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Storia romana B mod. 115-02-2018: le origini di Roma

Fino a circa un secolo fa, la romanizzazione dell’Italia era considerata un evento capitale. Il contributo dato dalle popolazioni preromane era considerato insignificante; di queste culture si avevano solo fonti romane, che però le svilivano per far emergere la grandezza di Roma. La storia dell’Italia antica è stata scritta dai vincitori, perciò i vinti erano considerati solo un ostacolo alla civilizzazione romana. Roma era sinonimo di civiltà. La storiografia esaltava il dato nazionalistico contenuto nelle fonti romane, contribuendo a cristallizzare così la storia di Roma antica.

Negli ultimi decenni, una maggiore attenzione e più scoperte archeologiche (che suppliscono alla mancanza o all’incertezza di altri tipi di fonti) hanno cambiato le prospettive sulla storia della prima Italia. Il contributo di popoli non romani e preromani fu tutt’altro che secondario; le loro civiltà erano complesse e sviluppate, grazie anche al contatto con altre culture ed agli influssi delle popolazioni orientali approdate sulle coste della penisola. L’origine di Roma ora è quindi considerata come meno “romanocentrica”.

Pluralità di popoli nell'Italia antica

A differenza della Grecia, in cui era presente un solo popolo omogeneo, in Italia ce n’erano tanti:

  • Popoli italici sulla dorsale appenninica
  • Etruschi in Toscana, Umbria e Campania
  • Colonie greche sullo Ionio, in Sicilia e sulle coste meridionali del Tirreno fino alle coste di Napoli.

Era quindi presente un crogiolo di popoli e civiltà con diversi gradi di sviluppo e cultura; quando Roma si espanse si assistette ad un livellamento di queste genti, che vennero assimilate alla romanità. Anche gli Etruschi dimenticarono il senso di nazione e non parlarono più la loro lingua.

La civiltà etrusca e la presenza greca

La documentazione archeologica sugli Etruschi mal si combina con le fonti antiche. La teoria dominante per molto tempo fu quella che sosteneva provenissero dall’Asia Minore, cioè da una realtà esterna all’Italia. Dalla fine dell’800 però, grazie alla scoperta della “civiltà villanoviana” (vicino Bologna), si è dimostrato che la civiltà etrusca, anche in presenza di elementi extraitalici, deve molto alla cultura interna.

La presenza greca sulle coste meridionali dell’Italia è stabile dall’VIII sec. a.C., anche se la loro frequentazione è comunque anteriore. I nòstoi (racconti di viaggi) mitizzano le frequentazioni commerciali micenee sulle coste italiche già dalla fine del secondo millennio a.C.; vi erano attratti dalle possibilità di commercio e dalla presenza di ossidiana (che veniva usata per creare strumenti di precisione) in particolare sulle isole Eolie. La seconda colonizzazione greca (VIII sec. a.C.) seguì le vie commerciali dei secoli precedenti.

La presenza greca non era caratterizzata da insediamenti coloniali, bensì da un’influenza commerciale e culturale che investì i territori vicini (cioè l’Italia meridionale e l’Adriatico). Ex: a Lavinio (città fondata da Enea nel Lazio), al Santuario delle Tredici Are, è stata ritrovata una laminetta dedicata in latino arcaico a Castore e Polluce. Ciò documenta una forte influenza greca nella regione.

OT: il culto dei Dioscuri era fortemente radicato nel Lazio. Si narra che, in una battaglia del 499 a.C., essi sostennero lo sforzo della cavalleria romana contro gli avversari portandola alla vittoria. Si dice inoltre che Evandro Arcade offrì ospitalità ad Enea al suo arrivo nel Lazio. Tutte queste presenze mitologiche sono trasposizioni mitiche di frequentazioni storiche mercantili. Esse avvenivano soprattutto nell’area del Foro Boario (zona commerciale), un’area frequentata dalle popolazioni locali e dai mercanti greci e fenici che vi arrivavano dal mare navigando il Tevere.

Ex: al Foro Boario è presente un’Ara Maxima dedicata ad Ercole, divinità italica a cui però vengono attribuiti anche tratti fenici (Merkart) e greci (Eracle).

Civiltà latina e protolatina

Quando si parla di Roma, si parla di civiltà latina o protolatina, che interessa il Lazio (Latini, Farisci, Arunci) e la Sicilia orientale (Siculi e Sicani, anche se qui la sua presenza è ridimensionata nell’VIII sec. a.C. con l’arrivo dei Greci).

