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2. Gli strumenti

Gli strumenti occupano un ruolo di prim’ordine nella storia della scienza e sono strettamente collegati alle scoperte

scientifiche: essi hanno creato le condizioni materiali per osservare il mondo secondo parametri quantitativi e sviluppare

la scienza sperimentale, fornendo spesso gli elementi teorici delle scoperte.

Orologio meccanico – XIV sec: prima forma di quantificazione della realtà esterna, scandisce il tempo secondo

intervalli regolari e uguali; l’uomo può regolare la propria attività secondo una suddivisione meccanica del giorno e

delle ore, indipendentemente dai cicli naturali. E’ un primo segno di riconsiderazione verso le arti manuali, considerate

da sempre inferiori alle liberali.

Gli strumenti scientifici erano già in uso dall’antichità (utensili meccanici, da difesa, misuratori del tempo, bilance,

bussole) ma servivano solo come semplici utensili per aumentare la forza dell’uomo, erano utilizzati solo per attività

pratiche e non per ricerca scientifica.

Dal XVI sec. lo strumento scientifico a scopo di ricerca acquista valore grazie al bisogno dei naturalisti di ricercare

strumenti che potenziassero le capacità cognitive dei sensi dell’uomo.

Tra tutti i sensi, la vista era quello più importante e l’immagine dello scienziato è spesso associata a quella

dell’osservatore scrupoloso.

Il primo strumento scientifico rivoluzionario fu il libro: l’osservazione scientifica non era infatti una semplice

constatazione di fatti, ma era effetto di una meditata selezione di dati provenienti da scrittori precedenti e di una verifica

empirica.

Il libro fu per molto tempo il principale termine di paragone delle osservazioni e nozioni scientifiche e l’introduzione

dei caratteri mobili rappresentò una tra le più significative scoperte. La semplice osservazione e sperimentazione, senza

mediazione di uno strumento intellettuale, non erano considerate produttive, anche perché rese poco affidabili da

strumenti imprecisi. Da qui l’esigenza di migliorarli.

Gli alchimisti con i loro laboratori rudimentali furono i primi a implementare in maniera diversa la scienza pratica e

sperimentale.

Ma i primi rivoluzionari strumenti scientifici si ebbero nel campo dell’astronomia, quando, grazie allo sviluppo nella

tecnologia di lavorazione delle lenti, si giunse all’invenzione del telescopio, microscopio, barometro e termometro.

Le potenzialità scientifiche del vetro lo resero oggetto di studi da parte dei migliori scienziati dell’epoca. In Italia, vi era

un’alta tradizione vetraria che portò a ottimi risultati sugli strumenti ottici e, in particolare sul telescopio, anche se il

primo esemplare fu inventato probabilmente in Olanda. Il telescopio poteva ingrandire l’oggetto osservato fino a 20

volte, grazie al potere rifrangente di due lenti, una concava e una convessa poste all’estremità di un tubo di cartone di

1m.

Grazie all’opera di Galileo, il telescopio divenne il primo vero strumento scientifico collegato alle scoperte che rese

possibili: egli associava infatti la teoria fisica che spiegava con il perfezionamento dello strumento utilizzato. Grazie al

telescopio si comprese che la natura poteva esser studiata solo tramite la mediazione di strumenti.

Numerose furono le scoperte che seguirono in ambito astronomico e soprattutto fu possibile considerare in modo

differente la questione copernicana: non si trattava più di basarsi su semplici ipotesi, ma di costatare dati di fatto.

Il ruolo assunto dal telescopio nella rivoluzione scientifica diede una nuova dimensione professionale agli artigiani,

consapevoli del fatto che la maggior accuratezza e precisione degli strumenti, diventati ormai parte fondamentale della

ricerca, potevano portare a nuove scoperte.

Fu così che, per pubblicizzare le migliori qualità dei propri strumenti, gli artigiani iniziarono a divulgare i vantaggi

scientifici da loro raggiunti, arrivando, seppur con intenti commerciali, a nuove scoperte scientifiche.

Un esempio è la controversia nata tra Eustachio Divini – artigiano italiano – e Christiaan Huygens – scienziato olandese

– sulla teoria degli anelli di saturno.

Divini aveva ottenuto con lo strumento da lui creato una corretta rappresentazione degli anelli di saturno, che fu messa

in discussione dallo scienziato olandese.

Per la prima volta, un costruttore di strumenti si era posto sullo stesso piano degli scienziati per le sue nuove scoperte

favorendo inoltre l’inizio di una nuova serie di ricerche, grazie alle controversie nate attorno alle sue teorie.

L’invenzione del microscopio non fu simile a quella del telescopio, se non nell’uso rivoluzionario che se ne fece da

parte degli scienziati in nuovi ambiti di ricerca relativi al mondo animale (zoologia, botanica, ecc.)

Il microscopio ripristinava la teoria filosofica – scartata da Aristotele – dell’atomismo, confermando che il mondo era

composto da particelle più piccole, e partecipava alla teoria di meccanizzazione dell’universo, rivelando la natura

meccanica del corpo costituita da strutture minute.

Da ricordare Giambattista Hodierna con il suo primo trattato di anatomia microscopica sull’occhio della mosca e il

medico Marcello Malpigli con opere di anatomia comparata.

