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In quest’opera Boccaccio adopera uno stile veloce ed una sintassi talvolta scorretta ma molto più

moderna e vicina alle cose rispetto all’equilibrio del Decameron.

Fra il 1350 e il 1368 compone il Buccolicum carmen poema pastorale dedicato alla figura del

pastore Donato degli Albanzani e un paio di egloghe nelle quali narra il suo personale mondo di

amori e affetti familiari (nella egloga Galla narra la storia dell’amore fra Panfilo e Fiammetta e

nella seconda egloga Olympia, narra dell’apparizione della figlia Violante mora ad appena sei anni).

Ancora, fra il 1355 e il 1375 compone due opere in latino il De casibus virorum illustrium e il De

mulieribus claris i quali hanno molto successo in Europa dove vengono tradotti in diverse lingue.

Al 1362 risale il Vita sanctissimi patris Petri Damiani mentre fra il 1355 e il 1357 fu composta

l’opera di erudizione geografica De montibus, silvibus, fontibus, lacubus, fluminibus, stagnis,

seu paludibus, et de nominibus maris derivato dai geografi antichi.

L’opera che appassionò Boccaccio fino alla fine fu la Genealogia deorum gentilium un grande

trattato di mitologia in quindici libri ispirato dall’amico Petrarca il quale era un attento studioso di

mitologia e appassionato collezionista di rari testi mitografici.

Nell’opera si supera finalmente la tradizione medievale di attualizzazione e allegorizzazione

morale-religiosa degli Dei pagani.

Tutto ciò rappresentava un deciso ritorno agli Antichi che preparava la nascita di una nuova civiltà.

4. CULTURA VOLGARE FRA TRE E QUATTROCENTO

4.1. La prosa.

Dopo la metà del Trecento, grazie al successo sovra regionale della Commedia di Dante e della fitta

rete di relazioni culturali intessuta da Petrarca e Boccaccio, si crea un vasto pubblico di lettori della

letteratura in lingua fiorentina la quale viene percepita come lingua media della comunicazione

letteraria anche al di fuori della Toscana.

Inoltre grazie al Decameron il genere della narrativa breve conosce un periodo di grande successo

ed imitazione con la nascita di nuovi “novellatori” anche stranieri fra cui il più illustre è Geoffrey

Chaucer che ne suoi Canterbury Tales unisce diversi racconti nella cornice di un pellegrinaggio.

In Italia invece sono diversi gli autori che si cimentano nel genere della novella. Fra questi

troviamo:

Franco Sacchetti la cui produzione letteraria può essere divisa in due periodi: periodo giovanile e

periodo di impegno politico e religioso. Al periodo giovanile appartengono le opere Battaglia delle

donne e Libro delle Rime. Il primo è un poemetto in ottave in cui le vecchie invidiano la bellezza e

freschezza delle giovani usando un linguaggio fatto di bisticci e giochi linguistici che si avvicina

molto alla lingua parlata. Il secondo invece è una raccolta di ballate derivate dal genere delle

“pastorelle” (testi poetici leggeri e cantabili, spesso accompagnati dalla musica) e si avvicina molto

alla tradizione lirica fiorentina.

Al periodo di impegno politico e religioso (intervenuto in seguito alla pestilenza del 1374 in

seguito alla quale l’autore si ritrovò ad affrontare una profonda crisi religiosa) appartengono le

opere Sposizioni dei vangeli (raccolta di poesie religiose) e Trecentonovelle una raccolta di 223

novelle sprovvista di “cornice” in cui acquista grande importanza il punto di vista sociale e morale

dell’autore che aggiunge una sua conclusione moralistica, legata allo sfondo borghese e mercantile

cui appartengono vicende e personaggi nel superamento definitivo dei miti cortesi ancora

coesistenti in Boccaccio.

Giovanni da Firenze autore del Pecorone, raccolta di cinquanta novelle e venticinque ballate

inserite in una cornice boccacciana e raccontate alternativamente da un frate Auretto e una monaca

Saturnina durante venticinque giorni nei quali i due comunicano castamente attraverso le grate di un

parlatorio di un monastero (riproduzione di un luogo chiuso che reinventa in uno spazio sacro il

giardino decameroniano).

Si tratta di novelle che derivano dalla precedente tradizione narrativa ma anche dall’attualità e dalla

cronaca dell’epoca.

Giovanni Sercambi autore dell’opera Novelle, raccolta molto simile al Decameron nella quale un

gruppo di giovani per sfuggire alla grande pestilenza del 1374 intraprende un viaggio attraverso

l’Italia durante il quale vengono raccontate 155 novelle. A differenza del Decameron qui abbiamo

una struttura itinerante molto più simile a quella dei Canterbury Tales.

Gentile Sermini anche lui autore di un opera chiamata Novelle in cui narra di essere fuggito dalla

peste per rifugiarsi “in villa” dove ha raccolto le sue quaranta novelle.

Antonio di Tuccio Manetti autore della celebre Novella del grasso legnaiuolo nella quale si narra

la beffa che fa credere a Grasso di essere un’altra persona. La novella si trasforma in una specie di

commedia della vita rappresentata sulla scena cittadina di tutti i giorni, in una situazione che ricorda

la commedia di Plauto i Menaechmi.

In altri casi la struttura del Decameron portò alla nascita di diversi sottogeneri letterari destinati ad

avere uno statuto autonomo come la tradizione dei motti e facezie, raccolte di novelle brevissime

giocate su un motto di spirito che risolve una situazione difficile o mette in burla un avversario (il

filone più famoso di questo genere è Motti e facezie del Piovano Arlotto) o ancora la nascita dei

libri di famiglia nati dall’attitudine alla scrittura privata di alcuni mercanti che essendosi ritrovati

nelle storie del Decameron, intraprendono questa forma di scrittura dell’io codificata da un preciso

rapporto di comunicazione da destinatario (il mercante) a mittente (suo figlio o nipote) e volta alla

trasmissione dei propri saperi all’interno della famiglia stessa.

Quando lo scrivente appartiene ad una famiglia dominante della città, la storia della famiglia si

confonde con quella cittadina come accade nella Cronica domestica di Donato Velluti o nell’opera

Ricordi di Bonaccorso Pitti.

Un esempio importante di libro di famiglia è rappresentato dalle lettere di Alessandra Macinghi

Strozzi scritte ai figli esiliati da Firenze. Esempio dell’alto livello culturale raggiunto dalle donne

del Quattrocento, le lettere rappresentano anche la forza di una madre che nel disastro politico della

famiglia si fa carico del valore ideologico garantendone la trasmissione.

Prima di Alessandra Macinghi Strozzi già un’altra donna aveva raggiunto un altissimo livello di

espressione. Si tratta di santa Caterina da Siena che oltre un secolo prima nel suo Epistolario

manifestava con immagini straordinarie il suo mondo interiore, fondato su una mistica dell’unione

con Cristo e di un eros spirituale che si esprime con un linguaggio molto forte di cose anche fisiche

(il fuoco, il sangue).

Dopo Caterina la comunicazione religiosa passò a san Bernardino da Siena che rinnovò il genere

della predicazione coinvolgendo l’uditorio in modo diretto con un linguaggio semplice ed efficace

senza tralasciare l’attenzione ai problemi concreti della gente quali i rapporti sociali e la possibilità

di condurre una vita retta e giusta anche operando nel mondo, nel mercato e nella politica.

4.2. La poesia.

Anche nella poesia si registra la graduale influenza di Firenze e della Toscana al resto d’Italia.

la lezione petrarchesca si accompagna ad una sperimentazione che porta i poeti

Nella poesia lirica

oltre la tematica amorosa a trattare anche temi politici, di attualità, autobiografici.

Luoghi importanti di produzione sono ora le corti signorili dell’Italia del Nord dove opera Simone

Serdini da Siena detto il Saviozzo inventore della canzone alla disperata, lamento del poeta per un

amore impossibile che si conclude di solito con un desiderio di morte.

Si tratta di una poesia che recupera un rapporto organico con la musica, in un’epoca in cui si

diffonde l’Ars Nova e che si riavvicina alle forme della poesia popolare.

Al medesimo ambiente cortigiano appartiene infine Giusto de’ Conti che nel suo canzoniere

intitolato La bella mano, opera per primo una consapevole riduzione di libertà cercando di imitare

più fedelmente il modello di Petrarca nelle tematiche e nelle forme e dando il via di fatto al

petrarchismo.

