L’età arcaica e repubblicana
L’annalistica e la storiografia
Solo dopo cinque anni dalla fondazione della città si cominciano a redigere le prime opere storiche, che conosciamo attraverso scarsi frammenti. Ciò comporta difficoltà nel ricostruire gli avvenimenti specialmente per il periodo della monarchia e dei primi due secoli dell’età repubblicana. Gli antichi mettevano in evidenza la carenza di una documentazione scritta, la remota antichità dei fatti; discutevano sulla distruzione di documenti all’epoca dell’incendio gallico, e sulla possibilità di falsificazioni ad opera delle famiglie dell’élite.
In età arcaica registrare gli avvenimenti essenziali della vita della comunità e proporli al popolo era uno dei compiti del collegio dei pontefici. Questa registrazione ha carattere annalistico, di elenco, anno per anno, dei diversi avvenimenti che avevano riguardato la comunità. Ricopiando i dati della tabula, il pontefice formava dei commentarii, che sono all’origine della pubblicazione in ottanta libri dei cosiddetti Annales Maximi, che sarebbe avvenuta ad opera di P. Mucio Scevola intorno al 130 a.C. I contenuti della tabula dovevano essere esili, secondo quello che ricaviamo da diverse fonti, che la citano per fenomeni quali carestie ed epidemie, avvenimenti astronomici. Non sappiamo da quando ebbero inizio le registrazioni pontificali.
Sull’elaborazione della tradizione ebbero una qualche influenza i trattati e le leggi scritte su materiali particolari. A questa scrittura esposta, si affianca una scrittura non divulgata (documenti di magistrati o di collegi sacerdotali). All’interno delle case delle famiglie più importanti si conservava documentazione delle azioni degli antenati e memoria delle loro virtù.
Viene ricordata un’ampia tradizione di oralità che trasmetteva i ricordi del passato: lo scrupolo religioso vietava di modificare le formule sacrali, e questo vale anche sul versante delle formule giuridiche. C’era l’uso di mandare a memoria testi di leggi, innanzitutto le XII Tavole, una sorta di grammatica per l’educazione giuridica della classe dirigente. Vanno anche ricordate le tabulae pictae, quadri dipinti esposti al pubblico, che ricordavano episodi importanti della storia di Roma.
Prima che negli annalisti romani, la storia di Roma ebbe spazio in storie greche. Roma era nota al mondo greco continentale, anche se se ne avevano notizie approssimative, legate a motivi leggendari. La scoperta di Roma è opera di Timeo di Tauromenio, storico siceliota tra IV e III secolo, che rivolge la sua attenzione alla grecità d’Occidente e scopre il ruolo centrale di Roma nel Mediterraneo occidentale.
A partire dalla seconda guerra punica, si colloca la redazione delle prime opere storiche in forma letteraria, che chiamiamo annalistiche perché raccontano le vicende della città anno per anno, secondo il modello della tabula dei pontefici. Il più antico tra gli annalisti è il senatore Fabio Pittore, che scrive in greco, per un pubblico greco, anche per controbattere la storiografia greca filopunica. Una svolta si ha con Catone il Censore, il cui ruolo politico fu importante tra l’epoca della II punica e quella della III (morì nel 149 a.C.); compose le Origines, dove rinnovava e modificava l’iniziale schema annalistico, e ampliava l’orizzonte storiografico alle altre città italiche. All’inizio delle Origines esaltava l’utilità pragmatica della storia per la res publica.
Polibio, uomo politico greco di Megalopoli, pone alla riflessione storica e politica il problema dell’imperialismo romano, e ci lascia una prima articolata descrizione delle istituzioni nel libro IV. Le sue Storie hanno ad oggetto la storia politica e militare, la storia ha per lui come fine il conseguimento dell’utile. Scrivere la storia è compito degli uomini d’azione, ed esige imparzialità, altrimenti è favola vana. Celebra l’impero di Roma, perché la dinastia dei Romani non ha paragoni con le altre precedenti e rende effettivamente possibile la realizzazione di una storia universale.
In latino scrivono i tre annalisti più importanti del II secolo. Lucio Cassio Enuna; la sua opera riflette motivi razionalistici. Lucio Calpurnio Pisone Frugi (inizia una fase annalistica influenzata dai contrasti scoppiati per effetto del programma graccano) e Gn. Gellio (riprende gli interessi italici che erano stati di Catone) appartengono all’ultimo terzo del secolo, e confermano una disposizione del materiale che si sviluppa sulle vicende di età contemporanea. Degli altri storici, Celio rompe anche con la tradizionale forma annalistica, ritagliandosi la narrazione della guerra punica in almeno sette libri, in cui sogni, prodigi e gusto per il sensazionale ed il meraviglioso dominano la scena.