Il vetro, grazie alle sue molteplici caratteristiche fu protagonista anche nella definizione della teoria del vuoto

(Evangelista Torricelli) e nell’invenzione di altri strumenti, come il barometro e il termometro e relative scale di misura.

Nel 700 la scoperta di nuove classi di fenomeni – l’elettricità e la composizione dell’aria – spinsero i ricercatori a creare

nuovi strumenti, sempre più grandi e costosi, utilizzando nuovi materiali

Con l’elettricità furono create macchine elettriche per prove di fisica sperimentale.

In chimica, per esempio, Lavoisier, con una macchina complicata costituita da vari strumenti, scoprì e verificò la

composizione dell’acqua.

L’utilizzo di macchine complicate, che collegavano più strumenti, tra cui attrezzi di misura e controllo, era dato

dall’esigenze di migliorare qualità e precisione della sperimentazione e di ridurre la necessità del ricercatore di affidarsi

ai propri sensi e osservazioni dirette.

Lo strumento, quindi, non serviva più come ausilio ai sensi e all’osservazione, ma serviva in sostituzione di questi.

Dalla prima metà del 900 la tecnologia modificò gli strumenti in sistemi di sperimentazione, o reti di strumenti, che

richiedevano ingenti finanziamenti e un numero elevato di personale scientifico per la loro gestione.

La scienza contemporanea dipende per la maggior parte dalla capacità di innovare tecnologicamente gli strumenti.

3. La comunicazione

La comunicazione ha rivestito un ruolo centrale nello sviluppo della scienza occidentale dal Rinascimento in poi. Molte

scoperte attribuite a quell’epoca infatti erano già note nelle civiltà orientali con secoli di anticipo, ma la mancanza di

strumenti idonei per la loro diffusione le rese irrilevanti dal punto di vista economico e sociale.

Con l’invenzione della stampa e l’introduzione del mercato librario, la comunicazione costituì ben presto uno degli

elementi principali dell’attività scientifica e rese necessario concordare un linguaggio universale di facile accesso per

rappresentare il mondo naturale (linguaggio matematico).

Le tecnologie – stampa – si svilupparono rapidamente unite all’esigenza di trovare uno stile autonomo rispetto alle

discipline letterarie per esprimere contenuti scientifici.

La rivoluzione scientifica non fu generata solo dalla diffusione della stampa, ma fu né indubbiamente favorita e

condizionata.

Inizialmente questa invenzione non fu accolta con molto entusiasmo dagli scienziati per vari motivi:

- temevano le conseguenze economico-sociali della diffusione delle loro invenzioni: perdere i privilegi ottenuti

perché altri potevano impadronirsi delle loro idee e relative applicazioni pratiche

- la necessità di trovare un’espressione stilistica congeniale al genere

- la paura di incorrere in controversie scientifiche

- la lentezza con cui i libri venivano pubblicati: prima di poter vedere diffusa una propria scoperta, si correva il

rischio, dato il lungo tempo necessario, di vedersi sottrarre il merito della stessa

La necessità di trovare una forma di comunicazione più rapida della stampa e meno impegnativa del libro favorì la

diffusione delle lettere scientifiche quale mezzo per comunicare esiti di esperimenti o nuove scoperte a scienziati che

dovevano poi diffonderne i contenuti alla comunità scientifica. (Es. Marin Mersenne per Cartesio)

La lettera non solo informava in modo rapido, ma favoriva la ricerca stimolando la soluzione di nuovi problemi e

creando competizione tra gli scienziati.

Unico difetto di questo efficace mezzo di comunicazione era la scarsa durevolezza dovuta alla fragilità dei rapporti

personali su cui si basavano gli scambi epistolari.

Nel 1665, per colmare questa lacuna, nacque con il “Journal des Savants” – sostituito dopo poco con “Memoires sur les

sciences et sur les arts” a Parigi la stampa periodica, che inizialmente mirava a diffondere semplicemente dei contenuti

scientifici evitando dibattiti e controversie.

La stampa periodica divenne rapidamente il principale strumento di divulgazione scientifica in grado di garantire

tramite una rapida pubblicazione, la paternità delle scoperte scientifiche.

Ben presto il numero degli articoli da pubblicare fu talmente elevato che era impossibile mantenere una pubblicazione

veloce e attendibile di tutto il materiale e nacquero periodici specializzati che trattavano delle varie discipline.

Questa diffusione inizialmente rallentò i progressi scientifici perché l’attività dello scienziato fu assorbita dallo studio

del materiale disponibile e, data la quantità di nozioni, bisognava procedere con un approccio selettivo, con un

conseguente abbassamento della qualità di molte pubblicazioni. Altri strumenti di diffusione utilizzati dagli scienziati

furono i congressi e l’infittirsi dei contatti personali.

Nel XX sec. la diffusione di Internet ha notevolmente ridotto le difficoltà di comunicazione ma ha introdotto l’esigenza

degli scienziati di tutelare la proprietà intellettuale e il brevetto pur rivendicando pubblicamente la propria scoperta.

Il problema della segretezza dei dati scientifici è riemerso nella sua importanza con la corsa al riarmo e la possibilità di

organizzare armi nucleari.

