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Riassunto esame Letteratura italiana del rinascimento, prof. Venier, libro consigliato E. Garin, La letteratura degli umanisti, in Storia della Letteratura Italiana

Sunto per l'esame di Letteratura del Rinascimento e della prof. Venier, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente La letteratura degli umanisti, in Storia della Letteratura Italiana, Garin. Scarica il file in PDF!

Esame di Letteratura del Rinascimento docente Prof. F. Venier

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Scrive epistole e dialoghi, invettive e orazioni, trattati morali: è la produzione caratteristica

degli umanisti.

Interlocutori reali o ideali del suo colloquio sono da Salutati in poi tutti i maggiori umanisti;

così dissente da Salutati nella valutazione delle leggi e del diritto e dissente da Guarino

nel giudizio su Cesare e Scipione.

Se si ripercorrono i trattati di Poggio troviamo tutti i personaggi e i problemi di qualche

rilievo nel mondo contemporaneo, letterati, principi, curiali, pontefici, contrasto su virtù e

fortuna, su scienze della natura e dello spirito, sulla miseria dei grandi, sulla nobiltà del

sangue, sulla lingua dei popolani e dei dotti di Roma.

Non vi è nei dialoghi la squisita fattura delle lettere ma ovunque circola l'ironia, l'amore del

ritratto.

Bisogna sottolineare il progressivo accentuarsi accanto alla vena critica di un tono grave:

della consapevolezza dell'aspetto negativo della vicenda umana, del decadere fatale delle

cose, dell'incidenza della fortuna nelle cose del mondo. Percorre un senso di instabilità

che sembra alimentarsi attraverso la visione del mondo antico scomparso. Roma fu

grande e così la Grecia eppure oggi non ne restano che rovine.

Tutto l'umanesimo quattrocentesco è venato da questo sentimento di nostalgia e di

tristezza. Poggio non aveva la solennità di Coluccio e neppure la penetrazione storica del

Bruni ma fu uno scrittore vivacissimo in un latino agile come una lingua viva. E se la sua

ricerca del passato vissuta con una bella avventura non sempre ebbe adeguato rigore

scientifico, riuscì tuttavia ad esprimere in una sorta di poema in prosa la risurrezione degli

antichi. La conclusione della sua lunga vita fu in Toscana, cancelliere nel 53 quando a

Firenze dominava ormai Cosimo, si ritrasse nella campagna per potersi riposare e

pensare meglio agli studi. Morì nel 1459.

NICCOLO' NICOLI E VESPASIANO DA BISTICCI

Jacopo di Poggio Bracciolini dedicando a Federico da Montefeltro il volgarizzamento e la

revisione della storia fiorentina di suo padre ne ricordava la composizione in tarda età e

che l'opera fosse rimasta incompiuta in quanto doveva andare dal 1350 fino alla pace fatta

a Napoli con re Alfonso. In questa prefazione vi è il paragone tra gli antichi e moderni dove

Petrarca e Boccaccio uniti al Bruni e al Traversari sono considerati degni di reverenza non

minore dei classici, mentre di NiccolòV e di e Alfonso si esalta l'attività culturale soprattutto

del primo.

Chi ripercorre i dialoghi di Poggio attraverso i nomi dei personaggi a cui Poggio indirizza le

lettere troverebbe agevolmente i protagonisti di quasi mezzo secolo di vita culturale fra

Roma e Firenze. Leonardo Bruni e Niccolò Nicoli, Carlo Marsuppini e Ambrogio Traversari

sono gli uomini la cui vicenda è meno facilmente separabile da quella di Poggio.

La storia fiorentina voleva essere continuazione di quella superiore del Bruni che l'aveva

preceduto prima del Marsuppini nella cancelleria; era stato amico del Niccoli polemizzando

a suo favore contro il Filelfo per i contrasti allo Studio.

Niccolò Niccoli (1364 1437) era il più anziano e il più bizzarro, maggiore di tutti per

l'impegno e cultura era Leonardo Bruni (1374 1444), Ambrogio Traversari (1386 1439) era

romagnolo, frate camaldolese, volle fare del convento degli Angeli quello che il Marsili

aveva fatto di Santo Spirito, Carlo Marsuppini (1398 1453), era aretino come il Bruni, era il

più giovane e il più disincantato. Buon conoscitore di greco, buon cliente dei Medici, fu

all'origine delle grandi zuffe intorno al magistero del Filelfo a Firenze, destinate a

trasformare le beghe accademiche in contrasti politici non solo verbali e cartacei.

Il Niccoli era di famiglia di mercanti, aveva frequentato Salutati e Marsili, a Padova aveva

ricercato in gioventù gli scritti del Petrarca, aveva sistemato in Santo spirito la biblioteca

del Boccaccio.

Si racconta di lui che radunò una grandissima quantità di libri non pensando alla spesa, li

comprò coi beni lasciatigli dal padre. La sua figura è avvolta dal mistero, fu schivo e non

facile. Scriveva le sue lettere in volgare. I non pochi codici trascritti da lui presentano un

elegante corsivo e indicano una ortografia appresa probabilmente alla scuola del

Crisolora.

Buoni testi, ben emandati in bella e corretta grafia: questo solo preoccupava il Niccoli.

Scriveva su carta e non su pergamena. Non fu mai avido di libri nel senso che li prestava

a chiunque e così vale anche per la morte; dispose infatti che fossero messi in biblioteca a

San Marco. Questa esigenza di pubbliche biblioteche è uno dei tratti salienti del moto

umanistico, i codici certo esistevano anche prima ma maltenuti e riposti in cantine.

Gli umanisti li pubblicano e li fanno circolare mettendoli a disposizione in copie molteplici.

Accanto agli appassionati si vengono profilando mercanti di libri e librai.

