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Nella prospettiva eliocentrica gran parte dei tradizionali problemi astronomici

trovava soluzione. La rotazione diurna della Terra spiegava il sorgere e il

tramontare del Sole, dei pianeti e delle stelle fisse. La rivoluzione annua della Terra

intorno al Sole spiegava il carattere apparentemente erratico dei movimenti dei

pianeti, con le loro stazioni e retrogradazioni. Ma nonostante questi progressi,

Copernico era costretto ad ammettere che non esisteva nessuna prova astronomica

decisiva a proprio favore e che dal punto di vista ottico non era possibile stabilire se

a muoversi era l'osservato o l'osservatore: in pratica i movimenti planetari si

spiegavano ugualmente ammettendo sia il movimento che la quiete della Terra

(principio di relatività astronomica).

Fino a Galileo e alle novità rivelate dal telescopio gli astronomi restarono in gran

parte tolemaici, o al più aderirono al sistema “misto” di Brahe. La teoria

eliocentrica presentava troppi difetti. Oltre a contraddire il senso comune e il testo

biblico, c'erano diverse anomalie che non era possibile superare. Due in particolare:

1) se Venere ruotava intorno al Sole, doveva avere le fasi come la Luna; ma questo

non risultava all'osservazione ad occhio nudo (fu Galileo con il telescopio a

scoprirle); se la Terra ruotava intorno al Sole, il mutamento di prospettiva

dell'osservatore terrestre nel corso dell'anno avrebbe dovuto rivelare un angolo di

parallasse nelle stelle fisse; cosa che anche in questo caso non risultava

all'osservazione. Copernico rispose all'obiezione allontanando la sfera delle stelle

fisse (dilantando cioè le dimensioni dell'universo), ma non convinse gli astronomi.

Per giunta, nonostante le sue pretese di semplicità, anche lui fu costretto a fare

ampio ricorso (per “salvare i fenomeni”) a sfere, eccentrici, deferenti ed epicicli.

Sul piano fisico, Copernico restava un aristotelico, anche se lo spostamento della

Terra nella regione celeste significava, di fatto, la fine dell'universo a due sfere del

“De coelo”. In particolare egli ammetteva che i corpi pesanti cadevano verso il

basso, anche se questo valeva per ogni pianeta e non per il mondo nel suo insieme:

in teoria essi avrebbero dovuto infatti gravitare tutti verso il Sole; in realtà cadevano

verso il proprio centro di gravità. Nonostante la sua fedeltà alla tradizione, tuttavia,

Copernico rompeva decisamente col passato quando spiegava la causa dei

movimenti celesti. Dato che la sfera delle stelle fisse, essendo un riflesso apparente

della rotazione terrestre, si era fermata, Copernico non disponeva più di nessun

“motore” fisico per mettere in moto le sfere planetarie. Ricorreva allora ad una

spiegazione puramente geometrica: le sfere ruotavano perché erano rotonde; il

movimento circolare uniforme era una proprietà intrinseca di ogni corpo sferico. La

forma geometrica produceva effetti fisici: nessuno fino ad allora, nemmeno i

pitagorici, aveva sostenuto una cosa del genere. La strada alla matematizzazione

dell'universo era aperta.

5) Il metodo sperimentale

Nell'investigazione della natura gli antichi non avevano certo trascurato

l'osservazione e l'esperienza: Aristotele era stato anche sotto questo aspetto un

maestro. Poi, soprattutto nel corso del Medioevo, aveva finito per prevalere l'idea

che la conoscenza trovasse la sua naturale forma di espressione nel commento dei

testi antichi (principio di autorità). Solo lentamente ed a prezzo di notevoli

battaglie, tra il Cinquecento ed il Seicento i moderni riuscirono ad imporre una

nuova filosofia della storia (progresso) ed un nuovo modo di considerare la

conoscenza scientifica: il metodo sperimentale.

Il metodo sperimentale prevedeva in prima istanza il ricorso sistematico ed

intensivo all'osservazione e all'esperienza. Non solo quella 'ingenua' affidata ai

sensi, ma anche e soprattutto quella basata sull'uso degli strumenti: il telescopio,

ovviamente, e subito dopo il microscopio, la pompa pneumatica, il termometro, il

barometro, l'orologio di precisione. Questo consentì agli scienziati del Seicento di

scoprire una enorme quantità di realtà e fenomeni mai visti prima, spesso

assolutamente sorprendenti ed inaspettati: le “novità” celesti di Galileo, le cellule

viventi di Hooke, le uova dei mammiferi di De Graaf, i globuli rossi di

Swammerdam, i protozoi e gli spermatozoi di Leeuwenhoek.

