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ha bisogno di un’investitura formale che Tiberio inizialmente dice di voler rifiutare e che infine il

senato gli conferisce. Caligola era erede del patrimonio di Tiberio, insieme a Tiberio Gemello, altro

nipote del principe. Il testamento privato però veniva inteso come di incidenza pubblica. Dopo

Caligola, i pretoriani acclamano Claudio. La successione a Nerone svela uno degli arcana imperii:

gli imperatori non si creano più a Roma, ma sui campi di battaglia.

Con i Giulio-Claudii il governo di uno solo è sentito come necessario. Tiberio migliora ed amplia il

funzionamento degli scrinia, ma è Claudio che provvederà alla riorganizzazione e in molti casi alla

creazione di veri e propri uffici: ad epistulis, a libellis, a studiis, a cognitionibus, a patrimonio, a

rationibus. Alla loro guida troviamo spesso i potenti liberi dell’imperatore: Callisto, Polibio, Narcisso e

Pallante. Con Claudio si ha una spinta all’integrazione nell’impero delle popolazioni provinciali, sia

con generose concessioni di cittadinanza, sia accogliendo i maggiorenti provinciali. Nerone riprende

i temi augustei di un governo diviso equamente tra principe e senato. Dalla crisi del 68/69 una

nuova dinastia si afferma a Roma. Scompaiono le antiche famiglie repubblicane, mentre si assiste

ad una crescita lenta e continua dei cavalieri e soprattutto all’avanzata dei provinciali. Vespasiano

proviene da una famiglia di notabili municipale e comincia la carriera nell’ordine equestre. Tra gli atti

di Vespasiano più rilevanti dal punto di vista amministrativo va ricordata la connessione del ius Latii

alle comunità della Spagna, a noi nota da numerosi statuti cittadini giunti per via epigrafica. Al breve

regno di Tito, che Svetonio definisce la delizia del genere umano, segue quello del fratello

Domiziano, che le fonti ci presentano come un nuovo tiranno (lo chiamano Nerone calvo). Gli

Antonini (96-192 segnano l’apogeo dell’impero, Nerva riconciliò l’inconciliabile: il principato e la

libertà.

Dopo l’uccisione di Commodo i pretoriani impongono Pertinace e i senatori lo accettano. Il suo

regno durò solo 87 giorni ed egli cadde vittima degli stessi pretoriani che lo avevano acclamato. Si

apriva una terribile stagione per Roma con una vendita all’asta dell’impero e lo scoppio di una nuova

guerra civile, con più pretendenti contrapposti (Didio Giuliano, Pescennio Nigro, Clodio Albino), fino

al prevalere di Settimio Severo, acclamato nel 193 dalle truppe di Pannonia. Il periodo dei Severi è

caratterizzato da un forte incremento del potere dei soldati e dall’evidente crisi dell’apparato

repubblicano. Settimio Severe prese una serie di misure a favore dei soldati: aumento del soldo,

organizzazione dell’annona militare e concessione di numerosi vantaggi sociali ed economici. In

realtà l’immagine stereotipata dell’imperatore-soldato, ostile alle sottigliezze della politica non rende

giustizia a questo principe, che in molti campi continuò a muoversi nel solco della tradizione. La sua

stretta associazione con l’esercito fu conseguenza del modo in cui era arrivato al potere. Alla morte,

il potere passò nelle mani dei due figli: Gela (subito eliminato) e Caracalla. A quest’ultimo si deve la

constitutio Antoniniana, con cui nel 212 viene concessa la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’impero.

Dopo la parentesi del regno di Macrino, la dinastia dei Severi continua con Elagabalo e poi con il

cugino Severo Alessandro, rappresentato come il prototipo del buon imperatore: le fonti ricordano la

remissione dell’aurum coronarium, l’atteggiamento di rispetto nei confronti del senato.

In apertura delle Institutiones Gaio fornisce un quadro delle fonti del diritto: accanto a quelle tutte già

operative in età repubblicana enumera i senatoconsulti e le constitutiones principum. Augusto aveva

fatto ricorso alle tradizionali fonti di produzione, stimolando l’attività legislativa degli organi

repubblicani: aveva presentato lui stesso progetti ai concilia plebis in virtù della tribunicia potestas;

aveva indotto i consoli in carica a proporre ai comizi leggi. Dopo Augusto l’attività legislativa

diminuisce. Le deliberazioni del senato acquistano valore legislativo, intervenendo in campi finora

riservati ai comizi. Il senatoconsulto diventa uno degli strumenti della politica legislativa imperiale:

dal 28 a.C. Augusto aveva assunto il titolo di princeps senatus ed esercitò un influsso intenso

sull’attività dell’assemblea senatoria. La vera novità del principato nell’ambito della produzione del

diritto è data dalle costituzioni imperiali. L’attività normativa del principe si esplicava in diverse

forme: i rescritti, che potevano assumere la forma di vera e propria epistola o di semplice

subscriptio; gli edicta, ispirati all’editto dei magistrati repubblicani.