Per quanto riguarda invece la poesia popolare, la sua diffusione era affidata ai cantastorie per i

quali fu fondamentale l’invenzione dell’ottava che permetteva di memorizzare più facilmente le

strofe ed eventualmente cambiarle o aggiungere particolari e descrizioni senza modificare la storia.

Le trame sono quelle derivanti dal filone cavalleresco anche se non mancano temi legati

all’attualità, alla storia e alla Bibbia.

Fra gli esponenti più illutstri del genere si ricorda Antonio Pucci banditore del comune di Firenze

che sentendosi parte attiva della vita pubblica della sua città scrisse numerose poesie pubbliche,

sirventesi politici, testi morali e satirici.

E’ interessante in Pucci il valore dato alla figura della donna soprattutto nell’opera Madonna

Leonessa nella quale una donna riesce a salvare suo marito condannato a morte dal re di Francia,

dimostrando la propria superiorità per intelligenza e astuzia.

Altro esempio fortunato delle opere dei cantastorie è rappresentato da Geta e Birria di Domenico

del Prato. Riscrittura di una commedia elegiaca medievale (il Geta di Vitale di Blois) è una

commedia degli errori in cui Mercurio si trasforma in Geta e convince Geta di non essere nessuno.

Affine al mondo dei cantari è quello della sacra rappresentazione che si sviluppa soprattutto a

Firenze con Feo Belcari. Si tratta di una forma embrionale di teatro messa in scena nelle piazze e

sui sagrati nel corso delle festività religiose, importante per la nascita delle prime “compagnie”

specializzate nell’allestimento teatrale con attori e comparse, macchine sceniche, costumi e

strumenti musicali.

Infine, sempre dalla narrazione dei cantari derivano i romanzi di Andrea da Barberino come il

Guerrin Meschino (storia di un fanciullo venduto schiavo che, dopo molte peripezie, diviene

cavaliere, scopre una sua nobile origine ed è infine incoronato re), e la saga dei Reali di Francia,

compendio del ciclo carolingio che è rimasto nella tradizione popolare fino al nostro tempo.

5. L’UMANESIMO

5.1. Rinascimento e Umanesimo.

Col termine Rinascimento si intende comunemente il periodo storico che interesso l’Italia e

l’Europa tra il XIV e XVI secolo, caratterizzato dal passaggio dalle strutture economiche e sociali

del mondo feudale a quelle dell’età moderna.

Il termine deriva dall’idea diffusa che, dopo un lungo periodo di oscurità e barbarie qualcosa stesse

“rinascendo”. Questo qualcosa era una nuova visione del mondo e dell’uomo.

La lezione di civiltà impartita dagli Antichi veniva ora riletta in chiave del tutto nuova.

All’interpretazione allegorica finalizzata all’individuazione di un sovra senso religioso o morale, si

sostituiva una ricerca indipendente della realtà umana che comprendeva le forme della convivenza

civile e sociale, il rapporto fra Stato e cittadini, l’educazione, le relazioni politiche e l’affermazione

delle libertà di pensiero e di azione.

Alla rinascita dei classici latini si affiancò anche quella dei classici greci grazie soprattutto a

Petrarca e Boccaccio che si sforzarono di intraprendere lo studio della lingua ellenica e di

introdurne l’insegnamento a Firenze favorendo l’arrivo in Italia di intellettuali greci e soprattutto di

libri.

La vastità del panorama letterario greco, rese necessaria una riforma del sistema educativo

capovolgendo la gerarchia tradizionale di trivio e quadrivio che vedeva le materie prima considerate

inferiori (grammatica e retorica) diventare le più importanti in quanto alla base della trasmissione

del sapere.

Alcuni maestri cominciarono allora a fondare delle scuole che davano priorità assoluta alla lettura

dei classici come base di una formazione culturale appropriata.

L’insieme delle discipline trattate in queste scuole cominciò ad essere chiamato studia humanitas e

ben presto il termine humanista divenne il corrispondete di professionista di cultura greca e latina.

La lingua dell’umanesimo era il latino di Cicerone e Virgilio restituito alla sua forma antica grazie

ad una nuova disciplina: la filologia. Quest’ultima oltre ad “epurare” i testi antichi dai processi di

corruzione linguistica, abituava allo spirito critico nei loro confronti, privilegiando la libertà di

interpretazione e di ricerca.

Tuttavia lo sforzo di riportare la lingua latina alle sue origini si rivelò un’illusione. Da troppo tempo

ormai il latino non era più parlata dal popolo ma solo dalle èlite che avevano accesso alla cultura,

senza contare che la questione dell’imitazione degli Antichi creò non poche polemiche fra chi

proponeva l’imitazione di un modello unico (ad esempio Cicerone) e chi invece era favorevole ad

una maggiore libertà di espressione individuale.

La letteratura umanistica crea dunque un nuovo sistema di generi che sarà fondamentale per le

letterature moderne europee. Tali generi sono:

- la storiografia che si distacca dalla tradizione medievale di cronache ed annali e riprende i grandi

disegni storiografici si Livio, Cesare, Sallustio e Tacito;

- l’epistolario in cui si proietta la fitta rete di relazioni intessuta dagli umanisti;

- il dialogo derivato dai modelli antichi di Cicerone, Seneca e Platone in cui la ricerca della verità è

sempre condotta insieme agli interlocutori, nel libero confronto di tesi anche discordanti ma aperte

al reciproco superamento.

- la poesia che rielabora i testi degli Antichi con una freschezza nuova che dà davvero l’impressione

di una rinascita.

Per quanto riguarda le arti qui la rinascita fu resa possibile dall’opera di artisti come Brunelleschi,

Donatello e Masaccio che studiando direttamente le testimonianze dell’arte classica, rinnovarono

radicalmente i linguaggi artistici.

Ad esempio la concezione dello spazio tempo fu rivoluzionata dagli studi sulla prospettiva

(attribuiti al Brunelleschi) che permettevano di stabilire con precisione le dimensioni apparenti degli

oggetti riproducendoli in pittura con grande realismo.

Possiamo concludere che la grandezza dell’umanesimo sta nella globalità della rinascita che

procede simultaneamente con ricerche in tutti i campi dell’arte e della cultura alla scoperta di un

uomo che è misura di tutte le cose e della sua ragione che è in grado di interpretare la realtà in tutte

le sue forme.

Abbiamo il diffondersi di un ottimismo che resterà insito nella cultura europea per lungo tempo

spingendo l’uomo oltre i confini non solo mentali ma anche geografici con le grandi esplorazioni

del Quattrocento.

5.2. I centri dell’Umanesimo.

L’Umanesimo nasce come un fenomeno sovra regionale imperniato su alcuni centri propulsori, ma

rapidamente diffuso in tutta la penisola.

Un’area geografica determinante, come luogo di incontro e formazione, fu all’inizio il Veneto.

A Padova si conservavano i testi di Petrarca e presso la giovane università o le scuole cittadine si

incontrarono i primi grandi maestri dell’umanesimo: Vergerio, Guarino, Barzizza, Vittorino.

Venezia invece era la principale porta d’accesso da e per l’Oriente, luogo d’arrivo dei primi

manoscritti greci e sede di importanti scuole umanistiche.

A Firenze la nuova cultura era stata preparata da Boccaccio che aveva educato i propri concittadini

al culto di Dante e Petrarca. L’umanesimo fiorentino si sviluppò da subito con una forte

caratterizzazione ideologica e politica. La città di Firenze infatti era uscita stremata da un secolo di

pestilenze, carestie, disastri finanziari e politici e pertanto credeva nel sogno di un umanesimo

civile vale a dire una repubblica retta da filosofi e intellettuali così come era stata descritta

idealmente da Platone.

Per questo motivo essa mantenne le sue istituzioni comunali ma ripensandole come una repubblica

di stampo antico, sul modello della città-stato greca (Atene) o della Roma repubblicana.

Questo significò il coinvolgimento diretto degli umanisti nel governo cittadino.

Nelle corti signorili dell’Italia del Nord, l’umanista era in funzione subalterna rispetto al principe e

poteva diventarne al massimo il segretario, il cancelliere o lo scrittore ufficiale delle sue lettere. Con

i mezzi che gli sono propri (la retorica, la conoscenza della storia, del diritto e dell’arte) l’umanista

contribuiva a diffondere un’immagine pubblica positiva del principe e del suo sistema di governo.