La tutela delle scoperte era materia già trattata dal Rinascimento e affidata allora alle corporazioni.

Agli inizi del 900 il controllo dei brevetti diventò uno strumento strategico perché legato alla produzione industriale.

Lo scienziato svolgeva le proprie ricerche secondo tempi e modi prescritti da chi finanziava la ricerca finche fu chiaro

che una ricerca libera da vincoli poteva portare maggiori vantaggi.

L’interazione della scienza con l’industria portò allo sviluppo della retorica per meglio utilizzare i nuovi media nella

diffusione delle nozioni scientifiche e sfruttarne l’impatto sul pubblico per richiamare l’attenzione dei finanziatori.

A volte l’annuncio di scoperte sensazionali – in realtà non ancora finalizzate – viene utilizzato come metodo per

ottenere nuovi finanziamenti (es. scoperta della fusione fredda nel 1989 – la successiva ricerca dimostrò che non era

fattibile, ma l’annuncio servì per richiamare l’attenzione degli investitori). Questo metodo, anche se non proprio leale,

serve per portare a conoscenza di un vasto pubblico l’importanza di determinate ricerche.

4. L’arte

La posizione sociale e intellettuale degli artisti era strettamente subordinata rispetto a quella degli scienziati –

accademici e universitari.

La definizione di artista nel Rinascimento comprendeva ogni tipo di attività manuale - inclusa pittura, scultura e

architettura - che potevano garantire incarichi importanti ed economicamente vantaggiosi, ma non il prestigio riservato

agli scienziati.

Malgrado ciò, gli artisti portarono grandi cambiamenti e innovazioni nella cultura del tempo poiché furono i primi a

osservare il mondo della natura in modo diverso, trovando i modi più idonei per rappresentarla.

Nel campo della pittura, la prospettiva lineare rappresenta un primo passo verso una visione scientifica e naturalista del

mondo che aveva l’esigenza di accedere direttamente alla conoscenza; la natura, per essere rappresentata in modo reale,

doveva essere mediata da matematica e geometria.

Lo stesso influsso della scienza si riscontrò in campo architettonico.

La possibilità di interagire con la natura e di manipolarla permetteva agli artisti di mostrare l’utilità delle proprie arti

anche se, fino al XIX sec., non vi fu molta integrazione con il mondo scientifico.

I segreti delle loro arti erano per la maggior parte tramandati a voce.

Alcuni pubblicarono dei trattati, come Vanoccio Biringuccio (De La Pirotechnia, metallurgia) il cui lavoro fu presto

superato però dall’opera innovativa di Agricola, medico umanista.

La vera innovazione portata dagli artisti nel campo cultura fu portata con l’utilizzo della rappresentazione iconografica,

emarginata dagli antichi classici perché ritenuta non funzionale per la conoscenza e sostenuta invece dai naturalisti e da

chi era impegnato in un’intensa osservazione della natura – botanici, anatomisti. Nel 500 l’illustrazione, quale ausilio

per la comprensione e conferma di ciò che era contenuto nei testi, si diffuse sempre di più fino a diventare una

discriminante per il successo delle nuove opere.

- L’erbario di Brunfels nel 1530 fu il primo ad esser pubblicato con una serie di immagini reali e accurate delle

piante descritte – alcune illustrazioni riportavano anche i segni del tempo passato tra la raccolta della pianta e il

disegno; vi erano anche alcune illustrazioni di piante ancora sconosciute

- L’erbario di Fuchs nel 1542, oltre a riportare le qualità presenti in quello di Brunfels, conteneva illustrazioni

“scientificamente espressive”, che coglievano gli aspetti distintivi della realtà immediatamente osservata (le

piante quindi erano rappresentate come sono in realtà quando sono nel terreno, non già un po’ appassite)

L’osservazione del mondo naturale non poteva essere più espressa correttamente senza l’aiuto della rappresentazione

iconografica, la cui qualità determinò il la velocità di diffusione di alcune opere.

Per esempio, nel 1543 il “De revolutionibus orbium coelestium” di Copernico e il “De umani corporis fabbrica” di

Andrea Vesalio segnarono per i loro contenuti l’inizio di un periodo designato come Rivoluzione scientifica.

- Copernico, probabilmente per ragioni didattiche, si affidò ancora al metodo tradizionale di rappresentazione

dei pianeti; la sua opera conobbe una lentissima diffusione, nonostante i contenuti furono in seguito definiti

rivoluzionari

- Galileo nel 1610 pubblicò il “Sidereus Nuncius” completandolo con illustrazioni sull’irregolarità della

superficie lunare, osservati con il telescopio. L’effetto della pubblicazione fu dirompente: le figure erano una

spiegazione molto più efficace delle parole utilizzate per spiegare la scoperta. Le illustrazioni assunsero un

valore retorico molto importante perché conferivano all’opera il giusto rilievo.

- l’opera di Vesalio fu considerata rivoluzionaria proprio per le illustrazioni contenute; mediava la tradizione

libresca, l’osservazione diretta e la pratica anatomica dimostrando l’importanza della relazione tra

osservazione – pratica – rappresentazione. L’arte di ben rappresentare occupava il posto delle parole,

relegando la fonte libresca in secondo piano.