Latino Lazio latus, cioè pianeggiante. Per via delle pianure paludose, in origine gli abitanti costruirono sulle alture. La bonifica delle zone acquitrinose ne consentì la coltura, permettendo così un aumento della popolazione. Nel X sec. a.C. la città più importante era Alba Longa. È documentato che i colli Albani fossero già abitati dal secondo millennio a.C.

La tradizione letteraria riconosce l’area del Foro Boario come di antichissima frequentazione. I colli Palatino, Aventino e Campidoglio erano l’area più vicina al fiume; qui infatti sorgeva l’Ara Maxima, a protezione delle navigazioni marittime. Alla fine dell’VIII sec. a.C. erano frequenti anche le frequentazioni fenicie in Italia centrale. Cuma era la colonia greca più settentrionale dell’Italia meridionale; le frequentazioni greche portano all’adozione dell’alfabeto euboico nell’ambiente laziale.

Il percorso viario protostorico della media e bassa valle del Tevere è condizionato dal percorso del fiume, che era segnato da santuari con connotazioni emporiche e commerciali (ex: Ara Maxima). Al Foro Boario, area di snodo, convergevano la Via Salaria e la Via Campana. La Salaria portava il sale, per via fluviale, dalle foci del Tevere all’area latina. La Campana invece proseguiva fino al Campus Salinarum, alla foce del Tevere. Fra queste due vie, importanti quindi nel commercio del sale, sorgeva un sito chiamato “Saline”, in cui veniva ammassato il sale proveniente dalla foce del Tevere. Era un’area privilegiata anche per lo scambio di bestiame e prodotti agricoli.

Quest’area, come testimoniano gli scavi a Sant’Omobono che hanno portato alla luce frammenti di ceramica appenninica (i più antichi documenti ceramici trovati nell’area urbica), doveva già essere frequentata nel XIV-XIII sec. a.C. per ragioni commerciali o di pastorizia. A partire da questo momento, nei pressi del guado del Tevere si crea un’area di scambio, commercio e transumanza sotto la protezione di Ercole (che era anche il protettore del bestiame transumante).

Le origini di Roma e la fase pre-urbana

La storia delle origini di Roma non è in un insediamento unitario, bensì in unità minori poste sui colli e sulle loro appendici (fase pre-urbana). A ciò rimanda l’antica cerimonia religiosa del septimontium. Varrone ne indica l’etimologia tradizionale, cioè “sette monti”. Una riflessione più recente invece ne ha ricondotto l’etimologia a septimontes, cioè “monti cintati” circondati da villaggi, ognuno con la propria peculiare cinta di difesa. Alcuni dei villaggi ivi citati si sarebbero riuniti con un legame federativo intorno alla comunità del Palatino.

Sin da questa notazione quindi si comprende il maggior rilievo del Palatino rispetto agli altri colli, poiché vi si svolge un particolare sacrificio (secondo la leggenda, sarebbe anche il sito di fondazione romulea). In età romulea i Sabini occupavano il Quirinale. L’unione di Latini del Palatino e Sabini del Quirinale diede luogo ad una nuova comunità, che progressivamente si estese ad inglobare tutti gli altri colli.

Roma aveva una posizione privilegiata perché si trovava al confine sud del territorio latino e a nord di quello etrusco. Era anche in prossimità di un punto facilmente guadabile del Tevere: infatti il Foro Boario è vicino all’isola Tiberina. Era dunque in un luogo di transito di popoli e merci tra Etruria e Campania, nonché su una via fluviale che conduceva al Lazio interno.

Le testimonianze letterarie offrono una ricostruzione non del tutto veritiera delle origini di Roma: il quadro narrativo è ben completo e la cronologia pare esatta, ma queste testimonianze furono scritte secoli dopo l’evento in sé. Gli storici antichi erano consapevoli dell’inadeguatezza delle fonti su cui fondavano le loro versioni. Tutte le fonti arcaiche infatti erano andate distrutte nel 390 a.C. nell’incendio gallico, dunque non si avevano documenti di prima mano.

I documenti su cui ci si poteva fondare erano gli Annali dei pontefici, in cui erano registrati gli eventi più significativi di un determinato anno (storiografia annalistica ad annum, cioè “anno per anno”), e le tradizioni orali come i Carmina convivalia, canti che celebravano le imprese dei grandi uomini di ogni famiglia durante i banchetti o le esequie funebri. Queste ultime però erano fonti aperte a larghe mistificazioni, poiché si tendeva a mitizzare i componenti della propria famiglia a scapito degli altri.