Qui, l’umanesimo era una cultura elitaria e le scuole miravano alla formazione di una più dinamica

classe dirigente, capace di affrontare le sfide di un mondo radicalmente mutato.

A Milano i Visconti grazie alla costituzione di una grande biblioteca e dell’università di Pavia,

attirano in città un gran numero di umanisti come Uberto e Pier Candido Decembrio e Antonio

Loschi.

Infine Roma, dopo lo Scisma d’Occidente acquista un ruolo di spicco fra i centri di sviluppo

dell’umanesimo grazie ai suoi funzionari umanisti che, a causa dello scisma, sono costretti a girare

per l’Europa per motivi diplomatici e politici acquisendo nuove conoscenze e diffondendo testi di

grande importanza storico culturale. Un esempio emblematico è quello di Poggio Bracciolini

autore di un grande epistolario testimonianza di vita e costume contemporaneo, con la descrizione

dei luoghi visitati in Europa.

A quest’ultimo è attribuita l’invenzione della cosiddetta scrittura umanistica una scrittura fatta di

caratteri molto più chiari e leggibili rispetto a quella utilizzata in precedenza. Poggio scopre questa

scrittura in alcuni codici ritrovati durante i suoi viaggi che egli crede risalire all’antica Roma. Solo

in seguito si è scoperto che quegli scritti risalgono all’epoca carolina e non romana antica.

Inoltre, Poggio ci mostra come l’umanesiamo sia nato in un rapporto stretto e pacifico con le

strutture della Chiesa Cattolica.

Nel corso dell’umanesimo infatti i papi favorirono la cultura umanistica e la libertà di ricerca

intellettuale e gli stessi umanisti, dal canto loro, conservarono nella loro formazione profonde radici

cristiane. Anzi, ad un’analisi più attenta del periodo notiamo come questa dell’umanesimo sia

l’epoca di maggior ritorno alla voce dei Padri della Chiesa i quali per primi si erano posti il

problema del rapporto fra cultura classica e cristianesimo risolvendolo in positivo nella nascita di

una tradizione culturale fondata su un condiviso ideale di humanitas.

5.3. Valla.

L’umanista che più di ogni altro avvertì il senso della battaglia contro la barbarie della cultura

medievale fu Lorenzo Valla.

Le sue prime opere hanno come bersaglio principale i fondamenti della cultura medievale: la

tradizione filosofica aristotelica (demolita nelle due opere De libero arbitrio e Dialectica) e la

Donazione di Costantino di cui Valla dimostrò la falsità, grazie soprattutto ai suoi studi di filologia

e storia della lingua latina, nel De falso credita et ementita Constantini donatione.

Ma la sue opere magne sono senza dubbio le Elegantiae latinae linguae rifondazione della

grammatica latina e del suo lessico riportata sul rigoroso studio dei classici e il Collatio Novi

Testamenti applicazione della critica testuale e linguistica al testo della traduzione latina del Nuovo

Testamento (la cosiddetta Vulgata attribuita a San Gerolamo) grazie anche al ricorso ai testi greci

originali.

5.4. Alberti.

Leon Battista Alberti rappresenta il paradigma dell’uomo universale del Rinascimento, specialista

di diverse discipline, scrittore in latino e volgare in un’età in cui l’umanesimo tendeva ad essere

esclusivamente latino.

Battista esordisce a venti anni con una commedia latina Philodoxeos fabula (allegoria della ricerca

della conoscenza), con il De commodis litterarum et incommodis (un’acuta riflessione sulla

posizione sociale e umana dell’intellettuale) e con le prime rime e operette in volgare fra cui risalta

Deifira dialogo in cui un innamorato deluso e disperato decide di abbandonare il consorzio umano e

l’illusione d’amore. In tutte queste opere risalta l’attitudine dell’Alberti a sperimentare nuove forme

metriche e nuovi generi.

Nel 1432 compone una raccolta di favole a sfondo morale gli Apologi, mentre la propria vita viene

raccontata in una autobiografia in terza persona intitolata Vita.

Forse per il fatto di essere nato in esilio e di aver vissuto in una famiglia senza radici, dispersa nei

suoi rami lo portò alla composizione di un’opera in quattro libri intitolata Della famiglia. Si tratta

di dialoghi che si fingono avvenuti tra i membri della sua famiglia e in cui si affrontano le tematiche

della vita e dell’organizzazione di una famiglia ideale, basata sulle virtù ma anche attenta al

mantenimento della propria ricchezza, del suo status sociale e della sua dignità.

Il Della famiglia è importante perché scritto in volgare nel periodo di massimo splendore

dell’umanesimo latino. Si tratta di una prosa volgare più agile e meno elaborata di quella

boccacciana, più vicina ad un registro colloquiale e comunque nobilitata dal continuo confronto con

il latino. In questa stessa prosa furono scritte anche altre opere sempre di stampo morale come il

Theogenius, il Della tranquillità dell’animo e il De iciarchia nonché una piccola grammatica

della lingua toscana che aveva proprio lo scopo di nobilitare il volgare fiorentino dimostrando che

esso possedeva delle regole da applicare all’uso.

A tal proposito è famosa una sua lotta per convincere i colleghi umanisti della nobiltà del volgare

mediante una gara di poesia il Certame coronario indetto nel 1441 sul tema dell’amicizia, che

concludeva i libri Della famiglia.

Tuttavia le delusioni sofferte nel corso della sua vita lo portarono alla composizione di alcuni

dialoghi latini intitolati Intercoenales in cui Alberti rinnega l’ottimismo contagioso dell’epoca

mostrandoci per primo il lato oscuro dell’umanesimo.

Grazie alla sua amicizia con Brunelleschi e Donatello, Alberti consacrò una buona parte della sua

vita alla nobilitazione delle arti figurative fino ad allora considerate “meccaniche” mediante la

scrittura di opere che ne illustrassero le tecniche.

In primo luogo il De pictura trattato che espone chiaramente la rivoluzionaria teoria della

prospettiva. In secondo luogo il De statua trattato sulla scultura ed infine il De re aedificatoria

trattato sull’architettura che forniva una nuova terminologia e segnava la definitiva acquisizione

dello stile classico nelle costruzioni pubbliche e private.

Per l’Alberti la casa, la villa, il teatro ecc erano luoghi dove si svolgeva la vita umana e quindi si

attua l’ideale di humanitas.

La città albertiana pertanto è un progetto di armonia, equilibrio così come la città vagheggiata dagli

umanisti e dagli artisti del Rinascimento.

6. L’APOGEO DEL RINASCIMENTO

6.1. La civiltà delle corti.

Verso la metà del Quattrocento, mentre la maggior parte degli stati europei si avviava verso l’unità

nazionale, in Italia, sulla scia del policentrismo dell’umanesimo, prevaleva il sistema politico detto

civiltà delle corti. Si trattava di un sistema piramidale che aveva al vertice il principe e poi, a

diversi livelli, la cancelleria, i consiglieri, i funzionari, in simbiosi con la vita quotidiana, privata e

pubblica, della stessa corte.

Al di fuori della corte ma in rapporto organico con essa vi era l’accademia, luogo di incontro e di

discussione fra intellettuali che gradualmente stabilisce un rituale di accesso e organizzazione.

Il sistema delle corti, dopo una prima fase di lotte feroci, conobbe un breve periodo di stabilità

grazie alla politica diplomatica di Lorenzo il Magnifico e della sua Pace di Lodi.

Tuttavia fu una stabilità di breve durata. Infatti, nel 1494, a soli due anni dalla morte di Lorenzo, il

re di Francia Carlo VIII scese in Italia conquistando il Regno di Napoli e dimostrando la debolezza

intrinseca degli stati italiani. Qualche anno più tardi fra 1499 e 1501, Francia e Spagna

conquistarono gli stati più ricchi e potenti della penisola: il Ducato di Milano e lo stesso Regno di

Napoli dando il via ad una serie di guerre (le guerre d’Italia) che portarono all’affermazione del

dominio spagnolo sulla penisola per i seguenti due secoli.

Dal punto di vista culturale la seconda metà del Quattrocento vede un evento rivoluzionario che

cambia tutte le dinamiche di comunicazione del sapere: l’invenzione della stampa a caratteri mobili

ad opera del tedesco Johann Gutenberg. Questa invenzione, riducendo i costi di produzione e

vendita faceva sì che i libri fossero alla portata di un pubblico molto più ampio.

