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Lezione 10

Augusto (63 a.C.-14 d.C.)

36 a.C.: Gode del consensus universorum; gli sono stati attribuite, per decreto del Senato, alcune delle prerogative del tribuno della plebe:

  • Nessuno poteva offendere Cesare Ottaviano con parole o con azioni (=sacrosanctitas); chi lo avesse offeso sarebbe stato sottoposto alle stesse pene in cui incorreva chi offendeva il tribuno della plebe.
  • A Cesare Ottaviano è dato il diritto di sedere in Senato nei banchi destinati ai tribuni della plebe.

32 a.C.: Riceve il giuramento dell’Italia e delle province occidentali = viene stabilito un rapporto diretto tra Ottaviano e le popolazioni della compagine imperiale sotto il suo controllo.

30 a.C.: Il Senato concede ad Ottaviano anche il ius auxilii (ossia il diritto di portare aiuto alla plebe).

31/27 a.C.: Riveste il consolato ininterrottamente (III/VII).

27 a.C.: Il 3 gennaio del 27 restituisce al Senato ta opla, tous nomous, ta ethne (ovvero, le armi, le leggi, le province), dichiarando di voler deporre l’imperium. Dietro le insistenze del Senato, accetta di mantenere l’imperium, ma divide le province in due gruppi: le province pacatae (pacificate) sono restituite all’amministrazione del Senato, quelle non pacatae – ove era necessaria la presenza di truppe – le mantiene sotto il suo controllo. L’imperium che ottiene ha una durata decennale (ma sarà poi rinnovato).

Qualche giorno più tardi, il Senato gli attribuisce il titolo di Augustus, termine che indicherebbe la posizione di forza, tutela e garanzia rivestita da Ottaviano nello stato di fronte agli organi costituzionali.

26/24 a.C.: Continua a rivestire ininterrottamente il consolato (VIII/X).

23 a.C.: Rinuncia la consolato. Ottiene in cambio:

  • Potestà tribunizia a vita.
  • Diritto di trattare con il Senato.
  • Imperium proconsolare perpetuo, senza essere tenuto a deporlo valicando il pomerium.

Ciò significa che Augusto assume su di sé sia i poteri dei consoli e dei governatori di provincia che i poteri del tribuno della plebe. Questi poteri sono perpetui e non legati all’esercizio delle singole magistrature. Di conseguenza, i suoi poteri sono superiori a quelli degli altri magistrati per ampiezza, durata e intensità. Questa superiorità viene espressa da Augusto ricorrendo al concetto di auctoritas.

Res Gestae, 34,3: auctoritate omnibus praestiti, potestatis autem nihilo amplius habui quam ceteri qui mihi quoque in magistratu conlegae fuerunt.

Quoque può intendersi:

  • Come ablativo di quisque (= quōque).
  • Come semplice congiunzione (= qu que).

Fui superiore a tutti per auctoritas, ma non ebbi una potestas superiore a quella degli altri magistrati che mi furono colleghi in ciascuna magistratura.

Fui superiore a tutti per auctoritas, ma non ebbi una potestas superiore a quella degli altri che mi furono colleghi anche nella magistratura.

Quoque in magistratu

Secondo gli studiosi, l’espressione alluderebbe:

  • A tutti i magistrati ordinari titolari di imperium o di tribunicia potestas e agli insigniti di imperia straordinari, con i quali di volta in volta Augusto si trovò ad essere “collega” nei doveri istituzionali.
  • Ai soli investiti di imperia straordinari (i suoi “correggenti”).

Le strutture costituzionali repubblicane

Senato

Profondamente rinnovato nella sua composizione, viene esautorato nelle sue funzioni politiche dal princeps; questo esautoramento viene in maniera assai limitata compensato dalle nuove competenze normative nell’ambito del diritto privato e da quelle elettorali sottratte ai comizi.

Assemblee popolari

  • Ambito elettorale: L’intervento del principe nella designazione delle candidature trasforma le elezioni comiziali in votazioni plebiscitarie.
  • Materia legislativa: La perduta indipendenza dei consoli e l’assorbimento dei poteri tribunizi nella potestas tribunizia del principe, fanno in modo che i comizi entrino in funzione solo e quando vuole il principe.

Magistrature

  • Consolato: Perde i poteri di iniziativa e decisione politica assunti dal princeps.
  • Pretura: Perdono i poteri politici ma rafforzano i poteri giurisdizionali. L’editto del pretor urbanus continua a costituire la fonte principale e creativa del diritto privato (non a caso, sarà spesso proprio Augusto a nominarlo).
  • Edilità: Tende ad essere evitata dai senatori per le forti spese a cui sottomette chi la riveste; per renderla appetibile, Augusto interverrà spesso integrando il patrimonio dei senatori per indurli ad accettarla.
  • Tribunato della plebe: Perde anch’esso di attrattiva sia per la decadenza delle assemblee popolari che ne frena l’attività legislativa, sia per l’ingombrante presenza del princeps che mediante la sua tribunicia potestas pone sotto la sua egemonia l’intera magistratura.