Ma il metodo sperimentale non era però solo questo. La grande novità era

costituita dall'introduzione dell'esperimento e dal nuovo rapporto che veniva

impostato tra ipotesi ed esperimento. Per cogliere la verità dei fenomeni non

bastava osservare, sia pure con l'ausilio degli strumenti. L'esperienza era solo la

prima fase di un percorso, che prevedeva in successione la formulazione di

un'ipotesi e il suo controllo sperimentale. Solo se l'esperimento (o meglio una serie

di esperimenti) riusciva si poteva considerare l'ipotesi come una teoria: una teoria

ovviamente provvisoria, sempre suscettibile di venire smentita da altre e più

approfondite verifiche.

Grazie all'esperimento lo scienziato riproduceva, nel proprio laboratorio e con

strumenti appositamente costruiti, i fenomeni naturali. La natura veniva in questo

modo messa al “cimento” dell'esperienza scientifica e costretta a rispondere a

precise domande. Spesso l'esperimento istituiva condizioni ideali che non

esistevano in natura: il vuoto ad esempio. Ma proprio per questo costituiva un

metodo di investigazione dalle potenzialità infinite. Per essere significativo

l'esperimento richiedeva di essere ripetibile, costante nei risultati, pubblico,

confermato da altri scienziati. Un metodo che non solo differiva dall'esperienza

aristotelica, ma anche dalle manipolazioni sperimentali di maghi ed alchimisti del

Rinascimento, con i quali spesso gli scienziati moderni si erano sentiti in sintonia.

Per esemplificare un modello di metodo sperimentale possiamo prendere un

protocollo di laboratorio stilato dall'anatomista Gaspare Aselli, nel quale egli

raccontava quello che aveva fatto il 23 luglio 1622. Come aveva fatto Aselli ad

arrivare alla scoperta dei vasi chiliferi? Aveva iniziato con l'osservazione: “Mi ero

procurato un cane… dovevo sezionarlo vivo … apro l'addome … scorgo sparsi nel

mesentere e sugli intestini ad un dipresso come infinite propaggini moltissimi

cordoncini sottili e bianchissimi”. Lì per lì Aselli aveva pensato che fossero nervi,

ma si era subito ricreduto; aveva allora formulato un'ipotesi (che fossero “vene

lattee”) ed aveva impostato un esperimento: “Ritornato in me stesso da queste

riflessioni, onde capacitarmi con un esperimento, con un coltello molto appuntito

buco uno dei cordoncini…”. Esce un liquido bianco, come latte. Segue uno slancio

di entusiasmo: “Non potendo contenere la mia gioia, mi volsi ai presenti .. ed

esclamai: eureka” (De lactibus sive lacteis venis, 1627).

Questo aspetto del metodo sperimentale trovò nel corso della Rivoluzione

scientifica ampia applicazione nella filosofia naturale, nella medicina, nelle scienze

della vita (biologia, anatomia, zoologia, botanica), nella fisica empirica (ottica,

elettricità, magnetismo). Le cosiddette “scienze baconiane”. William Harvey

dimostrò la circolazione sanguigna (1628); Evangelista Torricelli scoprì la

pressione atmosferica (1644); Francesco Redi verificò che ogni forma di vita può

nascere solo da altri organismi viventi (1668); Newton rivelò la natura composita

della luce (1672).

Accanto all'osservazione e agli esperimenti, il metodo sperimentale prevedeva

però anche un'altra, fondamentale prospettiva di investigazione della natura: la

dimostrazione matematica, la deduzione razionale di leggi e di processi di causa-

effetto che prescindevano da ogni riscontro empirico. Galileo chiamava queste

procedure “certe dimostrazioni”, e significativamente le metteva accanto, ma

distinte, alle “sensate esperienze”. Questo tipo di procedura venne applicato

soprattutto alle scienze matematizzate: astronomia e cosmologia, fisica teorica,

meccanica e dinamica.