Leggende sulle origini di Roma

Nella leggenda delle origini di Roma confluiscono due tradizioni:

  • Nata in ambito greco, collega la peregrinazione di Enea a quelle di altri eroi greci sulle coste meridionali italiane.
  • Locale, è quella tradizionale su Romolo e Remo, precisata dall’attribuzione a questi personaggi di elementi conosciuti anche presso altre culture (ad esempio il simile racconto di Mosè abbandonato sul fiume, l’uccisione rituale di Remo per aver disobbedito ad un ordine religioso...). Vi sono anche dei dati topografici legati a questa vicenda: il Ficus ruminalis sarebbe il luogo dove Romolo e Remo furono salvati dal pastore Fausto dopo essere stati allattati dalla lupa.

Le due versioni necessitavano di una fusione; si trattava di dover coprire quattrocento anni di scarto, perché gli storici alessandrini avevano datato al 1180 a.C. la caduta di Troia, mentre Varrone datava la fondazione di Roma al 753 a.C. Il problema fu risolto dagli storici romani con l’introduzione di elementi locali importanti nel Lazio antico, come la storia di Lavinio, Alba Longa e dei loro re.

Secondo la leggenda, Lavinio fu fondata da Enea e chiamata col nome della sua sposa Lavinia. Intorno al IV sec. a.C. si ebbe un periodo di rinnovati contatti col mondo greco. Il Santuario delle Tredici Are ha tredici altari in tufo, eretti in varie fasi della storia della città dal 570-560 a.C. fino al II sec. a.C. Una delle tombe rinvenute lì vicino fu identificata con un tumulo (héroon) eretto in memoria della caduta di Enea in battaglia.

Alba Longa invece fu fondata da Ascanio, figlio di Enea, trent’anni dopo Lavinio. Vi è legata la leggenda del prodigio della scrofa bianca con i trenta maialini: dopo un numero di anni pari a quello dei maialini, i troiani si sarebbero trasferiti da Lavinio ad altra sede. Si sa che si trovava sul colli Albani (ma non con esattezza dove), presso un centro sacerdotale legato al culto di Iuppiter Latiaris.

Dai discendenti di Ascanio sarebbe poi nato Romolo. Romolo provvide al popolamento di Roma con il principio dell’asilo, cioè raccogliendo esuli da tutta Italia e assegnandogli il titolo di cittadini (nonché dando loro moglie, ratto delle Sabine). Il racconto della fondazione di Roma così conosciuto ricalca la cerimonia religiosa di fondazione delle città in area etrusco-laziale. Veniva tracciato un solco da un aratro, tirato da due buoi; da questo fossato veniva tolta terra, utilizzata per erigere una palizzata che avrebbe delimitato l’area cittadina (ager). Questa cerimonia si effettuava in un particolare momento e sotto gli auspici delle divinità.

Il nome di Roma non deriva da Romolo, anzi è più probabile che Romolo sia stato chiamato così perché regnava appunto su Roma. L’etimologia comunque è dubbia: o da rumon, parola onomatopeica etrusca che riprendeva il gorgogliare del fiume, o da ruma, cioè “mammella” per riprendere l’immagine materna della collina.

Questa è la ricostruzione ottenibile dalle fonti come Plutarco, Dionigi di Alicarnasso ecc, ma che sono comunque lontane dagli avvenimenti narrati di otto/nove secoli. Esse sono state funzionali alla storia delle origini fino a fine XIX sec., quando le scoperte archeologiche cominciarono a permettere confronti. A fine ‘800 si collocano gli studi di Giacomo Boni, che scopre nell’area del Palatino e del Foro tracce di popolamento della città (ex buchi in cui si inserivano pali di capanne) databili al X sec. a.C. Questo dato archeologico smentisce la tradizione storiografica, anticipando di due secoli la presenza abitativa sul Palatino.

Ipotesi sulle origini di Roma

Da metà ‘900 si sono sviluppate quindi due ipotesi:

  • Gjerstad, studioso svedese che scrive un saggio (Early Rome, 6 volumi, 1953-1973) in cui rielabora i dati di Boni e documenta le sue ricerche, durante le quali trovò tracce di capanne negli strati più profondi del Foro. La cronologia è quindi difforme, ma la storia invece si conforma alla tradizione letteraria. Egli sostiene che l’abitato del Palatino si sarebbe sviluppato più degli altri e che avrebbe occupato la valle del Foro, portando alla fondazione (Stadtgründung) di Roma in un periodo tra 700 e 625 a.C. (probabilmente nel 575 a.C.). Si ebbe quindi un sinecismo degli abitanti dei colli, con il Foro come centro. In questo periodo si avrebbero la costruzione della Regia, del Tempio di Vesta e della Curia.
  • Hermann Müller-Karpe (Vom Anfang Roms, 1959 e Zur Stadtwerdung Roms, 1962) invece rimane fedele alla cronologia tradizionale, ma sostiene che non vi fu un epocale evento fondativo della città come ritenuto da Gjerstad, bensì una graduale formazione naturale attorno alla valle del Foro (evento di lunga durata).

