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5. La religione

I commenti sui rapporti tra scienza e religione nel corso dei secoli sono sempre stati contrastanti

Da una parte i primi progressi della scienza erano messi in relazione con la tradizione scolastica delle università

medievali; dall’altra si evidenziava la componente razionale dei progressi scientifici, quindi nettamente opposti alla

religione e alla dimensione sacra (secolarizzazione della scienza). Quindi i progressi della scienza sarebbero ricollegati

al razionalismo scientifico opposto al dogmatismo.

Una terza interpretazione collegava i progressi scientifici con la diffusione del protestantesimo legato al sistema

capitalistico.

Uno dei primi libri sul confronto scienza – religione, “History of the conflict between science and religion” fu messo

all’indice dal papa Leone XIII nel 1896 – questo indica la problematicità del tema.

La contrapposizione delle varie opinioni persiste fino ai giorni nostri.

John Heilbron in un recente libro sostiene che la Chiesa nel XVII secolo non solo non ostacolò la scienza, ma la

promosse – da qui la presenza in molte chiese italiane di laboratori astronomici – e afferma che i gesuiti ebbero molta

importanza nel progresso scientifico europeo.

L’interesse dei gesuiti verso la scienza fu reale, ma non tale da affermare una tesi in netto contrasto con le numerose

controversie nate tra scienza e religione nel 600/700.

Uno degli eventi più caratterizzanti del rapporto scienza-religione, in particolare dell’aspetto anti-scientifico della

religione, fu la condanna di Galileo Galilei nel 1633 all’abiura della teoria Copernicana e la proibizione per tutti i

cattolici di leggere le sue opere e quelle di Copernico

Per una corretta valutazione storiografica non è giusto però valutare solo questo accadimento.

Dalla seconda metà dell’800 alcuni storici hanno messo in relazione lo sviluppo della scienza moderna con il

diffondersi della riforma protestante. Un’analisi di Alphonse de Candolle (botanico di Ginevra) su alcune statistiche

dimostra che la maggior parte degli scienziati della prima età moderna apparteneva a paesi o famiglie protestanti.

Karl Menton (sociologo americano) approfondì l’argomento sottolineando che l’etica puritana aveva avuto un ruolo

importante nel diffondere l’interesse verso le scienze sperimentali per la propria filosofia: il lavoro e l’attento

svolgimento dei doveri pratici erano fondamenti dell’osservanza religiosa, fino a diventare per gli scienziati puritani,

una forma di empirismo baconiano. (Molti fondatori della Royal Society erano servitori della chiesa puritana)

Anche questa tesi su poi rivalutata, basando semmai il rapporto scienza / protestantesimo sul legame di quest’ultimo

con l’economia capitalistica che si stava sviluppando.

Inoltre l’interesse per la scienza era attivo anche nei paesi cattolici con le stesse caratteristiche.

Dal XIV sec la scienza iniziò a diventare un corpo autonomo rispetto al sapere teologico; prima gli studi sui fenomeni

naturali erano parte della filosofia scolastica.

Infatti prima di allora vi erano pochissime prese di posizione negative della Chiesa verso la scienza e ancor meno forme

di repressione o censura. Tra le poche:

- Gregorio IX nel 1231 verso le opere naturalistiche di Aristotele

- Bonifacio VIII – fine XIII sec – proibiva dissezione cadaveri, tranne x i condannati a morte

- Nel 1316 l’Inquisizione spagnola proibiva dei trattati medici e nel 17 Giovanni XXII proibiva la stregoneria,

l’arte di fabbricare oro e la magia.

A parte questo, la censura e l’Inquisizione si focalizzarono per lo più verso scritti considerati eretici nel tentativo di

frenare la diffusione del protestantesimo e l’uso spregiudicato che i suoi seguaci facevano della stampa. In quei tempi vi

erano comunque pochi scienziati che vivevano del loro mestiere, per cui è logico che, essendo la loro figura

professionale meno prestigiosa di umanisti, filosofi e letterati, non si riteneva necessario reprimere le loro opere.

O meglio, erano considerati meno pericolosi del conflitto teologico, militare e strategico rappresentato dalla riforma

luterana che minava i dogmi consolidati della Chiesa romana.

La filosofia della natura di Aristotele era un fondamento della disciplina scientifica che dettava legge nel modo di

guardare il mondo naturale ed era anche un fondamento teorico della dottrina cristiana.

Contestare i principi aristotelici significava quindi contestare anche dogmi e credenze nel campo della fede.

Paracelso e alcuni alchimisti aggirarono l’ostacolo portando il campo d’indagine scientifica oltre il limite previsto dalla

filosofia scolastica, per es. studiando fenomeni trascurati dagli antichi – metalli.

In astronomia però questo non era molto possibile: la teoria tolemaica era strettamente in relazione all’interpretazione

delle Sacre Scritture e all’interpretazione della teologia cristiana.

Mettendo in discussione l’ordine dell’universo, si contrastavano le basi della religione cristiana.