- 1556, Giorgio Agricola, medico umanista “De re metallica” trattato di metallurgia: il libro ebbe una diffusione

enorme e, in brevissimo tempo, fu tradotto in tre lingue diverse. La chiave del successo furono le 292

xilografie utilizzate come illustrazioni che rendevano il testo di facile comprensione anche a chi non conosceva

la terminologia tecnica

La rappresentazione iconografica diventava quindi un potente mezzo per comunicare superando l’ostacolo

dell’alfabetizzazione.

5. La religione

I commenti sui rapporti tra scienza e religione nel corso dei secoli sono sempre stati contrastanti

Da una parte i primi progressi della scienza erano messi in relazione con la tradizione scolastica delle università

medievali; dall’altra si evidenziava la componente razionale dei progressi scientifici, quindi nettamente opposti alla

religione e alla dimensione sacra (secolarizzazione della scienza). Quindi i progressi della scienza sarebbero ricollegati

al razionalismo scientifico opposto al dogmatismo.

Una terza interpretazione collegava i progressi scientifici con la diffusione del protestantesimo legato al sistema

capitalistico.

Uno dei primi libri sul confronto scienza – religione, “History of the conflict between science and religion” fu messo

all’indice dal papa Leone XIII nel 1896 – questo indica la problematicità del tema.

La contrapposizione delle varie opinioni persiste fino ai giorni nostri.

John Heilbron in un recente libro sostiene che la Chiesa nel XVII secolo non solo non ostacolò la scienza, ma la

promosse – da qui la presenza in molte chiese italiane di laboratori astronomici – e afferma che i gesuiti ebbero molta

importanza nel progresso scientifico europeo.

L’interesse dei gesuiti verso la scienza fu reale, ma non tale da affermare una tesi in netto contrasto con le numerose

controversie nate tra scienza e religione nel 600/700.

Uno degli eventi più caratterizzanti del rapporto scienza-religione, in particolare dell’aspetto anti-scientifico della

religione, fu la condanna di Galileo Galilei nel 1633 all’abiura della teoria Copernicana e la proibizione per tutti i

cattolici di leggere le sue opere e quelle di Copernico

Per una corretta valutazione storiografica non è giusto però valutare solo questo accadimento.

Dalla seconda metà dell’800 alcuni storici hanno messo in relazione lo sviluppo della scienza moderna con il

diffondersi della riforma protestante. Un’analisi di Alphonse de Candolle (botanico di Ginevra) su alcune statistiche

dimostra che la maggior parte degli scienziati della prima età moderna apparteneva a paesi o famiglie protestanti.

Karl Menton (sociologo americano) approfondì l’argomento sottolineando che l’etica puritana aveva avuto un ruolo

importante nel diffondere l’interesse verso le scienze sperimentali per la propria filosofia: il lavoro e l’attento

svolgimento dei doveri pratici erano fondamenti dell’osservanza religiosa, fino a diventare per gli scienziati puritani,

una forma di empirismo baconiano. (Molti fondatori della Royal Society erano servitori della chiesa puritana)

Anche questa tesi su poi rivalutata, basando semmai il rapporto scienza / protestantesimo sul legame di quest’ultimo

con l’economia capitalistica che si stava sviluppando.

Inoltre l’interesse per la scienza era attivo anche nei paesi cattolici con le stesse caratteristiche.

Dal XIV sec la scienza iniziò a diventare un corpo autonomo rispetto al sapere teologico; prima gli studi sui fenomeni

naturali erano parte della filosofia scolastica.

Infatti prima di allora vi erano pochissime prese di posizione negative della Chiesa verso la scienza e ancor meno forme

di repressione o censura. Tra le poche:

- Gregorio IX nel 1231 verso le opere naturalistiche di Aristotele

- Bonifacio VIII – fine XIII sec – proibiva dissezione cadaveri, tranne x i condannati a morte

- Nel 1316 l’Inquisizione spagnola proibiva dei trattati medici e nel 17 Giovanni XXII proibiva la stregoneria,

l’arte di fabbricare oro e la magia.

A parte questo, la censura e l’Inquisizione si focalizzarono per lo più verso scritti considerati eretici nel tentativo di

frenare la diffusione del protestantesimo e l’uso spregiudicato che i suoi seguaci facevano della stampa. In quei tempi vi

erano comunque pochi scienziati che vivevano del loro mestiere, per cui è logico che, essendo la loro figura

professionale meno prestigiosa di umanisti, filosofi e letterati, non si riteneva necessario reprimere le loro opere.

O meglio, erano considerati meno pericolosi del conflitto teologico, militare e strategico rappresentato dalla riforma

luterana che minava i dogmi consolidati della Chiesa romana.

La filosofia della natura di Aristotele era un fondamento della disciplina scientifica che dettava legge nel modo di

guardare il mondo naturale ed era anche un fondamento teorico della dottrina cristiana.

Contestare i principi aristotelici significava quindi contestare anche dogmi e credenze nel campo della fede.

Paracelso e alcuni alchimisti aggirarono l’ostacolo portando il campo d’indagine scientifica oltre il limite previsto dalla

filosofia scolastica, per es. studiando fenomeni trascurati dagli antichi – metalli.

In astronomia però questo non era molto possibile: la teoria tolemaica era strettamente in relazione all’interpretazione

delle Sacre Scritture e all’interpretazione della teologia cristiana.

