Gli studi sulla televisione
Una decina di anni fa, riflettendo sui modi di pensare il medium e alla sua difficoltà ci è offerto dal fatto che non esiste un libro che possa farci intendere la natura della televisione, che possa darci una risposta esaustiva alla domanda “che cos’è la televisione”. Si tende a parlare della televisione su alcune sue componenti ma raramente nell’insieme. Prima di tutto si deve chiarire cosa si debba intendere per “studio della televisione”, la riflessione sulla televisione e la sua analisi ha accompagnato fin dall’inizio specifici problemi e questioni legate ai diversi progetti.
Lo sguardo accademico
Lo sguardo accademico ha maturato un progressivo interessamento nei confronti del medium nel corso dell’intero cinquantennio, quando iniziò ad essere chiara la rilevanza della televisione come strumento di informazione al pari con la stampa e la radio e degli altri media. Molte discipline (dopo la Seconda Guerra Mondiale) come la psicologia, la sociologia, la scienza politica, gli studi letterari prestarono via via attenzione al piccolo schermo. È in questo periodo che si vanno definendo (anni ’70) con maggiore chiarezza i due approcci alla televisione: quello della ricerca empirica (di deviazione sociologica) e quello della ricerca critico-testualista (di deviazione umanistico-letteraria e semiotica).
Nel primo caso (deviazione sociologica) si intende risolvere le questioni che stanno attorno al testo e sono relative al contesto, cioè gli studi degli effetti della comunicazione di massa (negli anni ’70 un grande interesse si ha per il potere dei media e della TV in particolare come efficace strumento di definizione dell’opinione pubblica). Nel secondo caso (semiotica) l’attenzione si sposta sui testi, cioè individuare una specifica estetica televisiva. Le due ricerche hanno viaggiato sempre su binari diversi, è possibile dunque tracciare un campo definibile “studio della televisione”?
Gli anni '80 e la sistematizzazione
Dagli anni ’80, e soprattutto nel decennio successivo, la pubblicazione di numerosi manuali dimostra l’esistenza nella mente di docenti ed editori, di qualcosa che potremmo chiamare “studi sulla televisione”. L’oggetto specifico dello studio della televisione deriva da numerose ricerche e per questo è ibrido. I suoi campi d’interesse (emersi negli anni ’80) riguardano almeno quattro aree principali:
- Definizione di cosa sia la testualità televisiva, anche in relazione agli altri media, questo impegno caratterizza alcuni studi del tipo “differenza tra cinema e televisione”.
- L’analisi della rappresentazione del mondo sociale offerta dalla centralità televisiva (ricerca d’impostazione sociologica).
- Studio dell’audience o pubblico televisivo (semiotica), tanto da generare una ricerca autonoma “gli audience studies”. Gli A.S, alla fine degli anni ’70 e inizio anni ’80, sono nati con l’esigenza di comprendere il nesso testo-spettatore, sottolineando il ruolo ideologico della televisione ma anche l’effettivo ruolo dello spettatore.
- La dimensione storica e rappresentativa, lo sguardo storico del testo teso a comprendere le evoluzioni e le trasformazioni dei media.
Questi vari aspetti della televisione hanno portato una divisione del lavoro, con una spaccatura fra studi umanistici e sociologici. La ricerca sociale ha appuntato il suo interesse sull’influenza e il potere, quello umanistico e semiotico hanno centrato l’attenzione sull’idea della televisione come macchina produttrice di significato e ideologia e la costruzione del rapporto testo-lettore.
Si evidenzia la necessità di un lavoro di sistematizzazione e di consolidamento di un’area di studi ancora troppo frammentata, senza perdere di vista la ricchezza pluridisciplinare. Per una formulazione di uno sguardo di assieme è testimoniato dalla pubblicazione di varie opere, fra cui il recente volume che il British Film Institute ha intitolato “television studies”, un dizionario di concetti chiave. In Italia il luogo più continuativo sulla ricerca è rappresentato dall’attività promossa dalla RAI “verifica qualitativa programmi trasmessi dalla RAI” che in collaborazione con diversi istituti accademici e centri di ricerche, ha sviluppato numerosi percorsi di ricerca. La ricerca VQPT rispecchia la sociologia e la semiotica ma spesso coesistono e riflettono gli stessi interessi (da esse emergono come i generi televisivi, il linguaggio, l’istruzione, la politica e il consumo sullo stesso stato di ricerca).
