Europa e Stati Uniti dopo la guerra fredda
Capitolo 1 – All’indomani della guerra fredda
Stati Uniti ed Europa uscivano dalla guerra fredda molto diversi da come vi erano entrati, sia nelle rispettive identità che nei rapporti reciproci. Gli americani avevano vissuto gli anni del conflitto con l’Unione Sovietica molto più intensamente degli europei, e oltre alle motivazioni politiche e ideologiche avevano finito per aggiungersi quelle religiosi e morali. L’Europa, invece, dopo la scomparsa di Stalin (1953) e l’inizio del disgelo (1956) aveva metabolizzato il pericolo sovietico e quello rappresentato dai vari partiti comunisti nazionali e sembrava essersi adattata all’esistenza di un confronto politico che andava giocato più sul piano politico e diplomatico che su quello militare.
L’obiettivo dei gollisti di un’Europa “dall’Atlantico agli Urali” contribuiva a smorzare la tensione e la politica distensiva. La Francia era uscita dalla Nato (1966) e conduceva una politica a tutto campo, spesso alternativa a Washington. L’Italia aveva il Partito Comunista più forte dell’Occidente e si muoveva sulla traccia del compromesso storico. La Germania, che pur avendo affidato tutte le sue speranze agli USA per realizzare la riunificazione, assumeva dagli anni Settanta durante i governi della SPD, un atteggiamento più soft nei confronti dell’Unione Sovietica, varando l’Ostpolitik e instaurando fra gli anni Settanta e Ottanta una serie di rapporti economici tra i quali il sistema dei gasdotti, destinato a crescere negli anni, fino a creare l’attuale dipendenza dell’Europa dal gas russo.
Gli Stati Uniti si erano, invece, fortemente impegnati sul piano militare e alle prime avvisaglie della guerra fredda avevano ricostruito la loro struttura militare, che col passare del tempo diventava più potente senza però raggiungere la superiorità decisiva sull’avversario. Insieme a qualche vittoria, gli americani subivano però anche umilianti sconfitte. La guerra in Corea (1950 – 1953) si concludeva con un compromesso dopo la difficile campagna, mentre un decennio dopo, gli americani si impegnavano in Vietnam (Incidente del Tonchino nel 1964) che gli avrebbe provocato oltre alla sconfitta sul campo e alle critiche degli alleati europei, anche una profonda crisi nella società americana. Seguiva nel 1983, il frettoloso ritiro della flotta dal Libano, arrivata insieme a quella di francesi e italiani per riportare il paese alla pace e alla stabilità.
L’Europa aveva concluso la sua stagione militare con la crisi di Suez (1956) e la vicenda in Algeria (1954 – 1962), ma per molti paesi la seconda guerra mondiale era stata l’ultima. La partecipazione europea alla costruzione della Nato non si svolgeva senza riserve e senza contrasti (gli americani accusavano gli europei di sfruttare l’ombrello americano senza condividere i costi e le esperienze della guerra fredda, il che è effettivamente vero). L’Europa realizzerà la sua ricostruzione e il suo ritorno ad una grande potenza economica mondiale, grazie anche ad una spesa militare contenuta.
Il grande sforzo militare delle due superpotenze provocherà il crollo del sistema sovietico, ma indebolirà anche l’economia americana. L’economia civile si avvarrà largamente della tecnologia di origine militare, ma ciò non sarà sufficiente per sostenere durevolmente l’economia del paese. Pacifismo e isolazionismo da sempre principi dominanti nella politica estera americana vengono sostituiti da interventismo e da un nuovo nazionalismo diverso da quello della tradizione europea legato al ruolo dello stato-nazione, ma che solleciterà un forte sostegno popolare per le forze armate e le loro imprese. Gli anni della guerra fredda sono anche quelli in cui il dollaro supplisce alla perdita di potere economico con la forza del potere politico.
Mentre la società americana si impoverisce nel suo complesso e con la rivoluzione reaganiana crea nuove disuguaglianze e nuove povertà, l’Europa costruisce un generoso welfare e irrobustisce la propria finanza, fino a rendere possibile l’adozione della moneta unica, in concorrenza con quella americana.
