Introduzione
Il termine economia non deve ingannare. Il suo significato è diverso da quello attuale e riguarda l’amministrazione, il governo dell’oikos, della casa interna come famiglia allargata (comprendere anche gli schiavi). A una storia economica del mondo antico si è arrivati per gradi. In parte come esito dell’invenzione tardosettecentesca della scienza economica che ha sollecitato una rilettura della storia greca e romana. Ma in parte per lo sviluppo autonomo, che presuppone le ricerche condotte in campi particolari della vita romana.
Nel 1817 August Bockh scrive una Economia politica degli Ateniesi e nel 1840 Dureau de la Malle una Economia politica dei Romani. La considerazione moderna dell’economia antica è stata dominata da due visioni contrapposte, dette dei primitivisti e dei modernisti. Due studiosi tedeschi vi occupano un posto di rilievo: sono Karl Bucher e Eduard Meyer cui si aggiunge lo storico russo emigrato negli Stati Uniti Michele Rostovtzeff. Il nome di Bucher è ricordato per un’opera: La nascita dell’economia nazionale: all’economia domestica, propria del mondo antico, fece seguito l’economia cittadina o urbana, che caratterizzò il Medioevo. Eduard Meyer sostenne che il livello raggiunto dalle economie antiche era simile a quello del mondo moderno e arrivò ad elaborare una sorta di equazione: nella storia greca il VII e VI secolo a.C. corrisponderebbero ai secolo XIV e XV dell’era moderna e il V al XVI.
Interpretazioni economiche
È a Marx che dobbiamo, prima nel Manifesto del partito comunista e nella Critica dell’economia politica, l’individuazione dei modi di produzione come caratterizzanti le epoche storiche: quello schiavista l’Antichità, quello feudale il Medioevo, quello capitalistico l’età moderna. Marx era un ammiratore di Aristotele cui riconosceva il merito di essere stato il primo ad aver posto il problema della commensurabilità nello scambio di oggetti qualitativamente incommensurabili.
Primitivisti e modernisti
Per i primitivisti (o sostantivisti, intendendo con sostantivismo la linea interpretativa che respinge la presunzione dell’esistenza di una sfera economica indipendente dalle relazioni sociali, in contrapposizione a quella opposta, definita formalismo) la caratteristica della vita economica antica è condizionata da una produttività limitata, di contadini che puntavano all’autosufficienza e al proprio sostentamento quotidiano. La produzione aveva come fine lo scambio legato al soddisfacimento di esigenze primarie.
Per i modernisti (o formalisti) una buona parte della produzione agricola era finalizzata alla vendita sul mercato e quindi sottoposta alla legge della domanda e dell’offerta. Per i primitivisti la sfera economica è inglobata in quella sociale con la conseguenza che la vita collettiva nel mondo antico era priva di tensioni o che queste erano ricomponibili nell’ambito dell’ordinamento pubblico. Per i modernisti, l’Antichità conobbe già manifestazioni di lotte di classe paragonabili a quelle odierne.
Giuseppe Salvioli e altri storici
Giuseppe Salvioli, Il capitalismo antico. Questo testo, pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1906, apparve in italiano solo alla morte del suo autore, nel 1929. “Alla grande potenza di Atene e di Roma dovesse corrispondere una struttura sociale ed economica, non diversa da quella formatasi in alcuni Stati di Europa dopo il secolo XVII, cioè grande industria, commercio, agricoltura esercitata con grandi investimenti di denaro”. In Salvioli è evidente la propensione per il confronto e per l’analogia anche se con tratti del tutto personali e con finalità legate all’analisi storica. Non c’è dubbio che in Salvioli la considerazione specifica dei caratteri del capitalismo moderno servì per mettere a fuoco quelli del capitalismo antico o la sua peculiarità.
Nella Biblioteca di Storia Economica (pubblicata tra il 1903 e il 1921), diretta da Vilfredo Pareto, ma che si deve all’impegno di Ettore Ciccotti, furono raccolte e tradotte le opere aventi attinenze con la storia economica, arricchite da aggiornamenti e talvolta da osservazioni critiche. È notevole la grande apertura per quelle questioni destinata a rinnovare i problemi e a costituire la base per nuove ricerche: la demografia, le strutture agrarie, la fiscalità.
