La letteratura degli umanisti
Luigi Marsili 1342-1394
Si reca nel 51 a Padova dove fa la conoscenza di Petrarca. Comune a entrambi l’ideale ascetico che cercava nelle lettere uno strumento di elevazione spirituale. Marsili è inoltre incoraggiato da Petrarca a continuare la lotta contro l’averroismo in quanto dottrina nemica della fede cattolica. Alla morte del Petrarca si lamentò che i fiorentini non avessero voluto sperimentare l’efficacia del magistero morale del poeta. “La sua sola presenza spingeva ogni animo al cammino di virtù… i fiorentini non hanno saputo volere”.
Marsili fu uomo di fede ma anche riformatore, nei suoi scritti denuncia per esempio le pretese di egemonia politica di una curia dissoluta. Fede sincera e passione civile si legarono all’amore del sapere antico, senza che mai la passione per gli antichi facesse dimenticare quella per i moderni. Marsili fu avversato dalla Curia. Torini gli diresse un sonetto in cui lo accusava di mondanità per il costume di insegnare la scienza a donne e bambini invece di meditarla in solitudine o con pochi dotti. Cita l’ozio religioso del Petrarca per avvalorare questa invettiva contro la pratica di trasformare in una scuola di alta cultura una cella del convento di S. Spirito. Marsili lasciò pochissimi scritti e li abbiamo comunque persi pressoché totalmente.
Coluccio Salutati 1331-1406
Nel 1375 fu nominato a Firenze segretario della prima cancelleria. Egli stringe un nesso saldissimo fra studio dei classici e attività civile. L’Epistolario è la sua opera maggiore che accompagna tutta la sua vita: la prima conservata data 1360, l’ultima è troncata dalla sua morte nel 1406. In questo i modelli sono Petrarca e Cicerone. Le epistole sono sempre sostenute da una riflessione precisa che si esprime in ragionamenti rigorosi e vi è una concezione della vita alta e severa. Vi è un nesso costantemente cercato fra humanae litterae e attività politica tanto che non è possibile staccare la sua attività letteraria da quella pratica.
Trattati morali
Sono scritti che non ebbero molta diffusione nemmeno fra i contemporanei ad eccezione del De seculo et religione di cui si conservano circa 30 manoscritti. È composto da 2 libri: 1) illustra i mali della vita del secolo; 2) parla delle gioie della vita religiosa. Le uniche note originali sono nelle pagine commosse su Firenze in cui insinua un senso della decadenza temporale e della fragilità del mondo. Questo è certamente il trattato meno originale.
De Fato si svolge con una sistematica difesa della libera volontà e della grazia, costante è la polemica contro l’astrologia e geomanzia e la loro visione deterministica.
Le favole e la polemica col Dominici
De laboribus Herculis riassume e conclude la disputa sulla poesia classica e la teologia degli antichi. Coluccio venne disegnando un’opera nuova in 4 libri destinata ad illustrare il significato allegorico delle favole d’Ercole quali sono narrate dagli autori classici; ma la morte di Coluccio arrivò prima che terminasse il quarto libro. Sono tempi in cui la lotta per la cultura classica è molto più che una bega da intellettuali, ad esempio Carlo Malatesta (generale) nel 1397 fa abbattere a Mantova una statua di Virgilio ritenendola oggetto di culto superstizioso. Comunque, la battaglia per la poesia degli antichi era ormai vinta e non piccolo era stato il contributo del Salutati. Salutati ha il merito di aver usato per la difesa dei poeti classici la poetica di Aristotele che aveva apprezzato i poeti e aveva connesso la poesia alla filosofia. In più sottolinea che Platone nella sua città ideale non aveva cacciato tutti i poeti ma i comici antichi rozzi e volgari, mentre a tutti è nota l’ammirazione degli antichi greci verso l’autorità dei poeti.
Scritti politici
Negli stessi anni in cui andava concludendo la difesa degli antichi, scriveva anche le maggiori opere politiche (inizio secolo) saldate dall’attività pratica di cancelliere. De Tyranno risponde alla domanda di uno studente che chiedeva se fosse giusto uccidere il tiranno e se Dante avesse sbagliato ponendo Bruto e Cassio nell’inferno. Coluccio difende Dante in quanto Cesare era espressione della volontà popolare, per quanto sia grande il merito di chi rovescia il tiranno, se non vi è deliberazione popolare o ordine di sovrano legittimo nessuno dovrà prendere le armi di propria iniziativa. Cesare quindi era non un tiranno, ma un sovrano. Si scaglia invece contro le mire tiranniche di Gian Galeazzo giunto al potere con delitto e inganno.
