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Il riconoscimento internazionale

Dopo la proclamazione del Regno d'Italia (17/03/1861), la diplomazia si trovò impegnata a ottenere il riconoscimento internazionale dagli altri Stati, necessario per i rapporti politici e commerciali. Mentre alcuni governi avevano guardato al Risorgimento italiano con una certa simpatia (Inghilterra, Svizzera, Stati Uniti, Stati scandinavi, Argentina e Messico), altri giudicavano il successo raggiunto con diffidenza.

La Francia, che era stata fondamentale nell'ultima fase del Risorgimento (quella dopo la Seconda guerra d'indipendenza), comunicò il suo riconoscimento il 15/06/1861, non senza qualche esitazione, mentre Russia e Prussia si fecero attendere per più di un anno (luglio 1862). Per la Spagna si dovette attendere fino al 1865 e per l' Austria, che fu costretta a concederlo in conseguenza al Trattato di pace con l'Italia dopo la guerra persa con la Prussia, fino al 1866.

Stato e condizione politica verso l'Italia

Stato Condizione Motivazione politica
Inghilterra Simpatizzante Favorevole al nuovo Stato in previsione del ruolo che avrebbe potuto svolgere nel contenere l'influenza francese nel Mediterraneo, che per Londra aveva una notevole importanza strategica, visto il taglio dell'istmo di Suez che avveniva proprio in quel periodo (completato nel 1869).
Francia Esitazioni Dopo la firma della Pace di Villafranca (11/07/1859), la vicenda italiana per i francesi si era rivelata un errore storico: un conto era uno stato Piemontese più grande e una Penisola tripartita secondo gli accordi di Plombières, un altro era una nazione unificata che inibiva le ambizioni espansionistiche della Francia stessa sul Mediterraneo. Tuttavia i francesi non potevano tirarsi indietro, soprattutto alla luce di ciò che avevano fatto per aiutare l'Italia: quindi dopo la morte di Cavour (06/06/1861) anche la Francia concesse il riconoscimento, pur mantenendo le proprie truppe a Roma.
Russia e Prussia Attendista e dilatoria A causa di indifferenza e diffidenza per la vecchia ruggine contro il principio di nazionalità di chi si considerava ancora vincolato ai vecchi principi della Santa Alleanza. In generale, l'invasione dei piemontesi del territorio dello Stato della Chiesa dopo l'ultimatum alla Santa Sede (11/09/1860) suscitò la disapprovazione dei conservatori europei, nonché l'indignazione dei cattolici.
Austria e il papa Diffidenza Sempre a causa dell'invasione dello Stato della Chiesa e perché l'Austria aveva perso una delle più ricche province dell'impero, mentre il papa aveva perso due terzi del suo territorio.

Cavour e l'eredità cavouriana

Se i risultati della politica cavouriana furono favorevoli, non tutti i passaggi diplomatici lo furono altrettanto:

  • Congresso di Parigi, dopo la Guerra di Crimea → Cavour si presenta con troppe ambizioni territoriali, giocandosi temporaneamente il favore degli inglesi, tanto che Clarendon parlò di “politica senza scrupoli”.
  • Pace di Villafranca e scontro successivo con Re Vittorio Emanuele II → Cavour aveva chiesto al sovrano di continuare la guerra contro l'Austria senza i francesi, sperando che l'Inghilterra dichiarasse guerra all'Austria nel 1856, cosa che poi non avvenne.
  • La politica avventuristica di Cavour costò molto spesso la fiducia da parte degli altri stati.
  • Guerra di Crimea → decisione di mandare l'esercito in Crimea fu avventurosa e apertamente impopolare: se l'Austria si fosse unita alla coalizione anglo-francese, i piemontesi si sarebbero così trovati a combattere contro gli asburgici.
  • Politica condotta attraverso la Società nazionale → rischiosa e provocò sollevazioni in Toscana, Emilia e Romagna nel 1859, che portarono alla deposizione delle dinastie regnanti, ma all'esautoramento del potere papale, tutto ciò in contrasto con la pace di Villafranca che prevedeva il ritorno dei vecchi regnanti sui troni dell'Italia centrale: il rischio era quello di riaccendere la guerra ritrovandosi contro Francia e Austria in difesa del papa.
  • Conquista del Mezzogiorno → la linea ambigua adottata da Cavour nei confronti di Garibaldi darà alla fine i suoi frutti ma contribuirà a creare un difficile rapporto fra Nord e Sud che poi rimarrà costante nella storia nazionale.