Corrado Barbagallo era vicino a quanti vedevano già realizzata nell’Antichità una forma di capitalismo, soprattutto in considerazione degli investimenti in attività produttive e delle forme di commercializzazione dei prodotti. Barbagallo avvertì il problema dell’applicabilità della definizione di borghesia ai ceti benestanti del mondo antico; recepì il contenuto di un’opera di uno dei più influenti economisti tedeschi di inizio ‘900, Werner Sombart.
Contributi accademici
Alla base del progetto di Pareto e Ciccotti c’è l’evidente desiderio di un approccio documentato, in grado di sottrarsi alla rigidità delle enunciazioni teoriche. Lo studioso americano T.Frank con la sua vasta raccolta di fonti sulla storia economica di Roma si preoccupò di consolidare le conoscenze su basi obiettive e sistematiche. Storia economica e sociale del mondo antico di Fritz Heichelheim è un tentativo di ricostruzione che si propone di realizzare una sorta di pensant di quella compiuta qualche decennio prima da Meyer per la storia politica e culturale. Già fra i primi due conflitti mondiali si scrivono opere che offrono contributi importanti su argomenti specifici.
Gunnar Mickwitx pubblicò un libro tratto dalla sua tesi di dottorato sui problemi di economia naturale e di economia monetaria nel mondo tardoromano; aveva saputo affrontare con chiarezza un tema destinato a divenire centrale negli studi successivi, vale a dire il grado di sviluppo della razionalità economica antica.
Weber aveva identificato tre caratteristiche della città antica:
- La mancanza di una netta differenziazione della città dalla campagna;
- La base schiavistica della sua società;
- La sua natura di città consumatrice.
Aveva elaborato uno schema di sviluppo delle strutture politiche dell’Antichità. Per Weber né il capitalismo né lo Stato moderno si sono sviluppati all’interno delle città antiche. Un nome si impone sugli altri ed è quello di Karl Polanyi (La grande trasformazione). La riflessione di Polanyi prende le mosse da un preciso intenso: quello di combattere il dogma della scuola economica neoclassica secondo cui il modello economico rappresentato dalla società di mercato è sufficiente a spiegare il funzionamento dell’economia in genere. Secondo la scuola neoclassica la competizione economica e il mercato sono sempre esistiti, essendo il movente economico. L’uomo sarebbe, insomma, homo economicus.
Moses Finley è autore di L’economia degli antichi e dei moderni. A giudizio dello storico britannico, nella società greco-romana ci troviamo di fronte alla mancanza di un concetto specifico di economia. Tale società non era organizzata perché le esigenze materiali fossero soddisfatte attraverso mercati regolati e interdipendenti. Secondo Finley, la distinzione tra liberi e schiavi non risolveva la complessità interna di una società in cui a essere determinante era lo status. Alcuni uomini liberi erano ridotti in una condizione analoga a quella dei servi a causa delle obbligazioni che derivavano dai debiti contratti. La valutazione negativa del lavoro manuale scaturiva dal presupposto culturale che equiparava di fatto quegli uomini liberi che si trovavano a lavorare fianco a fianco con gli schiavi. Finley ha avuto il merito di porre al centro della discussione alcuni problemi nodali dell’economia antica e di individuare le manchevolezze di molte delle opinioni in circolazione.
Tra le risposte polemiche alle posizioni di Finley, si deve ricordare quella di Andrea Carandini che ha contestato la considerazione indifferenziata che lo studioso britannico aveva del fenomeno schiavistico che lo aveva portato a rinunciare a cogliere l’evoluzione di questa realtà sociale. Carandini ha criticato la svalutazione fatta da Finley del razionalismo economico antico con il quale la disputa si incentrava sui calcoli fatti dall’agronomo Columella sulla convenienza o meno di impiantare un vigneto. Carandini ha argomentato che i costi di impianto non computati da Columella sono imputabili al settore naturale che all’epoca coesisteva con il settore monetario.