2. Produzione letteraria e storiografica tra opposizione e consenso

L’età augustea vede grandi trasformazioni per quello che riguarda la storiografia, le difficoltà nel

rapporto col potere già dei triumviri e poi del principe si fanno sentire, e la libertà di scrivere cede

davanti alla capacità di proscrivere. Tutto questo non è privo di conseguenze, e la storiografia è

considerata in qualche modo la vittima dei tempi nuovi in vari passi tutti convergenti. La risposta al

nuovo stato di cose non fu univoca; la storiografia senatoria reagì in modo assai critico, consapevole

di avere da raccontare cose di scarso rilievo, laevia memorati, rispetto alle antiche gesta del glorioso

passato repubblicano

È stata enfatizzata la presenza di non senatori tra gli storici nell’ultimo secolo della repubblica;

questo vale anche per l’età augustea, in cui appunto è ancora presente una active historiography.

Una storiografia militante di rilievo è quella di Asinio Pollione console nel 40 a.C., di vasta cultura e

interessi. Dopo Azio fu uno dei critici di Augusto, e si legò in amicizia con Timagene. Una

descrizione del rapporto tra storici e potere al tempo di Augusto come di un’età in cui ancora si

godeva di una certa libertà si ricava da un capitolo degli Annali di Tacito in cui si riporta l’orazione in

propria difesa di Cremuzio Cordo, accusato per le sue Storie nel regno di Tiberio.

I segni della crisi della res publica si ritrovano nel proemio di Livio, dove vengono collegati ancora una

volta e nel modo più esplicito i costumi e la storia di Roma: da una parte, con i buoni costumi, c’è la

grande storia della città e dell’impero, dall’altra, con la disciplina morale allentata e infine annullata, le

guerre civili e infine una situazione in cui si è incapaci si sopportare sia i propri vizi che i loro rimedi.

Tito Livio è legato all’immagine tradizionale di Roma, e tuttavia la sua visione storiografica ha

profonda consonanza con il nuovo clima augusteo. È uno storico letterario, dedito agli studi, estraneo

alla politica attiva, assai considerato anche dai contemporanei. La sua monumentale glorificazione del

passato di Roma, l’intonazione moralistica ed esemplare si adattavano bene all’ideologia restauratrice

del principato. Livio dichiarava di aver consultato tutti gli storici più quotati, mettendo a confronto le

varie versioni dove queste fosse discordanti, distinguendo il vero dal verosimile, oggetto piuttosto di

fabulae.

L’opera storia di Dionigi di Alicarnasso è centrata sulla storia della Roma delle origini, la protostoria

dei rapporti tra Italia e Grecia, l’etnografia italica e laziale connessa alle origini di Roma. Egli

dichiarava che intende scegliere argomenti di alto livello contenutistico, che richiedono impegno

stilistico e rechino grande utilità ai lettori. La grandezza del compito che si prefigge è strettamente

legata a quella di Roma; anzi, fin dalle origini si manifesta l’alto ruolo di questa città di cui egli ritiene

di aver dimostrato la grecità originaria.

A Orazio e Virgilio si devono opere che esprimono un’adesione attiva al programma augusteo; Virgilio

celebra in uno straordinario poema epico di ispirazione nazionale la vicenda di Enea e la sofferta

fondazione della nuova Troia. Orazio diventa uno dei poeti ufficiali del nuovo regime. La lettura epica

vede Lucano, nipote di Seneca, scegliere all’apposto un tema di storia quasi contemporanea,

narrando la guerra civile tra Cesare e Pompeo; la Pharsalia o Bellum Civile si risolve in una

esaltazione dell’antica lealtà repubblicana, e in una condanna esplicita del regime imperiale. L’epica

conoscerà una certa fortuna in età Flavia. I soggetti sono mitologici, solo Silio Italico canterà le guerre

puniche, riprendendo il tema della missione civilizzatrice di Roma.

