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Riassunto esame Letteratura italiana contemporanea, prof. Zancan, saggi consigliati Il Neorealismo, Maria Corti, e Letteratura, Critica, Storiografia. Questioni di genere, Marina Zancan Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Letteratura italiana moderna e contemporanea della professoressa Zancan, basato su appunti personali e studio autonomo dei testi consigliati dal docente Il viaggio testuale, Maria Corti, e “Bollettino di italianistica” II,2,2005, A.A.V.V. Gli argomenti trattati sono i seguenti: Il neorealismo di Maria Corti, e Letteratura, critica,... Vedi di più

Esame di Lineamenti di letteratura italiana contemporanea docente Prof. M. Zancan

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Il desiderio di fissare con segni verbali il messaggio nuovo del reale trapela spesso dalla stampa

clandestina. La “scrittura” clandestina, agli effetti delle sue ramificazioni nei generi letterari del

neorealismo, può considerarsi attuata a vari livelli tematico-formali della stampa clandestina, dei

quali tre prendono rilievo: 1) resoconti di operazioni partigiane, a scopo strettamente

documentario, ma con schema e conseguenti riflessi già narrativi; 2) raccontini molto brevi, inseriti

nel foglio clandestino; 3) diari e appunti cronachistici, che sfoceranno nella memorialistica. I

periodici clandestini fra il 1943 e il 1945 pubblicarono testi alla cui nascita aveva fortemente

cooperato la tradizione collettiva, orale dei fatti; all’atto della stesura individuale il tema prescelto

poteva strutturarsi piuttosto in direzione narrativa o diaristico-documentaria o in senso stretto

documentaria, ma sempre in forma breve per le esigenze stesse del tipo di stampa. Per i resoconti

di operazioni partigiane (1), il rimando va fatto a tutta la stampa clandestina: si tratta di resoconti

d’azioni in forma stringatissima, dove si alternano la paratassi e lo stile nominale. Nella struttura

documentaria si inseriscono delle microstrutture narrative a livello tematico e formale. Nel giornale

“Unità e libertà” del 22 settembre 1944 si incontra il breve testo Racconto di un partigiano –

Martedì sera dal Comando, che racconto può chiamarsi non dal punto di vista della terminologia di

un determinato genere letterario, ma in rapporto all’uso del verbo “raccontare” nel senso di rendere

conto agli altri di qualcosa che è appena accaduto, darne un resoconto fervido, per lo più orale; e

difatti il Racconto si costruisce sullo spartiacque fra il puro resoconto di un fatto militare e la

narrazione drammatica di chi a quel fatto militare (la strage di Gravellona) ha preso parte e si fa

portavoce dei pochissimi sopravvissuti e vuole comunicare agli altri il messaggio angoscioso, che

viene fuori da alcuni tremendi particolari. L’altro esempio è la prosa L’orfanello, dove si dà

resoconto del volo giornaliero sulle colline partigiane di un solitario aereo da ricognizione tedesco-

fascista, l’orfanello appunto. Dai notiziari e resoconti con aperture narrative è agevole e prevedibile

il passaggio ai veri e propri racconti brevi (2). I raccontini della stampa clandestina sono un

sottogenere letterario del racconto di tematica partigiana. A questa data (1943-1945) e in questo

contesto direttamente resistenziale la fedeltà ai fatti, l’aspirazione alla resa oggettiva degli eventi

ha una precisa funzionalità: era con i fatti e con la buona conoscenza dei fatti che si vincevano i

fascisti. Due elementi strutturali, brevità e oggettività, hanno qui la loro genesi in una funzione

didascalica pertinente ai fogli della stampa clandestina. Vi sono inoltre altri due processi di

strutturazione costanti, che passeranno dalle piccole narrazioni clandestine ai futuri racconti

d’argomento partigiano e non: il primo consiste nel fatto che il personaggio e la vicenda quanto più