La "costruzione" augustea

I diversi poteri che assume il principe pur sembrando esemplati su tipici istituti repubblicani, si rivelano completamente nuovi per funzione e struttura. Il suo imperium è disgiunto dalla carica e non è soggetto a limiti cronologici; inoltre, non essendo legato alla carica, non è soggetto all’intercessio dei colleghi. Se dunque si parla di imperium, esso ormai non ha più alcun rapporto con l’imperium delle magistrature repubblicane. Un discorso analogo vale per la tribunicia potestas, anch’essa vitalizia e, poiché disgiunta dalla carica, sottratta al veto dei tribuni. Inoltre, nella stessa persona convergono due poteri (consolato e tribunato) che nel sistema repubblicano erano stati concepiti come in netta opposizione. Anche l’applicazione dell’auctoritas, concetto che sussiste dall’età repubblicana, è nuova e serve da un lato a unificare i diversi poteri ricollegabili singolarmente alle diverse magistrature repubblicane, dall’altro a porre Augusto in una posizione di preminenza rispetto ai magistrati che, in quanto a funzioni, sarebbero da considerare colleghi di Augusto.

Sono state proposte numerose interpretazioni sulla natura giuridica e politica della costruzione augustea: gli storici antichi, soprattutto quelli di lingua greca (come Dione Cassio) hanno parlato senza mezzi termini di “monarchia”, termine che tuttavia risulta insufficiente, sia perché il regime augusteo non può essere identificato né con una monarchia di tipo ellenistico (in cui il monarca è dominus dei suoi sudditi) né con l’antico regnum latino o etrusco. Anche nel suo valore moderno di monarchia assoluta il termine è insufficiente data la persistenza, più che formale degli organi repubblicani e la composizione del fascio di poteri di Augusto, derivato da quelli già propri dei magistrati della morente repubblica.

Il Mommsen ha parlato di un potere “diarchico”, con il senato e il principe che costituirebbero due poteri all’interno dello stesso ordinamento; contro tale teoria, tuttavia, osta il fatto che senato e magistrature finiscano per essere dominati da Augusto.

Nata per spiegare la persistenza degli organi repubblicani e lo sforzo di Augusto di presentare esistente la res publica, la teoria compie una forzatura nel supporre gli organi repubblicani come autonomi e indipendenti dalla volontà dell’imperatore e nel porre Augusto fuori dagli organi costituzionali, laddove invece vi è dentro sia strutturalmente che funzionalmente.

Una dualità di ordinamenti è ipotizzata anche da Arangio Ruiz, secondo cui da un lato vi sarebbe la res publica formalmente intatta, dall’altro Augusto che su di essa eserciterebbe un protettorato, secondo il parallelo del protettorato esercitato da Tolomeo re d’Egitto su Cirene. Contro tale teoria valgono le stesse obiezioni mosse contro la ricostruzione del Mommsen, nel senso che non si può parlare di Augusto come di uno stato (o un potentato) diverso dalla res publica; anche il paragone con Cipro non regge nella misura in cui Tolomeo rappresenta un sovrano straniero, Augusto è organicamente e geneticamente inserito nell’ordinamento della res publica romana.

Un’altra ricostruzione pluralistica, del Fabbrini, ravvisa nella costituzione augustea un sistema imperiale sovranazionale a capo del quale vi sarebbe Augusto, princeps della res publica.

Il De Martino, infine, parla di una forma di “governo misto” laddove, tuttavia, non si ha un equilibrio tra i poteri, caratteristica fondamentale di questa concezione, bensì una netta prevalenza, anche formale, del potere di Augusto sul quello del Senato e degli altri organi costituzionali.

Piuttosto, secondo il Serrao, la “costituzione” augustea esprimerebbe un regime transitorio di apparente equilibrio, all’interno del quale però la forza dinamica è rappresentata dal princeps: i suoi poteri hanno carattere egemone sulle affievolite strutture repubblicane e tendono ineluttabilmente ad un potere di tipo monarchico.

Il problema della successione

La successione viene affrontata da un lato utilizzando lo strumento matrimoniale, dall’altro garantendo l’aspetto “repubblicano” mediante lo svolgimento, da parte del designato, di una carriera magistratuale di solito eccezionalmente abbreviata e mediante il conferimento di poteri straordinari.