3. L’Italia e le province nelle dinamiche socio-economiche

Con l’assetto amministrativo delle province veniva ribadita la divisione delle competenze tra principe e

senato, apparentemente ancorata alla tradizione. Le province del popolo comprendevano la Sicilia e

la Sardegna, la Dalmazia, la Macedonia, il Ponto e parte dell’Asia Minore. Furono istituiti il

patrimonium, in cui sembra fossero contenuti i fondi personali del princeps, e la res privata e la ratio

privata. I tributi pagati dalle province del popolo continuavano a essere versati nell’aerarum, che

rappresentava la cassa statale. Le province, che versavano a Roma le imposte dirette, il tributum

capitis e il tributum soli, erano definite dai contemporanei tributariae.

Tale assetto amministrativo e un tale apparato fiscale richiedevano un grosso intervento di riassetto

dell’intero territorio imperiale e un’ampia attività censitaria, che permettesse di avere consapevolezza

del numero dei contribuenti e dell’entità dei beni imponibili nella totalità dell’impero.

Esistevano diversi tipi di imposizioni tributaria, che dipendevano dalle modalità di conquista di una

provincia, ma anche dalle peculiarità storiche e talvolta geografiche di una determinata zona. In

alcune aree dell’impero, si ritenne necessario mantenere il sistema tributario vigente prima della

relazione in provincia o anche si adottò il tipo di prelievo fiscale alle caratteristiche produttive della

provincia.

La divisione delle competenze amministrative tra principe e senato portò alla divisione delle entrate:

da un lato, l’aerarum populi Romani – che conservava la caratteristica di essere la cassa pubblica, del

popolo – dall’altro lato, le finanze imperiali. La famiglia imperiale divenne protagonista dell’attività

produttiva e commerciale che era alla base dell’economia dell’impero. È il caso delle industrie di

laterizi e tegole, che sorgevano su proprietà imperiali e la cui manodopera e gestione dipendevano

dalla famiglia imperiale.

La macchina imperiale si reggeva grazie agli introiti del gettito fiscale annuo. Per produrre ricchezza

sufficiente a pagare le imposte dirette bisognava che i produttori dei beni primari producessero il

surplus necessario. L’economia romana era un’economia di mercato. Le province che pagavano il

tributo furono indotte ad incrementare la loro produzione ed in particolare i commerci con l’Urbe.

L’economia romana è un’economia bipolare, la cui vocazione di base è la produzione agricola, ma

con un ruolo assolutamente fondamentale svolto dalla produzione dei manufatti e dallo scambio

mercantile. La vita economica di Roma fu caratterizzata da un flusso commerciale che determinava

una gigantesca circolazione di merci in ogni punto dell’ecumene.

Le diverse aree dell’impero avevano una propria specializzazione produttiva e su di essi si incentrava

l’economia di mercato e il rapporto con Roma, in un gioco continuo di concorrenza-dipendenza. Le

province dovevano essere in grado di produrre surplus che permettesse loro di pagare il tributo a

Roma. Alcuni territori divennero in questo modo i produttori maggiori per alcune derrate destinate

all’Italia: Africa ed Egitto

La specializzazione produttiva delle province e le diverse produzioni servivano all’annona di Roma: a

sostenere la popolazione dell’Urbe, parte della quale conservava il diritto di ricevere distribuzioni.

Malgrado l’esistenza di un libero mercato si rese necessario l’intervento dell’autorità imperiale, che

con alcune misure protezionistiche cercava di mantenere in equilibrio l’asse Roma-province, in un

sistema immenso e complesso divenuto un impero-mondo. Domiziano, per salvaguardare l’economia

italiana e l’agricoltura, vietò di piantare nuove vigne in Italia e ordinò la distruzione della metà delle

vigne nelle province. La finalità era la rivalutazione delle colture cerealicole, la difesa dell’economia

dell’Italia rispetto al dilagare dei prodotti provinciali che arrivavano a Roma.

Roma domina l’intera ecumene. Di conseguenza, vi sarà un allargamento dei confini, e l’intero impero

verrà considerato e in certo modo diverrà il territorio di Roma. Se l’impero diviene il territorio di Roma,

i suoi confini ne rappresentano le mura; l’Urbe non è più una città, ma una sorta di etnia comune, in

cui ognuno può riconoscersi. Le città dell’impero sono come copie di Roma. L’impero romano era

unitario, ma costituito da diverse realtà, come le membra di un organismo.

Dal punto di vista ideologico, fu dato ampio spazio all’integrazione e ai continui scambi tra periferia e

centro dell’impero. Tale scambio si traduceva in un costante interesse da parte degli imperatori alla

vita municipale locale. Poiché il funzionamento dell’intero sistema imperiale si basava sulle singole

cellule che lo costituivano, ovvero le città, fu interesse di ogni imperatore salvaguardare il benessere

e la situazione economica delle comunità cittadine, badando che si evitassero gli sprechi e che le

finanze cittadine fossero spese in maniera opinata.

