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ancora del tutto sconosciuta. La televisione degli anni 50 è una televisione strettamente codificata per generi suddivisi

fra informazione, cultura, spettacolo.

Cultura umanistica e intento pedagogico sono i pilastri su cui si basa la neonata televisione. L’obbiettivo principale è

diffondere questa cultura in starti di popolazione non ancora toccati da processi di scolarizzazione. Ma la vera

affermazione popolare del nuovo medium si avrà con un genere importato dagli USA: il telequiz. L’altra novità

drammatica televisiva è costituita dal romanzo sceneggiato che connoterà il palinsesto per tutti gli anni 50 e 60.

La televisione monocanale tenta un opera di riunificazione.

Il 4 novembre viene inaugurato un secondo canale.

Gli italiani chiedono alla tv di divertirli, informarli, ma soprattutto di partecipare alla cerimonia del video, di partecipare

al”dibattito”.

Alla televisione si chiede di essere autentica e immediata. Il pubblico vuole che nulla sia preparato in anticipo e lo

sviluppo della tecnologia gli viene incontro.

Tra il 1960-62 importanti trasformazioni, come la registrazione videomagnetica, che permette di registrare e di montare

l’immagine elettronica, e il lancio dei primi satelliti di telecomunicazione, fanno nascere nel telespettatore il desiderio di

rompere con il vecchio mondo, di accelerare i tempi della vita, di potersi lasciar dietro tutto quello che non si vede. I

partiti non possono che prendere atto del cambiamento e prepararsi di conseguenza all’evoluzione dei nuovi modelli di

comunicare e a far i conti con un mezzo di comunicazione freddo, che meglio di altri favorisce una partecipazione a

domicilio e senza sforzo.

Il programma-inchiesta: l’inchiesta non è solo un genere di successo nella stampa quotidiana e periodica, ma dilaga

all’interno della stessa televisione di Stato, come ricerca di un’attualità. Il giornale televisivo ha la possibilità di mostrare

in diretta lo svolgersi dei conflitti, di raccogliere le testimonianze dal vivo, di penetrare in luoghi e situazioni in cui la

maggior parte dei telespettatori non è sicuramente mai stata. Tutto questo sconvolge l’ordine e le norme che regolano il

servizio pubblico.

Il grande fenomeno migratorio in questi anni assume aspetti curiosi, ma non meno rappresentativi, e giustamente la

televisione li mostra al pubblico.

LE PREMESSE DELLA RIFORMA

La radio, con l’avvento della tv, perde importanza e non la riacquista che molti anni dopo, con la riforma della

radiotelevisione del 1975 e la concorrenza spietata delle radio private.

Un notevole contributo alla crescita dell’universo della radiofonia viene anche dal mondo industriale: inventato nel 1948,

il transitor è applicato su larga scala agli apparecchi radiofonici proprio nel corso degli anni 60. Grazie ad esso e alla

successi invenzione dell’autoradio, la radio diventa portatile.

Nel 1966 viene attuata una riforma dei programmi: la radio tenta di offrire un palinsesto più dinamico e si struttura con

appuntamenti stabili nel quale l’ascoltatore possa ritrovare i suoi generi preferiti. Il rapporto che si stabilisce con il

pubblico è basato sulla quotidianità del contatto, sulla ripetitività: si parla di relazione comunicativa. Si velocizza

l’informazione e si dà grande spazio alla musica. Inoltre grazie all’uso del telefono le distanze tra emittente e destinatario

si accorciano, portando alla luce la bi direzionalità del flusso comunicativo. Da questo momento in poi gli ascoltatori

occuperanno un ruolo di sempre maggiore centralità nello scenario della radiofonia. È il pubblico il vero protagonista di

questa sorta di rivoluzione mediale.

Aumento dell’audience.

Anche la composizione del pubblico di trasforma: mentre, negli anni 50, le classi medie o medio-alte rappresentano

l’asse portante del processo di espansione, a partire dagli anni 60, gli standard scolastico-culturali si abbassano.