Nel I secolo a.C. scrive Annali Licinio Macro, che riprende la complessità e l’ampiezza del materiale di Gn. Gellio, e l’interesse per le popolazioni italiche; che utilizza tra le sue fonti i libri di lino conservati nel tempio di Giunone Moneta. Tende a dare un ruolo eccessivo ai membri della famiglia di cui fa parte, al pari degli altri due annalisti della prima metà del secolo: Claudio Quadrigario e Valerio Anziate. Ma ormai il senso della crisi ha sconvolto il tradizionale rapporto tra attività storiografica e attività politica. Sallustio sceglie di separarle, dedicandovi due diversi momenti della sua esistenza, per meglio servire la repubblica, nel proemio del Bellum Jugurthiunum offre il raccordo esplicito tra la considerazione della storia come sorgente dello spirito di emulazione delle virtù degli avi, valorizzando l’esempio storico.
Le istituzioni
Il sito di Roma fu abitato a partire dal 1000 a.C. circa, da comunità di villaggio che si consolidarono, si ampliarono, si mutarono: un processo diluito nel tempo, che costituì una tappa necessaria ma non sufficiente verso la nascita della città-stato. Furono decisivi la stratificazione sociale con l’apparizione di aristocrazie nettamente distinte dal resto della popolazione, e la comparsa all’interno dell’abitato di spazi monumentali pubblici. Questa impostazione è stata parzialmente corretta da un’importante scoperta archeologica: la fortificazione del Palatino, risalente al 725 a.C. Questa fortificazione sarebbe il segno di una comunità raccolta attorno ad una forte autorità centrale, che voleva distinguersi all’interno della comunità insediata sui sette colli, che fu inglobata in un ampio cerchio di mura.
Il sovrano ha obblighi religiosi. Il sovrano deve avere adempiuto obblighi religiosi, deve aver consultato la volontà degli dei sulla sua investitura e sugli atti che intende svolgere. Questo legame tra volontà degli dei, azioni del sovrano investito di imperium, è stato operante lungo tutto l’arco della storia di Roma. Secondo la tradizione, questo legame fu il motivo scatenante della disputa mortale tra i gemelli Romolo e Remo, che appartenevano alla stirpe dei re di Alba Longa, la città fondata dal figlio di Enea, Ascanio, alle falde del Monte Albano, a sud di Roma.
La salita al trono di Numa Pompilio (715-672), Tullio Ostilio (672-640) e Anco Marcio (640-616) segue un medesimo schema: il popolo riunito nei comizi curiati elegge un re su ispirazione e con il consenso del senato; quindi, con un atto distinto dall’elezione, gli conferisce l’imperium (qualcosa di affine succede anche per Romolo, cui l’imperium viene riconfermato dall’assemblea popolare dopo la costruzione delle mura e dell’abitato). Sin quando il re non era stato eletto, il senato designava suoi membri che tenessero a turno l’imperium cinque giorni ciascuno: gli interreges. A queste procedure di interregno si ricorreva ancora in età repubblicana, quando per un qualsiasi motivo la città rimaneva prima di consoli e pretori. Allora il senato sceglie gli interreges tra i suoi membri patrizi e gli auspici tornano ai senatori. Tarquinio Prisco (616-578) e Servio Tullio (578-534) si rivolgono al popolo per ottenere l’investitura. Il Superbo (534-510) è presentato come il tiranno integralmente illegale, che sale al potere con la violenza e solo con questa governa.
Seconda preoccupazione di Romolo fu la ricostituzione di un corpo civico, dal momento che il contingente con cui era partito da Alba per colonizzare il sito di Roma era stato decimato dalla contesa col fratello. Le fonti descrivono l’organizzazione che Romolo diede alla cittadinanza, con l’istituzione di tre tribù, chiamate dei Ramnes, dei Tities, dei Luceres, nomi a cui gli autori antichi davano un significato etnico. Ciascuna tribù venne divisa in trenta curie. Invece Livio sembra dire una cosa sensibilmente diversa: dopo la pace e la fusione coi Sabini, Romolo divise la cittadinanza in trenta curie, e formò tre centurie di cavalleria con i nomi che altri autori attribuiscono alle tribù. Estremamente complesso il problema della loro natura, cioè dei criteri di distribuzione degli individui in questi quadri: si pensa ad originari criteri di carattere parentale e gentilizio, ma è possibile che curie e tribù siano passate a designare sezioni di territorio. Tribù e curie abbiano avuto una funzione di organizzazione della leva militare.