4. Il cristianesimo delle origini

La nuova religione si diffuse nelle province orientali dell’impero precocemente e rapidamente.

Decisiva fu la predicazione dell’apostolo Paolo, dal 45 al martirio durante la persecuzione neroniana

dei cristiani di Roma. L’evangelizzazione paolina sembra seguire uno schema costante: rivolta alle

comunità giudaiche della diaspora. Il cristianesimo minaccia il principale luogo di culto pagano

dell’oriente romano, il tempio di Diana ad Efeso, e mette in pericolo quello che oggi si chiama indotto

economico. Paolo arriva a Roma nel 60-61, per essere giudicato dalle autorità romane dopo una

denuncia dei Giudei di Gerusalemme.

La proverbiale risposta data da Gesù all’interrogazione sul tributo a Cesare e un paragrafo della

lettera ai Romani di Paolo, invitano i cristiani ad accettare l’autorità civile dell’impero. Ma proprio

questa distinzione tra sfera religiosa e sfera civile, finisce per rendere inconciliabili il cristianesimo e

l’impero che esige dai suoi sudditi una dimostrazione di lealtà attraverso il culto dell’imperatore

divinizzato.

Questo argomento riguarda tre temi: definizione di una dottrina comune, gerarchia all’interno delle

singole comunità cristiana, gerarchia tra le comunità cristiane. Il contenuto della fede del cristiano non

può che essere quello trasmesso da Cristo agli apostoli e da questi alle singole comunica. Il concetto

di successione apostolica nasce e si definisce all’interno della comunità di Roma, nella quale già dalla

fine del primo secolo si osserva la chiara preminenza del vescovo. Il concetto è la spina dorsale

dell’opera di Ireneo, che sulla sua base teorizza anche il primato di Roma tra le comunità cristiane.

La crisi dell’organismo imperiale durante il regno di Marco Aurelio crea un clima favorevole al

moltiplicarsi di episodi, di persecuzioni anticristiana, a proposito dei quali non sembra però che si

possa già parlare di persecuzione generalizzata. Ci sono anche pervenuti gli atti di un processo

tenuto a Cartagine nel 180 contro sei cristiani, concluso con una sentenza capitale. Il processo non

sembra discostarsi dalle fattispecie giuridiche e dalle procedure che emergono dallo scambio

epistolare tra Plinio il giovane e Traiano.

Decio (249-251) ordina la prima persecuzione sistematica contro tutti i cittadini dell’impero che

rifiutassero di compiere sacrifici. Al sacrificante veniva rilasciato il certificato (libellus) di aver

ottemperato agli ordini dell’editto. I frammenti papiracei hanno la forma di una petizione, completa di

tutti i dati anagrafici, rivolta dal cittadino che vuole adempiere l’obbligo del sacrificio, alla apposita

commissione del suo distretto.

Valeriano (253-260) scatena con due editti una persecuzione che sembra non voler più colpire i

singoli individui, ma la Chiesa come istituzione, con il divieto di riunione, l’eliminazione fisica delle

gerarchie ecclesiastiche, l’eliminazione economica e sociale dei notabili cristiani nella società romana

e dei funzionari cristiani nell’amministrazione imperiale, la confisca dei beni immobili della Chiesa.

Il cosiddetto editto di Milano non è una concessione, ma il riconoscimento di un diritto, quello di

seguire la religione che si vuole. L’inizio dell’editto consente anche di comprendere quello che era

sempre stato uno dei motivi ispiratore della politica religiosa degli imperatori. Appena entrato a

Nicomedia, Licinio ringrazia Dio per la vittoria su Massimino Daia; la rapida promulgazione e

l’applicazione dell’editto è necessaria affinché il favore divino continui ad assecondare i successi.

5. I fattori di crisi (Gianluca Soricelli)

Il personale politico-militare che garantiva l’amministrazione e la difesa dell’impero era esiguo. Era

composto dalle truppe inquadrate nell’esercito imperiale, mentre ben più ridotto era il numero degli

addetti impegnati nell’apparato burocratico. I costi di questo apparato politico-militare erano sostenuti

dalla tassazione a cui era soggetta la popolazione imperiale. Perché il sistema funzionasse era

necessario che tale tassazione si mantenesse su livelli contenuti, non gravando eccessivamente sulle

masse rurali. Questo equilibrio entra in crisi durante il regno di Marco Aurelio quando la pressione

lungo i confini rende necessario un rafforzamento dell’esercito, producendosi, così, un incremento di

spesa; a ciò si accompagna un violento scoppio epidemico che riduce le capacità produttive

complessive dell’impero. L’autorità imperiale dovrà operare per riequilibrare entrate ed uscite

utilizzando le diverse opzioni a sua disposizione: l’aumento del carico fiscale, l’allargamento della

proprietà imperiale e della quota di imposta e di prodotti che l’imperatore poteva gestire in prima

persona.

