveva alternative valide alla firma dei trattato:

finché la questione non sarebbe stata risolta, la politica italiana sarebbe

rimasta paralizzata e in attesa di un giudizio sul quale non avrebbe potuto

influire. Ma ancora una volta era mancata un'analisi delle nostre priorità, dei

nostri interessi strategici e una riflessione su cui costruire una nuova politica

estera. Saranno, piuttosto, gli eventi internazionali a determinare le future

scelte del paese. Costituzione e politica estera

Le ambiguità che rendono poco coesa la politica estera italiana durante il

secondo dopoguerra si riflettono anche sulla Carta costituzionale approvata

dall'Assemblea costituente eletta il 2/06/1946.

I tre principali partiti di massa (DC, PCI e PSI) ottengono i tre quarti dei 556

seggi e questa ripartizione viene rispettata nella “Commissione dei 75”

presieduta da Ruini e incaricata di elaborare e proporre il testo costituzionale

all'Assemblea.

È evidente quindi che questo testo risulti essere un compromesso politico tra

l'ecumenismo della DC, l'internazionalismo del PCI e il neutralismo del PSI,

mentre il contributo dei liberali è minoritario, come anche quello del Partito

d'Azione che viene quasi cancellatp dal voto del '46 che gli attribuisce solo

l'1,5%.

Il collante che unisce i tre partiti maggiori è l'antifascismo, ovvero la comune

condanna dell'esperienza totalitaria del ventennio e l'impegno contro il

neo-fascismo della Repubblica sociale durante la Resistenza.

La Costituzione, soprattutto nella prima parte, ha una forte ispirazione

• internazionalistica e ha un maggior numero di norme relative ai rapporti

internazionali rispetto allo Statuto albertino. Ma proprio la presenza di

forze politiche che si ispirano a valori tra loro inconciliabili rende

impossibile la definizione di indirizzi concreti di politica estera.

Inoltre si guarda con interesse a organizzazioni come le Nazioni Unite cui

• l'Italia spera di aderire al più presto.

Si ribadisce la volontà pacifista di un popolo costretto a entrare in una

• guerra non voluta e ancora sconvolto dalle conseguenze della sconfitta.

In questo contesto nasce l'articolo 11 che proclama solennemente il

rifiuto totale della guerra e che ribadisce come l'Italia consenta, in

condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità

necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le

Nazioni e pruomove organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Questo “no” alla guerra lascia intendere che l'Italia repubblicana non

avrebbe mai più preso posizione contro gli altri Stati, ma avrebbe sempre

usato mezzi diplomatici. La guerra sarebbe stata possibile solo in un

caso: come legittima difesa nel momento in cui fossero messe a

repentaglio la pace e la sicurezza dei cittadini. Il rifiuto alla guerra

rappresenta quindi il rifiuto della politica estera espansionista promossa

per tanti anni da Mussolini e anche dai governi pre-fascisti.

Quanto invece alle “organizzazioni internazionali” di cui si parla, i

costituenti intendono riferirsi alle Nazioni Unite, più che alle

organizzazioni europee, che erano state escluse apposta dai 75 dal

trattato.

Il testo della Costituzione venne approvato nel dicembre del 1947 dopo mesi di

andamento contraddittorio.

Durante la prima missione di De Gasperi negli USA (gennaio 1947) gli consente

di verificare il cambio di rotta di Truman nei confronti del mondo comunista e

quindi anche il diverso approccio nei riguardi della questione italiana.

Ancora oggi è ancora un mistero se Truman o qualche suo collaboratore abbia

esplicitamente richiamato De Gasperi a una linea di rottura interna nei

confronti dei comunisti e abbia quindi condizionato i futuri aiuti all'Italia

all'estromissione nel Pci dal governo.

Al ritorno dagli USA De Gasperi si trova di fronte alle conseguenze della

scissione del Psiup in due tronconi dopo in congresso a Palazzo Barberini: il Psi

fedele a Nenni e il Psli (Partito Socialista dei lavoratori italiani) di Saragat,

attestato su posizioni socialdemocratiche e deciso a rinunciare al patto di unità

d'azione con i comunisti.

A questo punto De Gasperi si dimette, ma non rinuncia alla “coabitazione

forzata” co le sinistre perché vuole coinvolgerle nella firma del Trattato di

pace.

Il terzo governo De Gasperi del febbraio 1947 è segnato dalla sostituzione di

Nenni dopo solo tre mesi con Sforza: la collaborazione tra Nenni e Sforza dà i

suoi frutti soprattutto per quanto riguarda la corsa di ritorno dell'Italia nello

schieramento politico-militare dell'Occidente.