Copernico tentò di giustificare infatti la sua opera con il papa e teologi luterani, ma senza successo. Galileo fu il primo

ad entrare in netto contrasto con la Chiesa; all’accusa di eresia rispondeva cercando di dare alla scienza il ruolo di guida

più alta e affidabile nei confronti della natura.

Implicitamente dichiarava che la scienza poteva spiegare la natura meglio delle Sacre Scritture.

Nel 1616 la sua teoria fu considerata formalmente eretica e nel 1633 fu costretto all’abiura.

Da quel momento tutta l’attività scientifica iniziò ad essere sorvegliata dalle autorità ecclesiastiche.

Malgrado ciò, grazie alla fitta rete epistolare intessuta, Galileo riuscì a superare i controlli e ad esportare le sue teorie in

Olanda, con la collaborazione di un calvinista.

Queste collaborazioni tra scienziati di diversa fede religiosa per diffondere temi d’interesse comune rivela il carattere

non confessionale della scienza, che si dimostra invece cosmopolita.

La pratica scientifica coinvolgeva metodi e istanze estranee ai principi della teologia e della religione, per questo non

era possibile che scienza e religione entrassero in conflitto.

La scienza si presentava in una posizione sottomessa rispetto alla verità delle Sacre Scritture. Vero o falso che sia, servì

per ricavare uno spazio autonomo alla scienza.

A parte Galileo, e il suo clamoroso caso, la letteratura scientifica fu raramente oggetto di censure, anche perché i

momenti di contatto tra scienza e religione divennero sempre più rari.

Si ridimensionò anche l’interesse scientifico dei gesuiti che compresero la difficoltà nel conciliare scienza e dottrina

ecclesiastica.

Un nuovo episodio di conflitto che sollevò parecchio clamore fu la controversia con Charles Darwin per la teoria de

L’origine delle specie che spiegava l’evoluzione delle specie animali come un processo di selezione naturale del tutto

casuale e determinato da fattori ambientali.

Ammettere questo implicava riconoscere che tra gli effetti di un superiore disegno divino vi era l’estinzione di milioni

di specie animali e vegetali.

La teoria dell’evoluzione era inconciliabile con la Genesi e Darwin cercò di non prender parte per quanto possibile al

dibattito teologico. Malgrado questo la Chiesa attaccò tale teoria ma nuove conferme sempre più autorevoli della teoria,

provenienti da altri rami delle scienze naturalistiche, rendevano sempre più difficile e infondata tale controversia.

Le teorie sul rapporto tra scienza e religione continuarono a proliferare.

Ernst Haeckel – 1892 – delineava una religione basata sul monismo – concezione che pone a fondamento della realtà un

unico principio - in cui le leggi che regolavano il rapporto tra uomo e anima erano dettate da testi scientifici e non sacri.

La maggior parte degli scienziati di fine 800 si asteneva comunque da tali dibattiti.

Da allora gli interventi della Chiesa alcune svolte scientifiche non hanno influito più di tanto sul progresso, sulla

rapidità e sugli indirizzi di ricerca. Scienza e religione sono, dal punto di vista scientifico, decisamente distinte.

6. I musei della scienza

Il museo è un edificio destinato alla conservazione dei reperti, per evitare di dimenticarli.

Questa definizione sembrerebbe porre questa istituzione in contrasto con la scienza, più proiettata verso il futuro.

In realtà, il museo ha avuto un ruolo molto importante per la scienza, permettendo la classificazione moderna del

mondo naturale e la diffusione in pubblico della ricerca scientifica.

Nell’età classica, la parola museo indicava sia un luogo consacrato al culto delle muse, sia un luogo dove insegnare

lettere e filosofia, sia un edificio dove conservare oggetti preziosi.

Il museo di Alessandria (280 a.C.) fu il prototipo del museo inteso in senso moderno: un edificio monumentale, sede di

un’istituzione laica, anche se rimaneva più un luogo di ricerca che di collezione.

Nel mondo latino il termine inizia a indicare il luogo dove conservare monumenti, sculture antiche e oggetti che

potevano destare meraviglia.

Tra i patrizi romani si diffuse molto il collezionismo, soprattutto di sculture, marmi e pietre preziose (dactylotheca)

Nel XIV sec la riscoperta del mondo classico portò a un rinnovato interesse per collezionismo e museo: gli umanisti si

interessarono alla ricerca di manoscritti e reperti vari per ricostruire il mondo classico depurandolo dalla mediazione del

cristianesimo e dall’influenza della filosofia scolastica cui era stato assoggettato durante il medioevo.

Lo “studiolo” divenne il luogo del collezionismo e della ricerca dell’umanista dove, insieme al museo, si stavano

formando le prime istituzioni laiche del sapere.

Nella prima metà del 500, l’apparizione di nuove specie naturali dovuta alle scoperte geografiche favorì il trasferimento

dell’attività scientifica nel museo, dove si potevano trovare metodi e strumenti che ne facilitassero lo studio e la

classificazione.