Invectiva contro Loschi (amico per altro del Salutati) a sua volta autore dell’invettiva contro Firenze, testo principale della propaganda di Gian Galeazzo. Il testo presentava la conquista viscontea dei vari stati italiani come pacificatrice delle risse locali. Coluccio Salutati oppone a questa visione che accentua la pax italiana, l’idea della fiorentina libertas.
La cerchia del Salutati
L’irraggiamento della cultura fiorentina attraverso il Salutati è presente nelle città lombarde e venete. Non a caso animatori del movimento furono in origine più spesso cancellieri che maestri di scuola. Le sue opere cadono quasi nel dimenticatoio dopo la sua morte, ma i frutti della sua attività si colgono lungamente per quasi un secolo, quasi ovunque.
Le origini e lo sviluppo degli studi greci
Una tradizione storiografica fortunata attribuì all’influenza dell’insegnamento dei greci arrivati dalla caduta Costantinopoli, le origini della cultura umanistica. Le cose non stanno così dato che gli studi greci in Italia furono più antichi. Sotto la pressione turca abbiamo un fenomeno di proporzioni nuove. Psello aveva chiamato alla sua scuola non solo gli occidentali ma allievi d’Egitto, di Babilonia, di Persia, ciò era dovuto alla polemica contro la scolastica ortodossa per una ripresa di tutte le ricchezze del pensiero classico greco.
L'ellenismo, in particolare la tradizione neoplatonica e neo pitagorica scendevano in campo contro una teologia sclerotizzata. Il successore Giovanni, prediligeva Platone, Porfirio, Giamblico e Proclo e commentava il luogo dell'Odissea sui sogni. Troviamo nel mondo greco un urto costante tra tradizione scolastica, forte dell'aristotelismo, e rinnovamento ellenico aspramente combattuto, ma sempre vivo, traversato oltre che da fermenti nazionalistici anche da sogni platonici di stati perfetti e da fremiti religiosi anch'essi di ispirazione neoplatonica. Il ‘400 vedrà trasferirsi in Italia gli urti dei teologi bizantini e con essi anche i temi più ricchi di quel rinnovamento che unisce i tempi di Giovanni Italo e a quelli di Giorgio Gemisto.
Non a caso nel secolo 15º secolo l'influsso più vistoso dei greci fu nella ripresa di Platone, di Plotino, di Proclo. E nel contrasto tra platonismo e aristotelismo con una netta prevalenza dei platonici ossia degli spiriti più inquieti e aperti. È in questa prospettiva che va considerata la restaurazione degli studi greci in Italia dopo i primi tentativi piuttosto deludenti compiuti nel ‘300 attraverso Barlaam e Pilato. È lo studio della lingua che dà accesso al grande patrimonio culturale del mondo classico conosciuto fino ad allora parzialmente e male, soprattutto attraverso la mediazione araba. È l'approfondimento linguistico necessario alla riconquista della lingua latina autentica. È soprattutto l'integrazione della filosofia aristotelica col mondo della poesia, della storia, della scienza e della sapienza platonica. Petrarca desiderava conoscere Omero e Platone, la teologia poetica, la grande poesia è un'altra concezione della realtà diversa dal fisicismo peripatetico.
Manuele Crisolora
È ancora una volta il circolo fiorentino intorno a Coluccio che riprende l’iniziativa di Petrarca e di Boccaccio ma con altra energia e successo. Jacopo Angeli durante il suo soggiorno a Costantinopoli riuscì a stabilire quei rapporti fra Salutati e i greci che portarono nel '96 alla chiamata del Crisolora allo studio di Firenze come docente di lingua e grammatica greca. Il vecchio Coluccio aveva un’impazienza commovente e il 25 marzo dello stesso anno scriveva a Jacopo che era a Costantinopoli una lettera, essa è importante per quella fame di sapere greco di cui fa menzione e per la menzione anche dei bisogni culturali del gruppo salutatiano: Omero e i mitografi, le favole, le storie, Platone e Plutarco. È un testo solenne in cui Firenze si offre come nuova patria ai dotti greci. Una cultura classica giunta alla consapevolezza che non si può disgiungere l'eredità di Atene da quella di Roma. Manuele giunto a Firenze aveva intorno i 50 anni date le funzioni di ambasciatore imperiale doveva essere un uomo di famiglia illustre.