Nel maggio del 1947, dopo tre mesi dalla firma del Trattato, De Gasperi sciglie

il tripartito, ovvero mette fine alla collaborazione con socialisti e comunisti,

varando un governo monocolore di minoranza, caratterizzato dalla presenza di

Einaudi, liberale, vicepresidente del consiglio e ministro del Bilancio, incaricato

di rimettere in ordine il paese ormai sull'orlo della bancarotta.

Questa è la cosiddetta “svolta moderata”, destinata a incidere sugli equilibri

interni: la stessa operazione di allontanamento dei comunisti avviene anche il

Francia, Belgio e Austria, il che spinge a pensare che dietro questo ci sia la

spinta di Washington, anche se non ci sono le prove.

In ogni caso è innegabile che questo sbocco politico sia auspicato da Truman e

che gli aiuti economici all'Italia siano condizionati dall'uscita dei comunisti dal

governo. In ogni caso Togliatti reagisce con moderazione anche perché De

Gasperi lascia intendere che l'allontanamento è solo momentaneo.

In ogni caso la rottura dell'alleanza antifascista non manca di suscitare aspre

reazioni in tutto il Pci: gli strateghi del Policy Planning Staff del Dipartimento di

Stato americano arrivano a esortare contromisure militare nel caso in cui i

comunisti cerchino di impadronirsi del potere in Nord Italia.

Inoltre la nascita del Cominform nel 1947 radicalizza lo scontro tra i due

blocchi e i partiti comunisti europei sono messi sotto accusa dai vertici

comunisti per avere assunto una posizione troppo arrendevole e per essersi

fatti escludere dal governo.

Va sottolineato che comunque tutto ciò non incide sulla redazione della Carta

fondamentale.

Le ragioni non vanno ricercare nei protagonisti della scena politica nazionale

ma nei loro referenti internazionali: Togliatti è ancorato alle idee di Stalin, ed

egli ritiene di interpretare la volontà di Stalin nel senso di una rigorosa

applicazione della “svolta di Salerno”, contraria a qualsiasi rottura traumatica

con i partiti moderati.

Dal Vaticano le indicazioni date alla DC e al suo leader sono di massima

cautela. Le sirene del neutralismo

L'ampiezza delle conquiste militari dell'Armata Rossa spinsero Truman a

elaborare una revisione dei principi che avevano ispirato fino ad allora la

politica americana nei confronti dell'URSS.

Grazie alle analisi di “Mr. X”, ovvero Kennan, l'ambasciatore americano a

Mosca, nacque nel 1947 la “dottrina Truman” sul contenimento del comunismo,

la cui prima manifestazione era un piano di aiuti economici alla Grecia (guerra

civile alimentati da sovietici e jugoslavi) e alla Turchia (dove Stalin voleva

conquistare i Dardanelli).

L'intervento era stato deciso dopo che GB aveva smesso di aiutare i due paesi

e per impedire quindi che l'URSS si prendesse il Mediterraneo orientale.

La “dottrina Truman” si sarebbe poi rinsaldata nel giugno 1947 con il Piano

Marshall (ERP – European Recovery Project) destinato a 16 paesi europei più le

tre zone occidentali della Germania: esso era lo strumento operativo della

dottrina Truman e consisteva in un piano di aiuti finanziari per sostenere le

iniziative che avrebbero consentito alle economie europee di ritornare alla

normalità.

L'Italia venne invitata a partecipare alla Conferenza a Parigi che avrebbe dato

in via all'ERP: questo era un momento molto importante perché era la prima

volta dopo tanto tempo in cui l'Italia partecipava a un congresso internazionale

sullo stesso piano dei vincitori.

L'obiettivo primario degli americani non era quello di distribuire aiuti a pioggia,

ma quello di trasferire in Europa le idee, i metodi e le strategie del capitalismo

americano, che puntava le sue carte sull'economia di mercato, poiché era

questo, secondo loro, il metodo più efficace per contrastare il comunismo

sovietico.

Ma per l'Italia rispettare le clausole del piano Marshall era particolarmente

difficile, perché il nostro apparato industriale, non ancora in grado di affrontare

le sfide del mercato, di trincerava ancora dietro a posizioni protezionistiche.