Oltre al museo, la stessa attività era possibile nel “giardino botanico” e in quel periodo ne comparvero diversi

importanti.

Il più importante fu quello bolognese, il cui prefetto era Ulisse Aldrovandi (1561) che, grazie alla sua condizione agiata,

riuscì a riunire un museo naturalistico con 18.000 specie diverse e una ricca biblioteca. Aldrovandi voleva ricreare in

forma ridotta la vastità del mondo naturale.

Per aggirare il problema della fragilità e deteriorabilità di alcuni esemplari, si rivolse all’aiuto di alcuni pittori,

dimostrando che la rappresentazione del mondo naturale era importante quanto l’osservazione diretta.

Nel museo scienziati e artisti collaboravano (idea di laboratorio di ricerca) per ricostruire la natura in uno spazio chiuso

e secondo determinati principi stabiliti dai primi: in questo modo veniva meno la differenza aristotelica tra artificiale e

naturale.

Il collezionismo si presentava non come attività statica di accumulazione, ma doveva riprodurre all’osservatore un

discorso che spiegasse la natura delle specie osservate (nasce la storia naturale).

Gli studiosi si staccano dall’autorità libresca ricercando nell’osservazione empirica un nuovo metodo di studio e

classificazione.

In seguito il museo naturalistico fu inglobato nelle università e accademie – istituiti che promuovevano l’insegnamento

della storia naturale.

Dalla seconda metà del 600 le collezioni iniziarono a specializzarsi.

L’interesse verso i musei cresceva, sia come luoghi che svolgevano una funzione pubblica, per divulgare i progressi

della scienza, sia come luoghi di attività didattica.

L’insegnamento doveva essere però concreto e non noioso, svolto tramite opere che colpissero l’immaginazione del

lettore (es. le Wunderkammern, che raccoglievano oggetti vari con il solo scopo di suscitare stupore)

La tendenza alla specializzazione si concretizzò nel XVIII sec – le specie da catalogare erano ormai un’enorme quantità

e il problema venne risolto con nuovi metodi di classificazione e conservazione dei reperti.

Le collezioni furono sistematicamente utilizzate nel sistema didattico, mantenendo comunque il suo ruolo originario di

laboratorio di ricerca scientifica.

Verso metà 700 sorsero differenti posizioni sul modo di classificare i tre regni della natura (es. fossili appartengono al

gruppo minerale o animale/vegetale?)

Studi più approfonditi sui minerali – finora poco considerati dai naturalisti – portarono allo sviluppo della mineralogia

come disciplina autonoma e all’isolamento delle collezioni di minerali in appositi edifici. Lo stesso procedimento

coinvolse presto botanica, zoologia e biologia.

Il museo si sviluppò poi secondo diverse linee guida

Museum d’histoire naturelle di Parigi – 1793/4: da deposito di collezioni il museo diventò sede dell’insegnamento

superiore delle scienze della vita - secondo il nuovo modello d’istruzione scientifica delineato dai principi

dell’educazione repubblicana promossi dalla Convenzione Nazionale – e aprì le sue porte al pubblico per diffondere la

cultura.

La fondazione del Museum ebbe una forte componente ideologica – voluta dai giacobini, seguaci di Rousseau. Legato

all’ideale, il museo entrò in crisi con il cambiare della situazione sociale e la riaffermazione della superiorità delle

scienze fisico-matematiche.

La ricerca si spostava nei laboratori, università e accademie.

All’inizio del 900 si costruirono imponenti musei per ospitare le enormi collezioni alimentate dalle scoperte

geografiche, sostenendo così un aspetto positivo del colonialismo.

I musei del 900 avevano quindi motivazioni diverse rispetto a quelli dell’800: erano più ideologiche, economiche –

aumentare il nr. di visitatori a discapito della qualità era questione di sopravvivenza.

Es. Museo di storia naturale di Stoccolma: fondato con l’obiettivo di competere con gli altri musei naturali e ampliare la

collezione ad ogni costo.

I musei dell’800 erano condizionati dal nazionalismo che pervadeva l’Europa in quel periodo, dato che le collezioni

provenivano dalle colonie o da aree geografiche nazionali.

Museo della Storia Naturale in Svezia: imponente edificio, estremamente costoso, di chiara ispirazione nazionalistica,

che non rispettava però l’esistente gerarchia tra le varie discipline economiche. Verso fine secolo si estese l’idea di

utilizzare i musei per affermare il primato di una certa ideologia scientifica:

- Deutsches Museum – Monaco

- Chicago Museum of Science and Industry

- Museo della Scienza e della Tecnica Leonardo da Vinci – Milano

Per via della nuova alleanza tra scienza e industria, ogni museo rivendicava la superiorità delle proprie tradizioni

nazionali.

Nella seconda metà del 900 sono nati anche nuove istituzioni – “science centers” – per mostrare la creatività della

scienza pura, vista in maniera disinteressata e cosmopolita, ma non hanno avuto lo stesso successo e diffusione dei

musei.