Servio Tullio (578-534) rinnovò i criteri di appartenenza alla cittadinanza, ancorandoli ai parametri oggettivi del patrimonio e della residenza, con la creazione di un sistema di classi di censo da una parte delle tribù territoriali dall’altra. Il suo regno fu una tappa fondamentale per il progresso verso un’organizzazione unitaria dello stato. In questo modo il censimento creava l’unità indissolubile proprietario-cittadino-soldato (opposta a quella cliente-agricoltore dipendente-soldato nell’ambito della gens aristocratica), tipica dello stato romano fino al II secolo a.C. Il vantaggio per l’autorità centrale consisteva nel poter disporre di uno strumento per la piena utilizzazione militare del potenziale umano.
Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino avrebbero cacciato i re e instaurato la libertà a Roma. In soccorso dei Tarquini sarebbe giunto l’alleato etrusco Porsenna, re di Chiusi, poi ritiratosi, impressionato dalle incredibili prove di valore dei Romani. In realtà gli storici di Roma conoscevano due fatti: gli stretti rapporti di parentela dei congiurati con i Tarquini; il fatto che Roma si fosse arresa a Porsenna e avesse dovuto accettare un trattato in posizione di subalternità. Si deve pensare ad un collasso della dinastia regnante per dissidi interni, di cui potrebbe aver approfittato un’altra potenza etrusca, Chiusi, oppure si deve ritenere che quest’ultima abbia attaccato e occupato la Roma dei Tarquini, magari ben informata del momento di debolezza della dinastia.
Per gens si intende un gruppo di famiglie che si riconoscevano in antenati e riti comuni. Il celebre episodio della guerra “privata” dei Fabi contro Veio (479-477) fa emergere la natura della gens come organismo dotato di proprie risorse e di una propria capacità di iniziativa. Nucleo del potere della gens era la proprietà della terra da intendere come controllo collettivo che tutto il gruppo gentilizio esercitava sulle sue terre. Questa condizione di dipendenza si chiamava clientela, l’individuo dipendente cliens. Gli indizi del controllo esercitato dalle gentes aristocratiche su istituzioni e società sono molteplici: alcune curie e le più antiche tribù territoriali rustiche portavano nomi di gentes.
Il consolato è una magistratura annua e collegiale. Il console in campagna militare è una sorta di sovrano assoluto, unico arbitro della vita e della morte dei suoi soldati. I consoli erano anche signori di tutti gli affari pubblici a Roma; era il regista della vita amministrativa e politica, al quale poi spettava il potere esecutivo di dare attuazione alle deliberazioni.
Il termine consilium ricorre spesso nella tradizione letteraria, ed allude al tratto distintivo del potere reale che il senato deteneva: il primato nella formulazione delle decisioni politiche. Polibio affermava che al senato spettasse in sommo grado il deliberare, il prendere decisioni politiche. La centralità del senato nella costituzione romana si giocava su due piani, non a caso trattati da Polibio in due passi: le competenze assegnategli, la decisiva influenza nella formazione della decisione politica. L’appellativo consilium indica la funzione consultiva nei confronti dei magistrati superiori, che potevano convocare il senato per richiedere un parere, mentre i senatori non potevano autoconvocarsi.
Nel 451 a.C. si sarebbe acconsentito alla richiesta reiterata per dieci anni dai tribuni della plebe di avere un codice scritto di leggi, e si sarebbe eletto un collegio patrizio di decemviri, con sospensione delle altre magistrature e del diritto di appello alle assemblee popolari sulle loro decisioni. Il collegio produsse dodici tavole di leggi, per poi essere cacciato a furor di popolo per gli eccessi del componente di maggior prestigio, il patrizio Appio Claudio. Questa sequenza di eventi è stata interpretata come la creazione di una commissione ad hoc, destinata a sciogliersi con l’adempimento del compito per il quale era stata creata.