Nel febbraio 1948 Stalin fece un colpo di Stato in Cecoslovacchia, dove veniva

creato un regime comunista. Questo era un atto di forza particolarmente

brutale perché a Praga c'era un'Assemblea costituente liberamente eletta nel

1946 e perché c'era una forte democrazia parlamentare.

Come reazione a questo colpo di stato, i ministri degli Esteri di GB, Francia,

Belgio, Olanda e Lussemburgo si ritrovarono (con l'appoggio degli USA) a

Bruxelles per dare vita a un accordo politico-militare cinquantennale, che

vincolava i paesi firmatari a un'assistenza militare in caso di aggressione. Il

Patto di Bruxelles era simile a quello di Dunkerque fra GB e Francia ma con una

differenza: l'accordo di Dunkerque era rivolto contro una potenziale rinascita

tedesca, mentre il nuovo patto era ufficialmente una manifestazione della

volontà europea di opporsi all'espansionismo sovietico.

Il ministro degli Esteri Bevin, dopo qualche esitazione propose all'Italia di

entrare nell'accordo, ma De Gasperi e Sforza non erano disposti ad accettare,

perché, alla vigilia del voto in Italia, si riteneva preferibile evitare un impegno

che avvicinasse troppo l'Italia all'Unione occidentale, tale da poter essere

sfruttare a livello elettorale dai socialcomunisti. La stessa risposta veniva data

per la proposta americana di forniture americane. Il rifiuto suscitò il malumore il

USA.

Il rifiuto deve essere inserito nel quadro più ampio che riguarda le questioni di

Trieste e delle colonie pre-fasciste, sempre alla vigilia della sfida elettorale.

Gli USA, GB e Francia era abbastanza d'accordo sulla linea di Sforza, secondo il

quale gli alleati potevano aiutare il fronte moderato nella ormai imminente

sfida con una dichiarazione con la quale promettevano all'Italia la restituzione

della Zona A del Tlt da essi amministrata e al tempo stesso neutralizzavano gli

effetti di un'offensiva propagandistica contro l'URSS che si dimostrava

favorevole al ritorno delle colonie pre-fasciste all'Italia.

Sulle colonie non si arrivò all'accordo, ma su Triste veniva concordata una

dichiarazione tripartita (20/03/1948) che impegnava gli alleati alla restituzione

all'Italia non solo della Zona A ma di tutto il Tlt, cioè anche della Zona B,

occupata dagli jugoslavi. Ipotesi comunque irrealistica e in funzione elettorale,

considerando che nel 1948 Tito rompe i rapporti con l'URSS e quindi tornava a

occupare un ruolo importante nella strategia occidentale.

Quel che emerge dal “no” italiano era il desiderio di contrattare senza

comprendere che l'adesione al Patto di Bruxelles avrebbe potuto solo giovare

all'Italia, dato che le avrebbe fatto finalmente ricoprire un vero e proprio ruolo

nel panorama europeo internazionale. Ciò veniva ricordato anche Bevin, che

sottolineava il fatto che l'ingresso dell'Italia nel Patto avrebbe costituito solo un

peso per gli altri Stati e quindi per questo esso non aveva il diritto di porre

condizioni.

Alla fine il trattato veniva sottoscritto il 17/03/1948 senza l'Italia: dietro questo

rifiuto emergeva l'esistenza di una forte corrente di opinione contraria alla

collocazione dell'Italia al fianco delle potenze occidentali, schierata su posizioni

neutraliste.

Un neutralismo che si poteva definire “ideologico” di chi, rifacendosi alla

tradizione politica d'intervento che aveva ridotto il paese a perseguire una

politica di potenza, sosteneva l'opportunità di un drastico cambiamento e

quindi la necessità di mantenersi liberi dalle influenze dei due blocchi.

LE SCELTE DELLA RAGIONE:

ATLANTISMO ED EUROPEISMO

(1948 – 1955)

De Gasperi e il 18 aprile

Nelle elezioni del 18 aprile vinse la DC e questo si ripercosse sulla politica

estera: la sconfitta del fronte socialcomunista allontanava il rischio di

sovietizzazione della vita nazionale, mentre aumentava la volontà di De

Gasperi e Sforza di uscire dall'isolamento diplomatico in cui si erano cacciati

rifiutando di aderire al Patto di Bruxelles.

Nell'estate del 1948 i due davano il via a una prima approfondita riflessione

sulla politica estera, anche perché gli avvenimenti internazionali – la crisi di

Berlino – avevano allargato la distanza tra le due potenze.