Le nuove traduzioni
Quando Manuele veniva a prendere possesso della cattedra Fiorentina gli italiani non erano immersi in profondissime tenebre e tuttavia quel contatto col mondo ellenico e la sua lingua ebbe grande significato. Manuele intreccerà l'attività di dotto a quella di oratore della sua patria. Non a caso a Firenze si avrà anche la riunione, sia pure effimera, della Chiesa ortodossa con quella cattolica. Il testo dei Commentarii di Leonardo Bruni, sottolinea l'emozione profonda di chi ha la coscienza di muovere verso zone nuove del sapere; c'è perfino un cenno alla storia letteraria del primo quattrocento con una iniziale convergenza della cultura verso Firenze. Senza alcun dubbio l'insegnamento fiorentino di Manuele Crisofora segna un punto fermo nello stato del sapere occidentale anche se gli anni furono pochi, dal 97 al principio del 1400. Ma importante fu il rinnovamento dei metodi e la compilazione di una fortunata grammatica elementare, gli Erotemata, dove vi erano degli esercizi di traduzione e soprattutto gli autori scelti: non Omero, ma Plutarco e Platone, anzi la Repubblica di Platone. Egli polemizzava contro il vecchio tipo di traduzione letterale (ad verbum) spesso capace di alterare il significato. Della stessa opinione era Leonardo Bruni.
Maestri e biblioteche
La fortuna di Plutarco caratterizza bene questo ritorno all'antico e le preoccupazioni che la animavano. Lo studio del greco nasce legato ad un atteggiamento che percorrerà tutto un moto di cultura orientandolo e definendolo; la Repubblica platonica diventa la lettura comune dei gruppi toscani e di quelli pavesi. Nello stesso tempo e parallelamente al magistero del Crisolora vengono fatti affluire di grandi testi. Di questa affluenza di testi scriverà Guarino da Firenze nel 1426, un uomo che insieme ai dotti bizantini contribuì alla costruzione di un complesso di biblioteche destinate ad avere peso decisivo nella storia della cultura. Le prigioni gotiche dei monasteri transalpini e italiani avevano conservato e sia pure in modo limitato fatto circolare durante il medioevo i classici latini; mentre le grandi voci del mondo greco fatta eccezione per qualche filosofo e scienziato, erano veramente rimaste mute all'Occidente.
È proprio fra fine 300 e inizio 400 che l’ondata del mondo greco viene a rinnovare la cultura in forma decisiva dapprima forse come una moda verso il mondo orientale, avvolto di un fascino misterioso, ma poi sempre più come comprensione di conquiste essenziali del pensiero umano. A questo gran moto dette impulso proprio l'insegnamento fiorentino del Crisolora che innestò sul rigoglio di studi fiorito intorno al Salutati la ricchezza della Grecia classica. Manuele non insegnò solo a Firenze, ma anche in Lombardia dove con Uberto Decembrio tradusse la Repubblica di Platone, anche se questa versione non fu certo felice, fu comunque un grosso avvenimento. Nel presentarla Uberto indicò l'opera come fonte di Cicerone mostrando l'esigenza di storicizzare i latini e ritrovarne le radici e percorrerne la formazione.
Giorgio di Trebisonda e la difesa del Medioevo
Chi volesse fissare i momenti nei quali si scandisce l'influenza dei greci in Italia potrebbe scegliere tre punti di riferimento:
- Manuele e la sua scuola
- Il concilio di Ferrara Firenze per l'unione delle Chiese, 1438-1443
- Il nuovo afflusso di dotti greci dopo la caduta di Costantinopoli nella seconda metà del secolo.
Il concilio per l'unione delle chiese riporta i greci in Italia e dà nuova energia a quelli che già vi erano, quali il famoso Giorgio di Trebisonda comparso prima del 1418 fra Padova e Venezia. Traduttore fecondo destinato a porsi al centro della polemica fra aristotelici e platonici. Era nato nel 1395, insegnò nel Veneto, morì a Roma novantenne nel 1486. In certo modo Giorgio di Trebisonda può essere assunto quasi a emblema del greco impegnato nella difesa litigiosa della tradizione. In questo senso ha singolare importanza un suo libro contro il compatriota Teodoro Gaza, che nell'affrontare una traduzione di Aristotele aveva rinnovato l'accusa di barbarie ai traduttori medievali. Giorgio da un lato combatte la moda della traduzione elegante a ogni costo, e dall'altro difende la maggior fedeltà delle versioni guidate da preoccupazioni di puro rigore e di fedeltà alle cose.
