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• Umore il fluido vitale contenuto nell’organismo sono 4 (sangue, bile gialla, bile nera e flegma).

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Ogni umore è caratterizzato da una coppia di qualità (es. sangue è caldo e umido). Gli umori nutrono

l’organismo e dalla loro alterazione dipendono le malattie.

La medicina rinascimentale eredita due differenti concezioni sulla funzione dei principali organi del corpo:

1. Aristotele asseriva che il cuore era all’origine del calore vitale e della vita.

2. Galeno assegnavano il primato alla triade cervello-cuore-fegato.

Il medico non solo tratta le malattie ma fa opera di prevenzione raccomandando abitudini di vita, condizioni

ambientali e diete adatte alle loro complessioni. La diagnosi è condotta per mezzo del polso, del colore delle

urine, del colorito del volto e della forma del ventre. Le terapie dipendono dalla teoria umorale: attraverso

purgativi o sudoriferi si liberava l’organismo dagli umori viziati ristabilendo l’equilibrio umorale.

L’anatomia è praticata dal XIV secolo nell’Università di Bologna, grazie all’opera di Mondino de’ Luzzi

“Anatomia”. Un passo avanti compì Berengario da Carpi, che volle basarsi sulle osservazioni dirette condotte

sui cadaveri dissezionati (“anatomia sensata”) e attaccò i colleghi che avevano una formazione solo libresca.

Dalla seconda metà del ‘500, la dissezione dei cadaveri assume un nuovo ruolo di verifica del testo.

Vesalio di Bruxelles scrisse “La struttura del corpo umano” (1543), atlante e dizionario anatomico in cui

attribuisce al corpo dissezionato l’autorità ultima nello studio e nell’insegnamento dell’anatomia. Il medico

belga fu il primo docente di medicina a condurre personalmente la dissezione, facendo a meno del sector (un

chirurgo o barbiere). Confuta poi l’anatomia galenica, basata sulla dissezione di animali (scimmie), pur

condividendo la teleologia, ovvero l’idea che il numero e la configurazione delle parti del corpo sono stati

scelti dalla natura in quanto le migliori possibili.

L’anatomia si diffuse soprattutto nelle università italiane del ‘500: Falloppio scoprì le tube uterine e

diagnosticò varie malattie delle orecchie, oltre a descrivere i muscoli oculari e i dotti lacrimali. Lo spagnolo

Servito scopre della circolazione polmonare del sangue, contraria alla concezione galenica del cuore. Lo

svizzero Platter stabilisce invece che la retina è la sede della visione, mentre l’umore cristallino ha la funzione

di lente di ingrandimento.

Paracelso, zurighese, fu una delle personalità più controverse della medicina rinascimentale. Si scagliò subito

contro il latino, insegnando in svizzero-tedesco, e contro Galeno e Avicenna, sostenendo la superiorità delle

conoscenze mediche popolari, costruite sulla base di una diretta familiarità con le malattie e le piante

medicinali. La rifondazione medica deve poi collegarsi all’astronomia (l’intero cosmo è un grande organismo

vivente e l’uomo è una copia del mondo) e all’alchimia (ricerca di un farmaco che allunghi la vita, uso

terapeutico di metalli e minerali).

Paracelso nega la secolare dottrina degli umori e dei temperamenti, descrivendo il funzionamento del corpo

come un insieme di distillazioni, sublimazioni e fermentazioni. Sostiene inoltre la teoria dei “semi della

malattia”, che alterano i principi vitali, e bandisce pratiche terapeutiche galeniche come il salasso, che

indebolisce inutilmente l’organismo.

Il medico per Paracelso deve unire la conoscenza della natura all’ideale di vita cristiano.

Nel XVI secolo la domanda di chirurghi cresce: sulle navi, nelle corti, sui campi di battaglia. Parè, con la sua

esperienza, afferma che cauterizzare le ferite da arma da fuoco con olio bollente avveleni l’organismo e usa

acquavite e trementina, inoltre adopera la tecnica della legatura dei vasi. I chirurghi fanno parte di una

corporazione che li accomuna ai barbieri. Generalmente il chirurgo è considerato di rango inferiore rispetto al

medico, perché la sua è un’arte meccanica. Ma in Italia la chirurgia fa parte del curriculum medico, mentre a

Parigi è al di fuori dell’università.