sono dati e descritti come veri, tanto più valgono per il loro carattere di esemplarità, per la loro

funzione di simboli. Il secondo processo di strutturazione è ancora più interessante e indicativo nei

riguardi del futuro letterario: vi sono fogli clandestini nei quali i racconti brevi, distribuiti uno per

numero, costituiscono alla fine una piccola mappa della vita partigiana del gruppo a cui appartiene

quel foglio di stampa, ne rappresentano tipi umani e situazioni con possibili ritorni di un

personaggio da un racconto a un altro; siamo cioè di fronte a quella narrazione unitaria e

plurifocale tipica delle raccolte di racconti della fase neorealistica. I fogli clandestini offrono anche

diari brevi (3) magari a puntate, e appunti cronachistici, che si distinguono dai diari per la forma più

distaccata e non autobiografica. La fase embrionale di questo tipo di narrazione è appunto la

stampa clandestina, canale collettore di una tradizione popolare che si è espressa in propri

racconti e in propri canti. Ancora un aspetto interessa la preistoria della letteratura neorealistica, ed

è la presenza nella stampa clandestina di resoconti, diari e brani narrativi collegati a contesti

resistenziali esteri. Il passaggio dalla preistoria alla storia del neorealismo si ha nel momento in cui

alcuni scrittori, siano o no potenziali neorealisti, si incontrano con i modelli della scrittura

clandestina, e poi memorialistica. Il comprensibile impulso degli scrittori a mettere sulla carta le

esperienze eccezionali del momento, li spinge verso le medesime strutture compositive che sono

tipiche dei fogli clandestini: resoconti compromessi col racconto, racconti brevi di eventi veri,

pagine di diario. L’impressione di monotonia stilistica di queste narrazioni è dovuta a una sorta di

codificazione formale della testimonianza, che è propria solo di questo momento. L’operazione

linguistica (livello basso-colloquiale con punte regionali e dialettali) è quella della scrittura

clandestina. Circostanza letteraria interessante: Gianna Manzini e Alberto Moravia sono presenti

con due testi assolutamente estranei all’andamento e alla codificazione generale; come ben vide

Calvino per gli scrittori già “fatti” il mondo della Resistenza è “termine di un’antitesi”, non

protagonista; e tale sarà anche per gli scrittori venuti dopo il 1950, per i giovanissimi. Nell’edizione

dell’Italia settentrionale dell’”Unità” del 1945, colpisce una sorta di scambio delle parti, dei ruoli fra

scrittori e no, nel senso che lo scrittore è più teso verso un puro e nervoso stile documentario,

mentre l’ex partigiano non letterato racconta. Con testi di questo genere e con i veri e propri

racconti d’autore sui quotidiani di sinistra dopo la Liberazione, proseguiti sino al fatale 1948, si è

già nella letteratura, il passaggio di frontiera è avvenuto; ma essere già nella letteratura significa

anche che si è in contemporanea presenza di modelli preresistenziali e preneorealistici; come dire

che gli scrittori di questi racconti per quotidiani, nell’andare avanti, vanno per qualche verso

indietro, recuperando i modi della passata tradizione letteraria. Una caratteristica dei racconti nati

in ambito neorealistico è quella di poter facilmente costituirsi in raccolta. La raccolta può essere di

tematica mista, partigiana e no (Calvino), non partigiana, con sezioni tematiche diacroniche, può

costituire un macrotesto, grande testo unitario dove ogni racconto è una microstruttura che si

articola in funzione della macrostrutture oppure no; quello però che rimane tipico di tali raccolte di

racconti dell’epoca neorealistica, ereditato dal mondo dei testi della clandestinità, è la tendenza a

una narrazione insieme unitaria e plurifocale, con personaggi moltiplicabili all’infinito in quanto

rappresentano una collettività, costituitasi sulle colline per combattere o nelle varie ragioni d’Italia

per ricominciare a vivere, in un quartiere di città o in una campagna. In questo senso la nozione di

raccolta è qualcosa che tende a colmare, entro il genere racconto, l’assenza spiacevole riscontrata

nel genere epico; si tenta cioè di realizzare la meravigliosa prospettiva della coralità attraverso il

concatenamento di singoli blocchi o macrosequenze narrative, i brevi racconti appunto. Vi è,

inoltre, il forte influsso della narrazione per catena di macrosequenze, per raccolta plurifocale.