De Gasperi aveva capito che agire facendo leva sulla paura comunista non

dava i suoi frutti: cominciava così un percorso che, otto mesi dopo, avrebbe

portato l'Italia all'atto di fondazione del Patto Atlantico e quindi alla sua scelta

definitiva di campo.

In un primo momento però De Gasperi aveva cercato di aggirare il problema

della mancata partecipazione proponendo una sorta di “neutralità armata” per

cui l'Italia avrebbe eluso gli impedimenti al riarmo contenuti nel Trattato di

pace con una serie di accordi bilaterali con USA del tipo di quelli che Truman

aveva sottoscritto l'anno prima con Grecia e Turchia. Ma ancora una volta il

tentativo falliva; anche perché stava cambiando la strategia americana nei

confronti dell'Europa.

Nel giugno del 1948 il Senato USA approvava la risoluzione Vandenberg che

consentiva agli USA di stipulare accordi militari al di fuori del continente

americano anche in tempo di pace. Così il mese dopo gli ambasciatori dei

cinque paesi aderenti al Patto di Bruxelles si riunivano a Washington per

definire tempi e modalità di una possibile assistenza militare americana

all'Unione occidentale, di cui ovviamente l'Italia era esclusa.

Nel luglio del 1948 Sforza cercava di rompere l'isolamento con un discorso

all'Università per gli stranieri di Perugia, dal titolo “Come fare l'Europa?”, in cui

il conte proponeva di ampliare la collaborazione tra le nazioni europee in vista

di una prospettiva federalista: per la prima volta Sforza ancorava la politica

estera italiana a una scelta europeista.

L'obiettivo di Sforza – giungere a uno Stato federale partendo da intese di

carattere economico attraverso il rafforzamento dell'Oece (Organizzazione

europea per la cooperazione economica) – precorreva i tempi, era utopistico ed

era destinato a incontrare ostacoli soprattutto da parte di GB. Tuttavia il

progetto aveva il merito di aggirare il problema delle forti resistenze al Patto di

Bruxelles presenti nella coalizione moderata con la “carta europea”, sulla quale

i dissensi erano pochi, proprio perché suggeriva un trasferimento di poteri a

uno Stato europeo, ponendo tutti gli Stati componenti sullo stesso piano.

Sforza collocava la sua visione in un contesto laico e la interpretava come il

coronamento di un ideale risorgimentale, mentre De Gasperi la interpretava

sotto una visuale cattolica e solidaristica, volta a vincere le riserve di chi

(soprattutto nella DC) non voleva che l'Italia partecipasse a patti militari.

Va però detto che le accoglienze della proposta da parte degli altri Stati furono

piuttosto tiepide. Il sofferto sì al Patto atlantico

La necessità di una scelta diventava inevitabile anche perché le pressioni USA

su De Gasperi aumentavano: i tre ambasciatori nelle capitali occidentali

principali (Tarchiani da Washington, Gallarati Scotti da Londra e Quaroni a

Parigi) registravano del disagio per le mostre titubanze, anche perché i

negoziati per il Patto atlantico erano giù iniziati e stavano anche finendo.

Alla fine dell'anno la maggior parte dell'incertezza sembrava risolta anche

perché Sforza incontrava a Cannes il collega francese Schuman, che lo

informava dei progressi del Patto atlantico ed esortava la candidatura italiana.

Nello stesso tempo, un forte appoggio veniva dato da Papa Pio XII, che nel

radiomessaggio natalizio prendeva posizione contro il comunismo e non

escludeva l'ipotesi di una partecipazione italiana a un'alleanza militare.

Un ulteriore incoraggiamento venne dal generale Marras, capo di stato

maggiore dell'Esercito, che di ritorno da una missione negli USA lo informava

circa la volontà americana di prendersi carico dei nostri problemi di sicurezza

con l'invio di forniture militari.

Alla luce di tutto questo, Sforza mandava un memorandum a Tarchiani

comunicando la volontà di partecipare al Patto, anche se il documento

conteneva molte ambiguità, tanto che Sforza lasciava libero Tarchiani di

decidere se consegnare il memorandum per intero o se consegnarne solo una

parte.

Quando la questione sembrava risolta, Bevin sollevava dubbi sulla nostra

partecipazione, suggerendo per l'Italia un “ingresso differito”. La proposta

venne appoggiata dal Canada e dal Benelux, che temevano che l'Italia avrebbe

avanzato richieste sulle colonie africane.