Il concetto essenzialistico di specie (ovvero si ritiene che appartengono alla stessa specie tutti i soggetti che

condividono la stessa essenza) domina la botanica e la zoologia fino alla fine del ‘700. Pietra miliare nello

studio del mondo animale è l’”Historia animalium” di Gesner, che segue criteri aristotelici e alfabetici di

classificazione (quadrupedi vivipari, ovipari, uccelli, pesci…).

Nello studio del mondo animale era frequente l’uso dei testi sacri: il diluvio universale e l’Arca erano un

riferimento obbligato nell’indagine del mondo animale.

Il principale fine perseguito dai botanici rinascimentali fu lo studio delle proprietà terapeutiche delle piante,

ovvero dei “semplici”. Testi greci di riferimento furono le “Ricerche sulle piante” e il “Delle cause delle

piante” di Teofrasto. Egli definisce la botanica come la scienza che studia la forma, la riproduzione e il

comportamento delle piante. Il suo criterio classificatorio fu quello della forma di crescita: alberi, arbusti,

suffruttici ed erbe. Importante fu anche il “De materia medica” di Dioscoride, che suddivide le piante in base ai

loro usi medicinali, culinari e cosmetici.

Tra il 1500 e il 1700 il numero di piante note aumentò da 500 specie a 18000 specie. I progressi nella

classificazione invece erano lenti in quanto mancava un sistema coerente. Grande stimolo alla botanica diedero

le esplorazioni geografiche, soprattutto in Spagna, che riceveva i nuovi esemplari americani.

Le nuove piante americane e orientali misero in crisi i tradizionali criteri di classificazione: per esempio, le

piante sensitive minano i confini fra mondo vegetale e animale.

III – I sistemi del mondo: Nel ‘500 comincia a mutare la visione del cosmo medievale geocentrico aristotelico

e antropocentrico.

Nel 1543 Copernico pubblica il “De Revolutionibus orbium coelestium” in cui afferma l’eliocentrismo del

cosmo: la Terra compie una rotazione quotidiana intorno al proprio asse e una rivoluzione attorno al Sole.

I greci utilizzarono il termine kosmos per indicare l’universo, un termine che significa ordine, simmetria,

armonia e bellezza. Il principale compito degli astronomi greci fu di ricondurre i moti planetari a uno schema

semplice, quello del moto circolare uniforme.

Per Aristotele il cosmo è finito, pieno, ingenerato e incorruttibile, la Terra è immobile ed è situata al suo centro;

il cosmo è interamente compreso all’interno della sfera delle stelle fisse, al di là delle quali non vi è nulla, né

materia né vuoto. La concezione aristotelica dell’universo costituito da sfere omocentriche fu proposta da

Eudosso: le sfere, aventi lo stesso centro (la Terra), ruotano a velocità differenti, attorno ad assi differenti e in

direzioni differenti.

Aristotele stabilì una netta distinzione fra mondo celeste e terrestre. Il primo è costituito di un quinto elemento

incorruttibile (aither) e, essendo perfetti (cioè non conoscendo generazione e corruzione) hanno per loro natura

un moto circolare uniforme. L’origine del moto delle sfere è nel Primo Motore, il Creatore.

Tale modello, che non spiegava le variazioni di luminosità osservate nei pianeti, fu sostituito da quello degli

epicicli e delle orbite eccentriche di Apollonio di Perge.

Il modello delle orbite eccentriche prevede che il pianeta si muova di moto uniforme su un cerchio il cui centro

è leggermente spostato rispetto alla Terra.

Tolomeo, nelle “Ipotesi dei pianeti”, adottò alcuni principi della fisica aristotelica (geocentrismo e

geostaticismo e sfericità del cosmo) e confutò l’ipotesi del moto della Terra. Inoltre utilizzò gli epicicli,

aggiungendo il punto equante per spiegare le variazioni di velocità dei pianeti. Nell’”Almagesto”, poi,

definisce l’ordine dei pianeti ponendo Saturno in alto, seguito da Giove e Marte; Venere e Mercurio invece

sono posti al di sotto del Sole.

Cusano, che mise in discussione la concezione di un cosmo finito e propose argomenti a favore del moto della

Terra, influenzò Copernico, che aderisce all’idea di cosmo inteso come ordine e armonia e al concetto di

circolarità e uniformità dei moti celesti.