Bourneuf e Ouellet parlano dei “racconti multipli” all’interno di un solo romanzo e studiano le varie

possibilità strutturali, fra cui quella dell’alternanza, che consiste nel raccontare simultaneamente le

storie di più personaggi attraverso la segmentazione or dell’una or dell’altra. Ancora la stampa

clandestina e le raccolte di racconti resistenziali e neorealistici hanno in comune col romanzo nel

neorealismo a livello strutturale le tipiche iterazioni o riprese a distanza di uno stesso motivo (per

esempio, nella stampa resistenziale piemontese, quello del fango e del fondo di valletta dove ci si

nasconde, spesso nel fango appunto; i critici studiosi del Partigiano Johnny di Fenoglio hanno

spesso richiamato l’attenzione sulla presenza ripetuta del motivo del fango). Alcuni critici hanno

posto in una sorta di continuum generico la narrativa realistica dagli anni Trenta ai Cinquanta-

Sessanta. Più proficua si rivela la continuazione del discorso sui generi letterari neorealistici in

rapporto sia alla “scrittura” clandestina sia al sistema letterario degli anni 1945-50 per meglio

intendere la genesi del romanzo neorealistico, resistenziale di materia o meno, e la scarsità

relativa della sua presenza di fronte al nugolo di racconti che vola su e giù per l’Italia. Nella

Prefazione al Sentiero dei nidi di ragno, Calvino così ci informa: “Al tempo in cui l’ho scritto, creare

una “letteratura della Resistenza” era ancora un problema aperto, scrivere “il romanzo della

Resistenza” si poneva come un imperativo”. Il romanzo commemorativo-didattico con a

protagonisti “eroi” della Resistenza non è mai nato; a meno che si voglia considerare tale

L’Agnese va a morire (1949) di Renata Viganò. Il romanzo, a differenza del racconto, richiedeva

dagli scrittori un più complesso rapporto fra l’oggettività e l’invenzione, fra le strutture extratestuali

e le testuali, fra l’”io” o l’”egli” del personaggio esplicito o dei personaggi soggetti degli enunciati. A

monte del romanzo, tuttavia, si situa la cronaca o asciutta registrazione di eventi, con frequente

struttura diaristica nei casi in cui il cronista è direttamente implicato a livello tematico-psicologico e

linguistico; si è qui sullo spartiacque fra la memorialistica e la narrativa (la memorialistica è quando

non c’è invenzione, ma pura resa documentaria, eventualmente commentata). In altre parole il

genere diario cronachistico o cronaca diaristica o “memoria” non richiede quel distacco spirituale e

temporale necessario al genere romanzo partigiano, in quanto esclude in partenza il punto di vista

macroscopico della coralità a favore di quello microscopico della individualità di chi scrive e

registra, annota, postilla il reale. La mimesi linguistica delle situazioni reali crea sulla pagina un

tono colloquiale vivacissimo e un uso del “parlato” che può essere molto interessante nei confronti

del parlato neorealistico. Esiste, dunque, una categoria di testi che non sono composti da scrittori

ufficiali o in via di diventarlo, ma da autori che hanno vissuto l’esperienza dello scrittore in un libro

partigiano di memorie. Gli autori della memorialistica, in buona parte, documentano

narrativamente, rendendo impossibile il porre precisi limiti fra testo documentario (diario o cronaca)

e romanzo. Complice il reale, si forma un “modello” descrittivo e interpretativo comune alla