Comunque GB non poneva un veto sulla partecipazione italiana, ma si limitava

solamente a scaricarne la responsabilità su Truman. Ma chi pensava che a

questo punto il sì degli USA sarebbe stato scontato, si sbagliava, perché il

nuovo segretario di Stato Acheson aveva forti dubbi.

Era però il governo francese a risolvere la situazione: era l'ambasciatore

Bonnet a Washington a volere fortemente l'ingresso dell'Italia per ragioni di

convenienza, perché così il baricentro del Patto si sarebbe spostato a Sud,

includendo la copertura militare USA anche sul Mediterraneo e sull'Algeria

francese. Era in qualche modo un tentativo di estendere un secondo

protettorato all'Italia dopo l'Unità.

Ma la decisione finale spettava a Truman, che sembrava più spinto ad

appoggiare la posizione della GB dell'ingresso differito, ma poi si mostrò più

malleabile.

Così, nel marzo del 1949, Truman riceveva un dossier da Acheson sui pro e i

contro dell'entrata italiana.

Contro:

l'Italia nelle due guerre mondiali si era dimostrata un alleato infido,

• avendo cambiato bandiera in entrambe le guerre.

Italia, Norvegia, Danimarca, Islanda e Portogallo entravano nel Patto come

membri originari insieme ai sette fondatori (USA, Canada e i cinque del Patto di

Bruxelles).

Ma prima di firmare De Gasperi voleva ottenere l'approvazione della Camera,

anche se non era obbligato: i socialcomunisti non erano d'accordo e

accusavano De Gasperi di asservimento allo straniero e anche al centro alcuni

esponenti (Gronchi, Dossetti, Saragat) della DC sostenevano ancora il

neutralismo. Fatto sta però che alla fine De Gasperi ottenne la maggioranza e

firmò il Patto atlantico (fiducia il 18/03/1949).

De Gasperi e Sforza a questo punto giocavano su un doppio tavolo: sul fronte

della politica interna cercavano di far passare la scelta atlantica come una

necessità per la politica europea, mentre sul versante europeo dovettero

ripiegare su una posizione più pragmatica rispetto alle aperture federaliste di

Perugia, rinunciando alla proposta di rafforzamento dell'Oece, ma

comprendendo che era necessario il dialogo con le altre potenze europee.

Nel gennaio del 1949 il Consiglio dell'Unione occidentale invitava l'Italia ad

associarsi alla seconda fase per la nascita di quello che sarà definito il Consiglio

d'Europa: un organismo che sarà privo di autorità e di peso a causa dei

condizionamenti del governo britannico.

Tuttavia, l'invito rappresentava comunque un successo diplomatico, che De

Gasperi enfatizzava sul “Popolo” sottolineando come l'Italia stesse rientrando in

Europa.

In realtà era stata la Francia a spingere per l'inclusione dell'Italia nel Consiglio,

consapevole che ciò avrebbe facilitato la nostra firma del Patto atlantico.

E così avvenne. Il 4/04/1949 Sforza firmava il Patto atlantico con gli altri 11

Stati: era

un trattato difensivo, dove in caso di attacco dall'Est era inevitabile il

• coinvolgimento degli USA

di natura ventennale,

• composto da un preambolo in cui veniva affermata la fedeltà dei

• partecipanti alla Carta delle Nazioni Unite e da 14 articoli

aveva validità in un'area geografica ben definita (art 6)

• prevedeva l'impegno degli stati partecipanti a intraprendere relazioni

• internazionali fra loro pacifiche e a promuovere il benessere (art 2)

Con la firma del Patto cessava il dopoguerra della politica estera italiana: l'Italia

entrava a pieno titolo nella struttura militare dell'Occidente e veniva

cancellata la pagina buia del Trattato di pace, anche se rimanevano insolute le

questioni di Trieste e delle colonie.

De Gasperi e Sforza avevano commesso degli errori (come il non aver

compreso l'importanza dell'adesione al Patto di Bruxelles), mentre senza

l'interessamento della Francia probabilmente saremmo entrati nel Patto

atlantico dopo chissà quanto tempo.

È vero infine quello che diceva Quaroni, ovvero che l'ingresso dell'Italia nel

Patto si deve quasi esclusivamente all'influenza di Tarchiani, Gallarati Scotti e

Quaroni, giacchè Einaudi, De Gasperi e Sforza all'inizio erano contrari

all'adesione, ma è anche vero che senza la conversione all'europeismo, De

Gasperi e Sforza non sarebbero mai riusciti a schiodare chi parlava ancora di

neutralismo e di peso determinante.