Tra questi Vespasiano da Bisticci (1421 1498)  In certe sue scritture di carattere morale e

religioso senza originalità di pensiero nei pregi di stile ben si specchia la semplicità

dell'uomo che pure intese il bisogno del momento e vi rispose venendo incontro alla moda

che si diffondeva nelle corti quattrocentesche di biblioteche fatte di libri eleganti e

pregevoli. Fece trascrivere nella sua bottega opere classiche e contemporanee in copie

dove non sempre l'accuratezza era pari all'eleganza.

Le sue tariffe erano molto precise, gli originali a cui si rifaceva gli venivano procurati e

indicati dagli umanisti fiorentini. Così vennero arricchendosi le raccolte degli Aragonesi e

degli Estensi, dei Gonzaga e particolarmente dei Medici.

Futuri pontefici, vescovi celebri, signori e letterati ricorrevano a lui.

Le sue biografie sono il libro delle sue memorie, il ritratto dei suoi clienti, il ricordo dei suoi

affari. Le scrive in volgare affinché qualcuno di dotto abbia un domani il materiale per

un'opera degna dei dotti. Dopo di lui non tornavano come egli credeva il buio e le tenebre,

ma la stampa che cominciò a diffondere in copie sempre più numerose i testi in forme che

i principi sdegnavano ma che ormai facevano circolare il sapere ben oltre i confini delle

corti.

LEONARDO BRUNI

È il maggiore dei discepoli di Salutati, fu anche scolaro del Crisolora e fu impiegato con

l'aiuto di Poggio in curia fra il 1405 e il 1415.

Nel Salutati egli riconobbe un padre è un maestro.

Nel 1427 gli succedette alla prima cancelleria dove restò fino alla morte avvenuta nel 44.

Senza dubbio la sua opera più bella e duratura è la Storia del popolo fiorentino dalle origini

della città al 1404, composta in latino.

Tuttavia quello che fanno di Bruni la figura dominante nella diffusione dell'umanesimo

sono le sue versioni, le sue lettere e i suoi scritti retorici.

Le sue epistole pubbliche e familiari pur se inferiori a quelle di Poggio e a quelle di Salutati

circolano dappertutto come modelli di stile.

La Laudatio florentinae urbis lancia il mito di Firenze repubblicana e fissa l'immagine del

piccolo stato italiano suscitando ancora nel 1468 una puntuale risposta da Milano da parte

di Pier Candido Decembrio, dedicata a Galeazzo Maria Sforza.

Nessuno meglio della Bruni fissò in tutti i suoi punti un programma di rinnovamento

culturale e un paradigma della città ideale.

Nei dialogi abbiamo la discussione dei rapporti col passato, nel De studiis un piano

educativo e un ordinamento delle scienze, negli scritti su Firenze il paradigma della

perfetta Città stato, nelle vite l'immagine del cittadino dotto e insieme attivo nella politica,

nelle traduzioni soprattutto il Platone e nel nuovo Aristotele morale e politico i manuali

essenziali per la nuova formazione umana.

La storia di Bruni è saldamente articolata e tutta percorsa da quella visione della

grandezza del popolo fiorentino e della sua vocazione alla libertà repubblicana che si era

consolidata durante la lotta con Milano. Abbiamo la presentazione dell'impero come

l'albero che soffoca ogni libero sviluppo delle piante e fiori, il ricollegare la ripresa delle

autonomie locali al crollo imperiale e a un nuovo respiro di libertà.

Firenze è esempio di uno Stato città erede della sapienza romana ma sotto il segno

dell'autonomia.

Il suo classicismo non gli preclude mai il senso della grandezza dei moderni. Mentre il

Niccoli nella sua passione antiquaria opponeva gli antichi ai moderni come la luce alle

tenebre, il Bruni con un atteggiamento che è comune a tanta letteratura fiorentina fino

all'età di Lorenzo, non solo esalta i moderni, ma difende i medievali.

AMBROGIO TRAVERSARI E IL FILELFO A FIRENZE

Lo scontro fra il Niccoli e il Bruni (sul rapporto fra antichi e moderni) si risolve nel 1426 a

opera di Francesco Barbaro, ma indicava un contrasto profondo. Bruni aveva ereditato da

Salutati un concetto della funzione della cultura in genere e della cultura classica in

particolare.

Gli studi umanistici dei due cancellieri alimentati dalla passione della politica non avevano

alla fine molto in comune con la puntigliosa preoccupazione del Niccoli per i dittonghi. Il

quale invece non entrò mai in contrasto con Ambrogio Traversari.

Il Traversari nato a Portico di Romagna nel 1336, a Firenze svolse molta della sua attività.

Nei suoi viaggi per i conventi dell'oriente fra il 1433 e il 1434 esplorava sistematicamente

le biblioteche conventuali ritrovando cospicuo materiale soprattutto di testi dei padri greci e

latini, poco di classici latini. Il diario del suo viaggio, Hodoeporicon è l'unica opera sua di

respiro che abbiamo.

Le sue epistole sono organicamente riunite e rispecchiano la larghezza delle sue relazioni,

sono una fonte preziosa per ricostruire i legami del mondo degli umanisti, le loro ricerche, I

loro diverbi e il loro lavoro.

Fu traduttore dal greco.

Legatissimo al Nicoli fu invece acerbo nel giudizio del Filelfo.

Il Filelfo nato a Tolentino nel 1398 e tornato a morire a Firenze ai tempi di Lorenzo il

Magnifico nel 1481. Aveva studiato a Padova diritto e filosofia. Dopo vari eventi fra i quali

un viaggio di sette anni a Costantinopoli, Firenze lo chiamò all'insegnamento del greco.

Filelfo era ambizioso e desideroso di guadagni, allo sbarco a Venezia era preoccupato dei

suoi bei vestiti non meno che dei suoi codici, era l'uomo meno adatto a vivere nella pace

degli studi in mezzo agli urti di una città travagliata da una crisi politica profonda.

Si trasferì allora a Firenze dove iniziò il periodo più intenso e brillante della sua vita 1429-

1433. Durante la settimana illustrava i principali autori della letteratura latina, mentre la

domenica, spiegava Dante alla gente nella Chiesa di Santa Maria del Fiore.