Si passa progressivamente da una televisione di tipo pedagogico-educativo, sotto la guida protettiva dello Stato, a

un’industria del divertimento, che però non ha ancora i mezzi per soddisfare pienamente il suo pubblico. La politiche del

1969-74 è caratterizzata dal prevalere dell’intrattenimento, da una netta separazione di generi (fiction, informazione),

dalla concorrenza fra il primo e il secondo canale e fra i tre canali radio, da un’accentuata professionalità e

dall’incremento costante della pubblicità.

La televisione culturale e pedagogica, nel decennio 60-70, viene investita da un’intensiva politicizzazione. La progressiva

disgregazione del vecchio modello televisivo è dovuta a un acuirsi della forbice esistente fra il sistemo politico, quindi fra

la gestione politica della televisione pubblica, da un lato, e i fermenti, le tensioni, le forti contraddizioni vissute dalla

società civile; i movimenti studenteschi e le lotte operaie investono la stessa struttura interna; processo che investirà

tutta Europa.

La televisione privata fino ad ora rifiutata in gran parte dei paesi europei sarà auspicata e desiderata.

 Non è quindi il messaggio o il suo contenuto che devono adeguarsi, ma è l’organizzazione di un gioco a cui gli

spettatori collaborano ormai da protagonisti. L’indice d’ascolto diviene l’elemento principe per valutare il

successo o meno di una trasmissione. La tirannia dell’audience nasce prima dell’arrivo della pubblicità. Verso la

fine degli anni 60 lo sviluppo crescente del nuovo medium fa sì che si guardi al grande pubblico nel suo nuovo

ruolo di consumatore.

3: LA MODERNITA’

LA RIFORMA

La legge di riforma della RAI_Radiotelevisione italiana viene approvata il 14 aprile 1975. La legge si muove in un’ottica di

garanzia, che consente a tutti i soggetti politici e sociali di essere in qualche modo rappresentanti all’interno dell’ente.

La RAI è una società per azioni a totale partecipazione pubblica di “interesse nazionale” e in virtù della riforma modifica

la propria struttura azionaria in favore dell’IRI. I tre organi principali sono l’assemblea generale dei soci, IRI e SIAE, il

Consiglio d’amministrazione e il presidente. Non è prevista invece la figura dell’amministratore delegato. La società a per

oggetto esclusivo l’esercizio dei servizi di diffusione circolare di programmi radiofonici via etere, su scala nazionale, via

cavo o con qualsiasi altro mezzo e servizi analoghi.

Il Consiglio d’amministrazione, che concentra i maggiori poteri, è composto da sedici membri; è controllato da una

struttura esterna, la Commissione Parlamentare. Il Consiglio elegge il presidente, il vicepresidente, il direttore generale

ed è competente per tutte le cariche direzionali; per il resto del personale indica solo norme di carattere generale.

La novità di maggior rilievo nei rapporti fra Stato e società concessionaria è l’ampliamento dei poteri della Commissione

Parlamentare per l’indirizzo e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi: il Parlamento acquista un ruolo determinante nella

gestione del sistema.

Le cinque reti, due per le tv e tre per la radio, si articolano in strutture di programmazione e nuclei ideativo-produttivi con

al vertice un direttore; a loro volta le due reti televisive e le tre radiofoniche sono coordinate da un vicedirettore generale.

La concorrenza con al televisione commerciale è alle porte, si abbandonano pertanto i modelli tradizionali di fare

televisione per cercare strade diverse che coniughino l’informazione che lo spettacolo e la pubblicità, protagonista di un

mercato in espansione. Il nuovo sistema comporta in primo luogo un maggiore intervento del sistema politico.

Si va verso una ristrutturazione aziendale che vede in prima linea la radio al collasso. La riforma investe anche le

trasmissioni culturali, nel linguaggio e nei contenuti, che si concentrano sempre di più sull’attualità, mentre la prosa

diviene un genere seriale nel tentativo di offrire al pubblico un prodotto attuale e fruibile con i nuovi modi di ascoltare.