Facendo ricorso alla deduzione matematica lo scienziato poteva prescindere in un

certo senso dalla verifica sperimentale. Bastavano i cosiddetti “esperimenti

mentali”. La legge universale (caduta dei gravi di Galileo, inerzia di Cartesio,

gravitazione universale di Newton) poteva anche non trovare applicazione esatta

nella realtà dei fenomeni osservati, ma non per questo veniva meno la sua cogenza

e legalità. La legge si applicava infatti ad una realtà ideale (vuoto assoluto,

mancanza di attrito, assenza di perturbazioni gravitazionali multiple) che non era

quella materiale effettivamente esistente.

Per i fautori di questa accezione del metodo sperimentale i sensi non solo erano

inadeguati (per questo servivano gli strumenti), ma nemmeno sempre veritieri: anzi

spesso potevano risultare fallaci. Galileo, che pure aveva esaltato la portata

rivoluzionaria delle “sensate esperienze”, invitava lo scienziato a stare attento a non

“restar ingannato dalla semplice apparenza o vogliamo dire rappresentazione del

senso”. Altrimenti avrebbe fatto la figura dell'ignorante che, camminando di notte

per le vie, crede che la Luna lo segua con il suo stesso passo, quasi fosse una gatta

che cammina sui tetti: “apparenza che, quando il discorso non s'interponesse, pur

troppo manifestamente ingannerebbe la vista”. Il modello di scienziato che Galileo

proponeva era non a caso Copernico ed i matematici, che come lui avevano avuto il

coraggio di fare “forza tale ai propri sensi” da “antepor quello che il discorso gli

dettava a quello che le sensate esperienze gli mostravano apertissimamente in

contrario” (Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, Giornata seconda).

6) Cartesio e il meccanicismo

La tradizione della filosofia naturale antica e medievale si caratterizzava per

un'impostazione dichiaramente finalistica e vitalistica. I processi organici erano

considerati nettamente distinti da quelli inorganici, regolati com'erano da anime

corporee e forze vitali irriducibili alle dinamiche della materia e del movimento.

L'unica eccezione era rappresentata dal filone (largamente minoritario)

dell'atomismo di Democrito, Epicuro e Lucrezio, in cui tuttavia l'impianto

meccanicistico si sposava ad una scelta materialistica ed atea inaccettabile nel

contesto cristiano.

Nel Cinquecento e soprattutto nel Seicento si assiste ad un'imponente ripresa di

tematiche atomiste e meccaniciste, in parallelo al declino della fisica qualitativa

aristotelica. Si tratta di un atomismo e di un meccanicismo cristianizzato e

“devoto”, che pone a fondamento di tutto la creazione divina. Solo che Dio non ha

creato direttamente tutte le cose, ma solo la materia e il movimento. È stata poi la

natura, dotata da Dio di leggi immutabili, a produrre il mondo così come lo

vediamo organizzato. L'atomismo seicentesco respinge, dunque, le interpretazioni

in chiave atea dell'atomismo antico e propone una nuova filosofia della natura

alternativa sia all'aristotelismo sia alla magia e all'ermetismo rinascimentali. Di

entrambe queste tradizioni si evidenziano, per contrasto, gli elementi di

contraddizione rispetto al cristianesimo: eternità del mondo e mortalità dell'anima,

nel caso dell'artistotelismo, occultismo e anti-scientismo, nel caso della magia.

Uno dei fondatori della filosofia meccanicista moderna fu Cartesio, che nel

“Discours de la méthode” (1637) e nei “Principia philosophiae” (1644) pose i

fondamenti della nuova visione del mondo. Cartesio non accettò tuttavia l'atomismo

e difese una teoria della materia di tipo corpuscolarista, che prevedeva il pieno e

negava il vuoto.