Fu molto attivo come traduttore di testi greci classici: Omero, Aristotele, Plutarco,

Senofonte, Lisia in particolare. Il suo carattere lo portò a scontrarsi con Cosimo de' Medici

e la sua cerchia. Così, quando Cosimo, in seguito alla lotta con la famiglia degli Albizzi fu

esiliato nel 1433, Filelfo cercò invano di convincere la signoria a condannarlo a morte.

Ovviamente al ritorno di Cosimo a Firenze la posizione di Filelfo non era più sostenibile.

Come egli asserisce, la sua vita era già stata messa in pericolo per volontà degli stessi

Medici. Per questo motivo, prontamente, accettò l'invito fattogli dalla città di Siena, dove

non rimase che quattro anni, dal 1434 al 1438.

IL FILELFO A MILANO

Cercò a Milano un impiego più fruttuoso e già nel 39 ridiventava maestro di retorica con

500 fiorini all'anno a cui si aggiunsero 200 l'anno successivo per indennità.

Avido, litigioso e pronto ad ogni ossequio per aver denaro non dimenticò mai l'incidente

fiorentino diviso fra l'odio contro i Medici e una non mai vinta nostalgia di Firenze a cui

pensò sempre.

Dopo aver scoperto di possedere una merce che ha valore sul mercato, offre ai potenti i

suoi versi e le sue prose. Come il Vespasiano anche il Filelfo manda in giro i tuoi listini ai

signori. Ebbe varie mogli, quando Filippo Maria era morto aveva cercato di avere uno

stipendio da Niccolò V. Poi si era accomodato a esaltare gli Sforza e ingiuriare Decembrio

e il governo popolare.

Francesco Sforza viene esaltato come il liberatore e con la plebe il poeta attacca

rabbiosamente il Decembrio costretto infatti a prendere la via dell'esilio.

Intanto scriveva la nuova Iliade  la Sforziade, il poema in esametri che doveva

immortalare Francesco Sforza.

Le lettere conservano la più straordinaria vendita all'asta di immortalità e di gloria di

questo curioso mercato culturale.

Nel frattempo cerca nuovi protettori in Alfonso d'Aragona come in Pio II.

Sempre inquieto dopo la congiura dei Pazzi si scaglia contro Sisto IV e cerca di tornare a

Firenze dove finalmente è chiamato nell'81, e qui vi muore appena arrivato il 31 luglio

dello stesso anno. Egli non fu un poeta nonostante la produzione ampia, non un filosofo

nonostante il trattato De morali disciplina, non grande traduttore nonostante la versione di

opere aristoteliche o pseudo aristoteliche. Fu un buon conoscitore di greco e latino ma non

filologo imminente e non storico.

Polemista crudo avverso al Nicoli, il Poggio, il Decembrio.

Senza dubbio la sua biblioteca e i suoi stimoli contribuirono al fiorire di edizioni milanesi in

parte cospicua curate dei suoi allievi. A lui e a suo figlio Giovan Mario conviene guardare

non per l'arte o la grande cultura che furono assenti ma per intendere la trasformazione

dell'intellettuale in cortigiano.

CAPITOLO QUARTO

MAESTRI SCUOLE E ACCADEMIE GUARINO VERONESE E LA SUA SCUOLA A

FERRARA

Guarino veronese e la sua scuola a Ferrara

Carbone nato a Ferrara nel 1435, morto di peste nell'82 nella sua città fu professore allo

studio dove si era formato alla scuola del Guarino e del Gaza. Fu il classico umanista

presuntuoso a caccia di onori e di fama. Letterato mediocre e professore senza originalità,

poiché non incide sull'epoca ne documenta comunque la trama e ne conserva le

caratteristiche.

Guarino nasce invece a Verona nel 1374. Come il Crisolora era stato nel secolo 15º

l'iniziatore dell'afflusso di maestri greci in Italia, così Guarino fu il primo dei giovani studiosi

italiani che andarono a Bisanzio a perfezionare la propria cultura. Verso il Crisolora sentì

sempre un grande debito tanto che nel 55 e compose un monumento letterario per il

maestro defunto: la Crisolorina, raccolta completa delle testimonianze intorno al Crisolora.

L'opera è testimonianza delle nostalgie di Guarino per la dimora greca. In Grecia andò

altre volte dove cercava e comprava i codici e continuò a farlo sfruttando le amicizie fatte

in Grecia.

Egli era partito come un giovane desideroso di apprendere ed era tornato un maestro e un

filologo dei maggiori, fra i più felici nell'unire l'insegnamento del greco a quello del latino,

nel curare edizioni e versioni di testi anche non letterari, nel discutere consapevolmente i

metodi di insegnamento e di ricerca.

Dopo un breve soggiorno veronese, lo chiama Firenze dove nel 13 è nominato allo studio

"ad legendum graecum" ma dalla rissosa Firenze e dal difficile Niccoli si allontana subito,

nel 14, per andare a Venezia.

Fra il 19 e il 29 è a Verona dove tiene scuola pubblica e privata con grande seguito, nel 29

passa a Ferrara a educare Leonello d'Este. Nel 36 gli viene conferito anche un

insegnamento pubblico.

A Leonello fu legato da vincoli di grande affetto ed è notevole la collaborazione culturale

fra maestro e discepolo; attraverso le lettere Guarino si presenta spesso come consigliere

del giovane principe.

Morto Leonello, Borso non amò Guarino al punto che egli pensò di abbandonare Ferrara,

superata questa crisi morì il 4 dicembre 1460 nella città di cui aveva fatto una delle capitali

del nuovo indirizzo di studi.