Cambiano anche i valori della due società. In America l’esasperazione dell’individualismo e l’indebolimento della società e dei suoi organi, avvantaggiano i vertici della piramide sociale, mentre la base perde reddito e protezione. Mentre lo stato disarma, la società dei privati cresce impetuosamente fino a travolgere gli argini posti alla speculazione, all’arbitrio e a violare le premesse e le regole del libero mercato. La nascita del pericolo terrorista porterà una graduale radicalizzazione dei rapporti sociali ed umani e all’adozione di nuove leggi che creeranno chiusure e restrizioni alla libertà degli individui. Diversamente, in Europa lo stato e i governi dal centro e in periferia assumono nuovi compiti e nuovi obblighi nei confronti dei cittadini. La società europea diventa più articolata. L’eredità dei principi socialisti, visti in America come il male estremo, in Europa non spaventa più nessuno, anzi i programmi di origine socialista finiscono per essere accettati anche dalle destre.
Diverso fra USA ed Europa è anche l’atteggiamento nei confronti del mondo esterno. Dopo un breve interludio alla fine della guerra fredda, visto come inizio di una stagione di pace, serenità e democrazia, in America prevale una visione pessimista del futuro con l’annuncio di nuovi pericoli, nuove sfide e l’arrivo sulla scena di nuovi nemici. (“Scontro delle civiltà” (Huntington), visto come avvento di un disordine planetario, fatto di terrorismo, criminalità, fame e malattie nei confronti del quale il mondo occidentale è esortato a far blocco e a erigere le proprie difese. Con l’avvento del terrorismo gli Stati Uniti scoprono un nuovo nemico, a cui la strategia del containment non può far più fronte, ma prevale la strategia di un unilateralismo politico e di un interventismo che denuncia una nuova concezione del ruolo americano nel mondo e accredita un futuro imperiale. La visione imperiale americana, annunciata negli anni di Reagan, nasce dall’orgoglio per la vittoria della guerra fredda e dall’esistenza di un apparato militare tecnologicamente più avanzato di quello di un’Unione Sovietica che ormai non riesce più a reggere il passo, e, infine, dall’affermazione di un nuovo conservatorismo che vuole realizzare nella una pax americana fondata sul trionfo della democrazia.
Diversamente, l’Europa non ha una visione conflittuale dei rapporti internazionali e per motivi di storia e ragioni di economia essa porta nelle relazioni col resto del mondo valori di pacificazione e promesse di progresso economico, tanto che essa inaugura una fase di aperture nei confronti dei paesi dell’Europa ex comunista (l’Europa geografica e quella politica finiranno per coincidere quasi integralmente in pochi anni). Le aperture europee si estendono anche alla Russia di Gorbaciov e di Eltsin e nel 1994 Unione Europea e Russia stipulano un accordo di partnership e di cooperazione.
Le vicende della guerra fredda, dopo la fase di forte convergenza del dopoguerra, hanno allontanato le due sponde dell’Atlantico. Gli affari europei hanno perso importanza nell’economia globale americana, mentre per l’Europa l’America ha cessato di essere un modello come nel passato. C’erano insomma tutte le condizioni per una revisione dei rapporti e per la trasformazione di quella che era stata una partnership in una semplice alleanza fondata sulla partecipazione ai processi decisionali e sulla condivisione di responsabilità. L’Europa però non era ancora pronta a tutto ciò, opponendosi ad una forza armata europea indipendente dalla Nato (con cui gli USA riconfermavano la loro politica egemonica che sfociava nell’unilateralismo). Ci saranno da parte dell’America una serie di “chiamate alle armi” che accresceranno la dipendenza dei paesi europei dalle politiche di Washington. La prima durante la guerra del Golfo per fermare l’espansionismo di Saddam Hussein. Anche la guerra al terrorismo vedrà l’Europa impegnata a fianco dell’America, ma senza che gli europei ne condividano le urgenze e le strategie.
La sfida più decisiva per l’Occidente però è quella che gli viene dal resto del mondo: quello in via sviluppo che con un peso sempre crescente reclama di partecipare alle decisione, e quello povero. Le nuove realtà economiche e politiche si succedono con una velocità mai vissuta dal nostro mondo e rendono difficili non solo le previsioni, ma anche analisi e valutazioni.