Secondo la filosofia meccanicista tutti i fenomeni della realtà, compresi quelli che

riguardano gli esseri viventi e il corpo dell'uomo, erano spiegabili in termini di

materia e movimento. La materia era identificata con la pura estensione, escludendo

qualsiasi principio attivo. Alla base del movimento stava invece il principio

d'inerzia: lo stato naturale dei corpi non era più la quiete, come pensava Aristotele,

ma il movimento rettilineo uniforme; solo se interveniva una causa esterna, un

corpo poteva modificare il proprio movimento o rimanere in quiete. Cartesio

attribuiva questa acquisizione, che si sarebbe rivelata fondamentale per la scienza

moderna, alla liberazione da un pregiudizio antropomorfico: “E poiché … pensiamo

che è necessaria maggiore azione per il movimento che per il riposo, osserveremo

qui che siamo caduti in questo errore fin dall'inizio della nostra vita… E come

questa pesantezza, e molte altre cause che non siamo abituati a percepire, resistono

al movimento delle nostre membra e fanno sì che ci stanchiamo, ci è sembrato che

ci volesse una forza più grande e più azione per produrre un movimento che per

fermarlo” (Principia philosophiae, II, 26).

Nella visione cosmologica cartesiana tutto quello che esiste si è andato formando

a partire da una materia omogenea primordiale, nella quale Dio ha impresso una

quantità di movimento destinata a conservarsi inalterata nel tempo. Subito dopo la

creazione materia e movimento hanno prodotto una serie di vortici, che col tempo

hanno formato le stelle, i pianeti, la terra e tutto quello che su di essa esiste,

compresa la vita. Intorno al Sole, posto in posizione centrale secondo il modello di

Copernico, girano i pianeti trasportati dai rispettivi vortici di materia elementare.

L'universo appare come una gigantesca macchina, regolata in ogni dettaglio dalle

leggi della meccanica. Quello stesso universo, che gli antichi avevano spesso

definito come un grande animale dotato di un'anima, si era ora trasformato in un

grande orologio, creato e governato, tramite la natura e le sue leggi, dal grande

Orologiaio divino.

Alla base della propria filosofia Cartesio aveva posto il principio della distinzione

e della reciproca autonomia tra materia e spirito: i corpi non potevano agire sulle

anime, ma nemmeno le anime sui corpi. L'unica forma di interazione possibile tra i

corpi era l'urto, la trasmissione di movimento per contatto. Questo escludeva in

partenza ogni forma di animismo, di vitalismo, consentendo alla scienza di

espellere dalla natura le forme aristoteliche, le idee platoniche, i principi attivi, le

simpatie ed antipatie del naturalismo rinascimentale e tutto l'armamentario delle

forze occulte e misteriose a cui ricorrevano maghi ed alchimisti.

Al pari del mondo, anche la formazione della vita e dell'uomo veniva spiegata da

Cartesio in senso meccanicistico. Tutti gli esseri viventi non erano altro che

macchine, formate e prodotte dalla materia e dal movimento. Ecco quello che

scriveva nel “Traité de l'homme”: “Voglio che consideriate che tutte queste funzioni

di questa macchina sono la necessaria conseguenza della disposizione dei suoi solo

organi, così come i movimenti di un orologio o di un altro automa conseguono dalla

disposizione dei suoi contrappesi ed ingranaggi; cosicché per spiegarne le funzioni

non è necessario immaginare un'anima vegetativa o sensibile nella macchina”.

Si trattava di una delle forme più radicali di riduzionismo proposte dalla filosofia:

ogni fenomeno vitale, compresa la sensibilità, veniva ricondotto a processi fisico-

meccanici. Solo l'anima spirituale dell'uomo sfuggiva all'onnipotenza del

meccanicismo, secondo una prospettiva ontologica dualistica che, di fatto, scindeva

l'unità psico-corporea in due sostanze separate e praticamente incomunicabili.

La descrizione della formazione del mondo e dell'uomo che si trovava nei testi

cartesiani discordava apertamente dal racconto della Genesi. Per evitare conflitti

con la Chiesa, com'era avvenuto appena pochi anni prima con Galileo, Cartesio

aveva allora scelto una precisa strategia epistemologica. Riprendendo

l'impostazione fenomenistica dei matematici antichi (Eudosso, Tolomeo) – la stessa

epistemologia che il cardinale Bellarmino ed il Papa Urbano VIII avevano

consigliato a Galileo ed agli astronomi copernicani – Cartesio affermava che

l'onnipotenza divina avrebbe potuto creare il mondo in una infinità di modi, tutti

incomprensibili per la limitata ragione umana. Stando così le cose, non restava che

“immaginare” un mondo possibile, ricostruendo la genesi dell'universo in un modo

che fosse plausibile: pur sapendo che la verità era quella descritta nella Bibbia. Una

soluzione che non convinse molti teologi e dette vita ad interpretazioni opposte e

contraddittorie della filosofia cartesiana, compresa una di carattere materialistico ed

ateo. Un destino inevitabile, forse, per un filosofo che aveva scelto come propria

divisa il motto “larvatus prodeo” (cammino mascherato).