Tale allargamento del pubblico di lettori, spinse molti intellettuali di formazione umanistica verso

un processo di ripresa, sperimentazione e rinnovamento dei generi della letteratura in volgare dopo

la stagione del dominio quasi assoluto dell’umanesimo latino.

Ne conseguì una fusione di letteratura in volgare e altezza della cultura umanistica che significò una

svolta enorme per il raggiungimento di una letteratura compiutamente italiana, che si riconoscesse

cioè in valori e forme condivise, al di là delle specifiche declinazioni regionali.

Nel sistema della civiltà delle corti i centri più importanti furono: Firenze, Napoli, Ferrara, Milano,

Mantova, Urbino, Roma e Venezia.

Firenze dopo essere stata una repubblica dell’umanesimo civile, diventa uno stato guidato dalla

famiglia De Medici che vede salire al comando prima Cosimo, poi suo figlio Piero ed infine suo

nipote Lorenzo. Alla morte di Lorenzo (1492) il figlio Piero fu scacciato da una rivolta popolare che

mise al potere il frate Girolamo Savonarola predicatore e fautore della riforma della Chiesa, il

quale però venne condannato al rogo per la sua opposizione al papa Alessandro VI. La repubblica

passò alla guida di Pier Soderini affiancato dal suo segretario Niccolò Machiavelli per poi tornare di

nuovo sotto il controllo della famiglia dei Medici nel 1513.

Sotto il governo di Lorenzo vi fu uno straordinario sviluppo delle arti e della cultura favorito

dall’aggregazione di numerosi artisti e intellettuali. In particolare nelle arti emergono le figure di

Botticelli e Leonardo da Vinci mentre nelle lettere resta basilare lo studio del greco che viene

insegnato nelle università dal maestro bizantino Giovanni Agiropulo.

Il Rinascimento laurenziano era caratterizzato dalla fusione di due componenti: una di stampo

platonico derivante dalla tradizione umanista, e l’altra proveniente dalla filosofia aristotelica.

Quest’ultima era facilmente riconoscibile negli scritti di personalità come Giovanni Pico della

Mirandola che nel suo Oratio de hominis dignitate esalta la piena affermazione della libertà

intellettuale e della grandezza dell’uomo oppure nell’Epigrammata di Michele Marullo

Tarcaniota in cui si giunge alla definizione di una religione della natura influenzata dalla lettura di

Lucrezio.

Figura di raccordo fra umanesimo latino e volgare fu il professore Cristoforo Landino che pose

allo stesso livello l’insegnamento di Virgilio, Dante e Petrarca considerati ormai classici moderni ai

quali furono dedicati importanti commenti a stampa.

Landino contribuì alla diffusione del volgare anche con la traduzione di classici latini come

l’enciclopedia naturale di Plinio il Vecchio.

Napoli dopo la decadenza della dinastia angioina, era rientrata a pieni titolo nel sistema delle corti

rinascimentali grazie al principe Alfonso d’Aragona il quale si servì dei migliori umanisti

contemporanei come consiglieri nell’attività di governo.

L’umanesimo alfonsino fu tutto latino e fra gli esponenti maggiori troviamo:

Giannotto Manetti autore del De dignitate et excellentia hominis un trattato che afferma la dignità

dell’uomo e la bontà intrinseca e la bellezza della vita e delle gioie terrene in contrapposizione alla

tradizione acetica medievale.

Antonio Beccadelli detto il Panormita autore dell’Hermaphroditus il più licenzioso e divertente

libro di poesia erotica dell’umanesimo.

Giovanni Pontano poeta capace di ricreare generi antichi come se fossero del tutto contemporanei.

Fra le sue opere più importanti troviamo gli epigrammi Hendecasyllabi sei Baiae che celebra

l’amore sensuale e la vita gioiosa degli stabilimenti termali dei Campi Flegrei, il De amore

coniugali che celebra invece la dolcezza dell’amore coniugale e i Tumuli che rievoca amici e

familiari scomparsi lasciando a loro stessi il compito di raccontarsi in prima persona attraverso le

proprie epigrafi tombali.

Ancora abbiamo un opera storica il De bello Neapolitano, una serie di trattati di stampo politico e

morale (De prudentia, De fortuna, De sermone, De principe) ed alcuni dialoghi che sono

considerati fra le migliori prose dell’umanesimo (Charon, Antonius, Asinus, Actius, Aegidius).

Antonio de Ferrariis detto il Galateo autore di vivaci epistole latine e di un dialogo intitolato

Eremita in cui l’anima di un eremita si guadagna con la forza l’ingresso in Paradiso litigando con

gli stessi santi nonché del trattato De educatione in cui si denuncia la crisi dell’umanesimo italiano

messo a confronto con le altre culture europee.

Diomede Carafa che scrive in volgare una serie di Memoriali sull’agire politico e la vita di corte.

I poeti gentiluomini un gruppo di poeti legati in varia misura alla corte e autori di personali

canzonieri di ispirazione petrarchista come il Naufragio di Giovanni Aloisio, gli Amori di

Gianfrancesco Caracciolo, il Colibeto di Francesco Galeota ed il Perleone di Giuliano Perleoni.

Si tratta di una poesia segnata da un certo sperimentalismo che oscilla fra cultura alta e popolare

riprendendo talvolta in forma parodica le cadenze dialettali nelle forme metriche dello strambotto e

di una sorta di frottola dialettale di endecasillabi con rima nel mezzo detta gliòmmero.

Pietro Iacopo de Iennaro autore di un altro canzoniere e di una pastorale intessuta di prose ed

egloghe ad imitazione dell’Arcadio di Sannazzaro.

Ma su tutti questi poeti emerge il nome del catalano Cariteo che elabora, soprattutto nella raccolta

Endimione una nuova forma di imitazione petrarchesca basata su immagini e metafore nuove che

sembrano preludere alla poetica del secolo successivo.

Per quanto riguarda la prosa, qui troviamo chiari riferimenti allo stile di Boccaccio nel Novellino di

Masuccio Salernitano, una raccolta di cinquanta novelle senza cornice, con dediche a personaggi

illustri contemporanei. Il mondo di Masuccio è molto lontano da quello del Decameron in quanto in

esso si avverte una perdita di equilibrio che conduce al dominio dell’irrazionalità, dell’oscenità e

della violenza.

Altro genere vicino alla prosa molto diffuso nella Napoli di fine Quattrocento è la cronachistica e

memorialistica come quella praticata da Loise de Rosa, dignitario della corte angioina che

testimonia del passaggio da vecchi ai nuovi padroni in una girandola di divertenti avventure

personali o ancora la Cronica del Ferraiolo e le più tarde cronache di Silvestro Guarino d’Aversa

e di Notar Giacomo.

Infine abbiamo le grandi rappresentazioni, a metà fra realismo dei fatti e trasfigurazione

leggendaria, dei cosiddetti Diurnali del Duca di Monteleone, epopea cavalleresca dell’ultimo re

angioino di Napoli, Renato d’Angiò.

Ferrara conosce un periodo di splendore sotto il duca Ercole d’Este mecenate delle arti e delle

lettere. In questa città la poesia umanistica latina raggiunge i livelli più alti con poeti del calibro di

Antonio Cornazzano, Niccolò da Correggio, Antonio Tebaldi e Sabadino degli Arienti.

A quest’ultimo appartiene la raccolta delle Porretane novelle, rappresentazione del raffinato

ambiente cortigiano della Bologna dei Bentivoglio, trasferito nella cornice dei bagni termali della

Porretta.

Tra i generi di punta della cultura ferrarese sono sicuramente:

- la poesia bucolica con ampia produzione di egloghe in latino e in volgare, travestimento pastorale

di situazioni di corte e personaggi contemporanei;

- il genere cavalleresco da sempre lettura prediletta degli Estensi e dei loro cortigiani;

- il genere teatrale promosso dalla corte Estense con le prime rappresentazioni di Plauto e

Terenzio tradotte in volgare ed eseguite nel cortile di palazzo ducale in occasione delle feste del

carnevale.