Anche l’informazione si velocizza e si articola in brevi appuntamenti che si alternano a spazi di approfondimento,

finalmente in accordo con le peculiari qualità di immediatezza e tempestività del mezzo.

Sono due le tipologie di emittenti locali che si affermano in questi anni:

- Le radio libere, caratterizzate da un impegno politico militante e dalla volontà di offrire un’alternativa

all’informazione ufficiale

- Le emittenti con una chiara vocazione commerciale, il cui palinsesto si basa su musica e intrattenimento.

Queste prendono in breve il sopravento.

 Con l’approvazione della legge di riforma si chiude una fase della storia della radio e della tv italiana e se ne

apre un’altra.

L’aumento sensibile dell’audience premia le novità e soprattutto la concorrenza che si instaura fra le reti RAI: il pubblico

dimostra di aver bisogno di proposte diverse nei modelli di informare e di far spettacolo, ma le modificazioni dell’offerta

influiscono più sulle possibilità e i livelli della stessa che sulla definizione del pubblico potenziale. Il pubblico potenziale è

già definito dagli abbonati.

La crisi economica della metà degli anni 70, accelerata dalla crisi petrolifera del 1974, è il primo segnale dei profondi

problemi strutturali che vanno interessando l’economia europea. I governi europei rispondono ponendo sul mercato

quelle industrie che erano state fortemente sottoutilizzare: in primo luogo le emittenti e le industrie di telecomunicazioni.

L’industria televisiva europea è una sorta di “Cenerentola”, soprattutto se comparata con la controparte americana. Fin

qui aveva operato guardando più che ai criteri economici, ai bisogni politici e culturali. Era un’industria nazionale, senza

considerevoli aperture al mercato internazionale. I nuovi media non sono pienamente struttati e rimangono largamente al

di fuori dei circuiti industriali, tranne che per la compravendita dei macchinari, e degli spazi pubblicitari laddove permessi.

I governi non sono più in grado di tenere sotto stretto controllo l’industria radiotelevisiva. L’avvento di nuove tecnologie di

distribuzione, la ricomparsa di un pensiero politico, in Italia le posizioni del Partito socialista sono al riguardo abbastanza

chiare, favorisce interventi commerciali più ampi, la richiesta del pubblico di una programmazione più vasta, e la

costante espansione economica, malgrado alcune crisi ricorrenti, fanno sì che la difesa a priori del monopolio diventi

anacronistica. I governi gradualmente smantellano i vecchi sistemi televisivi e la logica commerciale dominerà

incontrastata la politica televisiva dei successivi 20 anni.

I vantaggi e i motivi che vengono adotti nell’avere un gestore pubblico efficiente, indipendente e ben diretto sono

sostanzialmente due:

- Le emittenti pubbliche possono fornire in maniera adeguata una gamma più vasta di programmi, sono più

adatte a ideare format televisivi così come a garantire un’informazione politica pluralista e legata alle esigenze

della società

- L’emittenza pubblica garantisce un servizio universale a tutti i cittadini.

 Il monopolio funziona da istituzione centrale della sfera pubblica.

PUBBLICITA’ E TECNOLOGIA

La pubblicità comincia ad acquisire un ruolo che prima non aveva, influenzando l’informazione e la politica.

Nasce un nuovo genere, il talk-show, che ha come caratteristica preminente quella di mescolare intrattenimento e

informazione. Il 90% della popolazione italiana tra il 1981-82 segue i programmi della televisione sia pubblica che

privata, ma i programmi che ottendono successo sono cambiati. La tv è investita da una nuova funzione: quella di

informare e di indirizzare l’opinione pubblica sui più scottanti temi di attualità.

La politica è al centro del discorso che la televisione pubblica rivolge allo spettatore; è il suo asse portante e

determinante, sia in termini di audience che in termini di funzionalità. I telegiornali rispondono più alle aspettative del

sistema politico che non alle esigenze dei soggetti sociali.