7) Le scienze della vita

Nell'ambito delle discipline mediche, biologiche, zoologiche, anatomiche e

fisiologiche non si verificò nel Seicento, come avvenne in quelle fisico-

matematiche, una rivoluzione dirompente e radicale. Nonostante l'impatto

dirompente del meccanicismo cartesiano, le idee e gli schemi esplicativi tradizionali

(anche quelli di origine aristotelica) continuarono a mantenere una notevole validità

e fortuna. E spesso anche le scoperte più eccezionali ed avveniristiche (le cellule,

gli spermatozoi) non risultarono comprensibili ed in pratica non produssero alcuna

conseguenza immediata.

Nonostante questa tendenza di fondo, anche nelle scienze della vita del Seicento

ci furono settori caratterizzati da significativi mutamenti di paradigmi teorici, che

provocarono accessi dibattiti e controversie tra tradizionalisti ed innovatori. Ci

riferiamo in particolare alla dimostrazione della circolazione del sangue e alla

confutazione della generazione spontanea.

La fisiologia del corpo umano risultava impostata, ancora all'inizio del Seicento,

sul sistema di Galeno. Secondo Galeno il sangue non circolava, ma era

continuamente prodotto dal fegato e consumato nella varie parti del corpo. Il

modello era centrifugo, non centripeto. Sistema venoso e arterioso erano inoltre

considerati due sistemi di vasi separati: nelle vene fluiva sangue nutritizio, nelle

arterie sangue schiumoso e caldo, di carattere vitale. La distribuzione dei due tipi di

sangue era parallela e senza ritorno.

Nel 1628 William Harvey dimostrò per la prima volta, riprendendo spunti presenti

negli anatomisti del Cinquecento, la circolazione sanguigna. La sua “Exercitatio

anatomica de motu cordis et sanguinis in animalibus” costituiva l'applicazione più

innovativa del metodo sperimentale all'anatomia e alla fisiologia. Viste le

conseguenze sulla terapeutica, si trattava dell'atto di nascita della medicina

sperimentale moderna. Combinando argomentazioni razionali e prove sperimentali

(vivisezioni e legature dei vasi), Harvey stabilì che il cuore era un muscolo – in

pratica una pompa – che operava spingendo il sangue nelle arterie. Lo stesso sangue

ritornava dalla periferia al cuore attraverso il sistema venoso. L'abbandono dell'idea

della separatezza tra sangue venoso e sangue arterioso e del modello del consumo a

favore del modello della circolazione dello stesso sangue venivano imposte, in

primo luogo, da un'argomento quantitativo: calcolando la quantità di sangue espulsa

in mezz'ora dal ventricolo sinistro, ne risultava una quantità superiore alla quantità

totale dell'intero corpo. A livello cardiaco il transito dal sistema venoso a quello

arterioso avveniva attraverso la circolazione polmonare: in questo modo venivano

abbandonati per sempre i mitici “pori intraventricolari” postulati da Galeno, che

avevano sempre messo in difficoltà anatomisti come Vesalio. A livello periferico il

transito dal sistema arterioso a quello venoso avveniva attraverso microscopiche

connessioni dei vasi, che Harvey non era riuscito a vedere, ma che in seguito

vennero scoperte col microscopio da Malpighi.

Nonostante le analogie meccaniciste che sarebbero state svilupate da Cartesio,

Harvey era un vitalista, e cosa ancor più sorprendente un aristotelico. Era stato

proprio ispirandosi ad Aristotele che aveva affermato la supremazia del cuore sul

fegato; e la stessa idea di circolo veniva ripresa dai trattati di meteorologia di

Aristotele. Harvey paragonava il cuore al Sole; era lui il “nume tutelare,

fondamento della vita, sorgente d'ogni forza vitale, ... principio della vita e Sole del

microcosmo, come analogamente il Sole può ben essere designato il cuore del

mondo”. Il sangue appariva invece una sostanza spirituale, “colei che corrisponde

all'essenza delle stelle, l'inquilina dello spirito, in altre parole qualcosa di analogo al

cielo, lo strumento del cielo, il vicario del cielo”.