I musei nati e affermatisi sulle grandi motivazioni ideologiche si sono conclusi con il cambiare di queste.

7. Le accademie

I maggiori progressi scientifici sono per la maggior parte legati a personaggi singoli piuttosto che non a collettività. In

effetti fino al XVII sec le scoperte scientifiche erano dovute in genere alla creatività di singoli individui e non a

istituzioni. Dopo tale data le accademie, nuove organizzazioni istituzionali basate sull’organizzazione collegiale della

ricerca, hanno avuto un ruolo fondamentale nel progresso, favorendone la velocità.

La struttura delle Accademie sorte nel 700 era completamente diversa da quella degli istituti rinascimentali.

In questi ultimi, un gruppo di persone colte, legati da amicizia e dalla passione per la cultura, si riuniva periodicamente

per discutere vari temi, di preferenza letterari o umanistici, e per commentare alcune opere. Le discussioni di carattere

scientifico, si limitavano al semplice dialogo.

Accademia dei Lincei – Roman 1603 – ne è un classico esempio: si dialogava sulla scienza o si presentavano nuove

opere scientifiche, ma i membri dell’accademia procedevano autonomamente nei loro studi. Scopo dell’accademia era

pubblicare e diffondere i risultati ottenuti, non coordinarne l’opera.

Accademia del Cimento – Firenze 1657 – prototipo di accademia moderna. Nello stesso periodo, con caratteristiche

simili, furono fondate anche la Royal Society a Londra e l’Académie des Sciences a Parigi. Nata per proseguire il

programma di Galileo, i fattori di distinzione di quest’istituzione furono:

- La collaborazione tra diversi membri di un gruppo unito da interessi scientifici

- La sperimentazione pubblica per diffondere l’utilità delle scoperte

- La ripetizione degli esperimenti pubblici

- Il ruolo fondamentale di strumenti e laboratori (conseguenza)

La scienza sperimentale venne riconosciuto come attività autonoma e si conquistò un posto in un rango superiore per la

sua utilità operativa.

Gli accademici del Cimento seguivano una concezione della scienza basata sullo sperimentalismo, pur riconoscendo la

superiorità del metodo matematico rispetto alle teorie aristoteliche.

In particolare si concentrarono sulla ripetizione degli esperimenti, consapevoli della problematicità del metodo

sperimentale. Le interpretazioni diverse dei vari risultati portavano a discussioni approfondite, a volte senza soluzioni

ma stimolarono la collaborazione collegiale tra gli scienziati e la creazione di laboratori ben equipaggiati.

L’organizzazione collegiale permetteva agli scienziati di lavorare senza l’angoscia di problemi economici e stimolava lo

Stato a prender coscienza dell’utilità della scienza.

Il rovescio della medaglia era che le istituzioni fagocitarono le capacità di alcuni brillanti individui.

Le accademie del 600 favorirono la standardizzazione della comunicazione scientifica – con la pubblicazione dei primi

periodici – e la valorizzazione della specializzazione.

La forza innovatrice di queste istituzioni non durò molto e già nella seconda metà del 700 fu seriamente messa in

discussione.

Diderot e Rousseau furono tra i primi che contestarono queste associazioni che volevano regolare il progresso delle

scienze, raggruppandole sotto comuni principi.

La creatività e genialità – per es. Galileo, Newton, Descartes – erano individuali, non collettive.

Jean-Paul Marat riprese queste critiche inasprendole, proclamando la libertà nel promuovere il progresso.

Jean D’Alembert – matematico scrisse un saggio su rapporti tra intellettuali e potenti; egli rivendicava un nuovo ruolo

per gli intellettuali e metteva in discussione i rapporti con le istituzioni che distraevano gli scienziati dalle loro vere

attività, dando voce al suo desiderio di riformare il sapere e slegare i corpi accademici dalla protezione delle istituzioni.

Le accademie avevano ormai raggiunto un notevole prestigio e – secondo Formey, Accademia di Berlino – avrebbero

dovuto cambiare il loro ruolo favorendo la specializzazione delle scienze e ostacolando la moda di mettere il sapere

scientifico a portata di tutti.

L’accademia in realtà si dimostrò un’organizzazione chiusa, poco propensa a cambiamenti e riforme che ne potessero

mettere in discussione l’autorità.

Ma gli scienziati rivendicavano sempre più il bisogno di raggiungere una libertà espressiva frutto di immaginazione pari

a quella dei letterati.

Inoltre, le accademie non erano più così neutrali come si pensava e ostacolarono la diffusione di alcune dottrine.

Le accademie in Francia furono chiuse dopo la caduta della monarchia – Rivoluzione Francese.

La ricerca scientifica si trasferì di fatto nei laboratori, colleges e università e il laboratorio dell’Academie divenne un

museo.

In generale, le accademie diventarono un luogo d’incontro per la presentazione di risultati scientifici, mentre nacquero

per esercitare le scienze, organismi più snelli e funzionali

8. L’università

Se le accademie svolsero un ruolo fondamentale nell’istituzionalizzazione della scienza, l’università della prima età

moderna continuò a essere luogo privilegiato di cultura feconda e creativa.