Con tutte le sue esagerazioni retoriche il Carbone indicava fedelmente l'importanza

dell'attività di Guarino. Quest'ultimo fu autore di testi scolastici che vanno dall'ortografia a

un riadattamento della grammatica greca del Crisolora. Il suo metodo e il suo piano di

studi furono codificati nel De ordine docendi et discendi del figlio Battista che ne raccolse

anche le lezioni di retorica. Tradusse molto. Nel 1415 aveva tradotto l'intera Vita di Cesare

di Plutarco. La disputa in merito si accese nel 1435, Guarino infatti indirizzò a Leonello

un'esaltazione di Cesare anche se Leonello due anni prima nell'orazione tenuta davanti

all'imperatore Sigismondo aveva indicato proprio in Cesare un distruttore della libertà

altrui. Ne nacque una disputa fatta di vari botta e risposta con Poggio in particolar modo.

VITTORINO DA FELTRE

Il rinvio dalla Ferrara di Guarino alla Mantova di Vittorino è quasi d'obbligo per i legami dei

principi e i vincoli personali dei due maestri. In Guarino le cure vanno a Plinio, a Celso, a

Strabone più che a Cicerone o Orazio. Il rigoglio culturale determinato da Guarino rinnova

e non rinnega la tradizione, si inserisce con originalità e distacco.

L'inflessione della scuola di Vittorino da Feltre è invece più nettamente morale e religiosa,

quasi con una vena d'ascetismo laico. Vittorino non scrive trattati pedagogici, non cura

edizioni di testi, non imita in opere proprie gli antichi modelli, ma fa scuola: proprio per

questo rivela come nella sostanza il nuovo indirizzo di cultura sia strumento di educazione

entro una propria concezione della vita. La pietas di Vittorino insieme alla sua austerità

mostra come tale concezione non si presenti polemicamente nei confronti della tradizione

cristiana, ma come esigenza di ritrovarne la più umana ispirazione e la più alta serietà.

Vittorino era nato a Feltre o nel 1373 o nel 1378. Anche lui ebbe come maestro a Padova il

Conversino.

La matematica gli pareva di primaria importanza tanto che nella sua scuola farà leggere

nell'originale Euclide.

Tornato il Guarino da Costantinopoli va da lui a scuola di greco nel ‘15, il greco gli viene

insegnato anche da Giorgio da Trebisonda. I suoi molti biografi lo amano ritrarre come il

maestro ideale, ascetico nel costume, paterno, severo, profondamente religioso e

umanissimo. Quando nel 1446 muore, la Giocosa è celebre in Italia per aver formato una

generazione di studiosi ed insegnanti che recano nel cuore il ricordo del maestro

incomparabile. Vittorino non lasciò opere, forse con una voluta imitazione socratica. Di lui

abbiamo poche e brevissime lettere. In compenso gli elogi di Vittorino costituiscono quasi

una sorta di genere letterario. Sono epistole e dialoghi, poemi e trattati, ricordi e rapide

biografie in latino e in volgare.

LE NUOVE ACCADEMIE

Accademia ferrarese di Guarino e Leonello d'Este, Accademia mantovana di Vittorino e

Isabella Gonzaga: il termine usato spesso dei contemporanei indica non istituti organizzati,

ma circoli in cui si viene esprimendo ed attuando la nuova cultura. Sono adunanze di dotti

presso una corte, sono qualche volta gruppi vicini a una scuola magari universitaria,

riunioni conventuali e perfino presso un libraio o editore. L'Accademia ferrarese di Guarino

è legata all'università mentre l'Accademia mantovana di Vittorino è un grande collegio

inteso a riunire ricchi e poveri in una larga preparazione umana.

Guarino fu un grande filologo, l'altro fu esempio di vita religiosa e morale. Nè uno né l’altro

teorizzano gli ideali della nuova cultura in trattati pedagogici o di metodo. Guarino si limita

a commentare il testo di Pierpaolo Vergerio, Vittorini invece propone socraticamente come

esempio la propria vita. Entrambi inseriscono gli studi classici nel mondo dei valori cristian.

L'ACCADEMIA ROMANA, POMPONIO LETO E LA CONGIURA

La storia dell'umanesimo a Roma nella prima metà del secolo si intreccia con le vicende

dei concili e dei pontefici, con le lotte e i contrasti che percorrono un momento grave della

Chiesa cattolica. Papa Martino dopo Costanza aveva favorito i letterati in curia, segretari e

oratori; uomini politici che oltre che dotti come Antonio Loschi potevano incontrarsi e

scambiare scherzi e ricordi con Poggio Bracciolini e Cencio de Rustici.

Le ricerche dei codici, le discussioni morali e politiche si univano a una critica

spregiudicata della vita del clero e della curia.

Probabilmente la dimora fiorentina di Eugenio IV contribuì non poco ad accelerare la

conquista umanistica della corte pontificia. Il successore fu Nicolò V; la sua formazione era

avvenuta a Firenze e a Roma portò le sue grandi passioni: cercare e riunire libri. Fra il

1447 e il 1455 durante il suo pontificato la nuova cultura trionfò in Roma. Collaborarono

con lui il Poggio, il Valla, il Manetti, Alberti, Decembrio. Fu grande il numero delle

traduzioni dal greco affidate a bizantini e italiani e mentre avviava il restauro dei grandi

edifici e delle chiese romane, sognava una biblioteca insigne. Nel 53 si scoprirà la

congiura di Stefano Porcari contro il potere temporale e scoppierà la tragedia della caduta

di Costantinopoli. Comunque quando nel 55 Nicolò morì si pianse in lui la scomparsa di un

grande animatore di studi e fervido difensore della cultura. Pio II non fu protettore di

letterati come Niccolò V ne ebbe entusiasmi per l'antico alla maniera di Niccolò Niccoli.

Era lui stesso studioso e scrittore singolare.

Nella seconda metà del secolo la cultura umanistica muta in realtà il tono e il significato.

Le vicende della Accademia Pomponiana, l'insegnamento del Leto prima e dopo la

congiura, la sua filologia e le inquietudini dei suoi si collocano in un orizzonte ormai

lontano dagli entusiasmi degli allievi del Salutati e costituiscono un documento di

eccezionale importanza. Giulio Pomponio Leto nato nel 1428 andò a Roma verso il ‘50 per

ascoltare Lorenzo Valla il cui insegnamento tuttavia non sfuggì col tempo alle sue critiche.