memorialistica partigiana e alla letteratura del neorealismo. Il sottogenere diario-cronaca-

testimonianza, cui gli autori attribuiscono piuttosto una funzione pragmatica che letteraria, contiene

alcuni testi a cui si deve oggi dare biglietto di ingresso nelle prime file della letteratura

neorealistica, riconoscere quindi una funzione segnica di grado più alto, letteraria e non soltanto

pragmatico-comunicativa. Di conseguenza, le coordinate del neorealismo vanno ritoccate in

seguito a un mutamento di prospettiva che è prodotto sia dall’influsso riconoscibile di questi testi

su quelli neorealistici ufficiali sia dalla decodifica o lettura dei destinatari di una generazione

successiva. Antonielli riprende una posizione critica generale già assunta nel saggio Sul

neorealismo, venti anni dopo, dove antepone la penetrazione del reale offerta dal “documento”

come struttura di un sottogenere letterario all’ibridismo ideologico e artistico dei “vecchiotti romanzi

riverniciati a nuovo” di certo neorealismo. Vi sono alcuni testi documentari la cui penetrazione del

reale li definisce, per noi destinatari d’oggi, come letterari, il che è ulteriormente confermato

dall’uso particolare in essi fatto della lingua; si tratta di un sottogenere letterario, dunque, del

neorealismo, non di un genere sub-letterario, come poteva apparire ai lettori degli anni ’45-50,

quando la competenza comune degli eventi portava a leggere tali testimonianze in funzione degli

eventi stessi a tutti familiari. Né è certo causale il grande numero di ristampe dal 1973 a oggi di tali

testi, e sempre ad opera di editori attenti. Può interessare la tendenza, nei documenti della

Resistenza, ad affiancare alla registrazione verbale la testimonianza visiva, conica, attraverso

serie di fotografie di attori, luoghi, azioni partigiane. Più si esaminano i testi della clandestinità e

quelli della stampa memorialistica, più essi si configurano l’anello mancante per collegare, nella

prospettiva di una storia della letteratura e dei suoi generi e sottogeneri letterari, l’anteguerra col

dopoguerra. La letteratura neorealistica eredita dalle scritture documentarie l’aspirazione

comunicativa, il senso vivissimo del destinatario; ed effettivamente gli autori neorealisti

raggiunsero per la prima volta un pubblico di lettori nuovi. Pratolini in particolare ha avuto

successo per quel suo pervenire a un forte senso della classe popolare, anche se in modo

istintivo, quindi semplice, piuttosto che politico e complesso. D’altro lato gli esempi offerti

confermano che il neorealismo ha lasciato segni analoghi di sé a più livelli del testo (strutturali,

tematici, formali) entro vari generi letterari, producendo una loro fase neorealistica, un coassiale

spostamento di direzione entro il sistema letterario. Le zone di intersezione fra i generi letterari si

producono con frequenza. Ciò si spiega con l’insorgere improvviso di tematiche e ideologie comuni

nei vari generi letterari, il che provoca una loro nuova contiguità con la conseguenza che i generi

stessi divengono a livello formare ibridi e labili, cioè con codificazione in crisi in quanto tutti

assommano in sé filoni stilistici non omogenei.

Pavese nella recensione al Sentiero dei nidi di ragno di Calvino annotava che raccontare è

“trasformare dei fatti in parole”, cioè “la pagina non dev’essere un doppione della vita. Dev’essere

un fatto tra i fatti”. Come dire che facendo capo al solo livello tematico, ai soli fatti narrati, non si

rende vero conto della letteratura neorealistica, non si individuano i caratteri tipici. Non è lecito

parlare per il neorealismo di vera e propria codificazione: si tratta di una “corrente involontaria”,

caratterizzata dall’assenza di una poetica codificante e di quel tanto di assoluto che subito si

individua in un movimento forte. La prassi analitica induce a una preliminare individuazione, e

quindi separazione, del livello tematico-ideologico da quello formale. Quanto al primo, è più