Le università rinascimentali erano considerate rigide e immobili, questo per l’esigenza di trasmettere un sapere coerente

con la cultura dominante del momento. Non potevano quindi addentrarsi verso fenomeni naturali inconsueti e in

disaccordo con le attuali dottrine.

In medicina e botanica si riuscirono a raggiungere comunque notevoli progressi.

Anche il cartesianesimo si insediò molto bene come insegnamento universitario delle scienze naturali.

L’insegnamento universitario rimase in ogni caso ancorato alla struttura tradizionale medievale fino al 1700; le scienze

naturali erano relegate in secondo piano, tra le arti liberali (divisione tra trivium – grammatica, retorica, dialettica – e

quadrivium – aritmetica, geometria, astronomia e musica) e i testi utilizzati sempre gli stessi classici.

Le scienze naturali avevano un ruolo istituzionale subalterno: per gli studenti non vi erano possibilità di sbocchi

professionali scientifici e non vi era accesso alla sperimentazione diretta.

Erano quindi inadatte ad accogliere i contenuti della rivoluzione scientifica del 600.

Nel 700 iniziarono alcune attività di riforma, che riguardavano per lo più piccoli atenei, con organizzazioni meno

complesse e più facili da modificare.

La medicina fu la prima scienza ad esser rinnovata.

Hermann Boerhaave – medico – tenne dei corsi fortemente innovativi insegnando la medicina secondo un nuovo

canone imperniato sulla pratica sperimentale, favorendo lo sviluppo della chimica.

Altre discipline presero forma contemporaneamente – come la fisica sperimentale – sempre incentrando le proprie

dottrine sulla pratica di laboratorio e sul tirocinio pratico.

Il manuale acquisiva una nuova dimensione: non più solo sintesi dei classici, ma rapido approccio dei contenuti dei

corsi.

Nell’università di Svezia, invece, le riforme avvennero per motivi politici: il governo considerava compito primario

della scienza il favorire lo sviluppo economico della nazione e gli scienziati venivano sollecitati a produrre nuove

invenzioni. Questo portò a riformare le discipline scientifiche nella maggiore università scandinava – Uppsala – dato

che le scienze erano considerate politicamente strategiche.

In Italia vi furono delle riforme nelle cattedre universitarie, con diverse iniziative a livello regionale, date le situazioni

politiche e sociali che, in quel momento, appartenevano a realtà divise (università di Pisa, Padova, Pavia e Bologna)

La ricerca scientifica ebbe molto successo in tutte queste università proprio perché appartenenti a realtà geografiche

diverse e in competizione tra loro.

Inoltre, nelle Università locali era più semplice istituire meccanismi di rinnovamento che non nelle grandi Università

europee.

Malgrado tutti questi progressi, l’università non riuscì a diventare sede privilegiata di ricerca fino a inizi 800.

In Francia il sistema educativo subì un rinnovamento con la Rivoluzione Francese e il relativo processo di laicizzazione

della cultura nazionale.

Napoleone soppresse la classe di scienze morali e politiche dell’Institut National favorendo gli scienziati che si erano

dimostrati più fedeli allo stato e portatori di un’attività utile.

Dato che le scuole militari non erano sufficienti per le rinnovate esigenze dell’Impero, Napoleone autorizzò numerose

facoltà di scienze a rilasciare un diploma di abilitazione favorendo la ricerca originale e innovativa.

La riforma di questo sistema si diffuse anche in Italia e Germania per via delle guerre napoleoniche.

In Germania Liebig diffuse il nuovo insegnamento della chimica basato su lezioni tenute direttamente in laboratorio,

combinando didattica e ricerca.

Ben presto divenne indispensabile utilizzare nel metodo didattico laboratori che quindi dovevano essere il più possibile

equipaggiati di strumenti e personale adatto.

Nell’università tedesca furono introdotti altri fattori che la portarono ben presto a un posto di rilievo rispetto alle

università degli altri stati:

- L’originalità come criterio di selezione: per accedere all’università era necessario ottenere un’abilitazione con

la presentazione di proprie ricerche originali

- La mobilità del personale: studenti e ricercatori potevano cambiare ateneo seguendo i professori

In Inghilterra le antiche università risultavano difficili da riformare; le scienze furono introdotte solo nel 1950.

La Francia, dopo una serie di importanti riforme attuale nell’epoca Napoleonica, veniva ora superata dalla Germania per

la lentezza nell’aggiornare le maggiori università.

La supremazia germanica venne fermata solo dagli Stati uniti che avevano inizialmente adottato il sistema tedesco. A

differenza delle istituzioni tedesche, le università statunitensi:

- Ebbero un contatto diretto con il mondo dell’industria, come finanziatore di determinati progetti. L’abilità

manageriale nell’intercettare fondi e le capacità amministrative assunsero pari importanza delle conoscenze

scientifiche. Grazie all’istituzionalizzazione dei progetti di ricerca si è realizzata negli Stati uniti una

convergenza fra ricerca accademica e sviluppo dell’industria

- Non avevano un sistema che orbitava completamente intorno alla cattedra. Il progetto era il centro della ricerca

scientifica.