Il superamento delle posizioni finleyane è avvenuto per gradi, spesso grazie a opere collettive su aspetti specifici. Un argomento di discussione è quello che riguarda il concetto di crisi, che risulta di applicazione controversa al mondo antico. Vero è che un’economia senza crisi per necessità è anche un’economia senza crescita e senza sviluppo, perché è difficilmente contestabile che ci sia stato un momento in cui i Romani scoprirono la ricchezza. Si sottolinea la necessità di distinguere tra crescita estensiva e crescita intensiva che sarebbe compatibile con una crescita annuale modesta, tra età tardorepubblicana ed età altoimperiale. Per gli storici del Medioevo si dà per presupposto che in una situazione in cui la maggioranza della popolazione è impegnata in agricoltura, è il fattore demografico a rappresentare uno dei fattori determinanti della popolazione. Il problema che si pone riguarda la misura in cui un accentuato spopolamento determini una modifica nella struttura dei prezzi.
Le forme della produzione
La base produttiva del mondo antico è l’agricoltura. Essa è un’attività umana primaria ma è subordinata alle diverse forme di organizzazione del territorio e della società. Mercantilizzazione e monetarizzazione rappresentano dei fattori radicali di innovazione che incisero sul mondo romano nell’età delle grandi conquiste mediterranee. Produrre per un mercato determinò nuove forme gestionali e creò le premesse per una nuova attenzione all’aspetto concreto dell’attività agricola.
1. Momenti di discontinuità
Di devono riconoscere due momenti di discontinuità. Il primo è rappresentato dall’espansione romana, con la conquista dell’Italia e del Mediterraneo. Alla fine del III secolo a.C. si organizzò il sistema monetario, fondato su un rapporto tra oro e argento, e si ebbe un consistente sviluppo demografico. Il caso della transumanza, dello spostamento periodico delle greggi dai pascoli invernali di pianura a quelli estivi di altura, merita considerazione. Si tratta di un fenomeno di larga durata; esso acquista le caratteristiche proprie di un’organizzazione economica in senso proprio, favorita dall’impiego di capitali e ordinamenti uniformi. Le basi produttive risultano condizionate dal bisogno alimentare di Roma che può considerarsi una vera e propria megalopoli antica. Il secondo momento di discontinuità è rappresentato dalla crisi, politica ed economica, che colpisce la penisola, a seguito delle grandi invasioni barbariche. A fronte di un netto calo demografico, i flussi commerciali iniziarono a restringersi e le campagne ad allontanarsi dalle città. Tale crisi tornò a manifestarsi in modo irreversibile in occasione della nuova ondata di invasioni barbariche del V secolo e con la guerra greco-gotica.
2. Il vino
Uno sviluppo decisivo nella coltura della vite era avvenuto a seguito dell’arrivo dei Greci lungo le coste dell’Italia meridionale e della Sicilia. I Greci portarono con sé conoscenze tecniche avanzate, nuovi attrezzi agricoli e nuovi vitigni. La specializzazione della viticoltura non portò al superamento di una differenziazione di fondo nella forma di coltivazione della vite che si è mantenuta sino ai nostri giorni. Caratteristica della vitivinicoltura etrusca è l’impianto della vite su un sostegno vivo. Tipico della tradizione greca è l’allevamento basso, idoneo a sfruttare il calore emanato dal suolo. Gli Etruschi coltivavano la vite nelle lambruscaie, mentre i filari sono un’innovazione di età romana. Il paesaggio agrario dell’Etruria risulta contrassegnato da forme significative di popolamento e da una sovrapproduzione agricola. Se ne può dedurre una stabilizzazione della proprietà terriera. L’accresciuta produzione di vino spiega il rilievo che questo ebbe nei commerci, perché impiegato negli scambi per ottenere materie prime, metalli e schiavi. La produzione del vino, quando rappresenta un fattore di arricchimento, è legata alla sua commercializzazione e ai contenitori per il suo trasporto. In età repubblicana il Lazio e la Campania sono le regioni più avanzate dell’Italia romana sia dal punto di vista dell’organizzazione produttiva sia da quello delle tecniche agrarie. Per quel che riguarda il vino come prodotto si distingue di regola tra tre differenti tipi di vitigno. C’è quello che produce vino solo per l’autoconsumo, o per chi vive in zone limitrofe a prescindere dalla sua qualità e per il quale non c’è storia. Il vitigno di pregio è quello che dà vini destinati a una vendita a distanza, capaci di invecchiamento, che tollerano il trasporto e presuppongono una clientela ricca e raffinata. Si tratta anche dei vini che più risentono della concorrenza. Il vino di massa, infine, è quello di qualità ordinaria, destinato a un mercato popolare. Quanto ai vini di massa, essi dovettero riscuotere interesse per il mercato romano in età imperiale, quando incominciavano a farsi problematiche le tradizionali forme di approvvigionamento. L’Etruria è un indicatore significativo di questi sviluppi, anche per quello che oggi chiameremmo l’indotto, cioè il complesso di servizi e di prodotto legati alla nuova realtà economica, cui si dovette adeguare.