In prime nozze, nel 25 a.C., Giulia sposa M. Claudio Marcello, figlio di Ottavia – sorella di Augusto – e di G. Claudio Marcello. Un decreto del Senato lo autorizza a rivestire il consolato con 10 anni di anticipo rispetto all’età minima prevista. Tuttavia, nel 23 a.C. Marcello muore.

La nascita di Gaio e Lucio Cesare offre una prima soluzione al problema della successione: Augusto nel 17 a.C. adotta entrambi i nipoti (è l’anno dei Ludi Saeculares). Agrippa, da parte sua, ottiene poteri straordinari, temporanei ma rinnovabili. Già nel 23 a.C. Augusto gli concede l’imperium proconsulare e nel 18 a.C. la tribunicia potestas; nel 13 a.C. entrambi sono rinnovati per altri 5 anni.

La soluzione studiata da Augusto viene indebolita dalla prematura morte di Agrippa, nel 12 a.C. È adesso necessario trovare una figura che, nel caso fosse scomparso il princeps, avesse le capacità politiche e militari per mantenere il potere. La scelta cade su Tiberio, figlio di primo letto di Livia, la moglie di Augusto. Tiberio, nell’11 a.C., sposa Giulia. La sua posizione viene rafforzata con l’attribuzione, nel 6 a.C., della tribunicia potestas per cinque anni. Tiberio era allora sposato con Vipsania, figlia di M. Vipsanio Agrippa e di Cecilia Attica. Da questo matrimonio era nato Druso (II).

Il matrimonio tra Tiberio e Giulia entra presto in crisi. Nel 6 a.C. Tiberio si ritira a Rodi. I motivi di questo ritiro sono ignoti. Tiberio lo giustifica con il desiderio di non ostacolare l’ascesa politica dei due figli di Augusto; è verosimile credere che alle spalle di questo episodio vi siano motivi politici più gravi. Trascorso poco tempo, Tiberio, poiché G. Cesare aveva ormai indossato la toga virile e Lucio ormai raggiunta la maturità, affinché la sua gloria non fosse di ostacolo agli esordi di questi giovani, nascondendo il motivo della sua decisione, chiese al suocero e patrigno una licenza per riposarsi dalle lunghe fatiche.

Alcuni ritengono che, essendo i figli di Augusto ormai adulti, spontaneamente abbia rinunciato alla posizione e per così dire ad occupare la seconda carica dell’impero da lui a lungo detenuta, seguendo l’esempio di M. Agrippa che, quando M. Marcello era stato chiamato alle cariche pubbliche, si era ritirato a Mitilene affinché non sembrasse ostacolarlo o censurarlo con la sua presenza. Ed anche Tiberio, ma in seguito, diede questa giustificazione. Allora, invece, chiese una licenza accampando come pretesto di essere sazio di onori e di volersi riposare dalle fatiche; né si lasciò convincere dalle suppliche della madre e del patrigno che anche in Senato si lamentò di essere abbandonato. Scaduto il periodo della sua tribunicia potestas, confessato che null’altro aveva evitato con il suo allontanamento che il sospetto di una concorrenza nei confronti di Gaio e Lucio, chiese – essendo ormai sicuro su questo punto poiché costoro erano ormai adulti e in grado di tutelare con facilità la loro posizione – che gli fosse permesso di rivedere i suoi familiari dei quali sentiva nostalgia. Ma non ottenne nulla e inoltre fu ammonito a non preoccuparsi di quei suoi familiari che aveva abbandonato con tanta sollecitudine.

Nel mezzo di così tanta fortuna, nel fiore degli anni e nel pieno della salute decise improvvisamente di sparire ed andare il più lontano possibile: non si sa se per disgusto verso la moglie, che non aveva il coraggio né di incriminare né di mandare via, e che per altro non riusciva più a sopportare o per conservare con la sua assenza la sua autorità (evitando di annoiare con la sua presenza) ed anzi aumentarla se mai lo Stato avesse avuto bisogno di lui. Sposata a Tiberio quando erano ancora in vita G. e L. Cesare, lo disprezzava considerandolo non alla sua altezza e questo era stato il motivo del ritiro di Tiberio a Rodi. Salito al potere la fece morire di fame e consunzione sola, malfamata e, dopo la morte di Agrippa Postumo, priva di ogni speranza, convinto che la sua morte sarebbe passata inosservata dopo tanti anni di esilio. Per lo stesso motivo infierì contro Sempronio Gracco, di nobile famiglia, di intelligenza pronta e di parola affascinante ma perversa, che aveva spinto all’adulterio la stessa Giulia quando era sposata con M. Agrippa. Né ciò aveva posto fine alla sua libidine: l’ostinato amante spingeva Giulia, ora moglie di Tiberio, all’insofferenza e all’odio contro il marito; si credeva, anzi, che le lettere che Giulia aveva scritto al padre con attacchi contro Tiberio fossero state scritte da Gracco.