- Riuscirono a conciliare le crescenti esigenze economiche con l’interazione di altre strutture (fondazioni

filantropiche, industrie)

La flessibilità del sistema universitario americano attirò, e attira tutt’ora, molti scienziati di ogni nazionalità, ma con un

limite: l’esagerata dipendenza tra università e industria sottopone a pressione lo scienziato e vengono meno le migliori

condizioni per una libera ricerca.

9. Specializzazione e discipline

La parcellizzazione delle scienze è un fenomeno piuttosto recente, dalla seconda metà dell’800.

Nel 600 (Rivoluzione Scientifica) le discipline riconosciute che garantivano sbocchi professionali erano la medicina

(anatomia + chirurgia), botanica, matematica, astronomia e “filosofia naturale”, che raggruppava fisica – chimica –

meccanica.

I naturalisti rinascimentali non accettarono subito e facilmente tale suddivisione, ma fu una logica conseguenza della

rinnovata curiosità del Rinascimento verso il mondo naturale.

Le scoperte geografiche portavano a conoscenza di elementi non contemplati dalla cultura libresca.

Per trovare soluzioni e interpretazioni a nuovi fenomeni si ricorreva a scienze occulte e alchimia, dato che finora non vi

erano altre spiegazioni esaurienti.

Aldrovandi, con la creazione nella seconda metà del 500 di un vastissimo museo – giardino botanico, dimostrò che era

impossibile catalogare completamente in un unico posto tutti i reperti della natura, seguendo i principi delle dottrine

medievali; serviva un’innovazione istituzionale capace di rispondere alle nuove esigenze del mondo scientifico.

Aldrovandi gettò le basi di una nuova disciplina, la storia naturale, sullo studio e classificazione dei tre regni naturali,

legata strettamente alla struttura del museo e all’osservazione e accumulazione di reperti.

L’esigenza di modernizzare il sistema per adattarlo alle nuove scoperte non fu il solo fattore che portò alla creazione di

questa disciplina; oltre a nuovi percorsi didattici e scientifici, il docente (Aldrovandi stesso) si guadagnava un notevole

prestigio.

Un ostacolo all’affermarsi di queste nuove discipline era che Aristotele non aveva negato l’utilità di queste discipline,

trovando contemporaneamente un’unione delle stesse in un’unica filosofia – metafisica – che garantiva l’inserimento

delle discipline in un contesto comune.

Nel Rinascimento si riuscì a crear nuove specializzazioni ma senza tenere metodi comuni e ottenendo a volte un

insieme di informazioni disorganizzate. Nel 700 si cercò di risolvere queste contraddizioni.

Bacone sosteneva la necessità di dividere le discipline secondo gli oggetti studiati, operando però una selezione delle

nozioni tramite il criterio dell’esperienza. Nella ricerca scientifica si introdusse la divisione del lavoro: un gruppo di

scienziati dovevano collaborare, ognuno con precisi compiti, per portare a termine questa divisione.

Cartesio mirava invece a rifondare le scienze unificandole con un metodo comune basato sulla matematica e le leggi

della meccanica (tutto si poteva spiegare con queste leggi, anche la circolazione del sangue)

Entrambi, seppur con riflessioni opposte, cercavano di creare uno spazio istituzionale autonomo per lo studio della

natura, senza i condizionamenti della metafisica, della scolastica e dell’aristotelismo.

La specializzazione delle discipline interessò per prima l’Académie Royal francese che istituì diverse classi disciplinari

per orientare e favorire progetti di ricerca specifici, mentre nella Royal Society e nel Cimento non si avvertiva ancora la

necessità di tale cambiamento.

Nel 1699 vi erano 6 classi di discipline (geometria, astronomia, arti meccaniche, chimica, botanica, anatomia) e nel

1785 erano già diventate 8 (+ storia naturale e mineralogia; chimica & metallurgia, botanica e agricoltura).

Lo stile di comunicazione tra scienziati diventò sempre più specialistico – si diffuse l’articolo – e lo scambio

interdisciplinare tra scienziati diventò sempre più difficile.

Per questo motivo, la diffusione dei nuovi risultati di qualche scoperta procurava sempre meno interesse da parte di chi

non era direttamente interessato in quella disciplina.

L’Académie si rivelava quindi inadeguata nell’organizzazione delle varie discipline create, ma queste discipline si erano

ormai stabilite ed evolute, pronte per un cammino autonomo.

La specializzazione prosegui negli inizi dell’800 grazie alle Università riformate e disponibili ad accogliere la ricerca

scientifica. Si diffuse la stampa periodica specializzata.