Nella Milano di fine Quattrocento a Francesco Sforza era succeduto Ludovico il Moro il quale,

considerando la cultura uno strumento del potere, si era circondato di artisti di un certo spessore

come Leonardo da Vinci, Bramante da Urbino e Gasparo Visconti quest’ultimo autore di un

canzoniere petrarchesco e di un poema narrativo intitolato De Paulo e Daria, variazione sul tema

degli amanti infelici e di un’opera teatrale intitolata Pasitea.

A Mantova il mecenatismo si identificò soprattutto con l’operato di Isabella d’Este, principessa

estense andata in sposa al marchese di Mantova Francesco Gonzaga.

Isabella fin da subito si fece protagonista di una vivace politica culturale che andava dalla

sponsorizzazione del pittore Andrea Mantegna, all’ospitalità data a umanisti come Mario Equicola

uno degli autori maggiormente consapevoli della dimensione cortigiana della propria attività che

nell’opera volgare Libro de Natura de Amore comincia a tracciare un bilancio critico della

tradizione della poesia volgare italiana.

Roma dopo lo Scisma d’Occidente diventa luogo di formazione privilegiato degli artisti che vi

giungono per studiare i resti dell’Antico dando vita ad una nuova disciplina: l’archeologia moderna.

La ricerca antiquaria sarà un elemento caratteristico dell’umanesimo romano e porterà alla nascita

del primo manuale archeologico moderno (Roma Triumphans) ad opera dell’umanista Biondo

Flavio nonché alla nascita di un’accademia guidata da Pomponio Leto accompagnata anche

dall’apertura della Biblioteca Vaticana.

Tuttavia nel 1468 l’accademia, sospettata di congiura, fu dispersa da papa Paolo II e i suoi membri

incarcerati. Inoltre dopo i grandi papi umanisti (Niccolò V e Pio II) si impose una politica di

potenza militare e ingerenza nel sistema italiano ed europeo culminante con papa Alessandro VI

Borgia che favorì l’ascesa del figlio, detto il Duca Valentino, nella conquista di uno stato che si

sarebbe potuto estendere a tutta Italia. Il progetto dei Borgia fallì ma la politica di conquista da

parte dello stato Pontificio continuò sia con Giulio II Della Rovere (il papa guerriero) che con i papi

medicei Leone X e Clemente VII.

Intanto, da un punto di vista artistico e culturale, Roma aveva raggiunto l’apice del suo splendore

grazie alle opere di Bramante, Michelangelo e Raffaello. 2

Nel 1527 la corte imperiale attaccò lo Stato Pontificio nel famoso Sacco di Roma una vicenda

simbolica che venne interpretata coma una punizione divina sulla corte pontificia accusata di

corruzione e di essersi allontanata dalla purezza originaria del Vangelo.

Infine, per quanto riguardo Venezia questa città rappresenta un caso particolare rispetto alle altre

città italiane. Essa infatti non divenne mai un principato e non ebbe mai una corte.

Ogni città aveva le sue istituzioni scolastiche e il suo circolo di umanisti. Padova ad esempio

vantava la famosa università, mentre Venezia era stata la porta d’Oriente accogliendo i dotti

bizantini fra cui il cardinal Bessarione che vi donò la sua straordinaria biblioteca greca.

Venezia divenne soprattutto la capitale dell’editoria grazie ad una serie di fattori concomitanti come

la fitta rete di scambi con l’Europa, la disponibilità di maestranze artigiane specializzate, la

produzione di carta e la richiesta di testi dalle scuole venete e dall’università di Padova.

Ma la vera svolta avvenne quando l’umanista Aldo Manuzio divenne editore applicando la

filologia umanistica all’attività editoriale. Manuzio stampò quasi tutti i classici greci in lingua

originale e molti classici latini in un nuovo formato più piccolo e meno costoso dei precedenti. Si

trattava di un formato che conteneva il solo testo senza commenti e che era destinato ad un pubblico

più ampio di lettori e non ai soli specialisti. Tutto ciò affinché ciascun lettore si interrogasse da sè

sul valore testuale di ogni opera confrontandola con le altre.

Oltre ai testi antichi Manuzio si occupò anche della stampa di testi moderni come quelli di Dante e

Petrarca.

6.2. Pulci.

Luigi Pulci apparteneva ad una famiglia fiorentina decaduta e con i suoi fratelli Luca e Bernardo,

conobbe la difficoltà di vivere in una società chiusa come quella fiorentina dominata dalle grandi

famiglie oligarchiche. Legati alla cultura popolare non umanistica, i tre fratelli si dedicarono ai vari

generi di letteratura volgare: Luca ricreò con le Pìstole il genere delle lettere d’amore inventato da

Ovidio con le Eroidi mentre Bernardo si dedicò alla poesia religiosa e alle rappresentazioni sacre.

Luigi invece riuscì ad entrare alla corte di Lorenzo il Magnifico e a diventare l’animatore della

brigata laurenziana. Insieme a Lorenzo inventò un nuovo genere di parodia campagnola e ne

celebrò la vittoria ad un torneo con la composizione del poemetto in ottave, la Giostra.

A causa di scontri con l’umanista Ficino e di alcuni suoi comportamenti irriverenti e irreligiosi fu

costretto a lasciare la corte laurenziana trasferendosi dal condottiero Roberto Sanseverino.

L’opera più importante del Pulci è senza dubbio l’Orlando Laurenziano riscrittura di un

manoscritto di un rozzo cantare carolingio destinato alla recitazione in forma parodica delle

modalità di narrazione popolare.

I personaggi sono sempre gli stessi: Carlo Magno (che qui non brilla per troppa intelligenza

politica), il traditore Gano di Maganza e i due paladini Orlando e Rinaldo.

Rispetto al manoscritto originale, il Pulci dilatò il ruolo di un personaggio minore cioè Morgante,

un gigante che, vinto da Orlando, si converte e comincia a combattere per la causa cristiana.

Morgante è il simbolo del mondo immaginario del Pulci, un mondo che raggiunge gli effetti del

comico e del grottesco grazie alla esagerazione e alla deformazione, ma allo stesso tempo è anche il

2 L’evento si inquadra nella più ampia cornice di conflitti fra Francesco I di Francia e Carlo V d’Asburgo per il

controllo dei territori italiani. Dopo la sconfitta di Francesco a Pavia, il papa Clemente VII impaurito dal fatto che Carlo

V volesse unificare l’Italia sotto la sua corona conquistando lo Stato Pontificio (Carlo deteneva già i territori dell’Italia

meridionale e aveva appena conquistato buona parte dell’Italia settentrionale), fondò una lega anti imperiale (la Lega di

Cognac) con tutti i nemici ostili all’imperatore (Ducato di Milano, Firenze medicea e Repubbliche di Genova e

Venezia). Carlo V dopo aver tentato senza successo di ottenere un’alleanza col papa, inviò un contingente di

Lanzichenecchi a Roma i quali misero e fuoco e ferro la città saccheggiando e distruggendo.

Il papa con uno stratagemma e degli accordi segreti riuscì a fuggire da Roma mentre le truppe imperiali la

abbandonarono nel febbraio del 1528.

contrario dell’ideale di equilibrio predicato dagli umanisti, protagonista di azioni distinte

dall’eccesso come battaglie sanguinosissime ed epiche mangiate.

Secondo la storia fu lo stesso pubblico a scegliere come titolo di questo poema il Morgante.

La vera grandezza comica del Pulci sta nella deformazione cui sottopone la parola. Il Pulci aveva un

gusto innato per il gioco linguistico che aveva arricchito studiando il gergo e il codice furbesco e

dandosi alla compilazione di un piccolo dizionario personale di parole rare e latinismi detto

Vocabulista. In tal modo il Morgante raggiunse un altissimo vertice espressivo grazie ad uno stile

basato sull’enumerazione e sulla parodia linguistica.

6.3. Lorenzo.

Lorenzo de Medici detto il Magnifico è famoso per aver preso nel 1469 a soli vent’anni le redini

della famiglia e della città di Firenze.

Educato da umanisti del calibro di Ficino e Landino, Lorenzo affianca alla sua formazione

umanistica una pratica della letteratura volgare che promuove anche sotto la spinta della madre

Lucrezia Tornabuoni e del poeta Luigi Pulci.

Fra le sue opere più famose troviamo alcuni poemetti come il Simposio (che mette in scena una

vera brigata di ubriaconi), l’Uccellagione di starne e la Nencia da Barberino parodia linguistica

della parlata rusticale del Mugello ed evidente ripresa della novella decameroniana dell’amorazzo

contadino del Prete di Varlungo.