Intorno al 1490 la prosa di Valla e tutta la sua opera dovevano sembrare ormai troppo

scarne e rigide alla preoccupata ricerca di armonie formali e di raffinatezze squisite,

mentre l'antichità diventa da ispiratrice di vita, oggetto di vagheggiamenti esasperati fino

all'idolatria.

L'amore degli antichi si fa culto e quasi fanatismo, allo studio e all'utilizzazione nella vita

attuale si sostituiscono sogni di impossibili ritorni a una sorta di paradiso perduto.

Pomponio viveva così il suo amore verso il mondo classico. Intorno a lui avevano

l'abitudine di unirsi a celebrare il passato e lamentarsi del presente alcuni dotti amici nella

cosiddetta Accademia romana.

Fra di loro emergevano Filippo Bonaccorsi e Bartolomeo Sacchi ossia Callimaco

Esperiente e Platina. Veneravano gli antichi quasi idolatrandoli, assumevano nomi

classicamente atteggiati, inveivano contro i preti i loro costumi, discutevano di filosofia,

archeologia ed arte.

L'ombra di Stefano Porcari fatto impiccare il 9 gennaio del 53 da Nicolò V aleggiava certo

su ogni riunione. Il Porcari non era stato solo il capitano del popolo di Firenze, il brillante

cavaliere amico del Bruni, del Bracciolini, del Traversari ed altri ammiratori della sua

eloquenza, e li aveva cercato di tramutare in programmi politici le nostalgie repubblicane

con appoggi di potenze interessate.

Per quanto riguarda Callimaco esperiente, delle sue posizioni teoriche molto radicali

abbiamo testimonianze posteriori alla fuga in Polonia, dalle testimonianze viene fuori una

personalità decisa ed audace nell'attività pratica e un pensatore politico aperto e

spregiudicato.

Platina era nato nel ‘21 a Cremona, prima soldato poi precettore in casa Gonzaga a

Mantova. Di lì era andato a Firenze nel ‘57 per imparare il greco da Argiropulo, dopo

cinque anni invece era passato a Roma sotto la protezione del cardinale Francesco

Gonzaga.

Il Platina fu storico di rilievo non solo della Mantova dei Gonzaga, quanto soprattutto dei

pontefici. La grande e fortunatissima storia dei papi, da Cristo a Paolo II offerta a Sisto IV

attuò un disegno singolarmente ardito. Carattere pieno di ombre fu spesso scrittore

estroso e moralista spregiudicato, efficace talora nei suoi eccessi. È ancora degno di

lettura il suo manuale di cucina anche per una continua polemica ora sottile, ora aperta

contro i ricchi e i potenti.

Non perdonò mai a Paolo II la sua scarsa simpatia per i letterati e soprattutto lo

scioglimento di quel collegio di abbreviatori che Pio II aveva ordinato e di cui egli era

entrato a far parte nel ‘64 comprandosi l'ufficio. Fu proprio l'urto su questo punto che

esasperò la tensione con il pontefice. Nella vita di Paolo II con cui il Platina chiuderà in

pagine singolarmente efficaci la propria opera, il licenziamento offensivo, le proteste, le

suppliche e infine la ribellione e il conflitto drammatico sono presentati in una apologia del

proprio operato eloquente e forte. Spogliato della sua dignità e del suo stipendio e che si

appella a un giudizio pubblico.

Letta la sua lettera il pontefice lo accusò di lesa maestà e lo fece mettere in prigione,

liberato dopo 4 mesi.

Nel 68 sì ci fu l’accusa di aver progettato una congiura per uccidere il Papa, rovesciare il

dominio pontificio e restaurare la Repubblica romana, unita a quella di aver organizzato

riunioni empie, anticristiane, volte a rinnovare il paganesimo. Le accuse di empietà rivolte

all'Accademia sono notevoli: atei e blasfemi, materialistica, epicurei, libertini che

considerano ogni religione un’impostura. Liberate da un certo numero di luoghi comuni è

probabile che in tutte le imputazioni rimanga un fondamento reale. Il Leto nell'umilissima

Defensio stesa in carcere col tono pentito di chi scusandosi ritratta ed esalta i giudici,

ammette di aver avuto ma solo una o due volte parole dure contro i preti e di avere

esaltato, spinto dall'ira, i veneziani perché liberi e nemici dei preti. Quanto alla congiura

rovescia ogni colpa su Callimaco dipingendolo come carico di ogni vizio.

Pomponio insiste sulla sua parsimonia quasi misera, ma l'accusa di pederastia lo

accompagnò fino a Venezia. Dei costumi liberi di Callimaco e del suo gusto libertino non

manca testimonianza nei suoi scritti, così come nelle epistole al Ficino e al Pico posteriori

all'82. È negata la possibilità di realtà spirituali che non occupino spazio, che siano

separate dal corpo, ed è rifiutato nettamente ogni argomento non razionale o che faccia

appello ai misteri religiosi. Nelle poesie giovanili Callimaco non riconosce che la necessità

del fato, in un misto di naturalismo e di fede astrologica.

Non conviene comunque raccogliere sotto la generica espressione di neo paganesimo

erudito il complesso comportamento religioso di queste accademie, di questa sorta di

confraternite di dotti che di là dalle polemiche contro il clero corrotto e dalla considerazione

critica delle religioni storiche, aspiravano spesso a celebrare una fede comune all'umanità

intera lungo tutta la storia e non necessariamente sempre anticristiana, ma piuttosto radice

esoterica delle varie concezioni filosofiche e religiose.

In questa prospettiva ci si può spiegare come al gruppo dei Pomponiani compreso

Callimaco e Platina potessero guardare con benevolenza Argiropulo e il Bessarione, allievi

e amici del Pletone. Non era gusto di empietà ma piuttosto un sentimento religioso che

cercava di scoprire all'origine una concordia universale.