Mettendo in discussione l’ordine dell’universo, si contrastavano le basi della religione cristiana.

Copernico tentò di giustificare infatti la sua opera con il papa e teologi luterani, ma senza successo. Galileo fu il primo

ad entrare in netto contrasto con la Chiesa; all’accusa di eresia rispondeva cercando di dare alla scienza il ruolo di guida

più alta e affidabile nei confronti della natura.

Implicitamente dichiarava che la scienza poteva spiegare la natura meglio delle Sacre Scritture.

Nel 1616 la sua teoria fu considerata formalmente eretica e nel 1633 fu costretto all’abiura.

Da quel momento tutta l’attività scientifica iniziò ad essere sorvegliata dalle autorità ecclesiastiche.

Malgrado ciò, grazie alla fitta rete epistolare intessuta, Galileo riuscì a superare i controlli e ad esportare le sue teorie in

Olanda, con la collaborazione di un calvinista.

Queste collaborazioni tra scienziati di diversa fede religiosa per diffondere temi d’interesse comune rivela il carattere

non confessionale della scienza, che si dimostra invece cosmopolita.

La pratica scientifica coinvolgeva metodi e istanze estranee ai principi della teologia e della religione, per questo non

era possibile che scienza e religione entrassero in conflitto.

La scienza si presentava in una posizione sottomessa rispetto alla verità delle Sacre Scritture. Vero o falso che sia, servì

per ricavare uno spazio autonomo alla scienza.

A parte Galileo, e il suo clamoroso caso, la letteratura scientifica fu raramente oggetto di censure, anche perché i

momenti di contatto tra scienza e religione divennero sempre più rari.

Si ridimensionò anche l’interesse scientifico dei gesuiti che compresero la difficoltà nel conciliare scienza e dottrina

ecclesiastica.

Un nuovo episodio di conflitto che sollevò parecchio clamore fu la controversia con Charles Darwin per la teoria de

L’origine delle specie che spiegava l’evoluzione delle specie animali come un processo di selezione naturale del tutto

casuale e determinato da fattori ambientali.

Ammettere questo implicava riconoscere che tra gli effetti di un superiore disegno divino vi era l’estinzione di milioni

di specie animali e vegetali.

La teoria dell’evoluzione era inconciliabile con la Genesi e Darwin cercò di non prender parte per quanto possibile al

dibattito teologico. Malgrado questo la Chiesa attaccò tale teoria ma nuove conferme sempre più autorevoli della teoria,

provenienti da altri rami delle scienze naturalistiche, rendevano sempre più difficile e infondata tale controversia.

Le teorie sul rapporto tra scienza e religione continuarono a proliferare.

Ernst Haeckel – 1892 – delineava una religione basata sul monismo – concezione che pone a fondamento della realtà un

unico principio - in cui le leggi che regolavano il rapporto tra uomo e anima erano dettate da testi scientifici e non sacri.

La maggior parte degli scienziati di fine 800 si asteneva comunque da tali dibattiti.

Da allora gli interventi della Chiesa alcune svolte scientifiche non hanno influito più di tanto sul progresso, sulla

rapidità e sugli indirizzi di ricerca. Scienza e religione sono, dal punto di vista scientifico, decisamente distinte.

6. I musei della scienza

Il museo è un edificio destinato alla conservazione dei reperti, per evitare di dimenticarli.

Questa definizione sembrerebbe porre questa istituzione in contrasto con la scienza, più proiettata verso il futuro.

In realtà, il museo ha avuto un ruolo molto importante per la scienza, permettendo la classificazione moderna del

mondo naturale e la diffusione in pubblico della ricerca scientifica.

Nell’età classica, la parola museo indicava sia un luogo consacrato al culto delle muse, sia un luogo dove insegnare

lettere e filosofia, sia un edificio dove conservare oggetti preziosi.

Il museo di Alessandria (280 a.C.) fu il prototipo del museo inteso in senso moderno: un edificio monumentale, sede di

un’istituzione laica, anche se rimaneva più un luogo di ricerca che di collezione.

Nel mondo latino il termine inizia a indicare il luogo dove conservare monumenti, sculture antiche e oggetti che

potevano destare meraviglia.

Tra i patrizi romani si diffuse molto il collezionismo, soprattutto di sculture, marmi e pietre preziose (dactylotheca)

Nel XIV sec la riscoperta del mondo classico portò a un rinnovato interesse per collezionismo e museo: gli umanisti si

interessarono alla ricerca di manoscritti e reperti vari per ricostruire il mondo classico depurandolo dalla mediazione del

cristianesimo e dall’influenza della filosofia scolastica cui era stato assoggettato durante il medioevo.

Lo “studiolo” divenne il luogo del collezionismo e della ricerca dell’umanista dove, insieme al museo, si stavano

formando le prime istituzioni laiche del sapere.

Nella prima metà del 500, l’apparizione di nuove specie naturali dovuta alle scoperte geografiche favorì il trasferimento

dell’attività scientifica nel museo, dove si potevano trovare metodi e strumenti che ne facilitassero lo studio e la

classificazione.

Oltre al museo, la stessa attività era possibile nel “giardino botanico” e in quel periodo ne comparvero diversi

importanti.