agevole mettere a fuoco il grado di omogeneità eventuale fra i testi qualora si rivolga l’attenzione a

due fattori dell’ambito contenutistico: a) campi tematici; b) topoi spirituali. Vi sono campi tematici

molto ampi e generali, sì da essere presenti in ogni opera neorealistica: la collettività, gli strati

popolari, il regionalismo in quanto emblema della realtà, essendosi dissolto il tipo di segnicità

geografico-culturale dell’epoca fascista, la regione può farsi simbolo e addirittura emblema di

un’aspirazione sociale nuova. Ma vi sono campi tematici più limitati, il cui uso ha luogo spesso in

funzione oppositiva rispetto ad altri. Nei riguardi della costituzione dei campi tematici l’emittente

non è lo scrittore con il suo patrimonio inventivo, ma la realtà sociale stessa. Ciò poteva

degenerare ovviamente in manierismo tematico. Quanto ai temi generalissimi, merita ancora

qualche riflessione la questione del regionalismo. Il fenomeno esplode nel dopoguerra, anche se

non si possono ignorare precedenti e addirittura modelli vicini nel tempo. Il regionalismo della fase

neorealistica è sostanzialmente diverso da quello ottocentesco perché, venendo dopo l’esperienza

fascista, si presenta come forza centrifuga rispetto all’idea di Stato, di patria, idee ancora troppo

relazionabili ai fantasmi ideologici del fascismo, che operavano a favore di un’unità retorica,

dunque fittizia, della cultura e della lingua con pieno sacrificio delle coinè storico-culturali italiane.

La regione viene allora assunta a specola pertinente da cui guardare una realtà collettiva popolare,

coglierla nella sua concretezza storica e rappresentarla; nell’atto della rappresentazione la realtà

regionale concreta doveva valere come simbolo dell’altra più ampia, nazionale. Passando per il

“canale” neorealistico gli elementi regionali favoriscono la formazione di un’egemonia di

determinati modelli culturali, donde il loro trasformarsi in simboli o emblemi di tali modelli. È questo

un nuovo fattore di differenziazione del regionalismo neorealistico da quello ottocentesco. Come il

neorealismo è una “corrente involontaria”, così l’opzione per la tematica regionale e l’influsso delle

corrispondenti tradizioni letterarie locali vengono a creare dei “gruppi involontari”, cioè a collegare

autori che poi, finito il periodo neorealistico, divergeranno assolutamente fra loro e ciascuno dal se

stesso d’allora. Levi è l’unico scrittore a trattare della tematica regionale con distacco, addirittura

con “spiccato interesse sociologico” come osserva Asor Rosa, proprio perché eccezionalmente è

un settentrionale, un piemontese che riflette e scrive sulla Lucania e non stringe quindi patti di

alcun genere con la tradizione locale. Non dunque il Sud visto dal Sud, come nei neorealisti

napoletani, ma un Sud visto dal Nord. Essendo il Sud tutto più arcaico del Nord per la forza

d’inerzia di una civiltà solo contadina, il regionalismo letterario meridionale non può presentare

l’opposizione campagna/città nei modi in cui si riscontra negli autori di regioni centro-settentrionali.

In pressoché tutti i testi della letteratura neorealistica è agevole rinvenire certi topoi appartenenti al

campo metaforico di una “regione dello spirito”, luoghi di coordinalmento di pensieri e parole

esprimenti una tavola di valori per uso quotidiano di una classe di intellettuali e quindi coerenti

nella loro articolazione interna: Natura, Uomo, Solidarietà degli umili e degli oppressi, Speranza nel

Futuro, Fede nella Rinascita, nonostante l’infelicità degli esiti contingenti. Nei testi letterari, quanto

più i campi tematici prescelti sono svolti in direzione della messa in luce di una realtà del momento,

quanto più le città non vogliono essere “città del mondo”, ma Torino, Genova, Roma, Napoli, tanto

più i topoi spirituali si distinguono come segni di un universo di moralità utopica e atemporale,

come sovrastruttura nei riguardi della realtà. Cioè questi libri si costruivano nel contesto letterario

in modo abbastanza differenziato rispetto a ciò che li precedeva sia a livello tematico sia a livello

linguistico, mentre il livello psicologico-ideologico si reggeva su modelli culturali del passato.