Ai giocosi anni giovanili seguì un ritorno all’ordine forzato quando Lorenzo prese il comando di

Firenze. A questo periodo risalgono le opere di chiara influenza “ficiniana” l’Altercazione

poemetto in terzine dantesche e Comento sopra alcuni dei suoi sonetti rilettura allegorico-morale

delle opere della giovinezza.

Altre opere degne di nota sono le egloghe Corinto, Amori di Venere e Marte e il poemetto

eziologico Ambra che riecheggia il Ninfale Fiesolano di Boccaccio.

Dopo la congiura dei pazzi e la morte del fratello Giuliano, Lorenzo dedicherà la sua produzione

letteraria come strumento di comunicazione di massa, di legame tra il princuipe e il suo popolo

nelle festività religiose e laiche, in primo luogo il carnevale.

Fra questo genere di opere troviamo le rappresentazioni sacre come la Rappresentazione di San

Giovanni e Paolo, i canti carnevaleschi basati sul metro della ballata di particolare violenza

espressiva e giocati sul doppio senso osceno e alcuni trionfi mitologici come la Canzona di Bacco

nei cui versi leggeri traspare la malinconia di un Lorenzo che avverte la fragilità della vita umana e

del suo mondo declinante.

Ma l’opera magna di Lorenzo fu senza dubbio la Raccolta Aragonese riflessione storica sulla

letteratura italiana e sulla tradizione della poesia lirica, che va oltre la ricezione vulgata del

petrarchismo quattrocentesco e tende al recupero della poesia delle origini e soprattutto alla

definizione di una storia, di un filo che lega passato e presente partendo da Dante, Cavalcanti,

Guinizzelli, Guittone e Cino fino ai testi dello stesso Lorenzo.

Importante per la stesura di questo testo la collaborazione di Poliziano.

6.4. Poliziano.

Angelo Ambrogini detto il Poliziano entrò giovanissimo al servizio dei medici divenendo ben

presto il precettore dei figli di Lorenzo. Si distinse subito non solo per le straordinarie competenze

umanistiche nella conoscenza del greco e del latino e la composizione di raffinate poesie in queste

due lingue ma anche per l’uso del volgare in alcune ballate, canzonette e ottave che alludono a

forme della poesia popolare, come la ballata Ben venga maggio celebrazione della primavera della

vita, o la ballata I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino celebrazione della giovinezza e dell’eros di

irripetibile e trasognata freschezza.

Intorno al 1476 si dedicò insieme a Lorenzo de Medici al primo recupero filologico della poesia

delle origini promosso nella Raccolta Aragonese di cui scrisse, fra l’altro, la dedicatoria a Federico

d’Aragona.

Nel 1475 per celebrare la vittoria di un torneo da parte di Giuliano de Medici, scrisse il poema le

Stanze per la giostra del Magnifico Giuliano in cui lo spunto originario (la vittoria di Giuliano) si

salda con la tematica amorosa (l’amore di Giuliano per Simonetta Cattaneo).

In uno scenario allegorico il cacciatore Iulo (cioè Giuliano) sprezzante delle donne e amante della

fiera vita selvaggia, viene per vendetta fatto innamorare dal dio Amore della bellissima ninfa

Simonetta. Nell’opera si notano alcuni elementi che derivano dall’archetipo dei Trionfi di Petrarca

giocati in ordine diverso rispetto al modello: all’iniziale trionfo di castità di Iulo succede il trionfo

di Amore, mentre in seguito Iulo avrebbe dovuto conquistare Simonetta, dimostrando il suo valore e

il suo coraggio, in un torneo: un vero trionfo di Virtù (sia umanistica che cavalleresca) che sarebbe

stato eternato dalla poesia in un trionfo della Fama. Tuttavia Poliziano non aveva fatto i conti con il

trionfo della Morte. Infatti nel 1476 Simonetta morì improvvisamente. In seguito a questo triste

avvenimento il poeta riprese faticosamente il secondo libro del poema interrompendosi alla

quarantesima ottava per la morte dello stesso Giuliano nella congiura dei Pazzi. Il poema, seppure

incompleto, rimase una preziosa testimonianza di una sintesi felice fra cultura umanistica e

tradizione volgare, di fusione tra parlata popolare e preziosismo latineggiante.

Nel 1479 Poliziano abbandona la corte laurenziana (forse per dei dissapori con Lorenzo o con sua

moglie Clarice Orsini) e si trasferisce presso i Gonzaga di Mantova dove scrive lo spettacolo

teatrale Favola di Orfeo che mette in scena la storia di amore e morte di Orfeo ed Euridice, già

raccontata nelle georgiche di Virgilio. Se nelle Stanze Poliziano tratta di un amore ancora legato alla

prospettiva platonica della nobilitazione dell’anima, nella Favola di Orfeo quello stesso amore si

trasforma in un’improvvisa e devastante alterazione della natura umana che porta verso la morte e

la rovina.

La Favola di Orfeo è un testo che contamina generi, stili, metri e linguaggi passando dall’egloga

bucolica alla poesia litica volgare, dal canto carnevalesco al vernacolo fiorentino, arrivando fino

alla parlata rusticale dei pastori e al diletto padano-veneto. A questa polifonia di voci corrisponde

un misto di stili che vanno dalle ottave alle terzine alla ballata.

E’ un’opera complessa portatrice di diversi significati: innanzitutto il mito classico di Orfeo

(tradizionalmente interpretato come simbolo della superiorità della poesia) sembra qui superato

dalle pulsioni irrazionali della natura e dell’eros che diventano pulsioni di morte.

Al suo ritorno a Firenze, Poliziano si diete agli studi classici e all’insegnamento di eloquenza greca

e latina all’università.

Fra le opere di questo periodo troviamo le Sylvae (importanti documenti di poetica e critica

letteraria che vanno dalle questioni di genere alla stessa storia della poesia come storia della

civilizzazione umana) e la Miscellaneorum centuria prima (una raccolta di cento saggi di

filologia applicata, vero manifesto della nuova filologia come metodo di indagine scientifica e

mentalità critica).

Possiamo concludere sostenendo che il metodo intellettuale di Poliziano era sostanzialmente basato

su una forte idea di libertà di studio e creazione nonché sulla difesa dell’individualità e originalità

dello stile, elaborato dallo scrittore moderno nel confronto con una pluralità di modelli antichi, in un

rapporto non di sudditanza ma di parità e, se possibile, di emulazione.

6.5. Boiardo.

Matteo Maria Boiardo può essere considerato il massimo esponente dell’umanesimo cortigiano

presso la corte di Ferrara.

La sua formazione umanistica, che ascendeva alla figura del grande poeta latino (nonché suo zio)

Tito Vespasiano Strozzi, lo porta inizialmente alla composizione di poesie latine e in particolare alle

dieci egloghe dei Pastoralia genere che verrà poi ripreso dieci anni dopo in volgare in dieci

Pastorali trattanti le vicende storiche contemporanee e le preoccupazioni nate per la guerra con

Venezia.

La dimensione cortigiana mantiene Boiardo in un territorio di confine fra volgare e latino

portandolo a una vasta opera di volgarizzamento dei classici.

Il suo dialogo con gli antichi si ritrova anche nella rinascita teatrale con l’opera il Timone,

rielaborazione del dialogo Timone o Misantropo di Luciano, che si burlava del malcostume

cortigiano di parassiti e adulatori.

Al centro del mondo poetico del Boiardo vi è il tema dell’amore, declinato sia verso il petrarchismo

che verso l’antica poesia erotica ed elegiaca di Catullo e Ovidio.

Da questa influenza poetica nacquero gli Amorum libri III vicini a Petrarca nel racconto

dell’amore rivolto ad un’unica donna, storicamente e concretamente determinata.

L’opera è articolata in tre libri di sessanta poesia ciascuno dalle forme metriche varie.

La storia ha una precisa scansione dialettica: prima l’innamoramento, il tradimento di lei, la

disillusione, il proposito di pentimento, il ritorno dell’illusione d’amore.

L’amore trattato da Boiardo è come una forza irresistibile, una malattia inguaribile.

Lo stesso tema dell’amore che si trova al centro della sua opera magna l’Innamoramento di

Orlando, un poema cavalleresco di materia carolingia contaminato dal filone erotico-sentimentale

del ciclo bretone.