Nel primo libro del “De Revolutionibus”, Copernico attribuisce alla Terra tre movimenti:

1. Moto di rivoluzione.

2. Moto diurno attorno ai poli.

3. Moto che fa descrivere all’asse terrestre la superficie di un cono.

L’astronomia copernicana ha il vantaggio, rispetto a quella tolemaica, di far corrispondere a distanze maggiori

tempi di rivoluzione più lunghi. La velocità dei pianeti corrisponde alla loro distanza dal Sole. Sebbene

Copernico collochi il Sole al centro dell’universo, non lo pone però al centro dei moti dei pianeti. Al centro di

essi c’è un punto in prossimità della Terra. Il sistema è quindi da chiamarsi geocinetico piuttosto che

eliocentrico. Nel sistema copernicano il Sole ha il solo scopo di illuminare il cosmo.

Il suo universo, benché di dimensioni molto maggiori rispetto a quello tolemaico, è comunque finito; inoltre

non mette mai in dubbio la solidità degli orbi celesti e la gravità per lui non è la tendenza dei corpi a

raggiungere il centro del mondo, ma la tendenza delle parti a formare un tutto.

Il “De Revolutionibus” nel 1616 fu messo all’indice. La Chiesa Romana ne vietò la lettura finchè non fosse

stato corretto. Nel 1633 Galileo fu processato e condannato per avere sostenute le idee copernicane.

Nella seconda metà del XVI secolo, le adesioni al sistema copernicano furono pochissime non solo per ragioni

di carattere religioso, ma per la sua incompatibilità con la fisica aristotelica.

Il danese Brahe nel 1572 osservò l’apparizione di una nuova stella nella costellazione di Cassiopea che prima

non era presente. Le implicazioni per la cosmologia aristotelica erano drammatiche: un nuovo corpo celeste era

apparso nei cieli, che per Aristotele erano perfetti e immutabili. Brahe ipotizzò che si trattasse di un evento

prodigioso, che annunciava un nuovo ordine politico e religioso.

Inoltre Brahe negò l’esistenza di sfere celesti solide, visto che una cometa del 1577 aveva attraversato le orbite

planetarie senza incontrare ostacoli.

Il sistema di Brahe si sostituì a quello tolemaico come sistema basato su centralità e immobilità della Terra.

Inoltre la Terra è ferma al centro dell’universo ed è il centro delle orbite della Luna e del Sole, mentre il Sole è

il centro delle orbite degli altri pianeti.

Kepler, nella sua prima opera, il “Mysterium cosmographicum” (1596) afferma che il cosmo, al cui centro è il

Sole, è sferico ed è espressione della Trinità: il centro è Dio Padre, la sfera delle stelle fisse è il Figlio e gli

spazi intermedi sono lo Spirito Santo.

Nel “De stella nova” (1606) afferma che la nuova stella ha uno speciale significato escatologico: essa

preannuncerebbe, a parer suo, la conversione degli indiani d’America, degli Ebrei e dei Turchi, nonché il

ritorno di Cristo.

Nell’”Astronomia nova” (1607), Kepler dimostra che il punto a cui devono essere rapportati gli orbi dei pianeti

è il centro del corpo del Sole. Un punto reale, fisico, non geometrico. Le sostituzioni delle orbite circolari con

l’ellisse (prima legge) fu l’altro fondamentale risultato ottenuto da Kepler. Nella seconda legge si afferma che

l’area descritta dalla linea che connette idealmente il pianeta al Sole (AS-BS) è proporzionale al tempo

richiesto dal pianeta per portarsi da A a B. Quindi ad aree uguali corrispondono tempi uguali.

La terza legge stabilisce infine che i quadrati dei periodi dei pianeti stanno tra loro come i cubi delle loro

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distanze medie dal Sole (T /R =K).

Nell’”Epitome”, Kepler precisa la nozione di massa o quantità di materia dei pianeti, definendola come il

prodotto della loro densità per il loro volume. Le sue idee non ebbero però seguito immediato.

Nel Medioevo, la perspectiva è la scienza che studia la percezione visiva e indica anche lo studio delle tecniche

per determinare la grandezza o la distanza di un determinato oggetto. Dal ‘400 abbiamo la perspectiva naturalis

e quella artificialis (simulazione bidimensionale).

La prospettiva fu introdotta da Brunelleschi e dal Masaccio, e trattata dall’Alberti e dal Della Francesca. E’

attraverso l’uso della proporzione di triangoli simili che Piero realizza la riduzione prospettica: nella

prospettiva lineare, il piano pittorico interseca la piramide dei raggi visivi che ha come vertice l’occhio

dell’osservatore. Nella prospettiva centrale con un solo punto di fuga, tutte le perpendicolari al piano pittorico

devono convergere in un unico punto di fuga, mentre le parallele devono succedersi a intervalli progressivi e

proporzionalmente più ridotti.