La politica estera italiana: primi venti anni

La politica estera italiana nei suoi primi venti anni ruota intorno a due temi fondamentali:

  • I rapporti con la Francia
  • Il conflitto con il papato

Entrambi i temi sono diretta eredità della politica cavouriana. La genialità di Cavour stava nel fatto di avere fatto una grande politica per un paese di fatto insignificante: senza diplomazia e senza esercito. Ma, sebbene povera di risorse, l'Italia era un importantissimo punto strategico, posta al centro del Mediterraneo e punto di mediazione dei rapporti fra Occidente e Oriente.

Ciò che spingeva il nuovo Stato verso una politica ambiziosa che aspirava al confronto con le grandi potenze europee era:

  • La posizione strategica
  • Il tipo di politica che aveva portato all'Unità
  • I ricordi della grandezza passata che avevano alimentato il patriottismo risorgimentale

Ma di grande potenza l'Italia aveva solo il numero di abitanti (circa 26 milioni) che continuava ad aumentare grazie alla prolificità del Meridione. Il reddito infatti restava notevolmente più basso del reddito medio europeo, l'economia era quasi del tutto agricola, le industrie erano quasi tutte concentrate in Piemonte, Lombardia e Liguria. Le infrastrutture (soprattutto le ferrovie) erano precarie e mal distribuite, il livello di analfabetismo altissimo (in media il 74%, in Lombardia e Piemonte il 54%, mentre in Sicilia e Sardegna il 90%).

Per il primo decennio la situazione finanziaria sfiorò la bancarotta: al peso dei debiti dei vecchi stati assunti dal Regno si aggiungevano le forti spese della guerra al brigantaggio. In conclusione, al momento dell'ingresso del Regno nella comunità internazionale il paese era molto indietro rispetto agli altri Stati su praticamente tutti i livelli: sebbene il divario non fosse incolmabile, per supplirlo ci sarebbe voluto tanto tempo e tanta buona volontà, soprattutto per quanto riguarda l'opera di assimilazione tra condizioni e culture diverse e la formazione di quello spirito unitario che crea senso di appartenenza e lealtà nei confronti del proprio paese e ne costituisce il maggior sostegno.

Problemi e sfide del nuovo stato italiano

Sui programmi di costruzione e crescita economica della classe dirigente post-cavouriana continuavano a pesare due problemi:

  • Il problema della sicurezza → riguardava le minacce dell'Austria e del Papato di recuperare le perdite morali e materiali subite durante il Risorgimento.
  • Problema dei confini → difenderli ma anche ampliarli per completare il programma di unificazione nazionale (programma difesa-offesa) → Politica estera remissiva e aggressiva a fasi alterne.

Non avendo un supporto armato, la politica del nuovo Stato dovrà puntare sulle alleanze suggerite piuttosto che quelle ideologiche. Tuttavia l'Italia poteva contare su una diplomazia di altissimo livello rispetto alle sue dimensioni e alle risorse e che contribuì a far raggiungere al giovane Stato uno status superiore alle sue potenzialità: Emilio Visconti Venosta, ministro degli Esteri per oltre un quarantennio; il conte Carlo Felice di Robilant, ambasciatore a Vienna; il conte Edoardo De Launay, ambasciatore a Berlino; il conte Costantino Nigra, ambasciatore speciale.

Roma o Venezia?

Nel primo decennio di vita del nuovo Stato, Roma e Venezia rappresentavano gli obiettivi principali della politica interna. Tuttavia questa politica interna poteva dirsi strettamente legata a quella Estera perché strettamente legata al volere di Francia e Austria. Infatti Cavour affermò che sarebbe andato a Roma solo con il consenso dei francesi: in questi anni la Francia esercitava un protettorato sul Paese mal sopportato ma giudicato come inevitabile.

L'imperatore manteneva un atteggiamento benevolo verso l'Italia, pur garantendo la sua presenza nella Santa Sede con un contingente militare a Roma. Napoleone III sembrava incline a favorire l'Italia seppur con riserve, essendo condizionato:

  • Dai cattolici francesi fedeli al papa e dal mantenimento del potere della Chiesa;
  • Dalla scarsa simpatia per l'Italia da parte della corte francese e dalla stessa imperatrice Eugenia e di una lobby politico-militare che, dopo l'annessione di Nizza alla Savoia, pensa a nuovi compensi territoriali (Sardegna e Liguria) nel tentativo di ampliare la tutela francese sul nuovo Stato.