3. La villa schiavistica
La conquista romana e il correlato sviluppo economico sono alla base di una nuova realtà produttiva. Essa è rappresentata dalla villa schiavistica, che si impose sulla fascia costiera del Tirreno centrale, anche in virtù dell’inserimento della rete viaria e del sistema di gestione delle acque realizzato attraverso la divisione agraria, la centuriazione. La storia della villa dura meno di tre secoli. La villa, sottoposta ad una serie di modifiche durante le varie fasi della sua esistenza, fu poi abbandonata nel corso del III secolo d.C., quando tutta l’area conobbe un netto regresso delle sue infrastrutture. Il periodo di massima fioritura della villa coincide con la fase di maggior sviluppo del sistema schiavistico, quando la produzione era destinata al commercio anche su lunga distanza. Nell’Etruria settentrionale interna le ville schiavistiche appaiono assenti. Nel complesso l’Etruria settentrionale appare un’area che conosce uno sviluppo successivo rispetto a quello dell’Etruria meridionale, anche perché era troppo lontana da Roma per essere oggetto di investimenti cospicui da parte della classe dirigente della capitale.
4. La crisi del I secolo d.C.
Nel corso del I secolo d.C ci sono indizi di un’incipiente crisi della viticoltura italica. Una delle prove è l’editto domizianeo, con il quale si ordinava di cessare di piantare viti in Italia e di sradicarle nelle province. Domiziano sembra preoccupato di rispondere a una situazione di ordine contingente: la misura studiata dovette apparirgli spropositata rispetto alle esigenze. Per l’Etruria meridionale appare accertabile il diverso destino delle cosiddette ville centrali, più fragili perché più sottoposte all’andamento dei flussi commerciali, e di quelle periferiche. Queste ultime risultano alla fine strutture più durature proprio perché meno sofisticate. L’ipotesi di una crisi agricola ha toccato più volte la questione cronologica.
5. Lavoro libero e lavoro servile
L’operetta catoniana sull’agricoltura costituisce un punto di riferimento obbligato e fondamentale. Il trattatello catoniano è una fonte di eccezionale interesse. Si tratta di un’opera di natura particolare, dal carattere eterogeneo che sembra essere il risultato della fusione di parti indipendenti. In ogni caso è poco plausibile pensare alla fattoria di Catone il Censore come a un modello ideale o idealizzato. Al contrario, essa presuppone un contesto regionale preciso, una collocazione tra il Lazio meridionale e la Campania.
100 iugeri → 25 ettari
Operarius, mercennarius e politor possono considerarsi figure intercambiabili perché esterne alla fattoria, anche se il politor presuppone la designazione di una funzione specifica: la mondatura delle spighe. La menzione di lavoratori con funzioni definite è tutt’altro che eccezionale. Basterà ricordare come in un altro capitolo, si parli di due figure diverse di raccoglitori delle olive: i leguli, cioè quelli che le raccolgono da terra, e gli strictores, vale a dire quelli che le raccolgono direttamente sui rami dell’albero. Questo tipo di lavoratori era di necessità richiesto in questi periodi. Quanto al mercenarius, merita attenzione il fatto che la merces che è alla radice del termine con ogni probabilità implica una ricompensa in natura. La situazione dei mercennarii è stata paragonata a quella evocata nella parabola dei vignaioli del Vangelo di Matteo e a quella dei braccianti italiani prima dell’affermarsi delle organizzazioni sindacali. Dunque i mercennarii rimangono diversi dagli schiavi, perché appartengono a una domus diversi, perché sono i liberi salariati che compiono i lavori più impegnativi, le res maiores. Sembra plausibile ritenere gli operarii come lavoratori di condizione libera, che provenissero dal vicinato.
6. Innovazioni nel lavoro agricolo
L’agricoltura antica fosse un’accumulazione di conoscenza empirica senza forme selettive di allevamento, senza cambiamenti negli strumenti o nelle tecniche per l’aratura, la raccolta o l’irrigazione, benché fossero riconosciut...
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