Il Da Vinci contribuì anche alla prospettiva aerea, ricercando le variazioni di intensità luminosa e di gradazione

di toni in rapporto alle distanze e alla posizione della sorgente luminosa.

Kepler infine afferma che la luce si diffonda con velocità infinita su sfere concentriche alla sorgente e che

l’intensità della luce diminuisca col quadrato della distanza.

L’uso del telescopio nell’osservazione dei corpi celesti determinò una nuova era nella storia dell’astronomia.

Nel 1609, a Londra, Harriot osservò la superficie della Luna e ne fece una mappa, mentre a Padova, Galilei

perfezionò il cannocchiale portando la capacità di ingrandimento prima a otto e poi a venti volte.

Nel “Sidereus Nuncius” (1610) osserva che la superficie della Luna è “diseguale, scabra, ripiena di cavità,

come la Terra” e che la sua luce cinerea è un riflesso di quella solare. Galileo inoltre osserva i quattro maggiori

satelliti di Giove e scopre che la Via Lattea “non è una parte più densa del cielo atta a riflettere i raggi delle

stelle e del Sole” ma “un ammasso di innumberabili stelle disseminate a mucchi”.

Nel 1611, a Firenze, Galilei osservò le macchie solari, e ipotizzò che il Sole ruotasse su se stesso. Le macchie

provano comunque che nemmeno il Sole è esente dai fenomeni di generazione e corruzione che gli aristotelici

avevano attribuito alla sola Terra.

In una serie di lettere, Galileo esamina il rapporto fra copernicanesimo e Scritture e afferma la netta

separazione tra scienza e fede. Lo scopo delle Scritture è di fornire insegnamenti destinati ad assicurare la

salvezza eterna, non di interpretare la natura, compito che spetta alla scienza. Secondo Galilei, le Scritture non

possono errare ma possono invece sbagliare i loro interpreti. Le tesi galileiane furono all’origine di censure e

condanne ecclesiastiche.

Nel “Saggiatore”, Galileo presenta la celebre immagine del libro della natura scritto con caratteri matematici e

quindi decifrabile solamente per mezzo di essa.

Nel “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” (tolemaico e copernicano), in italiano, egli riteneva di

aver scoperto una prova sperimentale decisiva a favore della mobilità della Terra: il fenomeno delle maree.

Erroneamente ritiene che questi flussi e riflussi siano dati dall’azione combinata di accelerazioni e

decelerazioni dovuti ai moti di rotazione e rivoluzione. Il suo copernicanesimo fu avversato dal Papa.

L’astrologia fu da sempre collegata alla medicina, in quanto si riteneva che l’influsso astrale avesse potere sulla

vita e anche la salute dell’uomo. L’astrologia è stata solitamente divisa in astrologia naturale (meteorologia e

medicina) e giudiziaria (divinazione, profezie future, oroscopi).

Contro l’astrologia si schierarono Agostino (IV secolo, “è una forma di idolatria pagana”) e Pico della

Mirandola (‘400, “non vi è razionalità e sono moralmente dannose e contrarie alla religione cristiana”).

L’astrologia è criticata soprattutto perché nega la libera volontà dell’uomo, che è soggetto non alla natura ma a

Dio.

Pomponazzi invece nel “De incantationibus” sottomette le vicende umane a un rigido determinismo astrale.

Campanella, conciliante, attribuisce all’astrologia una conoscenza non certa, ma probabile, e la reputa così

compatibile con il libero arbitrio.

Paracelso è convinto che la distruzione e la nascita di regni siano annunciati da fenomeni prodigiosi, come ad

esempio le comete, e interpreta la cometa di Halley come segno di imminente stravolgimento dell’ordine

politico.

Nel 1582 la Chiesa cattolica introdusse un nuovo calendario, ancora oggi in uso in gran parte del mondo, che

prese il nome dell’allora papa Gregorio XIII. Il precedente, giuliano, presentava alcune imprecisioni, in quanto

assumeva che l’anno avesse una durata di 365 giorni e 1/4 . Per armonizzarlo all’anno tropico, serviva un

giorno in più ogni quattro anni. Nel 1582 il calendario giuliano aveva accumulato un ritardo di 10 giorni. Si

stabilì, per recuperare il ritardo accumulato, che il giorno successivo al 4 ottobre sarebbe stato non il 5 ma il 15

ottobre 1582.