In questi anni l'Italia è indebolita dalla situazione del Sud, scosso continuamente da rivolte e proteste, e in particolare dal brigantaggio (fomentato da Francesco II, rifugiatosi a Roma dopo la sconfitta di Gaeta), che in realtà era una vera e propria insurrezione condotta e repressa con ferocia e che rimase una spina nel fianco fino a quando non venne debellato nel 1865.

La vita del nuovo Stato a quel punto risultava talmente precaria che alcuni moderati presentarono il problema “del tenere Napoli o non tenerla”, cioè di lasciare le regioni meridionali al loro destino. Ben presto in Europa si diffuse l'aspettativa che il Regno potesse sfasciarsi: lo stesso Napoleone continuava a sostenere la necessità di una diversa organizzazione statale, continuando a ribadire la divisione concordata a Plombières.

Proposte di accordo e negoziati

Ci furono diverse proposte di accordo, tutte respinte dalla Chiesa:

  • Proposta di Cavour (25 – 27/03/1861) → proposta approvata anche dai francesi che però chiedevano di concedere al papa l'intero territorio laziale e chiedeva l'impegno all'Italia di non attaccare.

Dopo aver affermato l'esigenza di Roma capitale, il conte chiedeva al papa di rinunciare al potere temporale in cambio di garanzie al papa di esercitare le sue funzioni:

  • Piena libertà alla Chiesa di svolgere il suo magistero nel quadro di “una Chiesa libera in un libero Stato”
  • Impegno a corrispondere al papa una cospicua rendita annua

Cavour proponeva la rinuncia del papa al potere temporale, mentre Napoleone voleva mantenerlo, almeno per il momento: la situazione di crisi dell'Italia spinse Cavour ad accettare i negoziati con la Francia. Tuttavia la morte del conte cambiò il quadro in sfavore dell'Italia: Bettino Ricasoli, succeduto a Cavour, rilanciava il negoziato, ma a quel punto la Francia e il Vaticano avevano già fatto marcia indietro.

A questo punto Vittorio Emanuele II esordì con un'iniziativa: scettico sulla possibilità di far diventare davvero Roma capitale del regno, puntava sull'acquisizione di Venezia attraverso un nuovo conflitto con l'Austria. Approfittando di un movimento liberale in Grecia contro il re Ottone e in Ungheria contro l'Austria, Vittorio Emanuele in realtà pensava a un'operazione in tre atti:

  • Intervento a sostegno dei liberali greci per sostituire re Ottone con un Savoia che avrebbe dichiarato guerra all'impero Ottomano insieme alla Serbia;
  • Spedizione garibaldina in Dalmazia per sostenere una potenziale rivolta ungherese;
  • Intervento dell'esercito italiano contro l'Austria con il sostegno e la partecipazione francese.

Ma il piano venne respinto in toto da Napoleone III. Ma intanto Garibaldi, che si stava già organizzando per la spedizione di Dalmazia, veniva nominato presidente dell'associazione emancipatrice italiana, che organizzava una serie di comitati fautori di un'azione per Roma capitale.

Nel maggio del 1862, i volontari per l'avventura dalmata vennero arrestati e rilasciati pochi giorni dopo su pressione popolare e dello stesso Garibaldi, ormai impegnato nell'organizzazione della spedizione contro Roma. Arrivato in Sicilia alla fine di giugno, Garibaldi passò l'estate a raccogliere volontari, sostenuto dall'associazione emancipatrice e da un vasto movimento popolare che si raccoglieva sotto lo slogan “O Roma o morte”. Alla fine di agosto partiva dalla Sicilia con 2000 volontari, sbarcò in Calabria venendo poi fermato e arrestato in Aspromonte dall'esercito comandato da Pallavicini.

L'iniziativa di Vittorio Emanuele II

In parlamento, alla fine di febbraio Ricasoli, a causa delle sue incomprensioni con il re, essendo lui in disaccordo con il suo piano per conquistare Venezia, venne sostituito da Urbano Rattazzi, che godeva della fiducia del sovrano ed era gradito dalla Francia. In un primo tempo Rattazzi sembrava favorevole all'avventura balcanica proposta dal re; ma poi, davanti all'atteggiamento poco favorevole di Parigi e dopo un rimpasto del proprio governo su pressione francese che portò Giacomo Durando agli Esteri, cambiò idea e insieme a Vittorio Emanuele (che aveva ormai abbandonato l'idea dell'impresa greco-dalmata) sembrò sostenere l'impresa garibaldina a Roma.

La relativa facilità con cui Garibaldi aveva operato riunendo un esercito di volontari fa pensare che il re e il governo non l'avessero scoraggiato e che poi, sempre sotto pressione francese, si videro costretti a cambiare idea e il 3/08/1862 un proclama del re sconfessava il tentativo di Garibaldi, ma rassicurava gli italiani sul futuro di Roma capitale.