I reduci dalla campagna partica di Veio portarono con sé una virulenta epidemia, forse di vaiolo, che

si diffuse per le regioni dell’impero colpendo anche Roma. Essa dovette perdurare a lungo,

ripresentandosi con nuovi scoppi epidemici più o meno violenti, fino al 189, quando una nuova

pestilenza colpì Roma. Si discute sulle conseguenze che avrebbe avuto la peste antoniniana sullo

stato generale dell’impero: secondo alcuni, essa avrebbe costituito un evento di scarsa importanza,

con conseguenze trascurabili; secondo altri, avrebbe avuto un significato demografico dell’impero e

sulle dinamiche socio-economiche.

Le difficoltà finanziarie dovettero aggravarsi negli anni di Commodo per la politica di specie condotta

dal giovane imperatore. Per recuperare risorse Commodo aumentò la pressione fiscale introducendo

nuove tasse e procedette ad una consistente riduzione del contenuto di argento nella moneta. Alla

morte di Commodo le casse imperiali dovevano essere quasi vuote ed il compito a cui si accinse il

suo successore, Pertinace, fu quello di un risanamento del bilancio e di un rilancio della produzione

agricola e delle attività di scambio. Il risanamento del bilancio venne perseguito attraverso una severa

politica di tagli alle spese e la vendita di beni imperiali.

Il suo successore Didio Giuliano ereditò uno stato ancora alla bancarotta. Per risolvere la difficile

situazione finanziaria Settimio Severo mutò subito la politica monetaria di Pertinace, riducendo al

50% il contenuto di argento nel denarius. Il provvedimento consentiva di far fronte alla crescita delle

spese militari imposta dall’aumento del soldo legionario. Grazie a tali confische e al conseguente

ampliamento del patrimonio fondiario dell’imperatore, una parte della produzione agricola globale

venne direttamente controllata da quest’ultimo e destinata a coprire una quota delle forniture

annonarie destinate alla capitale e agli eserciti. Il suo successore, Caracalla, porta avanti una politica

di inasprimento fiscale: sono raddoppiate alcune delle imposte gravanti sui cives romani e proprio la

volontà di estendere tale gravami a tutti i sudditi dell’impero avrebbe determinato la promulgazione

della Constitutio Antoniniana.

Ucciso Severo Alessandro, le truppe acclamarono imperatore uno di loro, Massimino il Trace.

Sostenitore di una politica militare forte nei confronti delle popolazioni barbare, ne fece pagare il costo

alle popolazioni dell’impero, sottoposte ad una spietata pressione fiscale. A causa di essa insorse la

provincia d’Africa, acclamando un nuovo imperatore. Il peso della fiscalità non dovette ridursi,

considerata la continua pressione barbarica lungo i confini e gli esiti della campagna contro i Persiani

iniziata da Gordiano III e chiusa dal suo successore, Filippo l’Arabo.

L’età tardoantica

1. Istituzioni, diritto e società da Diocleziano alla dissoluzione dell’impero romano d’Occidente

Con Diocleziano comincia una fase nuova nella storia di Roma: si afferma una concezione

assolutistica del potere imperiale, dalle forme esteriori di chiara matrice orientale; il sovrano è

considerato una divinità ed oggetto di adoratio. Per far fronte alle numerose minacce che dall’esterno

e dall’interno mettevano in pericolo la stabilità dell’impero, Diocleziano sceglie come collega un fido

generale, Massimiano, e gli affida le province occidentali. I due cominciano all’incirca in questo

periodo ad usare gli epiteti rispettivamente di Iovius e di Herculius, che rappresentavano la relazione

quasi gerarchica tra i titolari del potere. Solo qualche anno più tardi alla diarchia si sostituisce una

tetrarchia: sono nominati due Cesari, Costanzo Cloro e Galerio, che si affiancano ai due Augusti e

amministrano alcune delle province di loro competenza.