IV – Matematiche, cartografia e meccanica: la crescente importanza delle matematiche nel ’500 è dovuta:

1. Alla riscoperta e alla traduzione delle opere dei matematici greci (Archimede, Euclide, Apollonio).

2. Alla concezione platonica dell’universo regolato da rapporti matematici.

3. Le applicazioni pratiche delle matematiche.

Coloro che si dedicano alle matematiche sono esperti di:

• Pesi e misure (l’esigenza di commercializzazione spingeva all’unificazione dei sistemi metrologici).

• Fortificazioni, navigazione e cartografia (decisive nelle politiche di espansione e esaltate dalla

riscoperta della “Geografia” di Tolomeo); molti di loro non conoscono il latino e si sono formati nelle

scuole di abaco.

La meccanica potè giovarsi delle opere di statica di Aristotele, che trattano soprattutto la leva e i centri di

gravità e delle “Questioni meccaniche”.

Problemi relativi al commercio stimolarono la diffusione dei trattati di abaco. Uno dei primi fu il “Liber abaci”

del pisano Fibonacci (1202), che fornisce una sistematica e dettagliata trattazione della matematica

commerciale (prestiti, interessi, cambi, vendite e baratti) con l’uso delle cifre indo-arabe e qualche notazione di

algebra. √,

Il tedesco Stifel, nell’”Arithmetica integra” (1544), introdusse i coefficienti negativi, la notazione +, - e

nonché l’uso di indicare l’incognita con una sola lettera.

Dopo il ‘500, si ha in Italia il fiorire dell’algebra, che porta alla risoluzione di equazioni di terzo e quarto grado

(Dal Ferro e Tartaglia).

La nascita vera e propria della notazione simbolica la dobbiamo però a Descartes, che nella “Geometrie”

(1637) apportò alcuni miglioramenti nell’uso delle lettere: usò le prime lettere dell’alfabeto per i termini noti

(a, b e c), mentre le ultime lettere per le incognite (x, y e z). Rappresentò le potenze con i numeri arabi

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ponendoli in alto a destra della base, cioè x , x e così via. Utilizzò + e -, per la divisione l’antico simbolo di

frazione e per la moltiplicazione l’accostamento semplice dei termini.

Anche i logaritmi (dal greco logos, ragione, e arithmos, numero) devono la loro origine alla necessità di

semplificare i calcoli degli astronomi e dei cartografi, e la loro invenzione è dovuta a Napier.

Nella “Geometrie” (1637), Descartes pone le basi della geometria analitica e fa emergere l’idea dell’equazione

di una curva. Fermat, magistrato di Tolosa e matematico nel tempo libero, ricostruì opere matematiche antiche

andate perdute.

Frisius stabilì che la determinazione della longitudine è strettamente connessa a quella dell’ora: la Terra

compie intorno al suo asse una rotazione intera di 360° in 24 ore, quindi un’ora equivale a 1/24 di giro, ovvero

15°. Ogni punto della Terra distante da un altro 15° di longitudine sarà dunque un’ora avanti o indietro rispetto

all’altro.

Nel ‘400 le carte nautiche più diffuse erano i portolani, libri marittimi contenenti istruzioni sulle rotte da

tenere. La compilazione di tali carte avveniva durante la navigazione ad opera dei marinai. Inizialmente le

descrizioni erano limitate ai perimetri costieri, senza reticoli di meridiani e paralleli.

Queste innovazioni giunsero dalla riscoperta della “Geografia” di Tolomeo.

Nel ‘500, con i viaggi oceanici, mutano le tecniche di navigazione e la strumentazione. Spagna (con la Casa de

Contrataciòn a Siviglia) e Portogallo, sotto la spinta anche dell’utilità politica, sono in prima fila in questi

ambiti. Ma uno dei centri principali della cartografia tardocinquecentesca sarà Anversa, dove lavora Ortelius,

autore del “Theatrum orbis terrarum” (1570), la più completa, dettagliata e nota raccolta di carte geografiche.

Nel ‘500, con il termine “meccanica” comincia a intedersi l’esame teorico del funzionamento delle macchine

semplici, mentre precedentemente si indicavano unicamente occupazioni manuali o attività artigianali. Quando

gli autori medievali parlano di moto, non intendono solo il moto locale, ma, seguendo la concezione

aristotelica, distinguono tre generi di movimento: secondo la qualità, la quantità e il luogo.