Forse chi era meno degli altri sensibili a una più vasta dimensione dei problemi era proprio

Pomponio il cui culto del passato tendeva a presentarsi come una sorta di religione delle

memorie. Passata la bufera, le misure prese nei suoi riguardi si attenuarono… Riebbe la

sua cattedra sotto Sisto IV e dopo il ‘71 si ricostituì la Accademia. Morì nel 1497.

Alfonso d'Aragona un gran collezionista di testi, di traduzioni e di dotti: il Bessarione, il

Panormita il Gaza Il Manetti ecc.

Entrato trionfalmente a Napoli nel febbraio 1443, durante gli anni del suo regno la nuova

cultura italiana si afferma a Napoli. Bisogna tuttavia aggiungere che è vero che Alfonso

favorì la diffusione della cultura fu egli stesso conquistato dalla cultura italiana dato che se

si leggono i suoi scritti antecedenti si può constatare una netta cesura. È veramente un

mondo nuovo che il re scopre e che si diffonde per iniziativa del re. La verità è che in

origine mancò nell'Italia del sud una profonda diffusione del nuovo sapere mentre le forze

più vive tendevano a emigrare verso le città e le corti del Nord. Alfonso attirò a Napoli

uomini insigni e gettò le basi di una grande biblioteca ma non promuove la scuola

universitaria né un fervore di studi oltre l'ambito della corte. Non vi è una fioritura di scuole

e neanche un diffondersi del sapere nei centri minori. Inoltre le opere stesse sono spesso

solo lodi del re e celebrazioni delle sue gesta; traduzioni da lui commissionate, una

produzione cortigiana molto più abbondante che altrove.

CAPITOLO V I GRANDI PROSATORI LATINI: eruditi, critici, storici

Spesso si ripete che il 400 è il secolo senza poesia, ma si dimentica che in molti campi del

sapere c’è una produzione di rilievo ricca di pregi formali. Memorie, trattati, dialoghi, opere

storiche, offrono pagine di rara bellezza.

Nella produzione latina ci troviamo di fronte a un mezzo espressivo non spontaneo, frutto

di un lungo travaglio, il latino degli umanisti è una lingua costruita, artificiale. Di fronte al

volgare che ha ormai una sua dignità e una sua tradizione di cultura.

Non è il latino classico di un tempo determinato e quindi di uno o più autori definiti. Il latino

degli umanisti è uno strumento fabbricato attraverso l'esperienza di alcuni secoli di

produzione letteraria e di evoluzione linguistica, strutturato con particolari artifici ed

inflessioni, caratterizzato ora dalla ricerca preziosa di parole rare ricavate da testi fra loro

distanti e riunite solo perché fuori dal comune, ora dall'adattamento nervoso e scattante

ottenuto mediante contaminazioni impensate. Di qui un'impressione frequente di artifizio,

di mancanza di spontaneità ma anche un impegno di ricerca, uno sforzo puntiglioso verso

la forma più adeguata. Dallo scritto del Biondo del ‘35 rimane viva la discussione sul latino

e volgare, sul rapporto fra lingua usata dagli scrittori e lingua del popolo.

Ci si rende conto che la lingua di Cicerone non è quella di Plauto e neppure quella di

Seneca.

Il latino degli umanisti comporta un notevole lavoro di interpretazione del mondo antico e

del suo significato e quindi una sempre più consapevole autonomia di fronte ad esso.

TORTELLI

Nato in casentino intorno al ‘400, peregrinò fra l'Italia e il levante a raccogliere i codici e a

studiare greco. Niccolò V a Roma lo volle bibliotecario e collaboratore. Intorno al 53

completò l'opera per cui rimase celebre fra i contemporanei, dedicata proprio a Nicolò V,

"dotto e protettore dei dotti"

I Commentaria grammatica de orthographia dictionum a Graecis sono una sorta di

dizionario enciclopedico di mitologia greca, di biografie, di geografia, con ampie trattazioni

di grammatica latina, di prosodia e di varia erudizione.

Circa un settimo del lavoro è dedicato a questioni teoriche dove peraltro, si sostiene come

il Valla, il diritto di creare parole nuove per cose nuove secondo l'esempio degli antichi. Il

Tortelli muore a Roma nel ’66; il suo nome difficilmente è staccabile da quello del Valla che

gli dedicò le Eleganze e da quello del Perotti.

PEROTTI

Compose La Cornucopia che vuole presentarsi con un commento a Marziale ma in realtà

è lo studio della lingua in un autore determinato che comparativamente è la ricerca di tutta

una civiltà. Il libro del Perotti costituisce un monumento di dottrina non Comune che ha il

pregio di conservare un numero considerevole di frammenti altrimenti andati perduti.

L'OPERA DEL BIONDO

Nato a Forlì nel 1392. Esperto di latino ma non di greco, amico del Guarino per il quale

trascrive a Milano nel ‘22 il Brutus di Cicerone, esiliato da Forlì con la famiglia, fu

segretario a Vicenza nel 25, girerà varie, nel 34 abbandona la politica e si dà tutto al

lavoro letterario.

Nel 49 caduto in disgrazia si allontana da Roma e peregrina fino al 53. Muore 10 anni

dopo. Aveva lavorato molto anche dopo aver lasciato la vita attiva, nel ‘53 con i suoi scritti

si era impegnato molto sulla questione turca sulla quale scrive molto spronando verso

un'azione contro i turchi stessi. Non è l'erudizione che lo fa scrivere ma la difesa della

cristianità e dell'Italia con le armi della cultura storica, che sono le sue armi.

L’opera principale sono le Historiarum ad inclinatione Romanorum Decades che già dal

titolo rinviano al Livio, fu questa l'opera di una vita. Si tratta di un saggio di storia

contemporanea di vent'anni dalla elezione di Martino V in poi. La stesura e la

pubblicazione non avvennero secondo l'ordine cronologico. L'andamento a ritroso della

composizione non è a caso. Il punto di partenza è una situazione attuale le cui vicende

fanno sentire all'autore dietro le spalle un vuoto di 12 secoli che la rinnovata lettura dei

grandi storici antichi sembra rendere quasi pauroso. Ora è proprio questo vuoto che la

nuova storiografia deve colmare. Il Biondo è molto diverso dal Bruni nelle impostazioni di

principio e nell'esecuzione del proprio disegno, tuttavia come il Bruni, è storico dell'età

barbare dopo la decadenza dell'impero. La coscienza della rinascita pone l'esigenza di far

luce nelle tenebre del medioevo.