Altre riforme erano destinate a vita molto più lunga, perfezionandosi con i sovrani successivi. Le

province sono suddivise in due o più parti; sono poi raccolte in circoscrizioni amministrative più

ampie, le diocesi, sottoposte ad un vicario. I governatori delle province sono scelti per lo più dal rango

equestre e assumono il titolo di praesides. I governatori vengono in genere privati del comando

militare, conferito ora a duces. Il consilium principis continua a funzionare, prendendo il nome di

consistorium, così detto perché i suoi componenti devono rimanere in piedi davanti al sovrano. Roma

e l’Italia perdono la loro condizione privilegiata: l’Urbe non è più la sede imperiale, dal momento che i

tetrarchi in genere risiedono a Sirmium (Diocleziano), Antiochia o Nicomedia (galerio), Milano

(Massimiano) e Treviri (Costanzo). Nel tentativo di stabilizzare la circolazione monetaria, Diocleziano

attua una riforma; poi nel 301 con l’edictum de pretiis rerum venalium fissa i prezzi massimi di merci e

prestazioni, con l’unico risultato di far sparire dal mercato le merci e alimentare forme di mercato

nero.

Nel 305 Diocleziano decide di abdicare. Massimiano è costretto a seguire l’esempio del collega;

assumono quindi il titolo di Augusti Galerio in Oriente e Costanzo Cloro in Occidente e al contempo

sono nominati due nuove Cesari (Massimino Daia e Valerio Severo). Nel 306 alla morte di Costanzo

Cloro, riprende piede il principio dinastico: l’esercito acclama Augusto suo figlio Costantino, mentre in

Occidente il figlio di Massimiano, Massenzio, rivendica lo stesso ruolo. Dopo la sconfitta di

Massenzio, comincia un periodo di correggenza tra Costantino e Licinio, che si protrae fino al 324,

anno in cui Licinio viene ucciso e Costantino riunisce sotto di sé tutto l’impero.

Costantino accentua la divisione del potere civile e militare. Sono istituite nuove cariche: il quaestor

sacri palatii, il magister officiorum, il comes sacrarum largitionum e il comes rerum privatarum. Il

prefetto del pretorio perde ogni comando militare e si trasforma in un funzionario civile e periferico,

posto alla guida delle grandi prefetture. Costantino decide di fondare una nuova capitale: la sua scelta

cade sul sito dell’antica Bisanzio; si procede alla inauguratio, poi alla consacratio del suolo, si

inaugurano le mura. Costantino, inoltre, favorisce in tutti i modi l’afflusso di immigrati e dota la città di

strutture e istituzioni a somiglianza di Roma.

Costanzo II, figlio di Costantino, nel 355 aveva nominato Cesare in Gallia Giuliano, unico

sopravvissuto alla strage della sua famiglia. Questi si rivelò un ottimo generale e un abile

amministratore, amato dalla popolazione; perciò quando Costanzo gli ordinò di inviare parte delle sue

truppe in Oriente, si scatenò una vera e propria sollevazione e Giuliano venne acclamato Augusto. Lo

scontro con Costanzo sembrava inevitabile, ma la morte improvvisa di quest’ultimo aprì a Giuliano la

strada al potere imperiale. Tentò di alleggerire gli oneri che gravavano sulla popolazione, prima di

trovare la morte nel corso della guerra contro i Persiani. Si apriva così una nuova crisi. Da questo

momento la vita delle due partes procederà in modo separato, fino alla caduta dell’impero romano

d’Occidente nel 476.

In un’ottica di restaurazione dell’impero pagano si può collegare l’anacronistico e fallimentare

tentativo dioclezianeo di frenare la diffusione del cristianesimo. Nel 311 Galerio emana un editto con

cui pone fine alla persecuzione dei cristiani. Ma la vera svolta nella politica religiosa dell’impero è

segnata da Costantino: già nella battaglia di Ponte Milvio, l’imperatore aveva imposto ai soldati di

porre il monogramma di Cristo sulle insegne; nel 313 promulga l’editto di Milano, con cui si dichiara

lecita la religione cristiana. Costantino porta avanti una politica filocristiana, senza nascondere una

precisa volontà di porre la nuova religiose sotto il controllo statale. Il cristianesimo non è ancora

religione, ma è favorito. Costantino non rompe del tutto con il paganesimo: conserva il titolo di

pontefice massimo e accetta che gli abitanti di Spello (Umbria) dedichino un tempio pagano alla sua

gens.

L’aspetto più noto del regno di Giuliano fu il suo tentativo di restaurare il paganesimo (da qui il

soprannome di Apostata); ai Cristiani furono interdette alcune funzioni sia civili che militare, sebbene

di recente si siano espresse opinioni più caute in proposito. Il processo di cristianizzazione dell’impero

era iniziato e inarrestabile: Teodosio, nel 380 a Tessalonica, con un editto impose ai sudditi di

convertirsi alla religione cristiana nella sua forma ortodossa.