La generazione spontanea degli insetti e di piccoli vertebrati, come rane e topi,

era stata accettata come un fatto indiscusso fino al Seicento: costituiva una sorta di

communis opinio condivisa da tutti, sia a livello di visione popolare del mondo sia a

livello di cultura dotta. A favore della cosiddetta generatio aequivoca si era

realizzata quella formidabile alleanza tra filosofia aristotelica e tradizione cristiana

che si era opposta a Galileo e alla concezione copernicana del mondo. Al pari della

“Exercitatio” di Harvey, le “Esperienze intorno alla generazione degl'insetti” (1668)

di Redi possono essere considerate una sorta di “Sidereus Nuncius” delle scienze

biologiche: una pietra miliare nella storia della scienza e della biologia moderna.

I termini del problema erano apparsi evidenti già nell'antichità: da dove

provenivano vermi ed insetti che comparivano all'improvviso in tutte le più diverse

sostanze putrefatte, e dei quali non si vedeva traccia di possibili progenitori? La

prima risposta, e anche la più ovvia, era stata che essi venivano prodotti

direttamente dalla materia per generazione spontanea. Redi fece a pezzi questo

dispositivo logico-empirico, che era apparso fino ad allora assolutamente scontato

ed intuitivo, al pari della centralità e dell'immobilità della Terra.

Lo scienziato aretino ebbe il coraggio, davvero rivoluzionario, di mettere in

discussione non tanto le teorie esplicative ma il fenomeno stesso della generazione

spontanea e di imporre il principio dell'universalità della generazione parentale.

Anche se poi finì per ammettere una vistosa eccezione a questa legge di natura nel

caso dei parassiti degli animali e degli insetti delle galle delle piante, per i quali

ammise una qualche forma di generazione extra-parentale.

Ma soprattutto Redi pervenne a questa conclusione basandosi su un'innovazione

metodologica destinata a fare epoca nella storia della cultura occidentale, perché il

compito di dirimere le controversie teoriche venne sottratto alle dispute filosofiche

e demandato al procedimento delle esperienze “iterate e reiterate”. Non alla

semplice osservazione e all'esperienza (anche gli aristotelici, infatti, osservavano e

facevano esperienze), ma ad esperimenti impostati, pensati e realizzati in modi

completamente nuovi. Era la prima, vera, sistematica applicazione del metodo

sperimentale alla biologia.

Per realizzare questa impresa, Redi ricorse semplicemente a carta, spago e garze.

Con questi accorgimenti chiuse i recipienti in cui faceva gli esperimenti,

proteggendo le sostanze in via di decomposizione dall'inquinamento portato da

insetti che vi deponevano le loro uova. L'errore di Aristotele e di tutti gli altri che

gli avevano creduto erano stato, dunque, un errore di visibilità: non avevano visto

volare gli insetti sopra le sostanze in via di putrefazione, o meglio non avevano

collegato la loro presenza con la successiva generazione delle larve.

Redi aveva messo a punto un dispositivo di isolamento che escludeva qualsiasi

rischio di contaminazione esterna dei reperti esaminati: aveva sigillato

perfettamente i recipienti. Aveva inoltre introdotto nella ricerca scientifica la

procedura seriale e il confronto tra esperimenti di ricerca ed esperimenti di

controllo. Si trattava di una prassi assolutamente inedita che, utilizzando nei diversi

esperimenti gli stessi componenti e variando un unico parametro (il contatto con

l'aria esterna), consentiva di valutare in modo assolutamente conclusivo la sua

incidenza nella genesi del fenomeno. Redi preparò una serie di otto recipienti

riempiti di vari tipi di carne, di cui quattro li lasciò all'aria aperta e gli altri quattro li

sigillò accuratamente. Il risultato si dimostrò subito inequivocabile: solo i primi

campioni, nei quali le mosche avevano potuto posarsi sulla carne e deporvi le uova,

avevano dato origine a larve che poi si erano sviluppate in mosche identiche alle

prime. La carne dei recipienti sigillati, invece, era diventata anch'essa putrida e si