L'episodio garibaldino confermava come fosse impossibile prendere Roma con la forza, almeno fintanto che i francesi erano pronti a intervenire in difesa del papa. Il rischio maggiore era che la Francia usasse l'attacco al papa come scusa per riprendersi la penisola. In effetti il governo aveva fatto bene a fermare i garibaldini prima che intervenissero i francesi, ma l'errore in effetti fu quello di averli incoraggiati quando essi erano ancora in Sicilia (questo sempre se si accetta la tesi, non documentata, che Rattazzi e Vittorio Emanuele II conoscessero le intenzioni di Garibaldi).

Problemi di politica estera

La politica del governo e del sovrano risultava comunque inadatta per uno Stato che si affacciava sulla scena internazionale: i progetti di intervento concepiti, cambiati e poi abbandonati dimostrano come gli uomini del Risorgimento mantenessero nelle loro funzioni di governo le abitudini cospiratorie e avventuristiche che avevano caratterizzato il movimento di indipendenza.

L'attivismo scomposto e temerario non faceva una buona impressione alle nazioni europee e non, che adesso stavano lentamente abbandonando l'atteggiamento simpatizzante e benevolo per uno più diffidente. Quello che serviva all'Italia era un basso profilo e serietà e continuità volti alla costruzione del nuovo Stato.

Il compito dei governi post-risorgimentali doveva essere quello di dimostrare agli altri Stati che l'Italia non era una terra di cospiratori e di rivoluzionari che la visione romantica del Risorgimento aveva accreditato all'estero, ma che aspirava solo ad entrare nel quadro europeo rispettandone le regole. Un problema molto importante era quello della confusione dei poteri in materia di politica estera tra il re e il governo, prova di come il sistema istituzionale non fosse stabile.

Poteri in materia di politica estera

La prassi che il Presidente del Consiglio si assumesse anche il portafoglio degli Esteri (come avevano fatto Cavour, Ricasoli e Rattazzi) portava o in rotta di collisione (come per Ricasoli) o in una posizione di eccessiva acquiescenza (come con Rattazzi) rispetto a un sovrano che riteneva che gli Esteri dovessero essere controllati da lui (d'altra parte l'articolo 5 dello Statuto Albertino attribuiva al re la piena libertà di azione in campo di politica estera). Da qui i malintesi e i conflitti di potere.

  • Al sovrano → restò il potere decisionale in materia di forze armate e l'ultima parola in materia di politica internazionale, trattati importanti e dichiarazioni di guerra;
  • Politica estera → gestita dal presidente del Consiglio e dal ministro degli Esteri sottoposti al controllo parlamentare

Questa scarsa chiarezza rese di conseguenza poco chiare le vicende di politica estera, che risentì di due condizioni opposte:

  • L'assunzione di rischi eccessivi e lo spirito garibaldino, che si esauriranno con le sconfitte del 1866
  • Timidezza e eccessiva acquiescenza nei confronti della Francia, che si esaurirà con la scomparsa di Napoleone III e la svolta di Sedan.

Il peso della piazza sulle decisioni di politica estera: inizialmente solo una minoranza, poi con tempo sempre di più (ad esempio, il movimento irredentista) per il momento furono i garibaldini e gli ex-mazziniani a sostenere le iniziative per l'acquisizione di Roma e Venezia: nell'associazione emancipatrice, che oltre a volere Roma voleva anche la costituzione di una guardia nazionale c'erano anche Cripi e Cairoli, i quali, dopo il 1876, entreranno a far parte della sinistra.

Vittorio Emanuele II si dimostrò particolarmente sensibile al consenso del movimento patriottico e questo non fa altro che dare credito alla tesi che in un primo tempo avesse appoggiato l'impresa di Garibaldi. Va detto che però non tutti sentivano l'esigenza di una Roma capitale.

La convenzione di settembre

Molti pensavano che la Francia fosse l'unica in grado di far ottenere al regno Roma e magari anche Venezia. Inoltre bisognava cercare di evitare che il Vaticano mobilitasse tutto il mondo cattolico contro l'Italia. Il timore del Vaticano era eccessivo e per molti versi paralizzante per la politica estera: le probabilità che esso organizzasse una coalizione per riprendersi la penisola erano basse, ma rappresentavano comunque un rischio politico che l'Italia doveva affrontare con cautela.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valsfm di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Punzo Maurizio.
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