Capitolo 2 – La guerra del Golfo: un’occasione perduta
Da Desert Shield a Desert Storm
La Guerra del Golfo (1990-91) è stata come poche altre il risultato di una serie di calcoli sbagliati che in prospettiva appaiono difficili da comprendere. Per primo quello del Kuwait e dei governi arabi per i quali l’uso della forza armata da parte di Saddam Hussein contro un paese fratello appariva impensabile, specie dopo gli aiuti che gli iracheni avevano ricevuto durante la guerra contro l’Iran. Più clamorosi gli errori di calcolo commessi da Saddam Hussein, primo fra tutti l’illusione di poter aggredire il Kuwait senza suscitare la reazione dei paesi vicini e degli Stati Uniti e successivamente quello di poter trattare fino all’ultimo momento un compromesso che accogliesse almeno parte delle pretese irachene quando ormai le truppe della coalizione erano schierate e pronte all’attacco, previsioni deluse anche quelle degli americani che si aspettavano la liquidazione di Saddam dopo la dura sconfitta subita dall’esercito iracheno, ma più grave di ogni malinteso la distrazione del dipartimento di Stato americano per non aver saputo interpretare i molteplici segni dell’aggressione irachena che si stava preparando ormai da tempo.
Le rivendicazioni di Saddam a carico del Kuwait risalivano agli anni Sessanta, quando l’Iraq si rifiutò di ratificare gli accordi di frontiera con il Kuwait stipulati nel 1961, ma poi sistematicamente contestati con la rivendicazione delle isole di Bubiyan e Warba che controllavano l’accesso al Golfo. Nel corso degli anni non mancano incidenti di frontiera provocati dall’Iraq, ma durante la guerra contro l’Iran (1980-88), il Kuwait, terrorizzato dalle conseguenze di una possibile vittoria dell’Iran khomeneista, aiuterà finanziariamente l’Iraq. Nonostante ciò, le pressioni di Baghdad sul Kuwait continuarono e si estesero fino a prendere una parte del prodotto del campo petrolifero di Rumaila che dal territorio del Kuwait si estendeva a quello iracheno.
Saddam pensava di poter convincere la dinastia reggente, i Sabath, un clan di quasi 2000 membri, a cedere i territori rivendicati dall’Iraq, data la debolezza politica del Kuwait, nonostante fosse uno stato ricchissimo. Il Kuwait e la dinastia regnante, inoltre, non godevano di particolare considerazione nel mondo arabo. Dopo gli inutili tentativi degli iracheni negli anni Ottanta per strappare le concessioni, desiderosi più che mai di allargare l’accesso alle acque del Golfo, Saddam si convinse che con il negoziato non avrebbe mai ottenuto ciò che voleva. Baghdad passò quindi alle minacce e parallelamente iniziava una campagna antiamericana e anti israeliana che stranamente passò quasi inosservata a Washington. Secondo Saddam l’eccesso di produzione del Kuwait sulle quote assegnate dall’Opec aveva creato forti perdite all’Iraq e depresso il prezzo del petrolio. Il 17 luglio arrivò l’ultimatum, in cui l’Iraq, assieme alle minacce avanzava la richiesta di un risarcimento di 27 miliardi di dollari, insieme all’accusa al governo kuwaitiano di voler distruggere l’economia irachena. Ciò suscitò una serie di iniziative di mediazione da parte degli altri paesi arabi, soprattutto dall’Egitto di Mubarak. Anche l’Opec cercava di fare opera di pacificazione venendo incontro a Saddam, aumentando il costo del barile a 21 dollari (ma non a 25 come avrebbe voluto l’Iraq). Fino a questo punto, il mondo arabo sembrava sostenere in maggioranza Saddam Hussein.
Il 25 luglio, durante il colloquio con April Glaspie, ambasciatore americano, sollecitato da Saddam, quest’ultimo, che aveva già mobilitato parte dell’esercito al confine con il Kuwait, non nascondeva le sue intenzioni, se non avesse ottenuto soddisfazione per via diplomatica, avrebbe attaccato. Le affermazioni di Saddam sembravano aver soddisfatto la Glaspie che invitò Saddam a parlare alla televisione americana per far conoscere agli americani le ragioni dell’Iraq. Questo colloquio faceva presumere che molto probabilmente l’America sarebbe rimasta neutrale di fronte a questo conflitto. In realtà, il colloquio era una sorta di commedia degli equivoci, in cui ciascuna delle due parti si ingannava sulle intenzioni dell’altra.