Rivolgendosi duramente a Gaza che aveva criticato secondo un modulo comune da Petrarca in poi le traduzioni medievali. La contrapposizione tra res e verba si connette alla critica della versione elegante che in nome dell'eleganza spezza i periodi, altera i nessi, sovverte i concetti. Egli vuole innanzitutto dar luce alle cose. Lo scoppio di controversie che accompagnano quella seconda ondata dei greci in Italia al tempo del concilio di Ferrara e Firenze illumina bene fra i bizantini un urto destinato a attraversare, non diversamente, la cultura italiana.
Il Pletone e la polemica fra aristotelici e platonici
Pletone è lo pseudonimo di Giorgio Gemisto, nato forse nel 1360 a Costantinopoli. Bandito da Costantinopoli, a Mistra vagheggia di Stati ideali modellati sul comunismo platonico e si incontrerà con la cultura degli umanisti italiani. “I filosofi ritengono che la verità è il principio della felicità e la ricercano più di ogni bene, è per questo che la incontrano più facilmente degli altri”.
Egli nel 1439 lancerà da Firenze il manifesto del nuovo platonismo. La difesa di Platone e la critica di Aristotele si distese lungo i 20 brevi capitoli dell'opera il De differentiis che ebbero una grande risonanza fra latini e greci. Marsilio Ficino nella dedica a Lorenzo della sua versione uscita nel 1492 non esiterà a far cominciare proprio da lì una specie di epoca nuova della cultura. È un testo famoso caratteristico del clima del tempo. Ficino e i ficiniani riuscirono a creare nella corte di Lorenzo, fatto di coincidenze e misteriose comunicazioni spirituali, di profezie e influssi celesti, un curioso impasto di misticismo e magia su uno sfondo di misteri orientali e di rivelazioni.
Al Pletone è assegnata dalla sorte che è insieme fato e provvidenza, la funzione determinante di far rinascere Platone. In realtà Gemisto sapeva bene che fra i latini non pochi preferivano Platone ad Aristotele, ma Aristotele era riuscito a imporsi col pretesto di essere il filosofo pagano meno in contrasto con il cristianesimo e insinuava il più grave degli errori, ossia la mortalità dell'anima individuale. Il testo di Pletone ha fatto centro sul problema dell'anima, ponendosi come capostipite delle molte successive generazioni di teorici dell'immortalità con tutte le sue implicazioni morali che trasferiranno di nuovo il problema dal piano delle dispute sull'intelletto a quello più umano di vasta risonanza religiosa della sostanza-anima e della sua sopravvivenza.
Ricostruire in tutto il suo complicarsi la polemica sul rapporto Platone Aristotele non è facile perché sia nel mondo dei greci che in quello dei latini la discussione fu piena di sottintesi preoccupazioni politiche e religiose. Scolario fra la fine del 43 e il principio del 44 dedicò a Costantino, il futuro Costantino XII ultimo degli imperatori di Bisanzio, una difesa di Aristotele che ribadisce i meriti del filosofo per la giustificazione dei dogmi cristiani e tenta di dimostrare che Aristotele ha fatto di Dio la vera causa efficiente del mondo. Il tono dello Scolario era molto duro, circolavano già le voci del neopaganesimo del Pletone.
Alla morte di Pletone il Gennadio (Scolario) chiese al despota di Mistra e a sua moglie Teodora di bruciare il suo libro, se Teodora non volle distruggere il testo, Gennadio fu implacabile e di quell'opera famosa non restano che scarsi frammenti e gli inni agli dei in cui è già presente quel senso di religiosità cosmica che renderà a volte così efficace la poesia di Michele Marullo. A reagire con asprezza al platonismo di Gemisto e alla sua specifica cadenza nazionalistica e pagana sarà in Italia Giorgio di Trebisonda quasi parallelamente a Giorgio Gennadio Scolario. Giorgio di Trebisonda fin da giovane aveva odiato i platonici. Si era reso conto del pericolo rappresentato dai platonici e della minaccia che essi costituivano per la civiltà occidentale. Nella Comparationem le accuse al Pletone e l'attacco a Platone sono di un'estrema violenza.
Già Giorgio Scolario e Matteo Camariota avevano inveito contro l'ateo Gemisto sottolineandone la cauta simulazione. Ora il Trapezunzio si compiace di presentare con i più foschi colori il pensatore e l'opera sua più pericolosa per il genere umano di quella dello stesso Maometto. Laddove Aristotele ha offerto i più saldi argomenti alla fede, dal tronco...
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