La constitutio pricipis è l’unica fonte ufficiale di diritto ed è denominata semplicemente lex. Muta però

la tecnica legislativa: già in epica dioclezianea cadono in disuso i decreta (sentenza imperiali) e i

mandata (istruzioni ai funzionari) e al contempo sono creati nuovi tipi di costituzioni, l’adnotatio (così

detta perché annotata in margine alla richiesta, che consisteva nella soluzione del caso concreto, e a

partire dal V sec. la pragmatica sanctio, una via di mezzo tra rescritti e leges generales, per lo più in

materia amministrativa. In conseguenza della suddivisione amministrativa dell’Impero nelle due

partes, si pone il problema se venga meno l’unità legislativa, se cioè una costituzione emessa in una

delle due partes avesse automaticamente validità dell’altra. Va ricordato che nelle inscriptiones delle

costituzioni vengono posti i nomi di tutti gli imperatori in carica. A partire da Costantino si sarebbe

accentuato l’influsso cristiano e quello dei diritti provinciali sul diritto romano. Non va dimenticato

l’apporto della prassi che contribuì all’evolvere del diritto tardoantico. Alla fine del III sec. d. C. sono

compilate due raccolte di costituzioni: il Codice Gregoriano (che comprendeva costituzioni da Adriano

a Diocleziano) e il Codice Ermogeniano (un unico libro, diviso per titoli, con costituzioni di

Diocleziano). Teodosio II nel 429 nominò una commissione di otto uomini per compilare due raccolte:

una, destinata alla scienza, raccoglieva le costituzioni da Costantino in poi; la seconda doveva

contenere solo le costituzioni in vigore.

La società tardoimperiale fu caratterizzata da un regime vincolistico: i cittadini appartenenti a molte

categorie vennero vincolati alla loro professione o carica, e i figli e discendenti dovevano proseguire

la strada paterna.

Si accentua la contrapposizione tra honestiores ed humiliores, una differenziazione che si nota in

primo luogo in sede giudiziaria. L’ordo senatorius è la categoria di gran lunga più privilegiata; i suoi

appartenenti sono distinti in illustres, spectabiles e clarissimi. Godono di una serie di esenzioni che

solo in parte saranno ridimensionati col tempo. L’ordine equestre all’inizio del IV secolo sparisce:

molti cavalieri ottengono il rango senatorio. Ma gli honestiores non rappresentavano un gruppo

omogeneo e l’accesso a determinati privilegi non era garantito a tutti allo stesso modo.

2. La storiografia pagana

Nel quarto secolo i principali storiografi latini di cultura non cristiana sembrano ignorare la profonda

trasformazione della società, degli usi e della mentalità conseguente alla politica religiosa di

Costantino. Emergono sia sottili accuse contro l’apparente solidità della fede cristiana, sia una

possibile conciliazione dei due indirizzi religiosi, filtrata attraverso la venerazione dei medesimi uomini

santi.

Ammiano scrisse una storia dell’impero in trentuno libri, a partire dalla morte di Domiziano, ossia

dall’episodio con cui si interrompeva la narrazione di Tacito. Sono andati perduti i primi tredici libri,

mentre i restanti diciotto riguardano i fatti dal 354 al 378. Ammiano risulta un tradizionalista non ostile

al cristianesimo, poco favorevole a condividere un’esasperata ritualità pagana simile a quella

dell’imperatore che egli ammira: Giuliano. Un soggiorno a Roma permette ad Ammiano di osservare

da vicino e descrivere con vivacità la società pagana dell’età di Teodosio e Graziano.

L’imperatore Graziano decise di abrogare le sovvenzioni statali ai culti pagani e di confiscare i beni

dei templi. Ordinò che venisse eliminato l’altare presso la statua della Vittoria dalla curia. Dopo la

battaglia di Azio, Ottaviano aveva fatto porre questa statua e l’altare proprio nell’altro della ricostruita

curia. Già Costanzo II aveva fatto togliere l’altare, poiché su di esso di norma i senatori compivano un

sacrificio prima di partecipare alle riunioni. Giuliano lo fece ricollocare al suo posto, mentre

Valentiniano finì per tollerare questa tradizione. Dopo la morte di Graziano, la drammatica disputa finì

per distruggere anche il precario equilibrio esistente nell’ultima roccaforte del paganesimo, ossia il

senato di Roma: emersi l’inconciliabilità netta tra il mondo dei valori e delle antiche usanze care agli

intellettuali pagani.