Tre dimensioni del piccolo schermo
La televisione è l’insieme di molte cose, è un mezzo di comunicazione ma anche distinto per le sue caratteristiche linguistiche e nel suo ruolo predominante nel sistema contemporaneo: è un repertorio in parte ereditato dal passato e in parte ex novo. Può essere utile affermare che la televisione è innanzitutto un medium, un mezzo di comunicazione inserito in un sistema complesso come quello contemporaneo e quindi presenta almeno tre dimensioni:
- La dimensione istituzionale e tecnologica: la TV è un apparato organizzato per la distribuzione di immagini e suoni, di prodotti o programmi e la loro diffusione, quasi sempre immediata, verso un pubblico potenzialmente infinito, rendendo essenziale questa dimensione.
- La dimensione testuale, simbolica e rappresentazionale: la televisione è un linguaggio, strutturato secondo regole che sono in parte comuni ad altri media, in parte specifiche. La TV è costituita da un insieme di generi, ognuno dei quali dotato di una storia, intrattiene con diversi rapporti, per esempio nell’informazione o finzioni di varia natura.
- La dimensione relazionale e sociale: la TV esiste in quanto si mette in relazione e mette in relazione un pubblico e lo fa con modalità specifiche. Il pubblico non si raduna in una sala ma è disperso nelle rispettive abitazioni, esso esiste e partecipa mediante partecipazioni al piccolo schermo. Nonostante questo, il pubblico della TV è un’identità rilevante, molto del significato e potere della televisione consiste nella sua capacità di mettere in connessione un’ampia comunità di persone. Il pubblico della televisione è una sorta di fantasma ripetutamente evocato, su misura convenzionale e quantitativa (gli indici di ascolto).
Il pubblico privatizzato, il privato privatizzato
Nel loro studio sui media events, D.Dyan e E.Katz hanno analizzato la portata politica e culturale di grandi eventi pubblici la cui partecipazione non è più limitata dalla distanza fisica, perché grazie alla televisione può essere seguita in diretta e da casa, contemporaneamente. L'aspetto centrale da sottolineare ancora una volta è la domesticità, l'accesso a uno spazio pubblico dall'interno della propria casa, la privatizzazione del privato. Un evento mediale trasforma la casa in uno spazio pubblico, focalizzato sul centro e con la consapevolezza che in tutte le altre case sta accadendo la stessa cosa.
Attraverso la sua costante accessibilità priva di luogo, la televisione genera contemporaneamente un'esposizione senza pari del privato. La visibilità creata dalla TV, non distingue espressione (comunicazione implicita che è data dalla presenza di una persona in un ambiente) e comunicazione (il linguaggio simbolico utilizzato per emettere un messaggio, comunicare un’idea). Questo fatto ha delle conseguenze immediate per la politica (a differenza della carta stampata che offre messaggi elaborati mentre le TV trasmette immagini naturali) lo si vede dalla necessità di esercitare un controllo efficace della propria visibilità, onde evitare scandali, gaffe e altri problemi derivati dall'esposizione del privato alla pubblica arena.
Questo cambiamento è interpretato in maniera ottimistica da Meyrowitz, sulla base di Foucault: la televisione ha dato potere agli handicappati e alle persone non autonome, consentendo loro di accedere alle informazioni sociali malgrado l'isolamento fisico; ha consentito alle donne una visione dell'esterno dalla loro prigione casalinga eliminando la distanza. Un ottimismo condiviso in Italia, che definisce la televisione come l'oggetto più democratico delle società democratiche. Sempre con Meyrowitz e soprattutto con Baumann, lo sguardo è decisamente meno positivo, abbiamo osservato come una privatizzazione della sfera pubblica, oltre a sollevare i più ovvi problemi dell'intimità, implicherebbe la conseguenza di un'effettiva dissoluzione della pubblicità come luogo di effettiva comunicazione e azione, una sua totale occupazione come unica dimensione pseudo-comunitaria.