Prima del ‘500, la meccanica è considerata un’arte piuttosto che una scienza, essendo i suoi scopi di carattere

pratico, ossia la costruzione di macchine. Lo status della meccanica muta nel Rinascimento, così come muta

anche il suo contenuto e si ha un progressivo superamento della separazione tra teorie del moto, statica e

scienza delle macchine.

Nella trattazione della meccanica del ‘500 distingueremo due differenti tradizioni:

1. Il recupero e approfondimento della tradizione classica, in particolare la riscoperta di opere antiche di

meccanica, come le “Questioni meccaniche”.

2. Le indagini intorno alle macchine, alla balistica e alle fortificazioni condotte da ingegneri e tecnici

attivi soprattutto nelle corti italiane. Precedentemente questi temi erano trattati empiricamente, con

prove ed errori. Galilei matematizza ulteriormente l’arte del costruire, trattando la capacità di resistenza

dei materiali. Tartaglia fu autore di trattati di balistica e fortificazioni: nella “Nova scientia” (1537),

calcola la gittata massima di un cannone, che si ha con una elevazione di 45°. Inoltre afferma che il

moto dei proiettili ha tre fasi: prima è rettilineo, poi curvo, infine rettilineo verso il basso.

Successivamente, nei “Quesiti” (1546), ammette la traiettoria curvilinea del proietto su cui agisce

costantemente la gravità (abbandona quindi la concezione aristotelica).

Benedetti, sostenitore del sistema copernicano, è risoluto avversario di Aristotele: ritiene che il fattore da cui

far dipendere la velocità di caduta non è il peso, ma il peso specifico; inoltre, la resistenza del mezzo non è,

rispetto alla forza motrice, il divisore, ma il sottraendo. Sostenitore della fisica dell’impetus, Benedetti spiega

l’aumento di velocità nella caduta libera come effetto di un continuo accrescimento dell’impetus.

Matematico e ingegnere, convinto copernicano, Stevin scrive trattati di ingegneria militare nei quali propone

nuove tecniche di assedio e di fortificazione, e di ingegneria civile, in cui tratta di chiuse, canalizzazioni, dighe

e mulini a vento. Tra i suoi contributi più noti alla meccanica è lo studio del piano inclinato. Per mezzo di un

esperimento mentale, egli dimostra che l’effetto della gravità è inversamente proporzionale alla lunghezza del

piano inclinato.

Beeckman, umanista e scienziato, fu sostenitore di una concezione atomistica della materia e indagò numerosi

problemi di meccanica dei solidi e dei fluidi. Beeckman spiegò la caduta dei gravi con l’azione di una forza

attrattiva, simile al magnetismo, situata nella Terra.

I risultati cui giunge Galilei sono fondamentali: egli fonda la meccanica su basi matematiche, formula la legge

di caduta dei gravi e pone le premesse per la definizione, cui perverrà successivamente Newton, della legge

d’inerzia.

I giovanili “De motu antiquiora” contengono due importanti innovazioni rispetto alla fisica aristotelica: la

prima è che tutti i corpi sono pesanti e non vi è leggerezza naturale; la seconda è che la velocità di caduta è

determinata dal peso specifico dei corpi, non da quello assoluto. Secondo Galilei, il termine “leggero” indica

solo una minore gravità.

Il più noto e celebrato contributo galileiano alla meccanica è la legge di caduta dei gravi, che stabilisce che il

moto dei gravi è un moto uniformemente accelerato. Il principio trovato da Galilei stabilisce la proporzionalità

tra il crescere della velocità di caduta e la distanza dal punto di inizio del movimento.

Successivamente, nei “Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze” (1638), si corregge,

affermando che la velocità aumenti proporzionalmente ai tempi. Inoltre afferma che nel vuoto tutti i corpi

cadono con la stessa velocità.

Nei “Discorsi”, Galilei conclude che il moto uniformemente accelerato è quello in cui il mobile, in tempi

uguali, acquista uguali aumenti di velocità.

Un altro importante contributo galileiano alla meccanica è l’affermazione dell’isocronismo del pendolo: Galilei

osserva che per pendoli di eguale lunghezza, che vengono spostati secondo angoli differenti, le oscillazioni

sono isocrone, cioè vengono fatte negli stessi tempi.

Al pari di bruno, Galilei afferma la relatività del movimento con l’intento di confutare gli argomenti degli

aristotelici contro il moto della Terra, come ad esempio la caduta di una pietra ai piedi della torre. Nel

“Dialogo”, Galilei afferma che la pietra e la torre partecipano dello stesso movimento della Terra, e che quindi

per la pietra e la torre tale moto è come se non ci fosse.