Addio alle colonie

La posizione iniziale assunta da De Gasperi in sede di conferenza di pace era

chiara: le colonie pre-fasciste sarebbero dovute rimanere all'Italia e su questa

posizione tutti i partiti erano abbastanza d'accordo.

Ma sul piano internazionale, De Gasperi era conscio che su questo punto si

sarebbe dovuti arrivare a un compromesso, perché i quattro Grandi, che

nutrivano diverse mire sulle nostre colonie, non le avrebbero mai lasciate

totalmente all'Italia.

Il punto di riferimento essenziale era il governo britannico, che mirava a

estendere il suo controllo sul Mediterraneo e quindi non era disposto ad

accettare la nostra presenza in Africa.

All'indomani della firma del Patto e dell'atto costitutivo , Sforza affrontava

l'argomento con Bevin, consapevole che, se non fossero giunti a un accordo,

sarebbe toccato all'Assemblea generale dell'Onu affrontare l'argomento.

L'incontro londinese tra Bevin e Sforza fu produttivo: i gravi incidenti scoppiati

nel 1948 a Mogadiscio (52 morti italiani) avevano convinto Bevin che la nostra

presenza in Somalia fosse indispensabile e che quindi la colonia dovesse essere

restituita, mentre manteneva le ambizioni sulla Cirenaica soprattutto perché

interessata ad alcune basi militari.

Così nasceva il “compromesso Bevin-Sforza” in virtù del quale

la Libia sarebbe stata divisa in 3 parti:

• la Cirenaica sarebbe passata sotto amministrazione fiduciaria

◦ della GB

il Fezzan sarebbe andato alla Francia

◦ la Tripolitania, dal 1951, sarebbe andata all'Italia

La Somalia sarebbe stata affidata sempre sotto amministrazione

• fiduciaria all'Italia,

l'Eritrea sarebbe stata ceduta all'Etiopia.

La reazione dei diplomatici fu di disappunto, mentre sulla stampa riniziava la

campagna anti-britannica.

Ma il compromesso venne bocciato all'Assemblea generale dell'Onu per il voto

del delegato di Haiti.

Nonostante le opposizioni parlassero di bancarotta fraudolenta riferendosi al

fallimento del compromesso, De Gasperi difendeva Sforza, rifiutandone le

dimissioni, ma allo stesso temppo faceva una revisione della politica africana,

affermando la disponibilità a concedere la piena libertà alle tre colonie.

L'anno successivo si raggiunse l'accordo:

la Libia sarebbe diventata uno Stato indipendente dal 1952

• per l'Eritrea si concedeva un regime autonomo nell'ambito di una

• federazione con l'Etiopia

la Somalia sarebbe diventata indipendente dopo 10 anni di

• amministrazione fiduciaria italiana.

Si concludeva così, in modo insoddisfacente, la parentesi della presenza

italiana in Africa. Guerra fredda e politica interna

La partecipazione come membro al Patto atlantico era un bel passo avanti, ma

non aveva ancora messo l'Italia sullo stesso piano delle altre nazioni, e questo

lo si poteva bene vedere quando i membri del Patto si misero al lavoro per

definire le strutture politiche e militari dell'organizzazione.

A Washington veniva proposta la creazione di un direttorio a tre (USA, GB e

Francia) destinato ad assumere la responsabilità strategica dell'alleanza con

l'intenzione di escludere l'Italia dal gruppo di paesi che avrebbero pilotato

l'organizzazione.

Sforza chiedeva almeno l'inclusione del paese a pieno titolo nel gruppo “Europa

occidentale”, mentre De Gasperi comunicava all'ambasciatore americano Dunn

il rischio di una crisi di governo di fronte all'ennesima umiliazione italiana.

Ma questa volta la nostra diplomazia non poteva contare sull'appoggio della

Francia, anch'essa contraria alla presenza italiana ai vertici, ma anche

sottolineata la quasi indifferenza mostrata da Truman per la questione italiana.

Il punto era che dopo il piano Marshall l'Europa si era ridotta in uno stato

subalterno e in particolare l'Italia era considerata una specie di pedina

acquisita per il campo occidentale, mentre il Cremlino perdeva atto della

perdita della possibilità di conquista del potere.

La politica estera lasciava poco spazio di autonomia a quella interna: era una

situazione chiara, ma non compresa dalle forze che cercavano di frenare la

spinta atlantica, una posizione di neutralità che mirava l'equidistanza dai due

blocchi, che attraversava il Partito socialdemocratico e la sinistra

democristiana.