Il poema è ambientato nella corte di Carlo Magno la quale viene turbata dall’arrivo della

principessa Angelica, una donna bellissima pronta a concedersi a chi batterà il fratello Argalia in

torneo. La dichiarazione scatena il finimondo fra i paladini e la bella Angelica si vedrà inseguita dai

cugini rivali Ranaldo e Orlando attraverso una serie di avventure in cui assume grande importanza

l’elemento magico soprattutto attraverso le acque delle fontane incantate che fanno innamorare o

disamorare sempre, ovviamente, della persona sbagliata che riprende a fuggire inseguita dal suo

spasimante.

Scritto per la corte estense, l’Innamoramento ne proietta il tradizionale vagheggiamento del mondo

cortese dei cavalieri antichi in una società ormai molto diversa.

Nella struttura narrativa troviamo il dominio assoluto dell’intreccio sulla fabula: le vicende dei

personaggi si svolgono tutte contemporaneamente e lo scrittore passa di continuo dall’una all’altra

dando l’impressione di un ritmo vertiginoso, di un vortice narrativo labirintico in cui è meglio

lasciarsi andare all’incanto della favola che conservare una memoria cartesiana della storia.

Il primo destinatario del poema era la corte ferrarese, per questo motivo Boiardo adatta il poema

alle forme tipiche della recitazione orale (singoli cantari) e a modalità linguistiche e stilistiche

nobilitate al livello della raffinata corte estense.

Il poema rimase poi interrotto, in seguito alla morte dell’autore, al canto IX del terzo libro,

sull’ottava che parlava della discesa di Carlo VIII in Italia, vero momento di crisi della civiltà

umanistica italiana.

Il titolo vulgato divenne Orlando Innamorato anche a causa del contemporaneo influsso

dell’Orlando Furioso di Ariosto che si proponeva come sua continuazione.

La metamorfosi più forte fu quella linguistica. La patina ferrarese, infatti, sarebbe risultata arcaica

ed illeggibile nel corso del Cinquecento. Per questo motivo un poeta toscano, Francesco Berni

tradusse il testo in fiorentino il quale venne letto fino all’Ottocento nella sola traduzione bernesca.

6.6. Sannazzaro.

Sannazzaro nasce a Napoli in una famiglia della piccola nobiltà di origine lombarda. Grazie a

queste sue origini fu per lui naturale trovare la propria collocazione come intellettuale presso la

corte aragonese.

Ad una raffinata formazione umanistica, testimoniata da un giovanile zibaldone, seguì la pratica

della poesia in volgare in sodalizio con poeti come Caracciolo e De Iennaro e la composizione di

egloghe, genere molto diffuso in ambito cortigiano.

Le prime egloghe di Sannazzaro mettono in campo situazioni bucoliche tradizionali che da un punto

di vista formale seguono lo sperimentalismo dell’Orfeo di Poliziano, contaminando diversi metri

(la frottola di endecasillabi con rima al mezzo, le terzine a rima sdrucciola, le stanze liriche) e

linguaggi (dalla parodia rusticale e comica all’effusione lirica).

Ma il vero rivoluzionario cambiamento avvenne quando Sannazzaro decise di raccogliere le sue

egloghe sciolte in un unico testo che assunse la forma del prosimetro: una regolare scansione di

prose e di egloghe, dove la prosa fa da tessuto narrativo e da cornice delle vicende dei pastori che

cantano i testi poetici. La prima edizione fu strutturata in un prologo, dieci prose e dieci egloghe col

titolo di Arcadio.

E’ questa un’opera che dà i natali a quello che verrà poi definito romanzo pastorale.

La trama si svolge nella mitica regione di Arcadia nel Peloponneso dove un personaggio che parla

in prima persona, Sincero, partecipa alla vita e alle occupazioni quotidiane dei pastori.

Si tratta di un testo poliedrico, leggibile a diversi livelli, mosaico di citazioni, allusioni tra la

tradizione classica e umanistica e quella volgare. Alle egloghe arcaiche si aggiungono nuove

egloghe che segnano l’ingresso del petrarchismo lirico nel mondo bucolico con i metri della sestina

e della canzone petrarchesca.

Nelle prose, musicali e scorrevoli, influenzate da Boccaccio e Dante, si avverte una tensione lirica

nuova dovuta alla particolare forma del prosimetro e avvertibile soprattutto nelle soglie tra prosa e

poesia, prima e dopo ogni egloga.

Ovviamente, su tutto, l’imitazione dei classici latini e greci soprattutto per quel che riguarda le

descrizioni di paesaggi e ambienti naturali dove giacciono i pastori.

Il mondo in cui si svolge la storia è invece un mondo incantato, in cui il tempo del mito sembra

scorrere lentissimo e al di fuori della storia in gare poetiche, rituali e cerimonie. In una scenografia

fatta di fonti e prati si muovono gli attori-pastori, travestimenti più o meno riconoscibili della

società intellettuale contemporanea e del mondo della corte: Cariteo, Caracciolo e Sannazzaro.

Tuttavia, anche se sospeso nel mito, non è un mondo felice. Forte è la presenza della morte che

giunge a romperne l’equilibrio così come costante è la sensazione che dietro la scenografia teatrale

dell’Arcadia si nasconda una realtà più dura e sanguinaria: quella della lotta politica della Napoli

aragonese, tra la monarchia e la grande feudalità, conclusa tragicamente con la Congiura dei Baroni

e l’uccisione dei suoi principali aderenti.

Il disagio di Sannazzaro per la situazione affiora frequentemente dalle egloghe più ancitche fino alla

decima in cui egli stesso mette in bocca all’amico Caracciolo un oscuro canto profetico sull’iniquità

dei tempi.

Nei primi anni Ottanta del Quattrocento in seguito alle campagne militari di Otranto per liberare la

città dai Turchi e alla guerra di Venezia Sannazzaro rimette mano al suo romanzo aggiungendovi

due prose, due egloghe, un congedo e un nuovo titolo: Arcadia.

L’atmosfera sospesa ma unitaria dell’Arcadio viene infranta e nell’ultima prosa, dopo sogni e

presagi di morte, Sincero lascia l’Arcadia e torna a Napoli dalla quale era fuggito a causa

dell’amore disperato per una fanciulla (che i commentatori antichi identificavano in una Carmosina

Bonifacio). Il suo viaggio si conclude nel centro cittadino, accanto alla cappella Pontano, con due

umanisti travestiti da pastori, Barcinio e Summonzio (Cariteo e Pietro Summonte) che nell’ultima

egloga riportano il lamento funebre di Meliseo (Pontano) per la propria amata.

Contemporaneamente alla composizione dell’Arcadia, Sannazzaro si era dedicato alla stesura di una

raccolta di Rime in cui l’elaborazione del codice formale del petrarchismo raggiunge un livello

superiore a quello dei contemporanei.

Inoltre egli si dedicato anche al teatro nellìallestimento di spettavoli chiamati Farse e rappresentati

nella corte aragonese tra 1488 e 1492, testi giocosi vicini ad un curioso esperimento linguistico di

parodia del dialetto napoletano che, per la struttura metrica della frottola con rima al mezzo, prese il

nome napoletano di Gliòmmero cioè gomitolo.

Ma si tratta di esperienze cortigiane che ormai Iacopo sente superate. Nel congedo dell’Arcadia

infatti pronuncia il suo addio definitivo alla poesia bucolica che può essere inteso come un addio

alla poesia volgare e cortigiana.

Al suo posto si afferma una crescente attenzione verso la poesia latina con la stesura dei libri

Elegiae ed Epigrammata e verso la poesia bucolica latina che vede il trasferimento dai paesaggi

selvatici dell’Arcadia a quelli marini del Golfo di Napoli nelle Eclogae Piscatoriae.

Nel frattempo il mondo di Sannazzaro era completamente cambiato: Napoli aveva perso

l’indipendenza e l’ultimo re aragonese, Federico, era andato in esilio in Francia. Iacopo fu fra i

pochi che lo seguirono e quel viaggio gli offrì l’occasione di per entrare in contatto con gli ambienti

culturali e spirituali europei scoprendo testi classici che lo fecero tornare all’esercizio della

filologia. Tornato a Napoli Sannazzaro si ritirò nella villa di Mergellina, dono del re Federico, e

iniziò a costruire una chiesa, Santa Maria del Parto, che avrebbe dovuto ospitare il suo mausoleo.