Per Galilei, il moto, al pari della quiete, è uno stato, al quale il corpo è indifferente.

V – Filosofia sperimentale e storie naturali: nella filosofia aristotelica la scienza non ha come fine la

scoperta di qualcosa di nuovo, ma è una conoscenza che, a partire da principi già noti, giunge a conclusioni

certe. L’ideale aristotelico di scienza è di tipo deduttivo: ogni apprendimento parte da una preesistente

conoscenza. Le scienze devono essere assiomatizzate.

La filosofia sperimentale si contrappone all’aristotelismo. La magia naturale rinascimentale fu motore

importante per lo sviluppo di un’attitudine alla ricerca sperimentale, così come lo fu l’alchimia e Paracelso, che

si richiamava costantemente all’indagine diretta della natura. Le esperienze però erano ottenute in qualsiasi

modo, mentre l’esperimento è un procedimento verificato, dettagliato e riprovabile.

Affinché i dati sperimentali, ovvero prodotto artificialmente, avessero voce in capitolo, bisognava superare la

concezione aristotelica della preminenza della natura sull’arte.

Bacon sostenne il passaggio da una filosofia verbale ad una pratica derivata dall’indagine della natura; Galileo

fonde invece l’approccio teorico e matematico con l’indagine sperimentale, anche mentale, secondo la formula

delle “sensate esperienze e necessarie dimostrazioni”.

Le teorie basate su prove sperimentali incontrarono ovviamente le confutazioni basate sull’autorità dei testi.

Gli storici della scienza hanno a lungo stabilito una netta demarcazione tra conoscenza scientifica e concezioni

magiche, la prima basata su un approccio quantitativo ai fenomeni naturali, la seconda su una visione

qualitativa, vitalistica o animistica della natura e del cosmo.

La magia rinascimentale si fonda su un insieme di concezioni metafisiche e cosmologiche, soprattutto di

carattere neoplatonico. Uno dei più fortunati trattati di magia fu il “Dei modi di acquistare vita dal cielo”

(1489) di Marsilio Ficino, un’opera con finalità mediche che spiega come attrarre influssi celesti benefici.

La magia fu coltivata anche da Paracelso e da molti dei suoi seguaci, che attribuirono i poteri del mago alla

conoscenza dei processi naturali e alla capacità di catturare e utilizzare forze e poteri di origine celeste. Dopo il

Concilio di Trento, la Chiesa romana fu sempre meno disposta a tollerare la magia, in concorrenza nella

tematica dei miracoli e della comunicazione con il mondo soprannaturale.

L’opera di Porta segna il confine fra magia naturale e pratica sperimentale: se nella “Magia naturalis” (1558) vi

sono segreti per realizzare filtri d’amore, veleni, antidoti, crittografie, etc., nella seconda edizione vi è un più

marcato carattere sperimentale, con l’aggiunta di una trattazione sull’ottica.

Per Bacon la magia naturale indaga la natura in maniera puramente empirica, senza un metodo adeguato e

senza collaborazione. La scienza invece dovrà essere basata su un metodo rigoroso e fondarsi sulla

collaborazione di tutti coloro che indagano la natura.

Nell’età elisabettiana (1558-1603), l’Inghilterra raggiunse straordinari risultati in campo economico, culturale e

scientifico. La religione anglicana si affermò stabilmente. Successivamente alla pace con la Francia di

Cateau-Cambresis (1559), si ha una forte crescita economica, basata sulla navigazione e i commerci.

Lo sviluppo delle scienze e delle tecniche promosso da Bacon non aveva solo finalità politiche, ma aveva

anche carattere escatologico. Bacon era infatti convinto che la conoscenza e il dominio della natura di cui

disponeva prima della caduta, e che poi andarono perduti, potessero essere nuovamente acquisiti.

Bacon non si limitò ad indicare la strada della scienza, ma elaborò un sistema di filosofia della natura di

carattere vagamente corpuscolare, basato sulla distinzione tra materia tangibile (passiva) e spiriti (attivi).

Il “De Magnete” (ca 1650) di Gilbert è il primo trattato dedicato all’insieme dei fenomeni magnetici e contiene

una articolata filosofia della natura. Critico della filosofia aristotelica e del principio di autorità, Gilbert indicò

nelle indagini sperimentali la via maestra della scienza.