I nuovi criteri di reclutamento delle Università, basate sull’originalità delle ricerche, portava a un professionalizzazione

della figura dello scienziato, evidenziando la necessità di effettuare una selezione qualitativa.

Di contro, la specializzazione come obbligo professionale per accedere a insegnamenti superiori, causava

l’estraniamento della ricerca scientifica dalla cultura e dalla società.

Alcuni scienziati tentarono di risolvere il problema con la divulgazione scientifica, un genere che risultava però poco

efficace per la complessità raggiunta dalle materie.

Anche i filosofi, non solo il grande pubblico, non furono più in grado di seguire lo sviluppo delle scienze.

La specializzazione non nacque solo per un’esigenza di riforma del sistema del sapere, ma fu favorita anche dallo

sviluppo economico.

Ad esempio, la necessità di intensificare l’attività di estrazione metalli e migliorarne la lavorazione determinò lo

sviluppo della mineralogia e dell’ingegneria mineraria; stessa cosa per la chimica agricola.

Oltre a creare ostacoli nella diffusione, la specializzazione aveva come lato negativo un progressivo impoverimento

dell’attività scientifica, che si limitava a conoscere una sola materia.

La critica non presentava però valide alternative, infatti la specializzazione continuò nel corso del tempo accelerando

costantemente.

Stranamente, mentre si sono accentuati i problemi di comunicazione dei risultati al di fuori dell’ambito delle singole

specialità, la specializzazione ha favorito la collaborazione tra scienziati e l’interdisciplinarietà della scienza (es. molte

scoperte vennero poi sfruttate in altri ambiti, favorendone altre).

Le discipline si sviluppano in modo flessibile: se ne creano di nuove e si esauriscono quelle che non possono più

garantire prosecuzione perché obsolete.

Per esempio: le scienze naturali si sono estinte con l’isolamento del regno minerale, ben diverso e distinto dagli altri

due.

10. Politica

La scienza ha potuto acquistare una dimensione autonoma del sapere solo quando ha potuto focalizzare l’attenzione su

proprio valore strategico e sui benefici che poteva portare per le nazioni.

Questo processo iniziò, anche se in maniera molto difficile, nel Rinascimento quando i Naturalisti difendevano una

nuova forma di sapere ancora non ben definita contro una classe intellettuale ben stabilita e considerate e contro una

schiera di teologi contrari allo studio della natura.

Varie circostanze favorirono però l’opera dei naturalisti: le guerre, la riforma protestante, le scoperte geografiche che

aumentarono l’esigenze degli stati di servirsi di queste scoperte.

L’importanza della scienza fu riconosciuta però solo dopo la Rivoluzione Francese.

Fino a quel momento gli scienziati dovettero cercare di attirar attenzione mostrando che il sapere scientifico poteva

essere utile per lo stato, anche più del sapere filosofico.

Un primo modo: mostrare in maniera palese come la scienza potesse portare novità e invenzioni utili, non solo per il

sapere stesso, ma per il potere temporale dei sovrani.

La scienza si diffuse nelle corti dell’Europa rinascimentale per varie ragioni.

Prima di tutto, vi furono scienziati seguaci di diverse teorie e dottrine – non solo scienze esatte e meccaniche, ma anche

alchimia e astrologia.

I sovrani preferirono mantenere un atteggiamento ambiguo nella politica delle scienze, probabilmente perché ancora

non sapevano quale dottrina potesse essere quella più utile.

Questa situazione di ambiguità e di precarietà delle scienze ufficiali rimase fino alla Rivoluzione Francese. In questo

periodo accadde in alcuni casi che dottrine alternative godessero del forte appoggio delle autorità.

Un esempio è il caso di Franz Mesmer, medico austriaco che dimostrò come fosse possibile applicare nella medicina il

sistema di Newton sull’attrazione universale, ricollegandosi con le teorie di Paracelso per cui la conoscenza degli astri

era fondamentale per comprendere le malattie umane.

Mesmer rispolverò quindi un antica dottrina adattandola alle esigenze scientifiche della medicina del 700. Egli

sperimentò il magnetismo nel trattamento delle malattie, spiegando che bastava agire sul fluido magnetico che circonda

gli umani. Queste sue terapie si diffusero rapidamente, soprattutto in ambienti importanti – ebbe l’appoggio della

Massoneria parigina e della corte di Maria Antonietta – e Mesmer tentò di ottenere il riconoscimento istituzionale

dall’Académie. La comunità scientifica negò il riconoscimento non riscontrando alcun elemento che potesse legittimare

l’esistenza del fluido magico; la spiegazione delle terapie era la capacità di suggestione e il carisma del medico.

Le difficoltà incontrate dalla comunità scientifica nel convincere le autorità della validità delle proprie teorie rispetto a

quelle del medico austriaco rappresentano la precarietà del proprio ruolo politico: Mesmer aveva saputo sfruttare la sua

abilità nel diffondere una scienza alla portata della società, puntando direttamente all’opinione pubblica, mentre

l’Académie era considerata come una corporazione.