L’universo di moralità atemporale, emblematizzato in topoi spirituali, può divenire addirittura “punto

di vista” entro la narrativa del neorealismo, con effetti allora nefasti. Significativa è la dicotomia tra

programma della resa oggettiva dei fatti e giudizio moralistico dell’autore. Da questa prospettiva il

dopoguerra è uno di quei momenti che sono particolarmente interessanti nella problematica dei

rapporti fra strutture semiotiche e strutture ideologiche. La normale impossibilità di coincidenza

sincronica di modelli semiotici e modelli ideologici si fa clamorosa nei periodi di grandi

trasformazioni sociali. La presenza di una topica dello spirito o universo moralistico atemporale

significa che un punto di vista culturale è considerato unico, cui si contrappongono i “non punti di

vista”; di qui l’inerzia nel ricercare la nuova organizzazione, i nuovi tratti strutturali di quella realtà

deputata a parlare da sé. Vittorini e Pavese, formatisi come scrittori prima della guerra, sono

rimasti se stessi, quindi non realisti, salvo un momentaneo singolo contributo alla suggestione del

clima culturale: Uomini e no di Vittorini e Il compagno di Pavese. Essi prendono pubblicamente le

distanze dal neorealismo e rifiutano il programma dell’oggettività a livello dei temi e di linguaggio,

salvandosi così dalle contraddizioni del neorealismo.

Gli scrittori neorealisti hanno tutti coscienza di dover creare, per i contenuti nuovi, un mezzo

espressivo nuovo. Naturalmente le buone intenzioni, anche quelle linguistiche, non coincidono mai

appieno con la realtà. L’idea di una virtualità narrativa nuova, suggerita dagli straordinari eventi, si

accompagna dunque all’idea di una virtualità espressiva da attuare nei testi con mezzi rinnovati in

quanto la lingua letteraria della tradizione prosastica e la lingua comune delle relazioni culturali,

della scuola, provengono entrambe dal passato fascista, lo hanno per così dire attraversato,

conservando inevitabili tracce del passaggio. Di qui l’aspirazione della maggioranza dei neorealisti

ad essere spesso linguisticamente dei nullatenenti, a partire, soprattutto nei dialoghi, dal livello

inferiore della lingua comune, il parlato regionale o dialettale. Si aspira così a congiungere la lingua

letteraria con il livello basso, con gli strati linguistici delle masse. Da questo punto di vista il

neorealismo è un campo di tensioni, un passaggio obbligato per lo studioso del sistema letterario.

Calvino, nella Prefazione al Sentiero, scrive: “Scrivendo, il mio bisogno stilistico era tenermi più in

basso dei fatti, l’italiano che mi piaceva era quello di chi “non parla l’italiano in casa”, cercavo di

scrivere come avrebbe scritto un ipotetico me stesso autodidatta”. Pareva a questo modo agli

scrittori di entrare nella storia, anche a livello linguistico; mentre infatti nelle grandi epoche, dette

solari, esiste una chiarità della lingua letteraria che non richiede illuminazioni rinnovanti dal basso,

nelle epoche di rottura si utilizzano e rialzano elementi dalla vitalità solo extraletteraria come nuovo

fermento. L’operazione non era facile; incombente sempre il pericolo che essere semplici e naturali

fosse in pratica essere banali e in modo diverso convenzionali; operazione non facile anche per

l’assenza di una tradizione in tal senso. Gli scrittori neorealisti hanno in qualche modo assorbito le