Il più importante fu quello bolognese, il cui prefetto era Ulisse Aldrovandi (1561) che, grazie alla sua condizione agiata,

riuscì a riunire un museo naturalistico con 18.000 specie diverse e una ricca biblioteca. Aldrovandi voleva ricreare in

forma ridotta la vastità del mondo naturale.

Per aggirare il problema della fragilità e deteriorabilità di alcuni esemplari, si rivolse all’aiuto di alcuni pittori,

dimostrando che la rappresentazione del mondo naturale era importante quanto l’osservazione diretta.

Nel museo scienziati e artisti collaboravano (idea di laboratorio di ricerca) per ricostruire la natura in uno spazio chiuso

e secondo determinati principi stabiliti dai primi: in questo modo veniva meno la differenza aristotelica tra artificiale e

naturale.

Il collezionismo si presentava non come attività statica di accumulazione, ma doveva riprodurre all’osservatore un

discorso che spiegasse la natura delle specie osservate (nasce la storia naturale).

Gli studiosi si staccano dall’autorità libresca ricercando nell’osservazione empirica un nuovo metodo di studio e

classificazione.

In seguito il museo naturalistico fu inglobato nelle università e accademie – istituiti che promuovevano l’insegnamento

della storia naturale.

Dalla seconda metà del 600 le collezioni iniziarono a specializzarsi.

L’interesse verso i musei cresceva, sia come luoghi che svolgevano una funzione pubblica, per divulgare i progressi

della scienza, sia come luoghi di attività didattica.

L’insegnamento doveva essere però concreto e non noioso, svolto tramite opere che colpissero l’immaginazione del

lettore (es. le Wunderkammern, che raccoglievano oggetti vari con il solo scopo di suscitare stupore)

La tendenza alla specializzazione si concretizzò nel XVIII sec – le specie da catalogare erano ormai un’enorme quantità

e il problema venne risolto con nuovi metodi di classificazione e conservazione dei reperti.

Le collezioni furono sistematicamente utilizzate nel sistema didattico, mantenendo comunque il suo ruolo originario di

laboratorio di ricerca scientifica.

Verso metà 700 sorsero differenti posizioni sul modo di classificare i tre regni della natura (es. fossili appartengono al

gruppo minerale o animale/vegetale?)

Studi più approfonditi sui minerali – finora poco considerati dai naturalisti – portarono allo sviluppo della mineralogia

come disciplina autonoma e all’isolamento delle collezioni di minerali in appositi edifici. Lo stesso procedimento

coinvolse presto botanica, zoologia e biologia.

Il museo si sviluppò poi secondo diverse linee guida

Museum d’histoire naturelle di Parigi – 1793/4: da deposito di collezioni il museo diventò sede dell’insegnamento

superiore delle scienze della vita - secondo il nuovo modello d’istruzione scientifica delineato dai principi

dell’educazione repubblicana promossi dalla Convenzione Nazionale – e aprì le sue porte al pubblico per diffondere la

cultura.

La fondazione del Museum ebbe una forte componente ideologica – voluta dai giacobini, seguaci di Rousseau. Legato

all’ideale, il museo entrò in crisi con il cambiare della situazione sociale e la riaffermazione della superiorità delle

scienze fisico-matematiche.

La ricerca si spostava nei laboratori, università e accademie.

All’inizio del 900 si costruirono imponenti musei per ospitare le enormi collezioni alimentate dalle scoperte

geografiche, sostenendo così un aspetto positivo del colonialismo.

I musei del 900 avevano quindi motivazioni diverse rispetto a quelli dell’800: erano più ideologiche, economiche –

aumentare il nr. di visitatori a discapito della qualità era questione di sopravvivenza.

Es. Museo di storia naturale di Stoccolma: fondato con l’obiettivo di competere con gli altri musei naturali e ampliare la

collezione ad ogni costo.

I musei dell’800 erano condizionati dal nazionalismo che pervadeva l’Europa in quel periodo, dato che le collezioni

provenivano dalle colonie o da aree geografiche nazionali.

Museo della Storia Naturale in Svezia: imponente edificio, estremamente costoso, di chiara ispirazione nazionalistica,

che non rispettava però l’esistente gerarchia tra le varie discipline economiche. Verso fine secolo si estese l’idea di

utilizzare i musei per affermare il primato di una certa ideologia scientifica:

- Deutsches Museum – Monaco

- Chicago Museum of Science and Industry

- Museo della Scienza e della Tecnica Leonardo da Vinci – Milano

Per via della nuova alleanza tra scienza e industria, ogni museo rivendicava la superiorità delle proprie tradizioni

nazionali.

Nella seconda metà del 900 sono nati anche nuove istituzioni – “science centers” – per mostrare la creatività della

scienza pura, vista in maniera disinteressata e cosmopolita, ma non hanno avuto lo stesso successo e diffusione dei

musei.

I musei nati e affermatisi sulle grandi motivazioni ideologiche si sono conclusi con il cambiare di queste.