I governi europei erano occupati nella campagna anti-comunista e quindi in

Italia la formula del quadripartito centrista sarebbe stata immodificabile,

almeno fino a quando la situazione internazionale non sarebbe mutata.

Intanto la spinta degli USA a un riarmo non suscitavano entusiasmi nel

governo, perché non c'erano abbastanza soldi: Washington cercava di supplire

le mancanze con un accordo bilaterale di mutua assistenza difensiva, ma le

incertezze sull'impegno italiano rimanevano tante.

Urgeva una revisione del Trattato di pace per consentire il riarmo, revisione che

avvenne però solo due anni dopo, il 26/09/1951, con il Consiglio atlantico di

Ottawa.

Intanto l'Italia, dopo le elezioni del 18 aprile, aveva perso il ruolo di punta come

paese più esposto alla sovietizzazione, ma aveva anche perso posizioni nel

campo occidentale, rischiando di diventare un alleato minore a causa

dell'inadeguatezza del suo sistema economico e dell'incapacità di affrontare

nuove sfide internazionali.

Sul piano politico, De Gasperi insisteva sulla via delle maggiore cooperazione

fra gli Stati europei: prima di tutto con la Germania, su cui si concentrava

l'amministrazione di Truman.

A Washington si credeva fermamente nella possibilità di un attacco militare

dell'URSS all'Europa, e quindi invitava i paesi europei a mettere da parte i

contrasti e le divisioni. Nell'ottobre del 1949, in un rapporto al Consiglio

dell'Oece, l'amministratore dell'Eca (Economic cooperation administration)

Hoffman denunciava apertamente l'insoddisfazione per l'andamento del

processo di integrazione europeo e lanciava una sorta di ultimatum,

condizionando l'erogazione delle quote successive del Piano Marshall a una

politica di liberalizzazione degli scambi e di coordinamento monetario. Il

problema più grosso era rappresentato dai rapporti franco-tedeschi.

Ceca, Ced e il ruolo dell'Italia

La soluzione veniva trovata dal francese Monnet, che non proponeva una

federazione, ma un accordo che mirasse a mettere insieme le risorse

carbo-siderurgiche franco-tedesche che poi venisse allargato ad altri

partecipanti (Italia e Benelux), ma non a GB.

In questo modo la Francia mirava a mantenere un controllo effettivo sulle

risorse strategiche della Germania, che era il principale produttore di carbone

europeo, mentre il nuovo Stato tedesco, guidato da Adenauer, avrebbe

guadagnato il prestigio internazionale.

La proposta francese, elaborata dal ministro degli Esteri Schumann, veniva

proposta il 9/05/1950 ed era l'avvio della strategia “funzionalista” voluta da

Monnet, secondo cui l'integrazione europea su basi sovranazionali si sarebbe

attuata con approcci limitati.

Il “piano Schumann” per l'istituzione della Ceca (Comunità europea del carbone

e dell'acciaio) era stato frutto di negoziati tra Monnet e Adenauer, mentre

l'Italia ne era stata tenuta all'oscuro, anche se non si tirò indietro quando la

Francia le chiese di farne parte, perché De Gasperi e Sforza avevano capito il

significato politico dell'iniziativa.

Ma c'era un problema, che non derivava tanto dal carbone quanto dall'acciaio.

Il mercato siderurgico era diviso fra industria pubblica e privata: mentre quelle

pubblica , riunita sotto la Finsider e guidata da Senigaglia, era d'accordo con

l'apertura internazionale, quella privata era contraria perché temeva di non

essere in grado di reggere la concorrenze straniera e si sentiva meglio tutelata

dalle leggi protezionistiche.

Le trattative si conclusero comunque il 18/04/1951 e venne firmato da Francia,

Germania, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo: il mercato integrato sarebbe

stato varato cinque anni dopo per permettere all'Italia di operare le

ristrutturazioni all'industria siderurgica.

Ma quando in Italia si dovette far passare il Trattato in Parlamento,

cominciarono a manifestarsi ripensamenti, perché mancava una visione limpida

dell'interesse nazionale. Il Trattato venne poi ratificato nel marzo del 1952.

La partecipazione italiana alla Ced (Comunità europea di difesa) era ancora più

complessa. Era stato lo stesso Sforza, nel 1950, a proporre la prima vaga

ipotesi di un esercito europeo integrato. Con questo sua iniziativa, Sforza

pensava di muoversi in sintonia con gli orientamenti di Washington, mentre

invece le reazioni di Acheson erano state stizzite ed evasive.