L’affacciarsi dei due figli adottivi alla vita pubblica è sottolineato con forza da Augusto: sia nel 5 a.C., che nel 2 a.C., anni in cui G. e L. Cesare indossano la toga virile, Augusto riveste il consolato (cosa che non accadeva dal 23 a.C.) ancora, nel 2 a.C. accetta il titolo di pater patriae.

Il dispositivo successorio progettato da Augusto entra in crisi qualche anno più tardi: nel 2 d.C., a Marsiglia, muore improvvisamente Lucio Cesare. Nel 4 d.C. muore anche Gaio Cesare.

Rientra, adesso, nuovamente in gioco Tiberio. Il rientro a Roma gli era stato concesso qualche mese prima della morte di Lucio. Dopo la morte di quest’ultimo, Augusto è costretto a riconsiderarlo nel suo programma successorio, ma lo obbliga ad adottare il nipote Germanico, poco più grande del figlio naturale di Tiberio, Druso. Germanico, figlio del fratello di Tiberio, Druso, morto nel 9 a.C., e di Antonia, nipote di Augusto, poteva essere considerato un discendente diretto della famiglia del principe, laddove Tiberio, dopo lo scioglimento del matrimonio con Giulia, di Augusto rimaneva solo il figliastro. Alla fine di giugno del 4 d.C., Tiberio adotta Germanico; immediatamente dopo, Augusto adotta Tiberio. Tiberio ottiene adesso nuovamente la tribunicia potestas per un periodo di 10 anni ed i poteri propri di un proconsole. Il suo ruolo di destinato alla successione viene sottolineato in diversi modi: ogni salutatio imperatoria per Augusto vale anche per lui; gli ambasciatori dei sovrani stranieri devono rivolgersi anche a lui e non solo ad Augusto.

Nel 13, infine, mediante una legge popolare sollecitata da Augusto, ottiene un imperium proconsulare pari a quello del padre.

Gli atteggiamenti della corte

Le fonti pongono in evidenza il diverso atteggiarsi dei componenti della famiglia imperiale, comportamenti che sottendono un diverso modo di intendere il potere.

Lezione 12

Tiberio (14 – 37)

Secondo Tacito, Tiberio avrebbe accettato l’impero solo dopo forti insistenze da parte dei senatori; nel suo consiglio di affidare lo stato a più uomini piuttosto che ad uno solo vi sarebbe stato, per Tacito, solo calcolo. Gli inizi del regno videro una violenta rivolta delle legioni di Pannonia e Germania, sedata da Germanico e Druso minore.

Nei due anni successivi Germanico continua ad operare in Germania ottenendo però scarsi successi. Nel 16 è richiamato da Tiberio a Roma e inviato in Oriente. Il compito di Germanico era quello di ristabilire il controllo romano sull’Armenia, dopo che i parti ne avevano cacciato il sovrano designato da Roma. Germanico ottenne da Tiberio un imperium maius: Come aiuto, venne affiancato a Germanico, in qualità di governatore della provincia di Siria, Gn. Calpurnio Pisone. Germanico ottenne di porre nuovamente sul trono armeno un re filoromano; tuttavia, i rapporti con Pisone si deteriorarono a tal punto che questi fu costretto ad abbandonare la provincia; poco dopo Germanico muore in circostanze misteriose (19).

Della morte di Germanico venne accusato Pisone, sospettato peraltro di aver eseguito il delitto su mandato di Tiberio. Processato a Roma, Pisone preferì suicidarsi prima che fosse emessa la sentenza (20). Comincia adesso ad assumere un peso sempre maggiore, a corte, il prefetto del pretorio Elio Seiano. Secondo Tacito, costui avrebbe tramato contro i membri della domus imperiale. La morte, nel 23, di Druso minore, apre una fase di processi politici nei confronti di presunti oppositori accusati di cospirazione, tradimento e maiestas.

La situazione si aggrava nel 27, quando Tiberio si ritira a Capri. La morte di Livia e la persecuzione a cui è sottoposta la famiglia di Germanico (Agrippina è relegata a Ponza, i primi due figli incarcerati) modificano profondamente gli equilibri di corte.

Nel 31 Seiano raggiunge il vertice del suo potere: è console insieme a Tiberio e riceve un imperium proconsulare, quasi a indicare una sua possibile successione. Tuttavia, in quello stesso anno, Antonia minore, la madre di Germanico, accusa Seiano presso Tiberio; questi nomina un nuovo prefetto, Sutorio Macrone, e lo invia a Roma con un messaggio per il Senato nel quale denunciava Seiano, incarcerato e giustiziato. Qualche anno più tardi, in un clima ancora avvelenato da sospetti e accuse, Tiberio muore. I pretoriani acclamano.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

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