A. Carandini (La nascita di Roma, 1997) condusse scavi in quest’area, rinvenendo resti di muro, fossa e spazio libero databili all’ultimo quarto dell’VIII sec. a.C.; secondo lui, si sarebbe trattato del solco primigenio di Roma. Ciò conferì un sostegno alla teoria di Gjerstad, e anche una sorta di veridicità alla tradizione storiografica. Tuttavia il dibattito non è ancora chiuso.

Ordinamento politico delle origini

Gli abitanti dei colli erano organizzati in familie. Il paterfamilias aveva potere di vita e di morte su tutti i componenti, compresi schiavi e clienti. Cliente da cluo, cioè obbedire. Si trattava di un individuo in condizione di inferiorità che necessitava del sostegno di un capo autorevole, il patrono, che lo accoglieva “in fidem”. Patrono e cliente avevano obblighi reciproci: il patrono doveva fornire aiuti economici e sostegno nelle vertenze giudiziarie al cliente, che in cambio partecipava all’esercito gentilizio ed alla vita politica del patrono, lo riscattava se prigioniero e gli offriva sostegno economico se necessario.

Tutto ciò era segno di una società chiusa, anche se dietro gli istituti giuridicamente definiti vi era una certa mobilità sociale (evidenziata dal fatto che ci potesse essere sostegno economico reciproco). Gli storici antichi sono concordi nel riconoscere che il rapporto fra i due era riconoscibile in quello padre-figlio, e che era indispensabile per l’equilibrio sociale.

Le famiglie con un antenato in comune formavano una gens, gruppo organizzato economicamente e religiosamente. Si trattava di una società endogamica, cioè i gentiles (membri) si sposavano tra loro. La rinuncia all’appartenenza ad una gens richiedeva una procedura detta “detestatio sacrorum”, con cui si rinnegavano i sacra della propria gens d’origine.

Ciascuna gens possedeva, per la difesa sua e della propria porzione di territorio, un esercito gentilizio. La presenza di questi eserciti è attestata ancora in età storica (ex: guerra contro Veio dell’esercito dei Fabii nel 477 a.C. Venne sterminato ed il numero dei caduti è probabilmente esagerato, ma si tratta di un’accertazione storia veritiera). Era presente anche un esercito statale in compresenza con quelli privati delle singole gentes.

La storia di Roma alle sue origini monarchiche è la storia di come le istituzioni statali affermatesi man mano cercarono di ridurre gli spazi di manovra delle singole gentes, una forza notevolissima contro cui scontrarsi. Le fonti non colsero questo dinamismo di confronto, quindi preferirono attribuire ai vari re la creazione delle singole istituzioni. Ad esempio, a Romolo vennero attribuite le partizioni in curie e tribù.

La curia (cum vir) comprendeva tutti gli abitanti del territorio, ad eccezione degli schiavi. Si trattava di una riunione di uomini, ma era intesa anche come luogo fisico; l’assemblea era presieduta dal curio maximus. Ogni curia aveva anche propri luoghi di culto. In occasione del rito agrario della festività dei Fornacalia (per la torrefazione del farro, che costituì l’alimentazione di base fino al V sec. a.C., tenuta a metà febbraio), il curio maximus fissava su tabelle pubbliche il giorno ed il luogo in cui ciascuna curia avrebbe dovuto celebrare i sacrifici; si trattava quindi di una sorta di convocazione annuale in un determinato luogo del Foro.

Erano presenti trenta curie. L’assemblea delle curie era il Comizio Curiato, presieduto dal re, dal rex sacrorum o dai pontefici. I pontefici sopravvivono per tutta l’età repubblicana, cristallizzati nelle loro funzioni ma mantenendo prerogative senza cui gli atti delle altre istituzioni avrebbero visto sminuita la propria validità (ad esempio validavano i testamenti, soprattutto quelli dei patres senza eredi). L’atto più solenne dei Comizi era la promulgazione della Lex Curiata de Imperio, con cui la popolazione trasferiva il proprio potere al magistrato.

Il raggruppamento in curie era funzionale anche al reclutamento dell’esercito primitivo: ognuna di esse infatti doveva fornire una centuria di fanti (trenta curie = tremila fanti totali). Dieci curie formavano una tribù; secondo la leggenda, Romolo avrebbe fondato tre tribù, ognuna sulla base delle etnie che popolavano la Roma delle origini.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Isaboh96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia Romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Pellizzari Andrea.
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