Lo spazio televisivo e l'identità
Da alcuni anni a questa parte, si è sottolineato il ruolo della televisione in relazione a tendenze strutturali dell’economia, della politica e della società, nel processo di abolizione delle distanze e di definizione di un unico viaggio globale. I mezzi di comunicazione hanno impresso una straordinaria accelerazione al processo di trasformazione delle coordinate spazio-temporali dell’esperienza: tra queste lo sganciamento di spazio e tempo (non è più necessario impiegare tempo per accedere a spazi lontani) e la possibilità di una simultaneità despazializzata, la capacità di sperimentare contemporaneamente gli stessi eventi.
I media sono spesso al centro sul dibattito della globalizzazione. Per quanto riguarda il rapporto fra media e globalizzazione, numerose riflessioni sono state fatte, ad esempio sull’idea di imperialismo culturale e dell’americanizzazione. La grande transizione avvenuta in Italia fra gli anni ’70 e ’80 è in questo momento che la società e la cultura entrano in fase di trasformazione, nel passaggio dal consumo al consumismo. In questo periodo finisce il monopolio pubblico della radiotelevisione e si passa al trionfo dei network commerciali fondati sul marketing e sulla vendita. Per Giaccardi e Magaretti l’ultimo modello pedagogico di televisione ha aperto la strada al modello commerciale legato solo alla cultura nazionale e sempre meno incline ai valori collettivi e della tradizione.
Ancora una volta, questa lettura è soltanto un polo del campo di forza. L’analisi deve tenere in considerazione che la liberalizzazione delle antenne e l’innovazione tecnologica fanno emergere nuove dimensioni un tempo sacrificate dal principale compito pedagogico-nazionale. Quest’ultima prende le forme del globale, cioè la fusione del globale e del locale e nella circolazione ed esportazione di format, hanno bisogno di essere adattati, tradotti nelle specifiche culture nazionali. Insomma, la televisione degli ultimi anni è legata dall’ibridazione del piano nazionale con un progetto consumistico nazionale.
La realtà televisiva: la testimonianza
Uno dei problemi attorno a cui ruota l’attenzione critica sulla televisione riguarda la sua autenticità, i pessimisti tendono a vedere motivi di sospetto, dal pubblico culturalmente critico si passa al pubblico consumatore di cultura. Esiste tutto un filone di pensiero, la tesi di Baudrillard sostiene che la realtà è stata sostituita da un iper-realtà, dove non è più distinguibile il vero dal falso. La prima guerra del Golfo è stata banco di prova: tutto si nasconde, funziona solo la televisione, come medium senza messaggio offrendo infine l’immagine della televisione pura, l’informazione in tempo reale che si muove in uno spazio irreale, offrendo l’immagine di televisione pura, inutile, che consiste nel riempire il video dello schermo al quale sfugge la sostanza degli eventi.
Un modo stimolante di affrontare questo problema è quello recente proposto da Ellis. La mossa di partenza consiste nel modificare il punto di vista. Bisogna dedicarsi all’effettiva esperienza dello spettatore, che è un’esperienza di testimone o di testimonianza. L’idea di testimonianza porta il modello dell’esperienza spettatoriale al centro della definizione del fenomeno audiovisivo, senza impegolarsi nella discussione della relazione fra la rappresentazione e i suoi oggetti.
I media hanno documentato i grandi eventi, e di certo giustificazioni del tipo “non lo sapevo” non è più una difesa. Sappiamo di tutto (della fame e povertà, dei morti ecc..), sappiamo perché abbiamo visto le immagini, senza interpretazione. Un'altra precisazione implica un senso di frustrazione, nella certezza di “essere al sicuro”, lontani ma non sappiamo come agire.
La terza precisazione è che la testimonianza non equivale a realismo, i nuovi mezzi riproducono con fedeltà, orientano e guidano lo sguardo: accanto alla sovrabbondanza degli indizi, la logica della testimonianza richiede una direzione che lo ordini, che stabilisca l’essenziale e l’accidentale. Ellis sostiene che la TV svolge una funzione fondamentale nel processo sociale di rielaborazione, la TV presenta molteplici storie e quadri di spiegazione che permettono di comprendere la realtà, offre ai suoi spettatori la possibilità di rielaborare le principali preoccupazioni della vita sociale, pubblica e privata, forma ipotesi. (la televisione conserva la natura testimoniale ma non è esente dal farsi un quasi sostitutivo della realtà).