Nel 444 a.C., nel clima delle rivendicazioni plebee per il consolato, i patrizi propongono l’elezione di tribuni militari con poteri consolari sia patrizi che plebei. La plebe nei comizi avrebbe votato tre tribuni tutti patrizi. Collegi di tribuni si alternano a collegi di consoli fino al 367 a.C., senza che sia chiaro il criterio che presiedeva di volta in volta alla scelta di eleggere per l’anno successivo gli uni o gli altri.
La sua origine viene fatta risalire al 443 a.C. Accanto ai detentori dell’imperium cominciano a comparire magistrature istituite per assolvere compiti specifici, in questo caso il censimento dei cittadini. La censura era la più importante delle magistrature prive di imperium. I censori venivano eletti dai comizi centuriati in numero di due ogni cinque anni, ma avevano solo diciotto mesi di tempo per assolvere i loro compiti. I censori aprivano le operazioni del censimento con un editto che richiamava i cittadini ai loro obblighi e illustrava le procedure. Le operazioni di censimento terminavano con il lustrum, cerimonia religiosa di purificazione fatta risalire al censimento di Servio Tullio. I censori dovevano tenere e aggiornare le liste dei senatori e dei cavalieri. Tutti i cittadini romani sottostavano al regimen morum disciplinaeque dei censori, ma è chiaro che esso assumeva un particolare significato politico e sociale quando si trattava di stilare le liste dei membri dell’ordine senatorio ed equestre.
La questura è una delle magistrature più antiche, risalente all’età regia (Romolo o Tullio Ostilio) o all’istituzione della repubblica. Le magistrature dotate di imperium avevano un questore al seguito, che operassero in città, in campagne militari o nelle province.
L’aristocrazia gentilizia avviò subito un processo di chiusura in se stessa, accreditandosi come unica detentrice degli auspicia e monopolizzando le magistrature e quindi l’accesso al senato. Le assemblee popolari non avevano capacità di iniziativa, essendo vincolate ai magistrati competenti per la convocazione e la redazione dell’ordine del giorno. I plebei reagiscono con la secessione, cioè l’abbandono della città, efficace strumento di pressione perché comportava la renitenza alla leva militare.
Nel 375 a.C. i due tribuni della plebe Gaio Licinio Stolone e Lucio Sestio Laterano proposero di approvare tre leges: una sui debiti, una sui limiti di possesso dell’agro pubblico, la terza sull’elezione di un console plebeo. Le leggi furono approvate solo nel 367 a.C. Per l’organizzazione dei Ludi Massimi coi quali celebrare la ritrovata concordia, si istituiscono due edili curuli, all’inizio esclusivamente patrizi, così detti per il diritto di sedere sulla seria curulis, uno degli insignia imperii che Romolo aveva preso a prestito dagli Etruschi.
La pretura giurisdizionale è una carica nuova da non confondere con le prime magistrature repubblicane affidate a magistrati che portavano il titolo di praetor come nome generico e collettivo, da cui la necessità di specificarlo con superlativi e comparativi. Il pretore dichiarava all’inizio dell’anno i criteri cui si sarebbe ispirato nei giudizi, con un editto, destinato a diventare una delle più importanti fonti di diritto. Nel 242 a.C. fu istituito il primo praetor peregrinus, per l’amministrazione del diritto in controversie che coinvolgessero stranieri.
Al vertice della gerarchia delle assemblee popolari i comizi centuriati, che, conservando sempre intatta la loro originaria logica timocratica, erano più funzionali alla difesa degli interessi dei ceti sociali più elevati. La contro è un’assemblea legittima, cioè convocata e tenuta con le forme dovute, nella quale il magistrato che l’ha convocata e la presiede, fa al popolo le comunicazioni che ritiene opportune. La contro si scioglieva, poteva anche aprirsi un dibattito, ma solo se il presidente dava la parola o ad altri magistrati in carica o ad ex magistrati.
L’impero nasce quando Roma decide di assoggettare al suo dominio diretto i territori conquistati a seguito delle Guerre Puniche: Sicilia occidentale e Sardegna-Corsica nel 227 a.C. il numero dei pretori aumentò ancora con Silla (otto) e Cesare (fino a sedici). I comizi centuriati eleggevano i pretore, tra questi si sorteggiavano le rispettive sfere di competenza (provinciale). La parola latina provincia, significa proprio sfera di competenza, e solo in seguito acquista anche quello di territorio extra-italico assegnato come sfera di competenza a magistrati romani. Il conferimento di imperium proconsolare o propretorio dipendeva dalla consistenza delle truppe di stanza nella provincia. Collaboratori del magistrato nel governo della provincia erano i legati e il questore.
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