Il punto di crisi dell'impero romano che Bruni collocava nell'avvento di Cesare, il Biondo lo

cerca nella divisione dell'impero e nelle invasioni.

Completano l’attività di storico le opere:

Roma instaurata  una descrizione di Roma in cui la topografia è ricostruita

- attraverso storie, iscrizioni, testimonianze antiche e monumenti rimasti.

L’Italia illustrata  resa pubblica ancora non completata nel ’53 in seguito a un

- tentativo di plagio. Comunque egli non la completò mai. Si tratta di una sorta di

geografia storica della Penisola.

Roma triumphans  trattato di antichità romane, esposizione sistematica delle

- istituzioni pubbliche e private di Roma antica.

La giovinezza di Enea Silvio Piccolomini

Era nato nel 1405, aveva completato i suoi studi a Siena. Fra i maestri abbiamo

Filelfo che doveva più tardi chiedergli soldi e protezione accusandolo poi dopo

morto di ingratitudine per non essere stato soddisfatto. Suoi amici furono il

Panormita, il Poggio, il Bruni ed altri. La carica di sensualità che si incontra in tanti

testi del Piccolomini viene influenzata dal Panormita e dall'esperienza di vita del

giovane Enea Silvio.

Curioso dei costumi dei popoli, ma anche della varietà dei luoghi, se da un lato ha il

gusto degli aneddoti e delle usanze strane, dall'altra ha la serietà dello studioso che

cerca sempre l'incontro fra l'uomo e la terra, il vincolo fra la storia e il suo ambiente,

fra la città e gli abitanti, fra i luoghi e la vita che vi si svolge.

In Enea Silvio manca la fede e della rinascita delle città morte, c’è piuttosto la

nostalgia di un passato splendido, la poesia delle rovine e insieme l'impegno attivo

in una lotta per la difesa di ciò che vale e dà un senso per gli uomini. La malinconia

del tramonto aveva cominciato abbastanza presto a velare la gioiosa e libera

vivacità delle sue pagine. Presentando la storia del concilio di Basilea, nel 40,

aveva scherzato sulla vita già declinante verso i quarant'anni.

Vi è un'esaltazione del piacere sempre cosciente della sua caducità.

Pio II

Mentre le esperienze di gioventù si allontanano, le concezioni politiche si adattano

a una situazione ai suoi occhi catastrofica. L'uomo antico in lui non muore, vi è in lui

la denuncia della corruzione della Chiesa, degli ordini religiosi, dei principi cristiani,

raggiungendo il punto più alto proprio nelle pagine disincantate degli ultimi tempi

della sua vita.

Gli ultimi suoi tempi sono dominati dall'idea della crociata.

Nel trattato (tractatus) di Piccolomini avviene il dialogo con le grandi ombre dei dotti

contemporanei in cui discute anche dell'antichità della donazione costantiniana.

Ci sono in essa anche le lodi dei cancellieri fiorentini, per esempio si racconta che

Giangaleazzo in guerra coi fiorentini ritenesse che la penna di Coluccio gli nuoceva

più di 1000 cavalieri.

LORENZO VALLA

nasce a Roma nel 1405 e vi morì nel 57.

De vero bono  ’33, rielaborazione non finita. In quel tempo la costante lettura degli

antichi riproponeva con urgenza il problema dei criteri della condotta e delle visioni

della vita, mentre veniva accentuandosi la divergenza fra tendenze ascetiche e

tendenze naturalistiche, in sé e nei loro riflessi sullo stesso messaggio cristiano.

Se i maestri delle scuole riproponevano la loro questione della felicità in chiave

aristotelico averroistica, gli umanisti confrontavano fra loro e con il cristianesimo le

dottrine degli antichi: aristotelici, stoici ed epicurei. Il testo di Valla raggiunge una

profondità nuova

probabilmente sotto la spinta della polemica e soprattutto nella prima redazione

dell'opera. La polemica anti monastica comune a tanti umanisti è il lui un tema

particolarmente costante e forte. La voluptas trova il suo pregio nell'essere il segno

di un equilibrio, di un'armonia: il male come il dolore sono nella natura un

turbamento innaturale.

Il bene celeste è la voluptas, ed è riservato soltanto alle anime riunite ai corpi.

Negli anni passati a Pavia scrisse De insignis et armis  il libello piacque al Guarino ma gli

parve ingiurioso, e infatti i giuristi pavesi si sentirono offesi dal tono aspro e aggressivo.

Si racconta che addirittura il Valla fu assalito per strada e che fu salvato dall’intervento del

Panormita che lo fece rifugiare in una chiesa. Alla fine dovette lasciare Pavia e la cattedra

nel ’33. Da Pavia andò a Milano, poi Genova e Firenze, trovò infine inpiego a Gaeta, alla

corte di Alfonso d’Aragona nella segreteria del sovrano. Il proemio al V libro delle

Eleganze ritrae le difficoltà di quella vita così lontana dalla pace degli studi.

De libero arbitrio  Il dialogo riferisce una discussione del Valla con Antonio Glarea, è

l’opera più profonda del Valla sul terreno filosofico. Considerare conoscibile il rapporto tra

volontà divina e scelta umana è un non senso. La volontà divina è inperscrutabile.

la sua dura polemica antiaristotelica e antiscolastica non vuole colpire la fede cristiana,

vuole escludere dal campo della filosofia, quindi dell'indagine umana, ciò che la trascende.

De professione religiosorum  Mette in discussione i voti del clero regolare, negando ogni

pretesa di superiorità morale e religiosa a chi abbia pronunciato i voti, anzi sostiene di

fronte al clero corrotto la superiorità dei laici.