Ma alla luce dell'invasione della Corea del Sud da parte della Corea del Nord e

dal profilarsi della possibilità concreta di una terza guerra mondiale, Churchill

nel 1950 proponeva un “esercito europeo unificato”.

Nel settembre Acheson accoglieva la proposta di Sforza e proponeva a sua

volta una nuova dottrina atlantica, la forward strategy, che spostava a Est, fino

all'Elba, la linea di difesa della Nato. E poiché nella nuova linea era incluso

anche il territorio tedesco, era inevitabile inserire le divisioni di Bonn nello

schieramento atlantico.

Il governo francese si rendeva intanto conto di non potere impedire il riarmo

tedesco e che quindi bisognava avanzare una controproposta. Così la Francia

elaborò il “Piano Pleven”, che prevedeva la costituzione di un esercito europeo

composto da contingenti nazionali a livello dell'unità più piccola possibile e

dipendente da un ministro della Difesa comune, mentre le unità tedesche

sarebbero state collocate in una posizione subalterna rispetto a quella degli

altri. Ma la proposta si scontrò con il “no” americano e tedesco.

Di fronte a questi scontri, la diplomazia italiana adottava una posizione

mediana e manteneva un atteggiamento di basso profilo, evitando di esporsi

con proprie proposte.

Lan svolta avvenne con Eisenhower, nominato comandante della futura “forza

integrata”. Il generale esortava francesi e tedeschi ad avvicinare le rispettive

posizioni e dare il via a una vera comunità europea di difesa. Le pressioni

andarono a buon fine perché Francia e Germania raggiunsero un accordo

provvisorio.

A quel punto De Gasperi capiva che non poteva più stare a guardare e quindi

nel luglio del 1951, dopo l'ennesimo rimpasto del governo, assunse la guida del

ministero degli Esteri al posto di Sforza, iniziando una battaglia federalista

imperniata sul progetto di una Comunità politica che avrebbe dovuto marciare

parallelamente a quello della Comunità di difesa.

Nasceva così la proposta dell'articolo 38 del trattato istitutivo della Ced in virtù

del quale, una volta sorta la Ced, la sua assemblea parlamentare avrebbe dato

il via a una Comunità politica europea.

Per un certo periodo sembrò che l'iniziativa (appoggiata da Adenauer e

Schumann) potesse concretarsi e il 27/05/1952 veniva siglato il Trattato

istitutivo della Ced.

Durante l'estate italiani e francesi diedero vita a un'assemblea per

l'elaborazione del progetto della Cpe (Comunità politica europea), ma di lì a

qualche mese sorsero di nuovo i problemi, perché in Francia e in Italia non si

riusciva a far ratificare il trattata della Ced.

De Gasperi era sempre più distratto dal fronte interno, perché aveva paura di

perdere le elezioni del 1953, tanto che promosse la riforma della legge

elettorale, che prevedeva un premio al partito che avesse conseguito la

maggioranza assoluta dei voti (“legge truffa”).

De Gasperi sperava attraverso la legge maggioritaria di ottenere la stabilità

politica necessaria per perseguire gli obiettivi europei, ma di fatto:

le polemiche sulla riforma elettorale

• l'avvento del repubblicano Eisenhower come presidente

• la morte di Stalin che iniziava a mettere in crisi il comunismo

finivano per ripercuotersi negativamente sul processo di integrazione europea.

Inoltre:

la contestazione interna alla DC

• la questione di Trieste

inducevano a rallentare l'esame parlamentare della Ced, soprattutto

all'indomani delle elezioni del 7/06/1953 che, nonostante la DC avesse vinto

con uno scarto minimo ma comunque avesse ottenuto il premio, segnarono la

fine dell'era De Gasperi e l'avvento dei governi centristi, molto più instabili,

presieduti da Pella e Scelba.

Nel governo Pella. Pupillo di Einaudi e appoggiato dalle destre, la questione di

Trieste diventava fondamentale, perché i rapporti con Tito erano talmente

peggiorati da spingere gli italiani a mobilitare tre divisione sul fronte orientale e

la crisi minacciava di trasformarsi in un confronto armato. Gli anglo-americani

cercarono di venire incontro agli italiani dichiarando l'intenzione di ritirarsi dalla

Zona A, ma allo stesso tempo non volevano inimicarsi Tito.


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valsfm

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze umanistiche per la comunicazione
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valsfm di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Punzo Maurizio.

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