Inoltre si dedicò alla stesura di un poema religioso il De partu Virginis che doveva rappresentare

l’incontro delle aspirazioni ideali dell’humanitas degli Antichi con il messaggio del Cristianesimo.

Messaggio declinato, sul momento dell’Incarnazione e della Passione, cioè della manifestazione più

completa dell’umanità di Cristo.

6.7. Bembo.

Pietro Bembo era figlio di uno degli esponenti più in vista del patriziato veneziano, Bernardo

Bembo.

Dopo i primi studi di filologia al fine di perfezionare la propria conoscenza del greco, partì per

Messina, per ascoltare le lezioni del maestro bizantino Costantino Lascaris. Si trattò di un periodo

di studi entusiastici che portò Bembo alla stesura di una prima opera latina il De Atnea,

rievocazione di una gita sull’Etna articolata in un dialogo latino tra Pietro e suo padre in cui la

trattazione della materia naturalistica è ingentilita dallo strumento del dialogo.

Dopo aver seguito studi di filosofia aristotelica a Padova e Ferrara Bembo matura l’idea di scrivere

un’opera in volgare, che segna anche la sua conversione al neoplatonismo, gli Asolani dialogo-

prosimetro in tre libri ambientato nell’idealizzata cornice della piccola corte di Caterina Cornaro ad

Asolo. Tema dominante dei dialoghi è quello tipici della filosofia ficiniana: l’amore.

Il dialogo si svolge fra tre interlocutori: Perottino sostiene che l’amore è fonte di eterno dolore

mentre per Gismondo è motivo di piacere. L’ultima parola spetta a Lavinello che, grazie

all’incontro con un eremita, rivela la vera essenza di amore: desiderio della bellezza spirituale.

Prima opera volgare di Bembo, gli Asolani presentano una debolezza: l’eccessiva ambizione

stilistica che punta all’imitazione della prosa del Boccaccio e all’emulazione del migliore dei

contemporanei, Sannazzaro, con risultati non sempre all’altezza degli obiettivi.

In ambito filologico Bembo si dedicò alla stesura di un dialogo latino il De Virgili Culice et

Terentii fabulis in cui conduce una attenta analisi testuale dei Testi di Virgilio e Terenzio. Il

metodo è quello di una filologia orientata all’individuazione di valori stilistici, alla ricostruzione del

bello più che del vero.

Nel frattempo si matura anche il distacco da Venezia e dopo infruttuosi tentativi di entrare in

politica, Bembo trascorre gli anni successivi presso la corte di Urbino celebrata nel dialogo

ciceroniano poi tradotto in volgare De Guido Ubaldo Feretrio deque Elisabetha Gonzagia

Urbini ducibus. Sempre ad Urbino si dedica alla composizione di poesie in volgare, le cortigiane

Stanze e soprattutto un consistente gruppo di Rime assurte a modello di pertrarchismo.

Dopo qualche tempo intraprende la carriera ecclesiastica che lo porta a diventare cardinale nel 1539

ma che tuttavia non gli impedisce di convivere con la Morosina (Ambrogina Faustina Della Torre),

madre dei suoi figli.

Nel 1512 diventa segretario pontificio e nella Roma di Leone X conferma le sue idee sul

ciceronianismo in uno scambio di epistole sull’imitazione con il filosofo Gianfrancesco Pico.

Per Bembo l’imitazione è un processo di assimilazione organica da un solo autore individuato come

il migliore nel suo genere: un modello empirico non ideale cui ci si avvicina per lunga pratica di

studio.

Conseguenza diretta di questa idea fu il suo trasferimento agli autori volgari in un’opera intitolata

Prose della volgar lingua. Si tratta di un dialogo in tre libri ambientato nella Venezia del 1502 fra

il fratello Carlo Bembo e altri intellettuali e principi come Ercole Strozzi e Giuliano de’ Medici.

L’opera si propone di stabilire dei modelli per la poesia e la prosa volgare del Cinquecento

prendendo come esempi i grandi poeti del Trecento, precisamente Petrarca per la poesia e

Boccaccio per la prosa.

Le Prose del Bembo avranno nel Cinquecento un altissimo valore normativo per gli sviluppi futuri

del petrarchismo e per la costituzione di una lingua della poesia modellata soprattutto sul Petrarca

lirico. In generale possiamo affermare che le Prose servirono alla fondazione di una volgar lingua

letteraria che non era più “fiorentina” o “toscana” ma autenticamente “italiana”, patrimonio comune

degli scrittori di aree culturali e linguistiche diverse, dalla Sicilia al Veneto. Oltre le varietà

regionali, nasceva ora la letteratura italiana.

6.8. Castiglione.

Baldassar Castiglione trascorse tutta la sua esistenza presso le corti italiane di Milano, Mantova e

Urbino. Nel 1520 dopo la morte della moglie Ippolita Torelli, divenne chierico a Roma presso la

corte di Leone X e nel 1525 divenne ambasciatore del nuovo papa Clemente VII.

Da Roma Castiglione assistette al crollo della civiltà umanistica italiana col terribile Sacco di Roma

e morì a Toledo nel 1529 compianto dall’imperatore Carlo V.

Castiglione fu sia autore di poesie latine e volgari sia curatore dell’allestimento di opere teatrali

come la Calandra di Bernardo Dovizi da Bibbiena, manifesto della nuova commedia italiana.

Fra e sue opere più importanti troviamo l’egloga in ottave Tirsi e la sua opera magna: Il libro del

Cortegiano, dialogo in quattro libri fra illustri personaggi come Ludovico da Canossa, Federico e

Ottaviano Fregoso, Giuliano de’ Medici, il Bibbiena e Pietro Bembo in cui si tenta di stabilire le

caratteristiche del perfetto cortigiano.

Nel primo libro è soprattutto Ludovico da Canossa a definire le caratteristiche fisiche e morali del

perfetto cortigiano descrivendolo come l’erede dell’ideologia cavalleresca medievale. Pertanto egli

deve essere un uomo prestante, coraggioso e leale.

Nel secondo libro secondo Federico Fregoso è la civiltà umanistica a fornire la base per la

conversazione e i comportamenti del perfetto cortigiano mentre secondo il Bibbiena, riprendendo il

De sermone del Pontano, il cortigiano deve anche avere le caratteristiche della grazia e della

sprezzatura.

Una discussione importante è quella condotta d Giuliano de’ Medici nel Terzo libro sul tema della

donna che riconosce ormai la decisiva funziona sociale e intellettuale assunta dalle donne nella vita

contemporanea delle corti.

Infine nel quarto libro Ottaviano Fregoso e Pietro Bembo affrontano rispettivamente le questioni del

rapporto intellettuale-potere esemplificato nel rapporto cortegiano-principe e dell’amore platonico.

Il Cortegiano dà anche un apporto fondamentale al dibattito linguistico dell’epoca, sostanzialmente

diverso da quello delle Prose del Bembo. L’intellettuale di corte parla una lingua moderna e

mutevole, aperta agli apporti degli altri linguaggi: quello che conta è la varietà diastratica cioè il

contesto socialmente e intellettualmente elevato della corte. Una corte che viene percepita nella

forma di un rapporto armonioso ed equilibrato con la società civile che essa stessa guida.

Tuttavia, si tratta del vagheggiamento di un mondo ormai scomparso. Infatti, quando Castiglione

scrive la maggior parte dei personaggi del dialogo sono morti e la stessa corte di Urbino si trova in

balia dell’attacco dei Medici segno di una politica cinica e per nulla ispirata a valori elevati.

Probabilmente l’idea del Castiglione era quella di salvare un ritratto ideale del suo mondo da

presentare al resto d’Europa.

6.9. Leonardo.

Figlio illegittimo di un notaio fiorentino, Leonardo da Vinci fu avviato ancora ragazzo alla bottega

artistica di Andrea Verrocchio a Firenze dove poté imparare l’arte della pittura, le tecnologie e le

scienze applicate ottenendone una formazione molto vasta seppure irregolare.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in mediazione linguistica e culturale (Facoltà di Lettere e Filosofia e di Lingue e Letterature Straniere)
SSD:
Docente: Vecce Carlo
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sidney81 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli L'Orientale - Unior o del prof Vecce Carlo.

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