La TV e la cultura
Il termine cultura è talmente ricco di significati che rischia di generare ambiguità. Esiste in primo luogo un significato esteso e generale, che fa riferimento a tutti gli aspetti del genere umano che sono trasmessi socialmente. Il concetto di cultura (osserva Williams) nel corso della sua storia è stato inteso secondo specifiche restrizioni. L’antropologia ha usato il termine cultura vissuta come l’insieme delle abitudini e dei rituali. Un secondo modo di restringere il significato del termine si riferisce a specifiche pratiche, cioè a quelle artistiche, letterarie e intellettuali in generale.
È questo secondo senso che ha introdotto un senso di gerarchia, teso ad includere gli oggetti della sfera culturale fra l’alto e il basso. Il post-moderno ha messo in crisi questa gerarchia, paiono non esserci più divisioni nette, indistinzioni. La televisione ha a che fare con entrambi i significati di cultura. Da una parte è il prodotto di una specifica attività dell’uomo, divulgazione dell’alto con il basso, dall’altra parte, la televisione, entra fortemente nel processo di definizione e comprensione della realtà contemporanea, un ambiente culturale comune del pubblico e privato, dal locale al nazionale e del globale (è tecnologia e forma culturale).
La testualità televisiva
Parlare dei programmi televisivi come di testi può apparire bizzarro. Nell'uso comune, siamo abituati a utilizzare questo termine in riferimento a opere stampate o documenti scritti. Si deve alla tradizione semiotica (alla semiotica del cinema) fra la seconda metà degli anni '60 e inizio anni '70 il ricorso alla metafora testi, per indicare una struttura composta di segni che rinviano a codici, ogni forma di comunicazione che rende possibile la comprensione fra gli esseri umani (un film, una fotografia, una canzone e ovviamente la televisione). Una parte degli studi d'impostazione semiotica sulla televisione è stata accusata di restringere la sua attenzione alla sola dimensione testuale, escludendo ogni spiegazione circa i modi di lettura da parte del pubblico, le circostanze storiche, sociali, culturali ecc.
I segni della TV
Come il cinema, la televisione è un medium temporale (durata parte essenziale della testualità). Come il cinema, la testualità televisiva è costituita da un intreccio di segni di natura visiva, acustica, grafica e ricorre alle convenzioni della narrazione. La natura visiva del testo televisivo è sottolineata dalla parola tele-VISIONE, cioè vedere a distanza. Ma a differenza dell'immagine fotografica, che richiede un complesso procedimento di sviluppo, quella della TV è istantanea, da ciò la diretta ha assunto il ruolo principale e specifico del mezzo.
Ma differenza tra cinema e televisione riguarda anche le caratteristiche dell'immagine catodica, che non è proiettata sul grande schermo ma su uno schermo ridotto. La dimensione dell'immagine ha ovviamente conseguenze sull'estetica, ad esempio, maggiormente propensa ai piani ravvicinati. Come quella cinematografica, quella televisiva è un'immagine in movimento, che si avvale di codici narrativi e visivi del montaggio, che però sono diversi da quelli cinematografici, che possono essere costruiti in diretta dal lavoro della regia televisiva e delle molteplici telecamere posizionate su un set.
Le molteplici modalità d'uso della parola nella testualità televisiva le rendono assai importante: attraverso la parola la TV costruisce legami con programmi e canali, la parola genera la sfera socio-comunicativa entro la quale l'immagine televisiva opera. La testualità televisiva è legata in maniera molto stretta alla forma culturale che il mezzo è andato ad assumere, cioè domestico. Il film è un evento pubblico, mentre la TV è un mezzo principalmente domestico.
Il testo nel flusso
La descrizione che di Williams fa del flusso televisivo: abbiamo una programmazione organizzata per testi o programmi discreti, negli anni '70, viene messa una programmazione già molto diversa, di flusso, come quella statunitense, retta da un sistema commerciale e da un m...
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