7. Le accademie

I maggiori progressi scientifici sono per la maggior parte legati a personaggi singoli piuttosto che non a collettività. In

effetti fino al XVII sec le scoperte scientifiche erano dovute in genere alla creatività di singoli individui e non a

istituzioni. Dopo tale data le accademie, nuove organizzazioni istituzionali basate sull’organizzazione collegiale della

ricerca, hanno avuto un ruolo fondamentale nel progresso, favorendone la velocità.

La struttura delle Accademie sorte nel 700 era completamente diversa da quella degli istituti rinascimentali.

In questi ultimi, un gruppo di persone colte, legati da amicizia e dalla passione per la cultura, si riuniva periodicamente

per discutere vari temi, di preferenza letterari o umanistici, e per commentare alcune opere. Le discussioni di carattere

scientifico, si limitavano al semplice dialogo.

Accademia dei Lincei – Roman 1603 – ne è un classico esempio: si dialogava sulla scienza o si presentavano nuove

opere scientifiche, ma i membri dell’accademia procedevano autonomamente nei loro studi. Scopo dell’accademia era

pubblicare e diffondere i risultati ottenuti, non coordinarne l’opera.

Accademia del Cimento – Firenze 1657 – prototipo di accademia moderna. Nello stesso periodo, con caratteristiche

simili, furono fondate anche la Royal Society a Londra e l’Académie des Sciences a Parigi. Nata per proseguire il

programma di Galileo, i fattori di distinzione di quest’istituzione furono:

- La collaborazione tra diversi membri di un gruppo unito da interessi scientifici

- La sperimentazione pubblica per diffondere l’utilità delle scoperte

- La ripetizione degli esperimenti pubblici

- Il ruolo fondamentale di strumenti e laboratori (conseguenza)

La scienza sperimentale venne riconosciuto come attività autonoma e si conquistò un posto in un rango superiore per la

sua utilità operativa.

Gli accademici del Cimento seguivano una concezione della scienza basata sullo sperimentalismo, pur riconoscendo la

superiorità del metodo matematico rispetto alle teorie aristoteliche.

In particolare si concentrarono sulla ripetizione degli esperimenti, consapevoli della problematicità del metodo

sperimentale. Le interpretazioni diverse dei vari risultati portavano a discussioni approfondite, a volte senza soluzioni

ma stimolarono la collaborazione collegiale tra gli scienziati e la creazione di laboratori ben equipaggiati.

L’organizzazione collegiale permetteva agli scienziati di lavorare senza l’angoscia di problemi economici e stimolava lo

Stato a prender coscienza dell’utilità della scienza.

Il rovescio della medaglia era che le istituzioni fagocitarono le capacità di alcuni brillanti individui.

Le accademie del 600 favorirono la standardizzazione della comunicazione scientifica – con la pubblicazione dei primi

periodici – e la valorizzazione della specializzazione.

La forza innovatrice di queste istituzioni non durò molto e già nella seconda metà del 700 fu seriamente messa in

discussione.

Diderot e Rousseau furono tra i primi che contestarono queste associazioni che volevano regolare il progresso delle

scienze, raggruppandole sotto comuni principi.

La creatività e genialità – per es. Galileo, Newton, Descartes – erano individuali, non collettive.

Jean-Paul Marat riprese queste critiche inasprendole, proclamando la libertà nel promuovere il progresso.

Jean D’Alembert – matematico scrisse un saggio su rapporti tra intellettuali e potenti; egli rivendicava un nuovo ruolo

per gli intellettuali e metteva in discussione i rapporti con le istituzioni che distraevano gli scienziati dalle loro vere

attività, dando voce al suo desiderio di riformare il sapere e slegare i corpi accademici dalla protezione delle istituzioni.

Le accademie avevano ormai raggiunto un notevole prestigio e – secondo Formey, Accademia di Berlino – avrebbero

dovuto cambiare il loro ruolo favorendo la specializzazione delle scienze e ostacolando la moda di mettere il sapere

scientifico a portata di tutti.

L’accademia in realtà si dimostrò un’organizzazione chiusa, poco propensa a cambiamenti e riforme che ne potessero

mettere in discussione l’autorità.

Ma gli scienziati rivendicavano sempre più il bisogno di raggiungere una libertà espressiva frutto di immaginazione pari

a quella dei letterati.

Inoltre, le accademie non erano più così neutrali come si pensava e ostacolarono la diffusione di alcune dottrine.

Le accademie in Francia furono chiuse dopo la caduta della monarchia – Rivoluzione Francese.

La ricerca scientifica si trasferì di fatto nei laboratori, colleges e università e il laboratorio dell’Academie divenne un

museo.

In generale, le accademie diventarono un luogo d’incontro per la presentazione di risultati scientifici, mentre nacquero

per esercitare le scienze, organismi più snelli e funzionali

8. L’università

Se le accademie svolsero un ruolo fondamentale nell’istituzionalizzazione della scienza, l’università della prima età

moderna continuò a essere luogo privilegiato di cultura feconda e creativa.

Le università rinascimentali erano considerate rigide e immobili, questo per l’esigenza di trasmettere un sapere coerente

con la cultura dominante del momento. Non potevano quindi addentrarsi verso fenomeni naturali inconsueti e in

disaccordo con le attuali dottrine.

In medicina e botanica si riuscirono a raggiungere comunque notevoli progressi.

Anche il cartesianesimo si insediò molto bene come insegnamento universitario delle scienze naturali.