era decomposta, ma senza dar luogo a nessuna forma di vita. Ecco il resoconto

rediano: “A mezzo il mese di luglio in quattro fiaschi di bocca larga misi una serpe,

alcuni pesci di fiume, quattro anguillette d'Arno ed un taglio di vitella di latte; e

poscia, serrate benissimo le bocche con carta e spago e benissimo sigillate, in

altrettanti fiaschi posi altrettante delle suddette cose, e lasciai le bocche aperte: né

molto passò di tempo, che i pesci e le carni di questi secondo vasi diventarono

verminose, ed in essi vasi vedevansi entrare ed uscir le mosche a lor voglia. Ma ne'

fiaschi serrati non ho mai veduto nascere un baco”.

L'esperimento dei recipienti aperti e sigillati, pur nella sua straordinaria

perfezione, non poteva essere considerato conclusivo. Se infatti esso stabiliva con

certezza che la causa della produzione delle larve proveniva dall'esterno, attraverso

l'aria, non chiariva se la causa effettiva della nascita delle larve erano davvero le

mosche o qualcos'altro che, insieme alle mosche, penetrava con l'aria dentro i

recipienti aperti. Qualcuno poteva obiettare che la chiusura ermetica dei recipienti,

impedendo l'afflusso d'aria, potesse aver alterato le normali condizioni che

garantivano il ciclo vitale delle larve e compromesso così l'esito della ricerca. Allo

scopo di ristabilire le stesse condizioni ambientali sia nell'esperimento di ricerca

che nell'esperimento di controllo, Redi immaginò allora una variante di assoluta

genialità. Rifece l'esperimento utilizzando due altre serie identiche di recipienti, ma

nei campioni di controllo fece in modo, con un accorgimento tecnico

semplicissimo, che l'accesso ai recipienti fosse consentito solo ad aria pura, che non

poteva contenere nessun elemento contaminante proveniente da insetti volanti:

chiuse i recipienti con un filtro di sottilissimo velo. In questo modo l'aria poteva

arrivare a contatto della carne, ma non le mosche che continuavano ad aggirarsi

affannosamente sul coperchio. E questo era davvero l'esperimento cruciale che,

stabilendo in modo assolutamente certo che “non invermina animale alcuno che

morto sia”, segnava una pietra miliare nella storia della biologia.

Ecco come Redi descriveva il secondo esperimento: “Per tor via ogni dubbio ed

ogni opposizione che potesse esser fatta per cagione delle prove tentate ne' vasi

serrati, ne' quali l'ambiente aria non può entrare e uscire né liberamente in quegli

rinnovarsi, volli ancor tentar nuove esperienze col metter le carni ed i pesci in un

vaso molto grande e, acciocché l'aria potesse penetrarvi, serrato con sottilissimo

velo di Napoli, e rinchiuso in una cassetta a guisa di moscaiuola, fasciata pure con

lo stesso velo”.

Si trattava di un vero e proprio experimentum crucis. L'aria rientrava nei

recipienti, ma non gli insetti. La causa della nascita delle larve non stava in una

misteriosa forza della materia, ma nelle uova deposte da genitori della stessa specie.

La millenaria credenza nella generazione spontanea degli insetti era stata sconfitta

per sempre, almeno a livello di organismi superiori. Omne vivum ex ovo aveva

scritto nel 1651 Harvey. Da allora in poi questa affermazione sarebbe stata assunta

da generazioni di filosofi e scienziati come una delle parole d'ordine della

modernità.

8) Tycho Brahe (1546-1601)

Tycho Brahe è certamente il più grande astronomo ad occhio nudo del

mondo antico e moderno, prima della scoperta del cannocchiale. A

differenza dei suoi contemporanei osservava i pianeti in modo continuo e

non solo quando essi si presentavano in una congiunzione favorevole.

