Breve storia della radio e della televisione italiana: la maturità
La ricostruzione
Alla fine del 1945 scade il mandato commissariale per le regioni del Nord e si dimette il primo consiglio di amministrazione RAI. Con il nuovo presidente Giuseppe Spataro, il partito cattolico riprende pienamente il controllo della RAI e comincia a recuperare i dirigenti dell'ex EIAR. Un decreto dell'aprile 1947 cerca di riorganizzare la RAI appena emersa dalla crisi del dopoguerra.
La discussione tra i rappresentanti dei radioascoltatori, giornalisti e intellettuali si incentra sui due settori chiave della radio: intrattenimento e cultura, e appare emblematica della ibrida mescolanza che caratterizza le società concessionaria, in bilico fra servizio pubblico e ricerca di un mercato pubblicitario. Nella seduta del 9 marzo del 1948, Camillo Boscia disse: "la radio deve battere un’altra via, la sua via. Per la divulgazione della cultura ci sono i giornali, i libri e le conferenze".
Di opinione opposta si dichiara Goffredo Bellonci e porta ad esempio Radio Lussemburgo che, malgrado sia finanziata dalla pubblicità, trasmette programmi di cultura che sono riconosciuti fra i migliori d’Europa. Vista l’esistenza del canone in Italia, è doveroso fare una radio nazionale. La contraddizione insita nel sistema delle comunicazioni di massa fra ricerca dell’audience e missione culturale viene alla luce nelle prime discussioni del Comitato e si intensificherà soprattutto con l’arrivo della televisione.
L'informazione rimane al centro dell'attenzione della nuova classe dirigente. La radio è il mezzo di comunicazione di massa più popolare del tempo insieme al cinema. Dal 1948, Antonio Piccone Stella, direttore del giornale-radio, con nove edizioni quotidiane, trasforma l’informazione politica e culturale. Sulla Rete Rossa, il canale a carattere informativo, fra le rubriche di maggior successo spicca Il Convegno dei Cinque. Nasce così il primo dibattito politico-culturale.
Il governo resta in questi anni il solo arbitro delle radiodiffusioni e il rapporto fra Presidenza del Consiglio e RAI continua a ricalcare gli schemi giuridici fra Stato fascista ed EIAR. Il medium è strettamente controllato dal partito di maggioranza e nonostante il 30 dicembre 1951 venga varata la riforma delle reti RAI, che portava alla suddivisione in tre programmi nazionali differenti, la programmazione non muta di molto:
- Il primo dedicato all’informazione
- Il secondo all’intrattenimento
- Il terzo alla cultura
Scarso interesse dimostrato dalla sinistra nei confronti della radio: la Democrazia Cristiana e la Chiesa sembrano volerne smussare le potenzialità, almeno per quel che riguarda più direttamente la politica, non tanto per un formale rispetto, quanto per una radicata sopravvalutazione della pericolosa influenza che poteva essere esercitata sulle “masse”, in un paese il cui tasso d’analfabetismo era ancora molto alto.
L'avvento della televisione
La convenzione tra Stato e RAI del 1952 prevede già il rinnovo della concessione del monopolio sulla radiodiffusione per altri vent’anni e stringe i legami fra RAI e governo. Inizia una nuova fase di controllo dell’emittenza da parte della Democrazia Cristiana, che coincide con la nascita della televisione e con il mutamento della denominazione sociale della RAI in RAI-Radiotelevisione Italiana.
La televisione per il governo non sembra doversi discostare molto dalle regole che fin qui hanno connotato l’altro medium che ormai si era affermato in tutto il paese. Emerge la netta volontà di insegnare al popolo italiano la democrazia e il mezzo più idoneo sembra al momento la radio.
I programmi della televisione italiana iniziano regolarmente il 1 settembre 1953, prima nell’Italia settentrionale e poi nell’Italia centrale e meridionale. Trasmette un solo canale e quindi una sola rete. Negli anni '50, la televisione sostituisce i giornali e la radio come fonte principale d’informazione.
Il modello europeo
La televisione pubblica è una TV nazionale, che permette agli spettatori di riconoscersi come cittadini dello Stato, e fra i suoi obiettivi si oppone quello di promuovere un senso di appartenenza comune. Le emittenti pubbliche hanno la responsabilità di offrire una vasta programmazione che copre tutti i generi dall’intrattenimento all’informazione e all’educazione.
I governi usano la televisione come mezzo attraverso cui educare e formare la società; diventa perciò stesso il mezzo principale per la propaganda politica e le campagne elettorali. L’informazione politica viene regolata da una serie di linee guida che garantiscono la diffusione delle varie opinioni.