L’assedio ed il saccheggio di Roma compiuto da Alarico nel 410 rese più profondo il solco tra

intellettuali cristiani e pagani a causa delle riflessioni sulla drammatica situazione di quel periodo: la

crisi imperiale sembrava divenuta inarrestabile. Gli storici pagani ritenevano che l’eternità di Roma

fosse gravemente minacciata dall’abbandono dei culti tradizionali a causa del diffondersi del

cristianesimo.

Anticristiana è l’opera di Eunapio di Sardi, al punto che egli fu costretto a ripubblicarla in forma meno

offensiva. Giuliano l’apostata rappresentava il miglior esempio di comandante militare e

amministratore di tutto il periodo storico narrato. Per far risaltare le ottime capacità di Giuliano,

descrive i suoi successori con toni al limite del disprezzo, evidenziando l’indole pessima degli

imperatori cristiani. L’atteggiamento anticristiano di Eunapio emerge anche da alcuni passi della sua

opera filosofica giunta per intero, le Vite dei sapienti, il cui oggetto polemico sono le distruzioni dei

centri pagani di culto

La storia dell’impero scritta in greco da Olimpiodoro di Tebe proseguiva quella di Eunapio. La

narrazione includeva un numero considerevole di disastri con cui Olimpiodoro cercava di dimostrare

come l’abbandono dei vecchi culti, in particolare quello delle immagini consacrate, non garantiva più

la medesima protezione del passato.

Per Zosimo l’empietà corrente, che consisteva nell’abbandono delle politiche religiose tradizionali,

veniva punita con i disastri militari ed altre catastrofi. La sua narrazione si sofferma in più punti sulla

crisi e il declino di Roma, il cui segno più evidente era rappresentato dalla riduzione della grandezza

fisica dell’impero. Il racconto della deposizione e uccisione di Graziano ad opera dell’usurpatore

Massimo è seguito da una lunga digressione dello storico, finalizzata a mostrare come la morte

dell’imperatore sarebbe conseguenza del rifiuto da parte di Graziano.

La conversione al cristianesimo e la terribile situazione dell’impero romano d’Occidente spinsero gli

ultimi intellettuali pagani del V secolo a guardare al mondo passato senza più desideri di riscossa.

Iniziò l’ultima strenua difesa della tradizione pagana, affidata alle trattazioni di carattere retorico-

filosofico ed enciclopedico.

3. La storiografia cristiana

L’apologetica designa la produzione letteraria fiorita a partire dalla fine del II secolo, che si proponeva

di diffondere la dottrina cristiana e difenderla dagli attacchi del paganesimo. Gli scritti apologetici non

sono opere di storiografia. L’apologetica elabora anche una “filosofia della storia”, che mette al centro

la provvidenza divina e il suo piano di salvezza, nella cui attuazione anche l’impero romano ha un

ruolo. L’Apologeticum di Tertulliano risale al 197. Il De civitate Dei impegno Agostino per diversi anni

dopo il sacco di Roma del 410.

Eusebio nacque tra il 260 e il 265, morì nel 338. Ci ha lasciato tre opere storiografiche: il Chronicon e

la Historia Ecclesiastica furono concepite e pubblicate nell’arco del primo quarto del IV secolo. La Vita

Constantini fu scritto dopo la morte dell’imperatore. Il Chronicon era diviso in due parti. Nella prima

parte Eusebio analizzava i sistemi cronologici di Caldei, Ebrei, Greci e Romani; nella seconda il

materiale veniva disposto sinotticamente nei chronicoi canones. Per ogni anno erano ricordati in

modo sommario i fatti importanti: lo stesso Eusebio considerava quest’opera un epitome.

Nell’introduzione ammoniva i suoi lettori a non considerarsi padroni del tempo, capaci di collocare i

fatti nel tempo con precisione assoluta.

La Historia Ecclesiastica andava dall’avvento del Cristo alla vittoria di Costantino su Licinio. Scopo

principale è seguire lo svolgimento della genuina tradizione apostolica all’interno della chiesa

cattolica. La chiesa cattolica vittoriosa non sente più l’esigenza di un’apologetica rivolta all’esterno,

ma di ripercorrere la propria storia per rinsaldare la propria identità. Eusebio si dichiara iniziatore di un

nuovo genere storiografico, e afferma che avrebbe selettivamente utilizzato le mericai diegesesi

(narrazioni parziali) dei precedenti ecclesiastico suggrapheis. La Historia Ecclesiastica è uno scrigno

traboccante di citazioni letterali di apologeti, teologi, filosofi, storici, e di documentazioni ufficiali

riprodotto integralmente.


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DETTAGLI
Esame: Storia romana
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere classiche
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Cricetina93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Soricelli Gianluca.

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