Antiaristotelico e anticopernicano

1572: Tycho Brahe osserva una nuova brillantissima stella nella

costellazione di Cassiopea. E' un evento decisivo per la sua vita. Federico

II, re di Danimarca, in segno di riconoscenza, lo nomina signore dell'Isola di

Hven. L'isola diventa il primo osservatorio astronomico moderno

(Uraniborg), la prima “Fortezza dei Cieli”, dove Tycho, aiutato da artigiani,

tipografi, 'meccanici' e giovani assistenti, costruisce mirabili strumenti di

osservazione (sfere armillari, quadranti, sestanti), compila il primo grande

catalogo stellare dell'emisfero boreale e stampa le sue principali opere

astronomiche. Ma che cos'era quella stella, mai vista prima e luminosissima

quanto Venere nel periodo di massimo splendore? Come è possibile che sia

nata una nuova stella, se i cieli – come sostiene Aristotele – sono

immutabili?

1577: Tycho Brahe osserva il passaggio di una cometa anch'essa

luminosissima. La misura dell'angolo parallattico (assai inferiore a quello

lunare) dimostra che non può trattarsi di un fenomeno meteorologico, ma di

un fenomeno celeste. Non è possibile che si tratti di un 'incendio

atmosferico', come invece aveva teorizzato Aristotele. “Tutte le comete da

me osservate – scriverà alcuni anni più tardi – si muovono nelle regioni

eteree del mondo e mai nel mondo sublunare, come Aristotele e i suoi

seguaci hanno voluto farci credere per tanti secoli”. Non solo, le comete

'bucano' i cieli (trapassano da cielo a cielo). Le comete non seguono

dunque la legge di nessuna sfera. E se questo è vero, i cieli non possono

essere cristallini, composti cioè di sostanze dure e impenetrabili, come fino

a quel momento si era creduto. I cieli sono fluidi, e dunque non sostengono

né possono trasportare i pianeti. I pianeti non sono più “nodi” incastonati in

cieli solidi e duri come tavole di legno. Tycho libera così i cieli

dall'ingombrante presenza di sfere solide: i cieli non sono più incorruttibili e

immutabili. Un'affermazione rivoluzionaria, paragonabile a quella di

Copernico sulla mobilità della Terra.

1588: un nuovo sistema del mondo

Pubblica il De mundi aetherei recentioribus phaenomenis (Sui più recenti

fenomeni del mondo celeste). In questa opera sono esposte le linee

essenziali del suo sistema del mondo. Con ragioni fisiche e teologiche,

Tycho rifiuta come assurda l'ipotesi di Copernico, e cioè che la Terra sia un

pianeta dotato di movimento. Se la Terra fosse in moto, afferma, una pietra

lasciata cadere da una torre non cadrebbe, come invece avviene, ai piedi

della torre. Perchè poi ammettere, come sostiene Copernico, uno spazio

così immenso e vuoto tra Saturno e le stelle fisse?

Il sistema cosmologico copernicano è dunque assurdo in fisica e contrario

alle Sacre Scritture. Il nuovo sistema di Tycho mantiene infatti la Terra

immobile, centro dell'universo e centro delle orbite della Luna e del Sole.

Quest'ultimo, però, a sua volta, sarà centro del moto orbitale degli altri

cinque pianeti (Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno). Il nuovo sistema è

un sistema geo-eliocentrico, che dal punto di vista calcolatorio è in tutto

equivalente a quello copernicano, ma che, a differenza di quest'ultimo,

mantiene l'immobilità della Terra, e dunque non crea nessun conflitto sul

piano esegetico-scritturale.

Il sistema tychonico incontrerà particolare fortuna nel mondo cattolico (e

in primo luogo all'interno della Compagnia di Gesù), soprattutto dopo la

scoperta delle fasi di Venere (1611), 'prova certissima' della falsità del

sistema tolemaico.

9) Johannes Kepler (1571-1630)

Il mistero del cosmo

“Che cos'è il mondo? Che cos'è che ha portato Dio a crearlo e secondo

quale piano? Da dove Dio ha tratto i numeri? Quale regola governa una

massa così enorme? Perché Dio ha creato sei orbite? Perché ci sono questi

intervalli tra ciascuna orbita? Perché Giove e Marte, che non si trovano

nelle prime orbite, sono separati da uno spazio così vasto?”


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia della scienza e delle tecniche, stituzioni di storia della scienza, Beretta . In cui nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: la filosofia della natura degli atomisti e di Platone, la filosofia della natura di Aristotele, l'astronomia di Tolomeo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'investigazione
SSD:
Università: L'Aquila - Univaq
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della scienza e delle tecniche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università L'Aquila - Univaq o del prof Petruccioli Sandro.

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