Lo spettatore vive come un momento di rottura l’evento eccezionale, la situazione di emergenza, ce con la forza

dirompente del qui e ora, obbliga chiunque ad andare oltre il proprio angusto ambito domestico. Aumentano le persone

che vanno direttamente in video; aumentano le interviste a soggetti non protagonisti, si umanizza e personalizza il

racconto, mentre il giornalista, il conduttore, soppianta l’esperto, nel ruolo di interprete degli avvenimenti, molto spesso

come moderatore nei confronti di una pluralità di opinioni: si vuole discutere, confrontarsi, aprire il dibattito. La notizia,

l’evento è lo stesso dibattito, l’intervista particolare, il caso eccezionale. L’informazione televisiva non si concentra più

sull’oggetto, ma tende a privilegiare l’opinione del soggetto sull’oggetto stesso e l’intervista si conferma come l’ossatura

portante del genere. È una televisione parlata.

Lo spettacolo, la satira, l’ironia sono ben accette, ma non devono investire argomenti politici e sociali seri.

La novità che coinvolge lo spettatore è la struttura a mosaico dei programmi, che si configura come un assemblaggio di

parti, generi e sottogeneri. Si può parlare di una televisione di generi, che soppianta l’ormai sorpassata televisione di

contenuti.

Tre fattori sembrano essere determinanti nell’evolversi del sistema televisivo:

- La scelta di non inseguire lo sviluppo delle alte tecnologie

- L’incapacità di comprendere che l’iniziativa privata nel settore coincide con la scoperta da parte delle piccole e

medie aziende del ruolo giocato dalla pubblicità

- Il non intervento dello Stato nel settore e la conseguente deregulation, che porterà a una profonda depressione

dal punto di vista tecnologico.

Si sancisce l’abbandono di qualsiasi difesa a oltranza del monopolio pubblico e si riconosce implicitamente la legittima

dell’emittenza privata. Si prefigura un sistema misto, pubblico-privato, con lo Stato in funzione di arbitro.

Di fatto lo Stato abdicherà a qualsiasi sua funzione mentre la difesa rigida del monopolio pubblico da parte di alcune

forze politiche consentirà a un singolo privato Silvio Berlusconi di monopolizzare a sua volta il libero mercato, creando un

duopolio pubblico-privato quasi paritario.

Il sistema pubblico va intanto perdendo la sua identità: lo sviluppo dell’emittenza privata mette in discussione non solo il

ruolo pedagogico ed educativo della televisione, ma anche la sua funzione politica.

Le stesse imprese private sono ormai in grado di rispondere al moltiplicarsi della domanda culturale che proviene da una

società che va cambiando i suoi valori su base europea e internazionale.

Nel periodo 1975-79 l’azienda pubblica RAI va in perdita.

Avvento delle televisioni private. Il sistema imprenditoriale, alla ricerca di nuove strategie di investimento, sviluppa

segmenti di mercato fino ad allora completamente inesistenti, scontrandosi con il vincolo posto all’utilizzazione degli

spazi televisivi gestiti dalla SIPRA, concessionaria della RAI per la pubblicità.

UNA CRESCITA SENZA REGOLE

Negli anni 80 i decidono le sorti del sistema radiotelevisivo italiano. Oltre a Canale 5 altre due reti private, Italia 1

dell’editore Rusconi e Retequattro di Mondadori, iniziano a scardinare il monopolio pubblico nazionale.

La RAI intanto soffre di una situazione politica e finanziaria a dir poco precaria. Il deficit nel settore pubblico continua ad

aumentare e i governi non riescono a tenerlo sottocontrollo.

Si prospetta una rete, con una forte visione tecnologica, di comunicazioni attraverso l’integrazione con le aziende della

STET. L’accento è posto non solo sull’aggettivo pubblico, ma anche sul sostantivo azienda: sono i problemi di gestione

che preoccupano Prodi e il risanamento dell’IRI innanzitutto. Tornare a essere un gruppo che produce ricchezza,

ridefinire le risorse produttive, creare duttilità e flessibilità. L’obbiettivo è quello di essere un gruppo di imprese guidato

dai professionisti della gestione cioè da parsone che esercitano il comando in nome della propria capacità professionale

della propria autonomia.