La televisione è il mezzo principale attraverso il quale i cittadini possono dar senso alla loro vita e comprendere la natura del cambiamento economico e sociale. Altre forme di comunicazione tradizionale sono quindi relegate a passatempi secondari, come il cinema, che subisce un rapido crollo, la TV diviene agente unificatore delle società, mantiene stabilità e coesione sociale in un momento in cui molti paesi attraversano una rapida crescita economica.
Di fatto, la televisione è di parte, vale a dire uno strumento di lotta politica di una parte del paese contro l’altra. Ciò che accomuna tutti i paesi dell’Europa occidentale e anche l’Italia è la gestione politica dell’interesse nazionale, che è stabilito in televisione attraverso un compromesso tra i partiti politici di governo.
In Gran Bretagna, alla fine del 1943, vi è un progetto di ripresa dei servizi televisivi: viene chiesto a Lord Hankey di progettare il ripristino e lo sviluppo del servizio televisivo dopo la guerra ponendo l’attenzione su tre punti:
- La fornitura di un servizio che raggiunga, a ogni costo e in tempi ragionevoli, la maggior parte dei centri abitati
- La produzione di programmi per la ricerca e lo sviluppo
- Linee-guida per l’industria televisiva, con particolare attenzione allo sviluppo del settore esportazioni
Il primo evento televisivo nazionale sarà l’incoronazione della regina Elisabetta nel 1953. La televisione indipendente ITV, un sistema federale di compagnie televisive regionali finanziato dalla pubblicità. L’ITV deve fornire una vasta gamma di programmi, tra cui un notiziario quotidiano e delle produzioni televisive regionali. Di fatto, la televisione commerciale eredita la tradizione e le norme dell’emittenza pubblica e quindi si forma a immagine e somiglianza della BBC.
La scelta dell'Italia
Anche se il modello BBC viene adottato da quasi tutti i paesi, la varietà dei diversi sistemi politici ne condiziona l’applicazione. L’Italia si discosta dall’insieme dei casi europei, portando alla definitiva commistione tra sistema dei media e sistema politico. In Italia non vi è stata programmazione o razionalità nello sviluppo, perché hanno interagito continuamente processi spontanei, regolazioni dal basso, forme inedite e poco governabili di transizione dall’arretratezza alla modernità.
È difficile quindi individuare un singolo attore di mutamento, interagiscono diversi elementi: l’industrializzazione, l’avvento delle grandi reti autostradali, l’innalzamento dell’obbligo scolastico, lo slancio dovuto ai flussi migratori nelle transazioni del costume, fino alle innovazioni nel settore delle telecomunicazioni. I media attivano una serie infinita e persino sfuggente di effetti di diversa natura, psicologica, culturale e sociale. I media influenzano i media, cioè si influenzano fra loro.
L’Italia si connota per un’offerta culturale nuova, fondata sull’azione e sull’influenza esercitata dai mezzi di comunicazione di massa. I media diventano i più importanti diffusori e ripetitori delle mete socio-culturali condivise.
La politica
Il Servizio informativo diretto da Gaetano Napolitano, dopo la firma della convenzione fra la RAI e il Ministero delle Poste, non ha alcuna possibilità di controllare il nuovo medium. La censura sulla parte artistica e teatrale è esercitata dalla Direzione generale dello spettacolo. La televisione rivoluziona gli usi e i consumi della società e della politica, perché mette in scena una realtà che fino allora non era stata né visibile né udibile: cambiano i rapporti fra vita privata e vita pubblica e si trasformano sensibilmente le condizioni del gioco politico.
Si realizza uno spazio pubblico allargato che porta anche chi non sa leggere o scrivere a partecipare alla costruzione dell’identità sociale e politica di un paese. Il popolo italiano, in piena ricostruzione economica, vuole essere informato e divertito, mentre il governo considera la televisione come il mezzo principale per educare la nazione.
Eppure dovranno passare sei anni, dal 1954 al 1960, perché il governo, non il Parlamento, decida formalmente di assicurarne e disciplinare l’uso della radiotelevisione durante le campagne elettorali. Partiti e i loro segretari diventano quindi immediatamente i protagonisti della campagna radiotelevisiva. Le trasmissioni politiche tendono più a rafforzare che a mutare drasticamente le opinioni del pubblico e hanno una funzione positiva nel far scaturire il dibattito fra posizioni diverse.
Un anno dopo il successo, Tribuna elettorale si trasforma in Tribuna politica. La classe politica italiana dovrà rispondere non solo ad argomenti inerenti alla questione nazionale, ma a temi di carattere internazionale: l’opinione pubblica si fa più attenta e si sprovincializza. Lo spettacolo televisivo allarga gli orizzonti di ognuno verso i problemi sociali dell’epoca, porta informazioni su ambienti e modi di vita diversi, scardina valori tradizionali e profondamente radicati.
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