Dopo la Rivoluzione Francese, gli scienziati diventarono grandi alleati del governo, offrendo il loro sapere a difesa della

repubblica (fabbricazione della polvere da sparo, aeromobili, telegrafo ottico, sviluppi in medicina).

Le scienze subirono un’importante riorganizzazione in nuove associazioni libere e si raggiunsero risultati inaspettati;

vennero quindi trasformate sia nella loro funzione sociale, sia nei contenuti.

I risultati erano di sicuro merito delle capacità degli scienziati e nel loro opportunismo – bravura nello sfruttare una

possibilità di dimostrare la superiorità delle loro scienze – ma questi erano stati agevolati dalla politica culturale del

dispotismo rivoluzionario.

Gli scienziati iniziarono a ricoprire importanti cariche politiche ma la vera svolta fu l’assunzione del controllo della

pubblica istruzione.

Era necessaria una riforma basata sulla piena consapevolezza del ruolo politico della scienza che diventava il

fondamento ontologico della conoscenza.

La guerra aveva dato agli scienziati un ruolo centrale e questi avevano rivendicato la propria superiorità nei confronti di

altre discipline: la riforma era a questo punto fattibile.

Napoleone fu il primo a comprendere l’utilità politica e strategica delle scienze e affidò agli scienziati la nuova classe

dirigente, diventando egli stesso membro della prima classe di matematica dell’Institut.

Il rovescio della medaglia: i consensi alla scienza erano distribuiti con la tacita convinzione che il loro contributo

doveva essere subordinato alla volontà del primo console, abbandonando convinzioni filosofiche e ideologiche.

Lo scienziato doveva essere un tecnocrate che garantiva maggiore efficienza e prosperità allo stato, senza commentarne

le decisioni.

Nella seconda metà dell’800 in Francia e negli altri paesi europei, molti scienziati assunsero cariche politiche di

prestigio: la loro neutralità li rendeva bene accetti alla classe politica e in cambio potevano veder appoggiata

liberamente la loro attività.

I filosofi si resero subito conto del cambiamento della loro posizione rispetto agli scienziati.

Auguste Comte, fondatore del positivismo, cercò di affidare al sapere scientifico il compito di realizzare una radicale

trasformazione della società sulla base della razionalità scientifica.

Innanzitutto bisognava diffondere tra gli scienziati la coscienza politica del loro ruolo e il compito del positivismo era

indicare il percorso storico che stava conducendo la società europea verso l’epoca positiva.

Secondo Comte, dopo il disfacimento del sistema superiore teologico con la Rivoluzione Francese, non vi era stato

l’insediarsi di un simile sostituto sistema di organizzazione. I progressi dell’industria potevano fornire le basi di questo

nuovo potere temporale alla cui guida dovevano esserci gli scienziati, competenti in materia e in grado di promuoverne

gli sviluppi.

Per fare questo però gli scienziati dovevano abbandonare la loro inclinazione a occuparsi solo di questioni particolari e

tornare ad affrontare le problematiche generali del sapere.

Questo fu preso in considerazione solo da pochissimi individui, la maggior parte era reticente a rimettere in gioco i

privilegi acquisiti in nome di una filosofia utopistica.

Agli inizi del 900 il legame tra scienza e politica divenne ancor più marcato, data l’influenza dei progressi scientifici

sulla società. Inoltre, la neutralità della scienza poteva garantire una società efficiente e senza conflitti.

Il sostegno politico a favore della scienza aumentò e si fondarono importanti istituti nazionali di ricerca.

Allo stesso tempo l’affermazione scientifica preoccupava il mondo politico che tema un’infinita ricerca di riconoscenze

degli scienziati.

Soprattutto durante la seconda Guerra Mondiale il sistema scientifico tecnologico della ricerca divenne talmente

importante da mettere in discussione i confini dello stesso potere politico.

Le soluzioni della guerra, con l’invenzione della bomba atomica, erano infatti nelle mani dagli scienziati.

La scienza iniziava quindi a diventare piuttosto difficile da controllare.

Inoltre dal punto di vista degli scienziati, le alleanze politiche costituivano in alcuni casi una limitazione nelle

possibilità di comunicazione degli sviluppi scientifici: diffondere informazioni strategiche poteva essere in alcuni casi

molto dannoso per gli equilibri politici.

Con la costruzione della bomba atomica iniziarono a sorgere dubbi e controversie sull’effettiva neutralità della scienza e

agli scienziati fu chiesto di assumersi le responsabilità etiche e politiche delle proprie azioni.

Anche perché, il linguaggio scientifico era talmente tecnico che metteva al riparo gli scienziati da qualsiasi critica,

lasciando i politici come unici responsabili.

Questa doppia identità delle scienze – neutrali per natura ma responsabili delle conseguenze etiche e politiche delle

scoperte – è tutt’ora viva: basta considerare i dibattiti sulle ricerche per la clonazione.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Menzo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Tecniche espressive e composizioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Insubria Como Varese - Uninsubria o del prof Gaspari Gianmarco.

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