L’insegnamento universitario rimase in ogni caso ancorato alla struttura tradizionale medievale fino al 1700; le scienze

naturali erano relegate in secondo piano, tra le arti liberali (divisione tra trivium – grammatica, retorica, dialettica – e

quadrivium – aritmetica, geometria, astronomia e musica) e i testi utilizzati sempre gli stessi classici.

Le scienze naturali avevano un ruolo istituzionale subalterno: per gli studenti non vi erano possibilità di sbocchi

professionali scientifici e non vi era accesso alla sperimentazione diretta.

Erano quindi inadatte ad accogliere i contenuti della rivoluzione scientifica del 600.

Nel 700 iniziarono alcune attività di riforma, che riguardavano per lo più piccoli atenei, con organizzazioni meno

complesse e più facili da modificare.

La medicina fu la prima scienza ad esser rinnovata.

Hermann Boerhaave – medico – tenne dei corsi fortemente innovativi insegnando la medicina secondo un nuovo

canone imperniato sulla pratica sperimentale, favorendo lo sviluppo della chimica.

Altre discipline presero forma contemporaneamente – come la fisica sperimentale – sempre incentrando le proprie

dottrine sulla pratica di laboratorio e sul tirocinio pratico.

Il manuale acquisiva una nuova dimensione: non più solo sintesi dei classici, ma rapido approccio dei contenuti dei

corsi.

Nell’università di Svezia, invece, le riforme avvennero per motivi politici: il governo considerava compito primario

della scienza il favorire lo sviluppo economico della nazione e gli scienziati venivano sollecitati a produrre nuove

invenzioni. Questo portò a riformare le discipline scientifiche nella maggiore università scandinava – Uppsala – dato

che le scienze erano considerate politicamente strategiche.

In Italia vi furono delle riforme nelle cattedre universitarie, con diverse iniziative a livello regionale, date le situazioni

politiche e sociali che, in quel momento, appartenevano a realtà divise (università di Pisa, Padova, Pavia e Bologna)

La ricerca scientifica ebbe molto successo in tutte queste università proprio perché appartenenti a realtà geografiche

diverse e in competizione tra loro.

Inoltre, nelle Università locali era più semplice istituire meccanismi di rinnovamento che non nelle grandi Università

europee.

Malgrado tutti questi progressi, l’università non riuscì a diventare sede privilegiata di ricerca fino a inizi 800.

In Francia il sistema educativo subì un rinnovamento con la Rivoluzione Francese e il relativo processo di laicizzazione

della cultura nazionale.

Napoleone soppresse la classe di scienze morali e politiche dell’Institut National favorendo gli scienziati che si erano

dimostrati più fedeli allo stato e portatori di un’attività utile.

Dato che le scuole militari non erano sufficienti per le rinnovate esigenze dell’Impero, Napoleone autorizzò numerose

facoltà di scienze a rilasciare un diploma di abilitazione favorendo la ricerca originale e innovativa.

La riforma di questo sistema si diffuse anche in Italia e Germania per via delle guerre napoleoniche.

In Germania Liebig diffuse il nuovo insegnamento della chimica basato su lezioni tenute direttamente in laboratorio,

combinando didattica e ricerca.

Ben presto divenne indispensabile utilizzare nel metodo didattico laboratori che quindi dovevano essere il più possibile

equipaggiati di strumenti e personale adatto.

Nell’università tedesca furono introdotti altri fattori che la portarono ben presto a un posto di rilievo rispetto alle

università degli altri stati:

- L’originalità come criterio di selezione: per accedere all’università era necessario ottenere un’abilitazione con

la presentazione di proprie ricerche originali

- La mobilità del personale: studenti e ricercatori potevano cambiare ateneo seguendo i professori

In Inghilterra le antiche università risultavano difficili da riformare; le scienze furono introdotte solo nel 1950.

La Francia, dopo una serie di importanti riforme attuale nell’epoca Napoleonica, veniva ora superata dalla Germania per

la lentezza nell’aggiornare le maggiori università.

La supremazia germanica venne fermata solo dagli Stati uniti che avevano inizialmente adottato il sistema tedesco. A

differenza delle istituzioni tedesche, le università statunitensi:

- Ebbero un contatto diretto con il mondo dell’industria, come finanziatore di determinati progetti. L’abilità

manageriale nell’intercettare fondi e le capacità amministrative assunsero pari importanza delle conoscenze

scientifiche. Grazie all’istituzionalizzazione dei progetti di ricerca si è realizzata negli Stati uniti una

convergenza fra ricerca accademica e sviluppo dell’industria

- Non avevano un sistema che orbitava completamente intorno alla cattedra. Il progetto era il centro della ricerca

scientifica.

- Riuscirono a conciliare le crescenti esigenze economiche con l’interazione di altre strutture (fondazioni

filantropiche, industrie)

La flessibilità del sistema universitario americano attirò, e attira tutt’ora, molti scienziati di ogni nazionalità, ma con un

limite: l’esagerata dipendenza tra università e industria sottopone a pressione lo scienziato e vengono meno le migliori

condizioni per una libera ricerca.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Menzo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Tecniche espressive e composizioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Insubria Como Varese - Uninsubria o del prof Gaspari Gianmarco.

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