novità linguistiche della tradizione popolare e resistenziale e le hanno trasferite su un piano di

coscienza letteraria. D’ora in poi sarà piuttosto la poesia a muoversi in direzione della prosa che

non il contrario. La mescolanza di sublime e umile si trova già persino nei raccontini-resoconti dei

giornali clandestini della Resistenza, nonostante la frequente genesi da tradizione orale. I prelievi

dal basso, atti nelle intenzioni degli autori a rinnovare la lingua letteraria, avvengono negli strati

dell’italiano regionale e del dialetto, due strati già ben presenti nella scrittura resistenziale non

letteraria. Finora però i discorsi critici si sono svolti piuttosto nella prospettiva della lingua letteraria

senza che si approfondisse la natura della documentazione che i testi neorealistici offrono

nell’ambito degli italiani regionali. L’aspirazione degli scrittori neorealistici a far parlare la realtà ha

forti conseguenze sul livello linguistico dei testi in generale e sullo specifico rapporto fra struttura

linguistica diegetica e mimetica. Alla poetica dell’oggettività si lega la predilezione per la lingua

parlata come principale generatore di modelli sintattici; in più il parlato aveva due vantaggi: 1)

riprodurre una situazione linguistica media o bassa di carattere piuttosto regionale che unitario; 2)

convogliare una più intensa carica comunicativa nei riguardi del pubblico. Tuttavia lo scrittore

neorealista sa benissimo che il dialogo “scritto” porta alla rinuncia quasi totale dei tratti fonetici e di

intonazione propri del parlato, sicché egli dovrà per forza a livello fonetico operare uno slittamento

nella direzione della lingua italiana comune, ragione per cui non è certo a livello fonetico che la

letteratura neorealistica può documentare in modo apprezzabile il fenomeno degli italiani regionali

come lo ha potuto invece il cinema neorealistico. Messa allora ai margini la fonetica, restano la

morfosintassi e il lessico, dei quali il secondo risulta molto più produttivo agli effetti del problema

della specificità degli italiani regionali. La sintassi per lo più riflette la normatività della lingua

strumentale comune, con in più da un lato strutture del parlato di tipo popolare nei dialoghi e

dall’altro strutture della tradizione letteraria, come l’iterazione, la paratassi ritmica, per le quali attivi

modelli sono stati Pavese e Vittorini. Cioè a livello sintattico l’operazione neorealistica di

collegamento fra il piano basso del parlato e la lingua letteraria avviene con contributi regionali

circostanziabili in certi ambiti sintattici. Gli scrittori neorealisti in ambito morfosintattico hanno due

serie di modelli archetipici: prosa documentaria e scrittori immediatamente a monte del fenomeno.

La prosa documentaria, clandestina e posteriore alla Liberazione, offriva un uso eccezionale della

paratassi dei costrutti iterativi e della sintassi nominale. Inoltre, nei dialoghi, la riproduzione

mimetica del parlato con i suoi effetti specifici: ridondanza, forme esclamative e interrogative

proprie della colloquialità, riempitivi con esisto di decelerazione stilistica. Terzo elemento

fondamentale: la discorsività nei rapporti col destinatario, un frequente parlare col lettore. La prosa

del periodo clandestino, a differenza di quella posteriore, risponde ai caratteri sopra elencati nelle

regioni guida, Piemonte, Liguria, Lombardia. I raccontini dei fogli partigiani, come ogni altro tipo di


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Riassunto per l'esame di Letteratura italiana moderna e contemporanea della professoressa Zancan, basato su appunti personali e studio autonomo dei testi consigliati dal docente Il viaggio testuale, Maria Corti, e “Bollettino di italianistica” II,2,2005, A.A.V.V. Gli argomenti trattati sono i seguenti: Il neorealismo di Maria Corti, e Letteratura, critica, storiografia, questioni di genere di Marina Zancan.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lineamenti di letteratura italiana contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Zancan Marina.

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