Occorre accettare la sfida dei privati, rispondendo con la tecnologia e la qualità dei programmi: non essere colonizzati

dai programmi stranieri e stare dalla parte dello spettatore. La regolamentazione dell’emittenza privata diviene

imprescindibile e dall’altra parte la RAI è ormai destinata a operare in un regime di concorrenza.

IRI e RAI sono accumunati dalla stessa sorte, ma mentre nel settore industriale i privati non riescono a essere

concorrenziali, l’IRI viene liquidato da Prodi, nel settore trainante dal punto di vista della modernizzazione, quello delle

comunicazioni, un privato monopolizza il mercato in forte espansione.

Nel 1984 alcuni pretori oscurano le reti Fininvest in tre regioni, Lazio, Piemonte, Abruzzo, basandosi sulla riserva allo

Stato delle trasmissioni via etere su scala nazionale e su un principio univoco, quello della illiceità costituzionale della

diffusione contestuale, con qualsiasi mezzo tecnico eseguita, di un medesimo segnale, di una medesima trasmissione.

Per la magistratura non è illecita la diffusione simultanea. La Presidenza del Consiglio interviene con due decreti che

sono convertiti in legge nel 1985 che prevedono la riapertura delle emittenti oscurate, appellandosi, sostanzialmente, al

principio di uguaglianza dei cittadini.

La cronaca e la fiction si incontrano nella tv verità, dove gli spettatori divengono attori della scena, salgono sul

palcoscenico televisivo se non direttamente, almeno attraverso il telefono e confondono fiction e realtà fino a renderle

irriconoscibili. Nascono Telefono giallo, Un giorno in pretura, Chi l’ha visto?, Linea rovente, Samarcanda. Un genere che

unifica la cultura d’etile con la cultura popolare.

Nascono le syndications, una sorta di affiliazioni fra emittenti diverse, ideata allo scopo di diffondere il proprio segnale

oltre gli ambiti locali. Così al termine degli anni 80 il panorama italiano si arricchisce di altri network con diffusione

nazionale. Si trasmette una programmazione che è diretta a determinati target. Si affermano in questo periodo oltre a

Radio radicale e Italia Radio, delle storiche Radio 105 e Radio Deejay Network, proposte diverse che vanno

dall’americana format di RTL 102.5 alla formula tutta italiana di Radio Italia.

La radio pubblica iene sostanzialmente al mattino, ma perde nel pomeriggio a favore delle private.

Dal 1982 la RAI è profondamente cambiata: vince sul fronte dell’informazione, ma è in difficoltà sulle risorse.

Nel 1988 la riforma Mammì conferma la norma antitrust, istituisce la figura di un garante per l’editoria, ma non fa che

fotografare la realtà già esistente e consente alla Fininvest di appropriarsi anche della pay-TV con Telepiù, un network

nato immediatamente dopo la pubblicazione della legge in “Gazzetta Ufficiale.

L’EUROPA: INGHILTERRA E FRANCIA

La concorrenza fra i canali non si esprime più attraverso la qualità della programmazione, ma attraverso le tari

pubblicitarie.

La produzione statunitense, film e serial, invade il piccolo schermo e costituisce in alcune serate ben il 70% della

produzione totale offerta sui tre canali. Siamo agli inizi della tanto lamentata crisi della tv europea.

L’apertura ai privati nasconde non tanto la volontà de socialisti di democratizzare il settore, creando un sistema misto,

quanto di scegliere quali concessionari avranno in appalto il sistema privato. Gli anni 80 sono dunque un periodi di

transizione.


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gggr

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea Triennale in Scienze della Comunicazione
SSD:
Università: Bergamo - Unibg
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gggr di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della radio e della televisione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bergamo - Unibg o del prof Villani Simone.

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