Gilbert asserì che la Terra fosse un grande magnete dotato di anima, da cui deriva il suo moto diurno. Sostenne

inoltre che fra Luna e Terra sussiste una attrazione magnetica, da cui hanno origine le maree, mentre la gravità

è causata dal magnetismo terrestre. Egli rifiutò la dottrina delle sfere celesti e asserì che l’universo è infinito e

gli spazi tra i corpi celesti sono vuoti.

La filosofia sperimentale ebbe nuovo impulso dai puritani (che tentarono di riformare la Chiesa anglicana fra

fine ‘500 e metà ‘600 dandole un orientamento più calvinistico). Essi credevano che il ritorno di Cristo in Terra

sarebbe durato 1000 anni e al termine del quale ci sarebbe stato il giudizio finale. I puritani credevano nella

rinascita del sapere, nel nuovo dominio dell’uomo sulla natura perduto con la “Caduta di Adamo”.

Contrapponendosi alla filosofia aristotelica, i puritani sostenevano la necessità di fondare la scienza della

natura su basi sperimentale e allo stesso tempo propugnavano le teorie mediche di Paracelso. Il circolo di

riformatori, scienziati e filosofi, si raccolse attorno ad Hartlib.

L’opera di Boyle “Dell’utilità della filosofia sperimentale” (1663) segnala come lo studio della natura

contribuisca alla conoscenza delle opere del Creatore e delle sua saggezza, e costituisca quindi un supporto

fondamentale alla religione cristiana (physico-theology).

Con teologia naturale si intende la concezione per la quale l’esistenza del Creatore è dimostrata attraverso

argomenti tratti dalla ragione e dai sensi, non solo dalla Rivelazione. La conoscenza della natura mostra il

progetto e le finalità presenti in essa e in ogni creatura e di conseguenza contribuisce ad accrescere la fede

nell’esistenza, sapienza e bontà del Creatore.

Le storie naturali rinascimentali, che si ispiravano all’opera di Plinio, includevano lo studio del mondo naturale

nei suoi tre regni: minerale, vegetale e animale. La storia naturale si definisce per la metodologia adottata:

collezionare dati e oggetti, descrivere, classificare.

Bacon nell’”Advancement of Learning” (1605) distingue le storie naturali, che includono anche storia civile e

sacra, che trattano informazioni relative non solo alla natura, ma anche alla natura manipolata dall’uomo; e

filosofia naturale, che indaga le cause dei fenomeni. Le storie naturali raccolgono esperimenti ed esperienze

relative al vento, alla gravità, alla vita e alla morte.

Nel corso del ‘600 le storie naturali di particolari regioni si diffondono, e trattano di flora, fauna, minerali,

clim, usi, costumi e anche descrizione di abitazioni.

Boyle scrisse la “Storia naturale del sangue umano” (1683) e la “Storia generale dell’aria” (1692).

L’idraulica, o scienza delle acque, si sviluppa anzitutto per dare risposta a problemi relativi al corso dei fiumi,

per l’approvigionamento idrico e per la costruzione di fontane nelle ville rinascimentali, ma anche per

recuperare terre al mare, come nei Paesi Bassi (con Stevin).

L’aria dominò invece il ‘600: Torricelli e i successivi esperimenti di Pascal e Boyle dimostrarono non solo che

l’aria è dotata di peso, ma anche che esercita una pressione in tutte le direzioni.

Il controllo delle acque, le opere di bonifica e di drenaggio, la costruzione di canali, interessò soprattutto le

Province Unite e l’Italia del Centro-Nord. Macchine e pompe per il sollevamento dell’acqua furono impiegate

nelle miniere e per opere di drenaggio e bonifica.

A fine ‘500, entra in gioco l’indagine teorico-matematica: Leonardo introdusse nello studio delle acque la

considerazione della velocità che a suo avviso è inversamente proporzionale alla sezione del canale.

Nel 1644, Torricelli eseguì un esperimento notissimo: immerse un tubo contenente mercurio e aperto a una

delle due estremità in una bacinella contenente mercurio. Osservò che la colonna di mercurio scendeva fino a

un dato livello, fermandosi ad una altezza di circa 76 cm. Da questo esperimento, Torricelli trasse due dati:

1. L’aria esercita una pressione sul mercurio contenuto nella bacinella.

2. Lo spazio lasciato libero dal mercurio nel tubo è vuoto.

Si confutano quindi la concezione aristotelica dell’aria come elemento leggero e l’impossibilità di produrre

artificialmente il vuoto.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gerson Maceri di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della scienza e della tecnica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Arecco Davide.

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