Il 2 agosto 1990, l’esercito iracheno attraversò la frontiera e invase il Kuwait, sottoponendo il paese a violenze e rapine. Gli americani avevano avuto sei mesi per far capire agli iracheni quali sarebbero state le loro posizioni in caso di guerra, ma nonostante le minacce e i movimenti delle truppe irachene, il governo americano presieduto da George Bush, non mandò alcun segnale esplicito. Tuttavia in meno di tre giorni dall’invasione del Kuwait, gli americani decisero di opporsi al disegno di Saddam, rafforzando la flotta americana nel Golfo e mettendo in allerta le truppe dell’esercito americano di stanza in Arabia Saudita. Bush dichiarò che la crisi del Golfo era un attentato all’American way of life. Tutto questo era poco credibile, ma sarà invece una di quelle iperboli che diventeranno frequenti nell’offensiva mediatica diretta ad accreditare i nuovi nemici dell’America. In realtà l’America interveniva contro l’Iraq per impedire che mettesse le mani sul petrolio del Kuwait e in un secondo momento anche su quello dell’Arabia Saudita, la maggior potenza petrolifera in cui gli interessi americani erano più forti. Ciò avrebbe fatto diventare di Saddam il leader incontrastato del mercato petrolifero mondiale e sul piano politico avrebbe sconvolto gli equilibri del Medio Oriente. L’offensiva mediatica contro Saddam avrà molto successo, e più del 70% degli americani appoggerà la decisione del presidente di inviare le truppe americane dell’area del Golfo. Più scetticismo incontrerà in Europa, dove Saddam non incontrava molti difensori. Notevolmente divisa era l’opinione nei paesi arabi, dove l’antiamericanismo e l’antisionismo di Saddam riscuotevano diffuse simpatie specie fra le masse diseredate. Saddam ne era consapevole e per questo motivo per tutti i mesi che precedettero l’attacco finale, cercherà di sfruttarle per far schierare a suo favore i paesi arabi schierati con l’America. La decisione americana di Saddam non nasceva da particolari simpatie per il Kuwait, ma dal timore che Saddam, entrato senza trovare resistenza in Kuwait, si apprestasse a invadere l’Arabia Saudita, cosa che preoccupava anche quest’ultimo, tanto che si affretterà a chiedere aiuto all’America e metterà a disposizione il suo territorio per la preparazione all’attacco finale. Alle decisioni dei sauditi avevano contribuito non poco le informazioni americane sulle dislocazioni delle truppe di Saddam, per il quale un attacco all’Arabia Saudita era probabile e imminente (cosa che però verrà smentita più tardi). La denominazione convenzionale data inizialmente all’operazione di Desert Shield si applicava appunto alla strategia per difendere l’Arabia Saudita. Si trasformerà in Desert Storm quando, superato il pericolo di un attacco iracheno all’Arabia Saudita, a cui lo stesso Saddam dichiarò di non aver mai pensato, verrà deciso di aumentare notevolmente il contingente americano.
Intanto alle Nazioni Unite con decisione unanime del Consiglio di Sicurezza era stato votato un ostetti embargo al commercio iracheno, che comprendeva anche le vendite di petrolio, mettendo in grave difficoltà l’Iraq. Dopo aver raddoppiato la presenza militare e costruito una grande coalizione che comprendeva oltre agli stati europei anche i maggiori stati arabi (Arabia Saudita, Egitto, Siria, Marocco, e Pakistan) era difficile che gli USA rinunciassero all’attacco contro Saddam. L’attacco avvenne con l’avallo dell’ONU, nonostante le riserve di alcuni come Colin Powell, allora capo di Stato maggiore, che attribuivano all’esercito di Saddam una potenza e una consistenza decisamente superiori a quelle reali. Gli iracheni furono decimati dall’offensiva aerea della coalizione che andò avanti per settimane e mise in ginocchio l’economia e le infrastrutture del paese, decimando la popolazione civile. Alcuni, quali il presidente egiziano Mubarak e il presidente turco Ozal, pensavano che fosse necessario attaccare, ma sarebbe bastato l’embargo per mettere in ginocchio l’Iraq di Saddam. Ma Bush non poteva attendere oltre, perché la coalizione che si era creata era più eterogenea che mai e il costo per l’operazione logistica dell’embargo erano troppo elevati. Solo un ritiro dal Kuwait senza condizioni, insomma, avrebbe permesso di evitarlo. Quando scoccò l’ora x, ci si rese conto che molte delle previsioni fatte erano sbagliate e l’esercito iracheno si disintegrò fin dalle prime fasi dell’attacco.
L’episodio più gravido di conseguenze fu il lancio dei missili iracheni contro Israele. Il governo di Tel Aviv era impegnato con Washington a rimanere spettatore passivo del conflitto, dato che una partecipazione israeliana alla coalizione avrebbe reso impossibile quella dei paesi arabi. Il governo israeliano aveva rispettato gli impegni e il governo americano li difese.
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