Dopo l'analisi del significato dei voti, e dopo la negazione di ogni valore privilegiato delle

opere di chi ha cominciato i voti, l'elogio dei frati suona più ironico e beffardo. questi testi

sono probabilmente è del 39.

Nel 40 stende la famosa De falso credita ementita Costantini donatione  Valla in

quest'opera svela la validità della nuova filologia. dimostrata falsa con serrata

argomentazione storico filologica la donazione di Costantino, il Valla in calza negando il

diritto al potere temporale della Chiesa.

Superata la crisi, egli continua la sua attività a corte.

Recriminatione  4 libri, vi è l’idea che il latino debba essere trattata come una lingua viva,

si sottolinea la necessità di vocaboli nuovi per indicare cose nuove.

Quando a Eugenio IV succede a Niccolò V, Valla torna a Roma e nel ’48 diventa scrittore

apostolico.

A Roma il Valla pubblica i 6 libri delle Eleganze, l’opera della sua vita, era scritta da tempo

ma l’aveva rielaborata man mano.

Le Eleganze dedicate al Tortelli, furono oggetto di non pochi giudizi negativi dei

contemporanei e particolarmente maltrattate nelle invettive di Poggio Bracciolini che assalì

in modo aperto il Valla reo di aver criticato la forma delle sue lettere al Niccoli. In più vi era

la denuncia di eresia invocando per Lorenzo addirittura il rogo.

Il Valla si difende dalle accuse di eresia e ricordò Poggio gli attacchi al Filelfo, all'Aurispa,

al Guarino ecc, sintomo di carattere cattivo e di indole litigiosa. Poggio reagì con tre nuove

violentissime invettive a cui Lorenzo Valla replico con un antidoto. Fra i contemporanei la

polemica suscitò scandalo; il litigioso Filelfo esortò i due alla pace, lo stesso fece Barbaro.

Chi ripercorra l'opera di Lorenzo Valla nel suo complesso resta colpito dalla compattezza

di due temi:

- la polemica contro la falsificazione del cristianesimo e la corruzione degli istituti e delle

forme in cui è vissuto.

- la ricerca di una comprensione più profonda del mondo classico soprattutto latino

attraverso il linguaggio e i documenti letterari e giuridici.

La difesa di Epicuro è innanzitutto una lotta contro l’ascesi monastica e ogni

interpretazione manichea della realtà. Tende al riscatto dell'uomo e delle sue possibilità di

riconciliarsi con la vita e con il mondo e vede nella religione cristiana lo strumento di tale

conciliazione.

STORICI E BIOGRAFI

Se l’opera storica di Lorenzo Valla non è il suo lavoro più felice, è vero anche che in lui è

presente una costante connessione di filologia e storia quale non è dato trovare in altri nel

secolo.

CAPITOLO SESTO

LA TRATTATISTICA LATINA E VOLGARE

Moralisti, eruditi, uomini politici, gli umanisti usarono forme letterarie adeguate:

orazioni, epistole, storie, dialoghi e trattati. Nella trattatistica è dato di incontrare

alcune delle loro prove migliori, in cui si esprimono i loro modi di intendere le cose,

le loro concezioni della vita, i loro programmi e le loro aspirazioni.

I testi sono spesso tramandati in doppia versione, volgare e latino. Manetti,

Acciaioli, Leon battista Alberti e Ficino offrono esempi di composizioni in stesura

bilingue. La struttura del volgare esce profondamente modificata dall'influenza del

linguaggio dei classici. Dopo i primi decenni del secolo quando la prosa dotta fu

prevalentemente latina, la trattatistica in volgare torna ad affermarsi soprattutto a

Firenze ma non solo.

Per quanto riguarda i trattati morali gli argomenti sono la nobiltà se sia di sangue o

delle opere, con la conclusione che sia fondata sulla virtù; il matrimonio e il celibato

e se convenga a un vecchio prender moglie; la morte e la consolazione della morte;

il buon cittadino, l'ottimo stato e il buon principe. Per finire vi è l’argomento dei

vantaggi e gli svantaggi delle lettere.

MANETTI

Il Manetti campeggia in un periodo di transizione, quando a Firenze si afferma la

signoria.

Nato nel 1396 e morto nel 1459 a Napoli dove aveva avuto l'amicizia di Alfonso e la

benevolenza di Ferdinando, fu anche a Roma presso Nicolò V. Di Firenze prima

dell'esilio era stato ambasciatore. Aveva letto l'elogio funebre del Bruni.

Fu dotto di greco, latino ed ebraico. La sua opera più famosa in quattro libri è

dedicata a re Alfonso e finita di scrivere nel 52.  De dignitate et excellentia hominis.

Lo scritto nacque come gara con un testo di Bartolomeo Fazio, dedicato a Niccolò

V, la novità nel Manetti è nella consapevole presa di posizione contro ogni

concezione che svaluta la natura dell'uomo, la sua corporeità, i suoi limiti, il suo

essere esposto alla morte. Intende sottolineare nell'uomo la capacità di fare, di

costruire, di ottenere con le proprie opere quello che non ho avuto dalla nascita. Di

qui il valore assegnato al mondo della cultura, dell'arte, l'insistere sul fare piuttosto

che sull'essere.

Non è comunque presente ancora il tema proprio di Pico che implica una diversa

visione metafisica delle cose: la priorità assoluta nell'uomo e solo nell'uomo della

libera decisione. Solo l'uomo non è vincolato a una forma o essenza, la sua specie

è dovuta alla sua scelta. Manetti fu profondamente religioso e studioso di ebraico,

anche in questo si colloca vicino a Giovanni Pico.

ALAMANNO RINUCCINI

Rinuccini apparteneva allo stesso mondo del Manetti e dell'Acciaioli, e furono legati

da amicizia, malinconici testimoni della crisi della libertà fiorentina, innamorati dei


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Manu8881

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in italianistica
SSD:
Università: Udine - Uniud
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Manu8881 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura del Rinascimento e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Udine - Uniud o del prof Venier Federica.

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